Francesco Muzioli

Francesco Muzzioli

 

Il problema dell'allegoria in Campana


di Francesco Muzzioli 

 
 Gli oggetti e i sentimenti familiari, estranei e distorti, costituiscono una inquietante melodia.
M. HORKHEIMER 

 

Pubblicato in: "Allegoria", anno IV, numero 10, 1992 

 

1. Alcune questioni preliminari

II riconoscimento dell’allegoria in Campana deve affrontare, preliminarmente, almeno tre generi di questioni; la discussione con la tradizione critica che vede in Campana non l’allegoria ma il simbolo; la ricerca delle indicazioni dell’autore sulle quali basare una lettura in chiave allegorica; la necessità di specificare quale tipo di allegoria sarebbe - eventualmente - presente in Campana. Procediamo per ordine:

Nella storia della critica campaniana è comune la collocazione del poeta degli Orfici nell’ambito del simbolismo e come antecedente dell’ermetismo ungarettiano. Anche la corrente che esprime riserve su un suo presunto eccesso di retorica letterarietà, rifiutandogli il raggiungimento di un simbolo plasticamente rilevato e essenzialmente vissuto, gli concede pur sempre il risultato di un simbolo vago e distanziante1. Tra le principali monografie, quelle della Del Serra e di Bonifazi sono nettamente schierate pro symbolo2, sia pure in diverso modo e grado. Bonifazi è il rappresentante di una teoria del simbolo d’abord et toujours, che non si ferma davanti ad alcun ostacolo3; e in cui il termine simbolo è usato come «chiave universale», in una vasta gamma di occorrenze, da solo o insieme ad altri (così troviamo i «simboli dell’eternità», i «simboli del mito», o il «simbolo del mistero»; e ancora, in un elenco indifferenziato, «paesaggi di simboli, enigmi e ancora misteri»); basta che indichi la via della smaterializzazione della realtà concreta attraverso l’immagine, dell’incielarsi della «trasfigurazione iniziatica» e della «azione sublimante».

 Soffici

Ardengo Soffici

Paolo Pianigiani: Due punti di vista

Dino nel dicembre del 1913, si reca presso la sede della rivista “Lacerba”, a Firenze per incontrare i due direttori, Ardengo Soffici e Gio­vanni Papini, ai quali presenta e af­fida il manoscritto delle sue poesie dal titolo Il più lungo giorno, speran­do in una pubblicazione, almeno di qualche testo, nella rivista. Soffici, ultimo depositario del quaderno, in un trasloco lo smarrisce; verrà ritrovato tra le sue carte solo qualche anno dopo la sua scomparsa, nel 1971.

Il momento del primo incon­tro - qui descritto proprio da Soffici - corrisponde, dunque, all’inizio del­la lunga e tormentata vicenda del manoscritto, che conteneva testi che, insieme ad altri, confluiranno nei Canti Orfici. Dopo lo smarrimento del “taccuino”, Campana li riscriverà basandosi su altri manoscritti e li pubblicherà nel 1914 presso la tipografia Ravagli di Marradi.

La testimonianza di Soffici, quasi una cronaca in diretta, è del 1931.

 

 La Maddalena, disegno di Carlo Pastorelli

 


UN RITROVATO AMICO DI CAMPANA: AUGUSTO GARSIA

di

Silvano Salvadori

 

Dalla rivista Almanacco Maddalenino VII, Paolo Sorba Editore,

2016 per CO.RI.S.MA, pp.89-96

 


 

(Testi campaniani sull’isola Maddalena)


PROSA IN POESIA


Un verde bizantino
Sopra un occhio dorato
Descrivo le lastre a quadri
Dell’isola Maddalena
Per scale di granito
Ci sono i vecchi lampioni
E pure si trova le femmine
All’isola Maddalena
Per scale di granito
Un organetto che sona
E signorine donate
A un vecchio bon sangue italiano
Un verde bizantino
Sopra un occhio dorato
Sopra le lastre a losanga
Dell’isola Maddalena
La Giuseppina si affaccia
È tutta vestita di rosso
La casa di granito
E sona l’organetto
Sotto l’insegna di ruggine
Sopra le lastre a losanga
Dell’isola Maddalena
Nel rantolo dell’ancora
Che stanca le bandiere
Si stanca sul granito
Sopra le lastre a quadri
Dell’isola Maddalena
Coll’ombra dell’occhio dorato
L’abete che riparte
Con cingoli di carene
Dell’ancora portandosi
Solo il segnale la sera
Ch’è stanca la bandiera
Ai monti lontani di Aggius
Ondeggia la rossa bandiera
Nel rantolo dell’ancora
Sotto i lampioni la sera.


(Dal Taccuino a cura di Franco Matacotta”, Amici della Poesia, Fermo, 1949)

 

L’ostessa Ofelia Cimatti (seconda da sinistra) con camerieri e avventori davanti alla porta della nuova Osteria della Mosca in piazza Biffi (ora piazza Martiri della Libertà). Anno 1940 circa: sono trascorsi quasi trent’anni da quando Dino Campana l’ha evocata nei Canti Orfici. [Proprietà Sergio Montanari.]


Orfeo, Ofelia e una piazza


(con un’ipotesi sul titolo dei Canti Orfici)

Stefano Drei

 

(Pubblicato su La Piê. Rivista bimestrale d’illustrazione romagnola, anno LXXXII, numero 1, gennaio-febbraio 2013, pp. 10-15)

 

«Orfici? Perché? La parola non ci parve chiara»1. Federico Ravagli e gli amici bolognesi di Dino Campana erano perplessi. All'interno dei Canti Orfici il nome del mitico cantore non compare mai e non compare nemmeno alcun esplicito riferimento alla sua vicenda. Orfeo è assente anche dal Più lungo giorno e dalle altre carte campaniane anteriori al capolavoro: certi indizi fanno supporre che la scelta del titolo sia intervenuta tardi, quando il libro era già quasi ultimato. Non si vuol dire con questo che si tratti di scelta immotivata: Ravagli, forse indirizzato dallo stesso Dino, ne individuava la fonte ne I grandi iniziati di Édouard Schuré; una fonte su cui poi sono tornati in molti.

foto ritratto costetti 

Dino Campana, ritratto di Giovanni Costetti

Proprietà Centro di Studi campaniani Enrico Consolini, Marradi

Foto di Claudio Corrivetti, Roma

 

 

 

Giovanni Costetti: I Canti Orfici di Dino Campana

 


Pubblicato su "LA TEMPRA" (Pistoia), II, 1915, 1, pp. 6-7

 

Credo che un giudizio di pittore sopra un’opera di poesia pos­sa interessare forse più della critica d’un letterato o d’un filo­sofo. E più facile all’artista di avere di essa un’opinione meno logica, più istintiva, più passionale.

Mi pare che la critica diventi spesso arido esame di difetti o qualità tecniche e agisca dietro certi presupposti malsicuri. In­fatti a seconda di certi suoi dogmi mutevoli ammette o nega valori che anche negati o ammessi non distrugge o non affer­ma durevolmente.

Le forbici del critico cosiddetto competente, tagliano spesso male, o troppo o insufficientemente.

Il critico non dovrebbe esistere perché non è un uomo d’intuizione, e l’opera d’arte vera è sempre intuitiva. Ma forse la ragione materiale di esi­stere del critico è l’opera d’arte voluta cioè falsa che è sovrab­bondante e che bisogna condannare.

 

 

Antonio Lanza: Nel migliore dei mondi possibili

 

 

 

Nel migliore dei mondi possibili, Dino Campana a Firenze

 

di Antonio Lanza

 

(Pubblicato su Metropoli il 4 marzo 2011, pag. 16)

 

 

Le tracce di Dino Campana a Firenze e nella sua provincia sono molteplici e copiose. Come i suoi versi e le sue lettere, scritte col sangue, anche i numerosi rapporti d'amicizia, amore, odio profondo che coltivò nel capoluogo toscano furono intensi, fatali. Due di queste tracce sono chiare, macroscopiche ed inequivocabili: la sua tomba, dove è seppellito a Badia a Settimo e una targa commemorativa che ci ricorda la sua presenza a Lastra a Signa tra il 1916 e il 1918.

 

 

 

Gleiton Lentz: Alchimia del verbo, una lettura simbolica della Chimera

 

Gleiton è il traduttore dei Canti Orfici in lingua portoghese

 

Inconsciamente io levai gli occhi alla torre barbara, scriveva Campana all'inizio del suo canzoniere orfico con piena consapevolezza di sé, perché sapeva, mentre tratteggiava quelle righe, che sacrificava all'irrazionale il significato primario delle cose, preferendo l'inconscio al conscio, il vaneggiare alla realtà. Se è già nella sua visionaria Notte che s'intravede per la prima volta il riferimento alla torre, ad una torre barbara, sarà invece la sua figura quella tipica del poeta torre d'avorio. Ossia, colui che si compiace nel disgregare il mondo — inteso come la suprema realtà — mediante lo sdoppiamento dell'io, nonostante un accentuato sguardo visionario delle cose.