
CACHO MILLET Gabriel, L’altro Campana,
trad. di Leonardo Cammarano,
in «Prospettive Settanta». III,
n° 1, gennaio-marzo 1977, pp. 93-109
Ringrazio Cino Matacotta per avermi inviato questo articolo di Gabriel, tradotto dall'originale spagnolo da Leonardo Cammarano, la Fondazione Gramsci di Roma per avere permesso la copia dalla rivista Prospettive Settanta, e Andreina Mancini che, con la solita impagabile pazienza, ha rivisto le bozze.
(p. p.)
Evocare il nome di Dino Campana (1885-1932) significa evocare un “nomade” fuggitivo che fu anche poeta (letto finora soltanto da una élite, sebbene si sia sempre avuta l'impressione che si trattasse di un "proletario a modo suo" che uccise in sé la preoccupazione del domani vivendo alla giornata, e dormendo sotto un ponte o un pagliaio).
Significa ricordare un provinciale “barbaro”, che scese dai monti dell'Appennino Tosco-emiliano col notevole proposito di oscurare col suo canto primitivo i '"Dioscuri" di quella ch'era la capitale delle lettere italiane agli inizi del secolo. (Uno dei "figli di Zeus" gli smarrì il manoscritto dei suoi canti.
Campana li minacciò entrambi di morte violenta. E ancora oggi, a sessantaquattro anni dalla perdita de Il più lungo giorno - 'provvidenziale' secondo la critica, - ed a cinque dal suo ritrovamento - “una delusione”, per gli intenditori, - si dice che nelle notti di plenilunio qualche raro pescatore abbia visto il "fantasma mediterraneo" dell' infelice poeta di Marradi" vagare furibondo per le sponde dell'Arno, munito di un "affilato coltello"…).
E significa anche rievocare il concetto nietzscheano dell'arte come "uno scorrere sopra la vita", vissuta da uno scrittore che diede "una raccolta di effetti lirici qua e là lasciati allo stato di natura", incompiuti. (A Firenze, a Marradi, a Bologna, ho visto vari esemplari della prima edizione dei Canti Orfici - 1914, - dedicati da Dino Campana ai suoi amici, con innumerevoli correzioni di suo pugno e numerosi puntini sospensivi). Significa ricordare il '14: l'anno in cui morì l'Europa, e in cui morì anche quell'impossibile illusione che il poeta s'era fatto, di andarsene al fronte per esser qualcuno, almeno morendo. (Conseguirà poi, in parte, questo suo scopo, lasciandosi seppellire vivo nel manicomio di Castel Pulci).
Tutte queste evocazioni, a volte sconfinate nella leggenda o nel mito, sono state ampiamente analizzate in relazione alla sua opera (i canti di Campana non possono essere spiegati senza tener conto della sua vita) da biografi e critici, a cominciare da de Robertis, per finire a Marabini ed a Ramat e passando per Boine, Cecchi, Binazzi, Falqui, Contini, Bo e Montale (1).
Ma dell' "altro" Campana, il Campana gringo, il Campana immigrante, simbolo della "strettezza" dell'Italia che manda i suoi figli ad errare per il mondo, del Campana che calpestò la mia terra, l'Argentina, e che parlò della "Pampa" come Borges ancora non ha fatto (Borges è un aristocratico, Campana volle ingenuamente esserlo (2); Borges descrive l'Argentina issato su di un cavallo di razza, come un estanciero che vive nella capitale e che d'un tratto scopre che le strade di Buenos Aires “sono le viscere della sua anima” (3); Campana come un immigrante, da un vagone ferroviario privo di tetto o da una "tenda" donde "l'uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall'ombra di nessun Dio"), si sono occupati solo Ravagli, per stabilire la data del suo discusso viaggio in Sudamerica e del suo ritorno (febbraio-ottobre 1908) (4), e Ungaretti e Jacobbi (5) per mettere in dubbio la permanenza del poeta in terra sudamericana.
Da questa opzione di Campana per “un mondo senza storia”, passerò a trattare, nella seconda parte del presente lavoro, della sua ultima “scelta”: il manicomio di Castel Pulci. Del Campana infermo nell'asilo toscano - circostanza che, secondo la critica, "va sempre lasciata per ultima" (6), - si conoscono i principali dati grazie al paziente lavoro fatto dal dottor Pariani nella sua citatissima opera Vite non romanzate … (7). A questi dati vengono ad aggiungersi ora alcuni fatti inediti, che lasciavano presagire il suo ingresso in manicomio, quello "spazio" nel quale morì dopo quattordici anni d'internamento e dove, sono parole sue, stava “benissimo”.
I - Campana immigrante in Argentina
Ruggero Jacobbi, alla luce d'un Campana "visionario" e della propria esperienza di quattordici anni in terre latinoamericane (in Brasile viene considerato uno dei rinnovatori europei del teatro del paese, come Ungaretti per la poesia), fece presente nel Convegno Campaniano fiorentino del '73 il "sospetto", tratto dalla sottile esegesi di alcune pagine “latinoamericane” dei Canti Orfici, che Dino Campana non avesse calpestato la terra argentina, e che, se si trovò da quelle parti, quel che vide, e poi descrisse, lo vide "dal ponte della nave", come "mozzo", o da un suo "rifugio" "tra i sacchi di patate", come vagabondo e clandestino. "Personalmente io sono tratto" - dichiarava Jacobbi, includendo nella propria diffidenza, o sospetto, anche il parere di Ungaretti - "ad interpretare spesso quelle pagine come il riflesso di qualcosa più d'immaginato che di vissuto" (8).
E Jacobbi medesimo, adducendo i suoi "sospetti", invitava in quell'occasione i biografi di Campana a dedicarsi al paziente compito d'investigare tra i registri d'emigrazione dei porti italiani e latinoamericani, allo scopo di stabilire con esattezza se Campana fu o non fu in Argentina. Un lavoro simile l'avevano fatto in Francia i biografi di Rimbaud, esaminando liste di passeggeri, imbarchi clandestini, archivi portuali, polizieschi, etc. Feci mio il consiglio di Jacobbi, e mi dedicai a verificare se il "ragazzo" italiano, che come quello francese aveva "il diavolo alle calcagna", era stato per davvero in Argentina.
Non sapevo che il ricostruire l'itinerario di Campana per l'America del Sud può diventare una storia di romanzo poliziesco, in cui il "delitto" ("erano tutti stracciati e coperti col sangue del fanciullo") (9) si burla del detective, occultando tutte le sue tracce . . .
La prima cosa che feci fu di consultarmi coi familiari del poeta, per accertarmi se Dino s'imbarcò davvero a Genova, nel marzo del 1908, come assicurava il fratello minore, Manlio Campana. L'ultimo dei Campana, Lello, anche lui poeta come il cugino, mi confermò in un'intervista l'imbarco dell'autore dei Canti Orfici nel porto di Genova.
“Mio padre, dal quale sentii raccontare la storia più volte" - mi spiega Lello, - accompagnò Dino fino a Genova e gli comperò alcuni libri e una rivoltella. Quella pistola belga, a tamburo, calibro 38, restò in questa casa (Dino se la portò dietro tornando dall'America) fino alla seconda guerra mondiale. Poi… poi accaddero tante cose. Gli Indiani che vennero con gli Alleati a Marradi bruciarono tutto, sedie, tavoli, l'enorme biblioteca di mio padre in cui Dino aveva fatto le sue prime letture… Bruciarono tutto per far fuoco, per riscaldarsi…”
Lello Campana, non contento di riferirmi tutto quel che rammentava, mi consentì di consultare un manoscritto inedito di sua madre, Giovanna Diletti Campana, intitolato “Ricordi su Dino Campana”, nel quale la sposa del maestro Torquato Campana (fratello del padre di Dino, e uno dei pochi familiari del quale il poeta si fidasse) raccoglie alcuni dati biografici preziosi intorno al suo famoso nipote.
“Quando decise di andare in America, suo padre non si fidò di dargli i denari del viaggio e pregò lo zio Torquato di andare con Dino ed accompagnarlo fino a Genova”, narra Giovanna Diletti Campana. E aggiunge: “Lo zio accettò e quando furono a Genova Dino disse che aveva da andare in un posto e si assentò. Combinarono di trovarsi al porto. Ma le ore passavano e Dino non si vedeva, si può immaginare l’ansia e la pena del povero Torquato perché il bastimento stava per partire.
Finalmente arrivò Dino proprio appena in tempo per salire. In America fece un po’ tutti i mestieri, da mozzo a tanti altri. Quando ritornò dall'America era vestito da marinaio, aveva una larga fascia color azzurro legata alla vita. Era bello e molto allegro" (10)
”
Dall'incontro con Lello Campana, e dalla narrazione inedita della madre di questi, risultava fuor di dubbio che Dino era partito da Genova per l'America (del Sud) e che suo padre gli aveva pagato la traversata. Con questo dato preciso, era già impossibile continuare ad accettar la leggenda del poeta vagabondo che s'era imbarcato clandestino a Genova e che aveva viaggiato, per evitare il rimpatrio, lavorando sulla nave come "mozzo", o standosene nascosto "tra i sacchi di patate" (11).
Nel 1908, l'anno in cui si assicura che Dino giunse a Buenos Aires, l'Argentina contava sei milioni e mezzo di abitanti, dei quali 2.692.000 immigranti. Il governo aveva adottato strettamente il principio di Juan Bautista Alberdi, il creatore delle “basi” della Costituzione Argentina, che avrebbe sintetizzato in tre parole i problemi del paese: “Governare significa popolare”.
Io, fiducioso nell'applicazione di tale principio, speravo che il rigoroso controllo praticato nei confronti degli stranieri (precedenti penali, professione stato, etc.) m'avrebbe permesso di scoprire nell'archivio delle Migraciones del porto di Buenos Aires il nome dell'immigrante Dino Campana.
Ma non fu così. Dopo aver investigato nel detto Archivio, libro per libro, foglio per foglio, nome per nome, constatai che durante l'anno 1908 Dino Campana non era entrato, legalmente almeno, in Argentina. Non c'erano precedenti: nei registri non c'era neppure il suo nome.
Deluso, mi diressi al Ministero della Marina Mercantile in Buenos Aires. Campana aveva dichiarato al dottor Pariani:
"Facevo il suonatore di triangolo nella Marina Argentina … Dei musicisti ammiravo molto Beethoven, Mozart, Schumann. Verdi anche mi piace; Spontini, Rossini. Eh! questi li so tutti, suonavo sempre la musica italiana in Argentina
Queste musiche italiane facevano parte del repertorio della Banda della Marina Mercantile Argentina, che dunque Dino, pensai, dovette accompagnare di sicuro suonando "il triangolo" …
Al Ministero della Marina Mercantile m'informarono che "non risulta registrato che il signor Dino Campana abbia appartenuto alla banda". "A quell'epoca" – mi spiegò, come per consolarmi, l'ex-prefetto del Porto di Buenos Aires Luis Bongiovanni, “gli immigranti li si ‘contrattava’ solo per suonare uno strumento, e poi s'allontanavano dalla banda col semplice sistema di non ripresentarsi più".
Il mio romanzo poliziesco continuava; il "delitto" continuava a farsi beffe del detective.
Proseguii le ricerche come per sfida. Manlio Campana, fratello del poeta, aveva scritto a un giornalista televisivo italiano, che gli chiedeva informazioni sull'autore dei Canti Orfici e sul suo viaggio in America del Sud:
“A Buenos Aires (Dino) prese dimora presso una famiglia, collocò là le sue valigie, si fermò un giorno e una notte, ma al sorgere del secondo giorno non vi fece più ritorno. Mandò un uomo a ritirare i suoi bagagli e partì per la Pampa” (12). ![]()
Seppi che questa famiglia era originaria di Marradi. Mi diressi allora presso il Comune di quella località per ottenere dati sugli emigranti del luogo partiti intorno a quell'epoca per Buenos Aires.
Ma al "Comune" non c'era mai stata una lista d'emigranti, e tutto quel che potei appurare a riguardo, per bocca di qualche vecchio della zona, era così vago che abbandonai l'impresa e preferii credere che gli interpreti di un Campana "visionario" (non adopero il termine in senso derogatorio) in fondo avevano ragione.
Se Campana "s'era inventata una Firenze con campanili a vela, aveva ben potuto inventarsi un'Argentina, con la sua Pampa, la sua “creola dagli occhi neri e scintillanti come metallo in fusione” e coi suoi immigranti che, vestiti "in modo ridicolo alla moda bonaerense", si tirano arance nel porto di Buenos Aires (13).
Considerando perduta la partita, lasciai passare un bel po' di tempo prima di ritornare alle mie "letture campaniane". Ma un giorno, analizzando la pagina in prosa dal titolo "Pampa", fui sorpreso da alcune parole-chiave del testo: “tenda”, “mate", “uno spagnolo”, “treno in corsa”, etc.
Jacobbi, nella citata relazione fiorentina, già aveva opinato, a proposito di "Pampa":
"In Pampa abbiamo un'idea della pampa da libro d'avventure; nella pampa non ci sono mai state tende, quelle "tende" appartengono ad un romanzo del Far West. Nella pampa il gaucho abita in capannoni, quelli dove si mettono a seccare le carni macellate e scuoiate (donde "l'odore del sangue" che può aver colpito Campana sia dal vivo sia in racconti di bordo o di bettola) … (14).
Tornai a leggere ed a rileggere "Pampa". E, convinto di trovarmi sulla pista buona, e che le ragioni del "mito Campana" stanno nella sua stessa poesia (15), diedi per certa la sua dichiarazione al dottor Pariani intorno alla sua attività a Buenos Aires ("sono stato ad ammucchiare i terrapieni delle ferrovie …”) e immaginai Dino al lavoro sotto gli ordini di quelli che in Argentina vennero dopo il decadente impero spagnuolo, facendo del Paese dell'argento una nazione agricola esportatrice, e della sua mitica "pampa" il "granaio dell'Impero Britannico".
A tale scopo, gli Inglesi disseminarono il Paese di strade ferrate, e la pampa, deflorata dal treno, perse la sua “verginità …” e il suo frumento. L'Argentina "progrediva" come satellite dell'Impero Britannico; ma questa è un 'altra storia.
Per confermare questa mia "fantasia", mi diressi dall'ingegnere ferroviario argentino Jorge Lowry, e gli chiesi dati sul modo di vivere del peòn, del manovale, durante la messa in opera delle strade ferrate nell'Argentina dei primi del 1900.
Grazie alla narrazione inedita di un aguatero, (16) poi inviatami da Lowry (col termine aguatero si designava all'epoca il ragazzino che durante i lavori ferroviari distribuiva l'acqua, unico liquido che si permettesse d'ingerire nelle ore di lavoro), mi riuscì di mettere in relazione la pagina "Pampa" (17) con la già citata dichiarazione fatta da Campana al dottor Pariani.
Il manovale delle strade ferrate, il peòn de via, secondo la narrazione dell'aguatero,
"era di forte complessione fisica, lavorava tutti i giorni di sole, ad eccezione delle domeniche e giorni di pioggia, non retribuiti, come pure accadeva quando s'ammalava. Allorché si ultimava un ramo di strada, il peòn veniva licenziato senza indennizzo, o continuava a lavorare in altre opere. I peones vivevano in accampamenti, costituiti da grandi tende di tela, o a volte in vagoni merci. Ogni accampamento era formato da una ventina d'uomini, quasi sempre celibi L'età media era tra i 20 e i 30 anni. Il lavoro non era troppo pesante. Mancava del tutto qualsiasi sussidio meccanico. Si eseguiva il lavoro con certe pale di grandi dimensioni, trascinate da cavalli. A forza di maneggiare queste ferraglie, le mani del peòn s'incallivano in modo estremo, fino a deformarsi, ciò che col tempo rendeva difficoltosi i movimenti. L'uso dei guanti di protezione era sconosciuto. Cibo: puchero (carne, patate e a volte zucca) e zuppa, gallette da campo. Bevanda: matè".
Per ciò che riguarda il modo di lavorare, nella narrazione dell'aguatero si afferma.
"Prima si faceva un terrapieno, usando terra del luogo e senza metterci pietrisco, e si sistemavano le traversine. Da ultimo, si assicuravano alle traversine le rotaie, mediante chiodi appositi. In più, si piantavano i pali per le future linee telegrafiche, Tutto veniva importato dall'Inghilterra. Solo la terra era argentina. La mano d'opera in genere era costituita da immigrati. Periodicamente si spostava l'accampamento, a seconda dell'avanzamento della strada ferrata. Il trasporto sul luogo, tanto delle rotaie che delle traversine, chiodi e ferrature, si faceva con treni merci. Molte volte anche i lavoratori viaggiavano sullo stesso treno…”
Se confrontiamo questo racconto con la dichiarazione di Dino Campana al dottor Pariani (18) ("Sono stato ad ammucchiare i terrapieni delle ferrovie in Argentina. Si dorme fuori nelle tende. E' un lavoro leggero ma monotono"), notiamo che v'è coincidenza quasi perfetta, ma generica.
Tuttavia questa coincidenza si farà più chiara e specifica se si esaminano alcuni brani di "Pampa" alla luce della “narrazione dell'aguatero”:
1) "Quiere Usted mate? uno spagnolo mi profferse a bassa voce, quasi a non turbare il profondo silenzio della "Pampa", scrive Campana all'inizio di "Pampa".
E' anzitutto il caso di segnalare che, a proposito di questo passo, vi sono interpretazioni assolutamente non corrispondenti alla realtà. Il matè non è, come vuole Pariani, una "droga caffeinica assai usata nell'America Meridionale" (19); è un'infusione, una specie di tè, stimolante e digestivo, che non ha nulla da spartire con la droga, e che si suol prendere in varie ore del giorno, ma in genere dopo i pasti.
Il matè non è neppure un' "erba" da mangiare o da masticare, come par credere Boine, quando in ''Riviera Ligure", nel 1915, recensisce i Canti Orfici e trascrive la frase spagnuola di “Pampa”: "Quiere Usted mate" con: “Quiere Usted hierba mate” (20). La frase, come l'interpreta Boine, manca d'ogni senso. L'erba matè non si mastica, come la coca ad esempio; serve solo per preparare l'infuso. Più vicino al vero, sebbene ad altro livello d'interpretazione, si trova Bonifazi quando (un poco wagnerianamente) definisce il matè come un "filtro prodigioso" che, una volta ingerito, spinge il poeta - perduto nei suoi dolori - a riannodare "un dialogo con se stesso e con la vita" (21).
Il matè, soprattutto se bevuto in compagnia, induce una sorta di "comunione" tra i consumatori. Quel "filtro prodigioso", come lo chiama Bonifazi, ha la virtù di armonizzare e generalizzare la conversazione. Poi, una volta iniziata la “riunione", il matè in quanto tale passa in secondo piano e diventa solo un pretesto. Nella mateada, la riunione in cui si beve il matè, la persona e il dialogo hanno valore di priorità.
Come che sia di ciò, il matè ottenuto per infusione (“Ricevetti il vaso e succhiai la calda bevanda"), o cocido (preparato in grandi pentole, anziché in bicchiere), costituiva la "bibita" del peòn de via, e in “Pampa” viene cebado (preparato e servito) da uno Spagnuolo.
A prima vista, sorprende che il matè venga offerto a Campana da uno Spagnuolo e non da un Creolo, ch'è l'inventore o il “perfezionatore” del matè. Ma il fatto sorprenderà meno, se si tien conto del processo d’adattamento degli Spagnuoli e degli Italiani al nuovo ambiente, e dei criteri adottati dagli Inglesi per l'ammissione dei peones alla costruzione delle strade ferrate. Non deve far meraviglia che il cebador sia uno Spagnuolo, perché gli immigrati di quel paese residenti in America del Sud sogliono "enviciarse" col matè più dei Creoli stessi. Dunque non è né una "stravaganza" né un errore di Campana, dire: “uno spagnolo mi profferse a bassa voce …”
Pertanto colui che gli offre il matè è uno Spagnuolo, ovvero un immigrato come lui (immigrato spagnuolo-italiano = manodopera a basso prezzo), un peòn de via "contratto" dagli Inglesi, che lo preferiscono al Creolo, considerato "litigioso' , "sfaticato" e "dedito al bere”. In tale contesto, è il caso d'avvertire che sul Creolo, la cui espressione suprema è il gaucho, pesa una “maledizione” che il Presidente della Repubblica D.F. Sarmiento, sospinto dalla brutale scelta tra "civilizzazione (anglosassone) o barbarie (gaucha)", avrebbe sintetizzato nel seguente consiglio al Generale B. Mitre: "Non risparmi sangue di gauchos, ché il sangue è l'unica cosa che hanno di umano". L’Inglese, preferendo l'immigrato al Creolo, non faceva altro che seguire i dettami della classe dirigente. Di conseguenza, è giusto che, nell'accampamento inglese, sia un immigrato ad offrire il matè all'autore di "Pampa".
2) “Le tende si allungavano a pochi passi da dove noi seduti in circolo in silenzio guardavamo…”
Anzitutto l'autore di "Pampa" parla di "tende", che si allungano o estendono. Con tutta evidenza si tratta del campo in cui i peones ("noi") riposano e mangiano quando, per il cattivo tempo, non possono farlo all'aria aperta.
ln accordo con la descrizione di Campana, i peones effettivamente, dopo cena (è notte), se ne stanno a matear, a bere il matè, all'aria aperta, seduti per terra, formando un tipico cerchio di mateadores, o bevitori di matè, a "pochi passi dalle tende. Dino, dopo aver preso il matè ("succhiai la calda bevanda"), si getta per terra ("gettato sull'erba vergine") e s'abbandona a seguire il giuoco delle costellazioni, fino a "ribattere" per le vie del cielo "il cammino avventuroso degli uomini verso la felicità attraverso i secoli". Tale la scena quale la descrive Campana.
Accostando questo brano con la "narrazione dell'aguatero", occorre sottolineare che il gaucho della pampa viveva in "capannoni", ranchos di mattoni crudi e col tetto di paglia (da non confondere col ranch nordamericano), e che, effettivamente, “nella Pampa non ci sono mai state tende”, come sostiene Jacobbi. Ma, eccezionalmente, ci furono tende nella pampa argentina, proprio durante la costruzione delle strade ferrate fatta dagli Inglesi.
D'altra parte, non v'è nulla di più "campaniano" del genere di vita di un peòn de via: il quale non resta mai troppo tempo in uno stesso luogo e che, a misura che la costruzione della strada ferrata avanza, si vede obbligato a levare l'accampamento ed a trasportarsi dove lo conduce "il treno". Conoscendo le errabonde inquietudini del ragazzo che "aveva le suole di vento" questo avanzare da un luogo all'altro fu cosa che dovette andargli a genio.
Infine, va sottolineato che la costruzione delle strade ferrate, oltre a consentire l'andare e venire del treno dall'uno all'altro estremo del paese facilitando il trasporto del bestiame, e soprattutto del frumento, verso i porti argentini e da questi a quelli europei, diede lavoro a centinaia d'immigrati (chiamati ''rondini bianche" per la provvisorietà della loro permanenza e dei loro contratti di lavoro nel Paese).
Nella “pampa”, dunque, ci furono "tende", ragion per cui devo dissentire nettamente dal noto critico e saggista di teatro e di letteratura portoghese, Jacobbi, quando afferma: "nella Pampa non ci sono mai state tende, quelle “tende" (le "tende" di Campana in "Pampa") appartengono ad un romanzo del Far West" (22).
"Quelle tende" appartenevano all'impero Britannico, e in esse si rifugiò come peòn de via l'autore di "Pampa", fatto che lo stesso poeta confermò vent'anni più tardi, nel manicomio di Castel Pulci: "Si dorme fuori nelle tende" (23).
3) “... dalla Pampa nera scossa che sfuggiva a tratti nella selvaggia nera corsa del vento …”
In Argentina vi sono fondamentalmente due tipi di pampa: quella umida e quella semiarida. La semiarida è sabbiosa, di colore in genere beige, e non vi cresce l' "erba vergine" sulla quale ci si può gettare come fa Campana in "Pampa". La pampa verde, o umida, è di color marrone scuro, meglio nero, e non giunge mai ad essere "terra rossa" come vuole Jacobbi (24). ln Argentina la terra rossa esiste solo (e non fa parte della pampa) nella provincia di Missiones, e in zone subtropicali che confinano col Brasile o col Paraguay.
Sebbene l'idea della "Pampa nera" e della "nera corsa del vento" sia profondamente simbolica, come giustamente sostiene Jacobbi, Campana può aver visto una pampa "più nera dell'ordinario" durante l'epoca detta della bruciatura del rastrojo, o stoppia.
Il rastrojo, i residui delle messi mietute, viene bruciato, dicono quelli che ne capiscono, perché fa da concime e perché così si evita di fare un lavoro inutile. Non bisogna dimenticare che Campana parla, nel "Quaderno", di una "pampa giallastra", ovvero di una terra in cui ancora non sono state bruciate le stoppie; il che potrebbe significare che il poeta vide, come rileva Jacobbi, la pampa in autunno, "con i fieni tagliati" (25). In un secondo tempo, o in altra zona, potrà aver visto la pampa più nera di quanto sia usualmente, a causa della bruciatura delle stoppie.
4) "Sopra un vagone scoperto correvo alla ventura: sulla mia testa fuggivano le stelle e i soffi del deserto"
narra il poeta nella primitiva versione di ' 'Pampa", inclusa ne Il più lungo giorno (26). In questa versione Campana rievoca probabilmente il trasporto della peonada, della manovalanza, verso una nuova zona in cui occorre “ammucchiare i terrapieni” (27) o costruire nuove strade ferrate. La citazione, in ogni caso, è utile per un confronto con la “narrazione dell'aguatero”: “il trasporto sul luogo, tanto delle rotaie che delle traversine, chiodi e ferrature, si faceva con treni merci. Molte volte anche i lavoratori viaggiavano nello stesso treno …”. Campana, dunque, "gettato sull'erba vergine", rievocava un viaggio fatto a bordo d'un "vagone scoperto", ovvero d'un treno merci.
5) “…gli indiani morti e vivi si lanciavano alla riconquista del loro dominio di libertà in lancio fulmineo …”
Il brano ha il sapore di una sortita di Pellirosse contro l'assalto dell'Uomo bianco. Tuttavia, nell'immagine rimane uno scorcio che è in relazione con l'avanzare del treno nella pampa, a cui l'indigeno si oppose perché ci vedeva la perdita del suo "dominio di libertà".
Con ogni probabilità Campana si servì d'un racconto che, per ovvie ragioni, dovette circolare sul tema, tra i suoi compagni di lavoro. In questo racconto, oggi fattosi leggenda, si narrava che quando nella pampa apparve per la prima volta il treno, una tribù indigena si ribellò innanzi a ciò che giustamente considerava una violazione del proprio territorio.
Passato il primo momento di sorpresa, il cacicco si dipinse il volto, gesto che fu imitato da tutta la tribù, munendosi di lance, frombole e lazos, montò a cavallo e gridando chiese a suoi di seguirlo. Andava ad affrontare il nemico da uomo a uomo. Ormai di fronte all'animale di ferro, tentò di prendergli al lazo prima il "collo" e poi le "zampe". Era una lotta leale: il cacicco contro la bestia.
La tribù seguiva il combattimento in silenzio, solo meravigliandosi della sicurezza mostrata dall' “animale di ferro”, che non badava a difendersi.
Vinse il più forte: la bestia, che s'allontanò fischiando, impassibile, sputando sulla faccia del vinto il fumo nero della vittoria.
Campana utilizza alcuni di questi elementi, privandoli dei loro caratteri di cronaca e, sospendendo "il corso del tempo", ci presenta l'indigeno, “in lancio fulmineo”, alla riconquista dei suoi domini, sotto "una luce stellare" e lunare, come "simbolo eroico di libertà illimitata" (28).
6) "Mi ero alzato. Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa, dalla sua tenda l'uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall'ombra di nessun Dio”
“Mi ero alzato". Campana abbandona il circolo dei compagni che stanno bevendo forse l'ultimo matè. Guarda verso "la tenda". Sta per pronunciare le parole-chiave di quel suo "viaggio" in treno per la pampa. Ma ecco si constata che, in questo viaggio, manca un dato fondamentale, ch'è presente in tutte le scorribande del poeta per il mondo: nel suo cammino Campana non ha incontrato nessuna donna, non è sceso dal treno a ricevere le grazie della “fanciulla” o della vecchia prostituta.
Questa "trinità", poeta, fanciulla e prostituta, che tanto infastidisce Contini (29), non si trova nel suo viaggio per la pampa. Come mai? Forse perché la tensione orfica che questa notte corre per le vene del poeta non ammette pause. O forse perché - e qui verrebbe ancora una volta comprovato che Campana scrisse “Pampa" in un accampamento di peones de via - "il suo nuovo mestiere" esclude la donna, e siccome il poeta di Marradi crea sopra "ricordi", non sopra invenzioni, non descrive chi non ha potuto assolutamente incontrare (30).
Nel paragrafo finale Campana oppone agli dei della cultura europea - come in "Dualismo", ma con una risposta contraria - la pampa senza “nessun Dio", "el campo" (31) selvaggio e preistorico, o meglio astorico, cieco, di natura quasi primordiale, eterna, fuori del tempo (32).
In "Pampa", il poeta, solo e senza pause che possano confortarlo, "palpa" il suo Io primordiale, barbaro, "ero solo ne la notte nel deserto: chi ero? ". "Assurgevo all'illusione universale e dalle profondità del mio essere e della terra ribattevo per le vie del cielo" (33).
Dino Campana, "eterno errante", "dalla sua tenda" di peòn de via, “nel gesto entusiasticamente sacrale delle braccia levate, consegue forse l'unico provvisorio trionfo della sua tensione orfica" (34), dipingendo una pampa "fantastica' il cui fondamento nella realtà ci permette di “coglierlo” immigrante in Argentina sotto “un cielo infinito non deturpato dall'ombra di nessun Dio”.
II - Campana nel manicomio di Castel Pulci
Come un garofano privo di radice che il "mal vento" porta dove vuole, tale era Dino Campana. Quando finalmente si convinse che nelle piazze d'Italia non v'era posto per la sua ombra, optò lucidamente per uno spazio che lo lasciasse sopravvivere “sulla riva d'un giorno”, uccidendo in sé la preoccupazione per il domani. Tagliò lo stelo che lo teneva in piedi e col quale s'appoggiava alle mura della terra, entrando nel manicomio di Castel Pulci il 28 gennaio del 1918.
Non dirò, come Pietro Cimatti: Campana "non è morto pazzo: è morto stanco" (35), benché possa parlarsi di una "stanchezza" così antica che il sangue non poteva più domarla e che il poeta chiamava ' 'un male dei quindici anni".
Neppure posso dire, così categoricamente, alla luce di certi dati biografici, che il poeta di Marradi "non fu un incompreso", come vuole Eugenio Montale, e che se nessuno, "prima ch'egli fosse colpito da irreparabile confusione di spirito, unì alla comprensione "un'assistenza e un aiuto d'ordine più concreto, questo fatto rientra in un capitolo che non riguarda lui solo" (36).
Ben oltre la sua lucida percezione da emarginato, descritta col sangue nel tutt'altro che metaforico epilogo dei suoi Canti Orfici: "They were all torn and cover 'd with the boy's blood", che poi a Castel Pulci traduce: “erano tutti stracciati e coperti del sangue del fanciullo", e che, in una confessione a Cecchi, avrebbe interpretato come diretta accusa ai notabili di Firenze ("tutti i fiorentini sono tacciati di assassinio anch'essi covered with the boy's blood per essere riconosciuti il giorno della giustizia") (37), è il caso di chiedersi quale fosse l'origine della sua emarginazione o, se si vuole, dell'unica cosa che, come uomo, potè offrire agli umani: la sua "inquietudine sfrontata", che i medici dell'epoca chiamarono “pazzia dissociativa primaria”.
Che Campana non fosse il solo a non poter contare, in quei terribili anni della prima guerra mondiale, su di un "aiuto d'ordine più concreto", lo giustifica fino a un certo punto la situazione dei contemporanei del poeta di Marradi. Dico fino a un certo punto perché l'alter ego di Papini, Giuseppe Prezzolini, ad esempio, non accettò mai le sue poesie (dovette comparire De Robertis affinché fossero accolte ne “La Voce”). Prezzolini lo considerava un pittoresco prodotto del dannunzianesimo, e si tenne lontano dal poeta di Marradi per "un certo suo modo di fare strano che più tardi prese forma precisa di follia" (38).
Papini qualche volta gli diede lavoro, come traduttore dal tedesco, ma non lo vide mai poeta. Era - diceva - un "malato di spirito preso dal fuoco della poesia ma senza l'equilibrio necessario per essere un buon poeta" (39).
Binazzi, uno dei suoi pochi amici, giunse a trovargli lavoro come correttore di bozze nel "Giornale del Mattino"; ma lui, con gesto quasi imperiale, rifiutò l'offerta perché quell'ufficio degradava il poeta. Soffici gli perse il manoscritto primitivo dei Canti Orfici, in un "trasloco", e fu il suo "amico-nemico" fino alla definitiva reclusione nel manicomio di Castel Pulci.
Con quel manoscritto Campana gli aveva consegnato l'unica ragione della sua esistenza: “io, pieno di fiducia, gli abbandonavo in mano quello che era la sola giustificazione della mia esistenza”.
E qui apro una parentesi per segnalare una coincidenza a proposito del manoscritto perso e ritrovato nella casa di Soffici: Il più lungo giorno. Studiando il caso nella Biblioteca Nazionale di Roma, trovai un articolo di Falqui in cui il paziente compilatore dell'opera campaniana scrive nel '53 che, grazie a "una nuova recente testimonianza privata di Soffici", ha potuto provare ancora una volta l'influsso di Nietzsche su Campana.
E subito, citando parole di Soffici, aggiunge che "in fronte a un manoscritto dei Canti Orfici, Campana poneva come epigrafe queste parole di Nietzsche: "L'incesso e il passo dei vostri pensieri tradiscono la vostra origine". "A questa faceva seguito un'altra epigrafe" - secondo la ''testimonianza" di Soffici a Falqui -, "ricavandola da alcune parole di Gide trascritte nel Giornale di bordo: 'Essere un grande artista non significa nulla: essere un puro artista, ecco ciò che importa'. 'L'Arte deve essere considerata ormai nella sua purezza, nella sua genuinità espressiva unicamente’ (40). Stranamente, ho constatato che le due epigrafi che Campana, secondo Soffici, “poneva” “in fronte a un manoscritto”, sono esattamente le stesse che appaiono nel manoscritto perduto nel 1913 e ritrovato nel '71 dalla vedova di Soffici (41).
Nessun manoscritto è apparso fino ad oggi con le due epigrafi, ad eccezione di quello che riguarda Il più lungo giorno. Lo strano del caso è che Falqui, scrivendo l'introduzione a Il più lungo giorno, non ricorda mai questo particolare che, riferendosi al manoscritto del 1913, ci porterebbe ad ammirare la formidabile memoria di Ardengo Soffici il quale, nel '53, ricorda la trascrizione esatta di due epigrafi che Campana scrisse quarant'anni prima in un "manoscritto". Chiudo la parentesi.
In quegli anni, “un aiuto concreto” Campana l'ebbe da Emilio Cecchi e dalla moglie Leonetta. Basta leggere la corrispondenza per constatarlo. "Colla loro buona accoglienza" - scrive alla Cecchi Pieraccini, "mi hanno reso un po' di rispetto e di fiducia verso me stesso, ed ho potuto così liberarmi dall'ignominia" (42). Da parte di Cecchi, a quell'epoca incipiente poeta, v'è un senso d'amicizia e d'ammirazione che lo spinge a sottoporre le proprie liriche al giudizio di Campana, e persino a chiedergli che gli suggerisca un titolo "meno lontano" per una delle sue poesie (43).
Altro uomo di lettere che gli diede una mano, e che lo aiutò anche economicamente, è Lorenzo Montano. L'autore di Carte nel vento seppe vedere in Campana la sua "diversità". "aveva una guardatura sdoppiata, cioè quando vi guardava pareva vedesse insieme qualche altra cosa che stesse dietro alle vostre spalle" (44).
Ma, pur dandogli una mano, non tralasciò di notare che l'errore di Campana aveva avuto radice, forse, nello sperare "di poter campare, anche magramente, con la poesia", e nel possedere '"un grande candore intellettuale che non sempre s'accordava col tono fortemente smaliziato dell'ambiente fiorentino" (45).
Vi furono dunque quelli che l'aiutarono, e quelli che si divertirono a sue spese; quelli che gli tesero una mano, e quelli che, nell'ambiguità della “sua notte”, tralasciarono di tendergliela.
I particolari descritti possono servire a spiegare l'atteggiamento dei contemporanei del poeta di Marradi, ma non la particolare "opzione" Campana per Castel Pulci.
Come un sintomo, come un avviso premonitore della vita che avrebbe condotto in seguito, “il suo male dei quindici anni" coincide con la sua comparsa di adolescente nel mondo degli adulti di Marradi. "Dall'età di quindici anni mi prese una forte nevrastenia, non potevo vivere in nessun posto …” dichiara nel manicomio, confermando quel che già aveva detto a Cecchi un anno prima di “arrendersi”:
“Da quindici anni a questa parte tutti mi hanno sempre contestato il diritto di esistere e se non mi sono tirato un colpo di rivoltella, è stato solo per un colpevole orgoglio" (46).
Ruggero Jacobbi, in Invito alla lettura di Campana, sintetizzando i vari aspetti dell'eros campaniano (sadomasochismo; occulta fissazione materna; idea della fanciullezza come verginità insieme attraente e intoccabile, ricordo di un primo amore faentino (una donna non posseduta) spesso identificato con la Chimera, diversi dati di omosessualità, attrazione verso le coppie di donne in cui si realizzava una misteriosa unità adulta-infante, ruffiana-prostituta ecc.), avverte che “molte di queste notizie potrebbero essere interpretate da uno psicanalista, se possedesse due informazioni fondamentali, che viceversa ci mancheranno sempre: una sulla vita del ragazzo Campana nel collegio dei Salesiani, l'altra sulla effettiva realtà delle sue ribellioni e prepotenze nei riguardi della madre, nonché sulle perturbazioni di cui questa soffriva" (47).
Intorno a queste due "informazioni fondamentali" occorrerà indugiare, perché sebbene non possa dirsi che furono determinanti per l’“opzione" di Campana per Castel Pulci (la parola spetta allo psicanalista!), non credo che si possa negar loro un valore condizionante quasi assoluto.
Correva l'anno 1900. Dino ha trascorso tre anni (1897-1900) da interno nel collegio dei Salesiani di Faenza. Là, secondo la dichiarazione del compagno di classe Michele Campana, il futuro poeta ha scoperto Tasso, Ariosto, e Dante, "con la sua poesia in movimento", quella musicalità del fiorentino che, portata ad un assoluto di perfezione, si convertirà nel “tormento” della sua vita.
La scuola dei Salesiani, come un sostituto di madre protettrice, dà a Dino la possibilità di realizzarsi anche in una certa sua “diversità". Ad esempio, ai giuochi ordinari, palla al tamburello, palla avvelenata, corse, salti, Dino preferisce di sua iniziativa declamare il "duello fra Tancredi e Clorinda dinanzi a Gerusalemme …, il duello fra Rinaldo e Sacripante e quello ancor più famoso fra Ruggero e Rodomonte .... " (48). A tratti, si adatta alla vita degli altri alunni.
Così quando lo zio Torquato Campana - più tardi tutore del "minorato" di Castel Pulci - gli fa visita insieme con la moglie a Faenza, Dino si presenta "in parlatorio, tutto sudato", come un bambino senza problemi, tenendo "in mano il frustino e la trottola". "Anche i maestri dei Salesiani lo giudicano di grande ingegno, ma alquanto disordinato" (49).
Certo, questo riconoscimento dei Salesiani e l'ammirazione della madre per il figlio ("ai due anni diceva l'Ave in francese, ero da tutti invidiata"), sono dati che si riferiscono all'intelligenza del bimbo, ai quali, a quanto pare, non corrispondono dimostrazioni equivalenti per quel che riguarda il cuore. In effetti, quando Dino ritorna a Marradi, lontano dalla protezione che aveva in collegio, non riesce ad adattarsi all'ambiente, ad "integrarsi" - “Non sapevo bene i costumi che c'erano fuori, quando tornai a Marradi mi ridevano, mi arrabbiai e divenni nevrastenico. Poi cominciai a viaggiare …"
Questo non-adattamento all'ambiente lo porta a scaricare la propria aggressività sulla madre. Lo stesso anno il padre di Dino nota che il figlio comincia “a dar prova d'impulsività brutale, morbosa, in famiglia e specialmente con la mamma" (50). Perché quest'aggressività nei confronti della madre, a quindici anni? Si tratta soltanto d'una crisi d'adolescenza, che l'ambiente del collegio aveva celato, e che ora esplode?
Si sa che Dino fu allattato dalla madre - “altera della robustezza del suo bell'allievo" ma in genere s'ignora che Fanny Luti Campana soleva assentarsi di casa "per qualche giorno, all'improvviso, magari senza un motivo plausibile, almeno all'apparenza" (51), e che, anche quando era presente, più per ignoranza che per avversione, lasciava che in vece sua due zitelle - l'una, pettegola sollecita; l'altra, cristiana pietosa che raccoglie per il paese elemosine per la chiesa - allevassero il piccolo Dino.
Erano le sorelle Bianchi, Marianna e Barberina, due anziane signore che Dino andrà a visitare ogni qual volta torna a Marradi dalle sue scorribande per il mondo.
Malgrado le cure di Marianna e di Barberina, Dino non cessa di essere il "cocco" della famiglia, fino alla nascita del fratello Manlio, nell'88. In tale anno ha termine il suo regno; Marianna e Barberina, la prima più della seconda, cercheranno di dargli l'affetto che ora gli manca.
"Dopo la nascita di Manlio, il 'Cocco', Dino, passò in seconda, o per meglio dire in terza linea. Ninni (Manlio), sempre Ninni, solo Ninni. Marianna ancor più di Barberina si era affezionata a Dino. Quando veniva in casa per la questua della Chiesa mi chiedeva, come vanno su? e si sfogava con me.
Si ha da vedere, diceva lei. un povero figliolo che quando escono per il passeggio la mamma gli dice, tu Dino vai nella strada di Palazzuolo (i bassifondi di Marradi), (52), noi (Fanny e Manlio) per altra via…”
Dino, è appena il caso di notarlo perché è un dato che si riflette su tutta la sua opera e la sua vita, andò sempre "per la strada di Palazzuolo"…
Questo precedente, per di più, consente di mettere in relazione l'ultimo periodo di vita civile di Dino, allorché, abbandonato dall'amata Sibilla, "riformato" per la patria, e subendo una delle maggiori crisi della sua vita, vede che l'infanzia "s'immobilizza in una strana eco" e "s'allontana dai giorni" (53), e chiede disperatamente a sua madre che l'accompagni nel suo vagare pel mondo (54).
Le differenze col fratello sono evidenti anche nel vestire. Data la storia ch'era "disordinato", tanto valeva vestirlo "con gli abiti più brutti o gli scarti del babbo", e, se qualche volta portò abiti “di lusso", gli venivano sempre da Barberina (55).
Come per un'eco di questo fatto, vedi più tardi a Sibilla:
“A Dino non abbiamo che da salutarlo…, pregarlo a conservare quel po' di roba, camiciola specialmente, e abiti che non potremo l'anno venturo rifargli. Le porterò un abito da mezza stagione, il cappotto, camiciola e abiti da inverno vorrei averli a Marradi per conservarglieli” (56).
Rassegnata, con parole di "tono umile e un po' buio", Fanny, come chi paghi un debito, veste e calza il figlio di trent'anni, come forse non aveva fatto quando era un bimbo.
"Dino non mentiva mai, esagerava", mi confessa il cugino Lello; ma se qualche volta mentì, questa volta fu a Castel Pulci, quando dichiarò al dottor Pariani: ''Da bambino ebbi un'infanzia felice" (57).
La ribellione contro la madre non si manifesta soltanto in questi dati. Il soldato che descrive la mamma in "Prospectus”, "stecchita, abbandonata un occhio su e l'altro giù", e che nel medesimo contesto ricorda che i preti del suo paese "cantano con voce di bue" -, non c'è forse qui un riflesso del cattolicesimo di sua madre (o delle sostitute) che con ''un rosario in mano e uno scialle sulle spalle" (58) ignorava la "diversità" del figlio?
Tutta quella serie di donne che appaiono a coppie in Canti Orfici e che insieme al poeta formano quella detestata "trinità" (Contini), fino a qual punto non costituiscono un'immagine delle due donne che l'allevarono e che egli non lasciò mai di visitare, secondo quanto dice G. Diletti Campana? (59)
L'“odio alla vita” di cui parla Sibilla, il disprezzo per la donna, che strappò questo commento al suo compagno d'università Bejor: "quanto dell'animo e della sensibilità femminili erano in lui - suo malgrado - per averne tanta repulsione" (60), non sono in fondo espressioni dell'“odio” per la madre - simbolo della vita - e della fissazione materna - non occulta, come afferma Jacobbi - ch'egli non riuscì mai a superare?
Probabilmente il fatto di tirare le stoviglie dalla finestra quando era adolescente, o di essere "disordinato" (modi di richiamare l'attenzione su di sé), il farsi mantenere, calzare e vestire dai genitori fino al suo ingresso in manicomio, il fallimento degli studi universitari (in quattro anni, quattro esami) e il “prendere il partito dei più deboli” (fuggire) quando s'imbatte in una vera donna come Sibilla (nel senso che non era un'ennesima immagine da collocare nel paesaggio italiano), son tutti effetti di una stessa causa: disamore.
Per questa ragione Campana si "'autoemargina", non affronta la realtà e vive di fantasia. In questo senso Castel Pulci, se da un lato rappresenta la fuga suprema, l’evasione più clamorosa,dall'altro riflette l'esigenza di nascondersi in un immenso ventre protettivo, in cui il mondo smetta d'interrogarlo.
Dino Campana fugge, evade ''innanzi alla brutalità secolare e clericale e popolare dei marradesi e fiorentini", che con "le sue bruttezze" non gli ha permesso di metter radici in un qualche luogo. Poiché non ha patria, e si sente un esiliato nel suo proprio paese, si autodefinisce “poeta germanicus” e s'inventa una patria: la Germania (61).
Tutti i suoi viaggi - per l'Europa e per l'America Latina - esprimono appunto il tentativo di darsi una patria. Quale patria? Una patria in cui si possa vivere unicamente di fantasia e "campare solo di poesia".
Innanzi all'Italia postbellica, che inizia ad industrializzarsi e ad "elettrificarsi", innanzi al suo "fabbricare", il "proletario" Campana può solo offrire “il rumore del mare”. Per tale ragione, quando Soffici involontariamente gli smarrisce il manoscritto dei suoi Canti, il poeta di Marradi chiama "assassino" quello di Rignano sull'Arno: non perché con la sua "trascuratezza" l'abbia ucciso, ma perché l'ha privato dell'"unica giustificazione della sua esistenza" nel mondo. E così, il suo tentativo di andare al fronte, senza smettere d'esser poeta - "la guerra è cosa tremenda, ma un poeta deve fare anche questa esperienza" (62) -, è votato al fallimento già prima di concretarsi: perché del poeta è restata solo la fragile forma.
Per questo motivo esclama desolato, in una lettera a Cecchi: "Non avevo ragione di vivere prima, ma potevo avere ragione di morire, ma come morire adesso?" Al fronte avrebbe potuto giustificare la propria esistenza morendo; ma, malgrado il suo entusiasmo di andar volontario al fronte, le autorità militari di Firenze lo "riformano" definitivamente per "insanità mentale".
Ci sono tutte le premesse perché Dino Campana opti per Castel Pulci: un luogo in cui non debba giustificarsi, o cercar ragioni per vivere o per morire, ma solo cercare deliri per sopravvivere.
Al manicomio sarà un malato modello, che i medici invitano a tavola perché la sua "conversazione era ambita" (63). "Mai lo vidi furioso", mi confidò l'infermiere Ugo Orlandelli, che conobbe il poeta di Marradi nel 1925.
"Mai lo trovai", aggiunge, 'accoppiato' con altri, né mai fu necessario legarlo al letto. Il suo unico 'vizio', poverino, consisteva nel masturbarsi. Era disordinato nel vestire, ma non sudicio. Tutti lo rispettavano. Si sapeva che certi amori contrastati con una scrittrice lo avevano fatto ammattire. Io non seppi mai ch'era un uomo così importante, anche se mi resi conto che non era un infermo come gli altri, perché i medici lo trattavano come persona di rango …”
Questo particolare della "masturbazione", che Pariani stranamente non cita in nessun punto, può apparire insignificante se si considera la psicologia d'un ambiente chiuso come quello del manicomio; ma nel caso di Dino penso che abbia la sua importanza: perché quel “vizio”, e non un altro, illustra non tanto la degradazione del poeta, quanto la sua viva e consapevole frustrazione.
Alla madre dirà chiaramente nel '25, quando lei gli fa la domanda usuale: “come stai?” “Come vuoi che stia? come uno che è in manicomio” (64). ln una di quelle visite che gli fa la madre - il padre non andrà mai a visitarlo a Castel Pulci perché, come dicono i suoi alunni che lo udirono pronunciare fino alla morte, tra i singhiozzi e da solo, il nome del figlio, durante le ricreazioni nella scuola di Marradi e di Lastra a Signa, ''non gli reggeva il cuore" - Dino afferma che "l'avrebbe guarita … per mezzo dell'elettricità, (che) aveva lui … il modo ed il mezzo di guarire l'intera umanità" (65).
A Castel Pulci, finalmente, era riuscito a padroneggiare quella strana invenzione moderna, che tanto l'interessava, come testimoniano alcuni tra i suoi versi.
Sibilla Aleramo avrebbe potuto dare informazioni più precise sulla vita di Campana nel manicomio, se l'avesse in realtà visitato. Ma, diversamente da quanto s'è scritto di recente - "lo andò a visitare, irriconosciuta fino alla morte nel 32" (66) -, Sibilla vide per l'ultima volta Dino Campana l'11 settembre del 1917 nel carcere di Novara (67).
Ad Agnoletti, che tentò di raccogliere alcuni dati su Dino a Castel Pulci, le autorità sanitarie dell'asilo dissero che in quel che il poeta scriveva non c'era “ombra di senno e che il malato non era in condizioni di ricevere visite di chicchessia” (68).
Ci fu un tentativo di fargli abbandonare il manicomio per un certo tempo, verso il '24, come mi precisò Lello Campana; ma né lo zio Torquato, ch'era il tutore del "minorato", né il fratello Manlio, "se la sentirono di prendersi simile responsabilità".
Ed io credo che, a quel che pare, se il tentativo fosse stato mandato ad effetto, Dino sarebbe stato il primo a rifiutare di lasciare il manicomio, dove stava "benissimo", e dove - ho la sensazione - fece tutta l'utilissima esegesi dei suoi canti per le insistenze del dottor Pariani, avendo il timore - naturalmente infondato - che prima o poi potesse venir dimesso.
Quando Campana, secondo Pariani, appare inaspettatamente guarito nel febbraio del '31, del poeta non resta ormai neppure l'ombra: cercherà, spiega, un lavoro che non abbia nulla da spartire con la poesia.
Non si suicidò, come pure s'è detto, e neppure tentò di fuggire (69), mi confermò l'infermiere che l'aveva conosciuto a Castel Pulci. I quattordici anni trascorsi in manicomio gli avevano permesso certamente di superare la sua "diversità", di accettarsi e di accettare i suoi (madre, fratello, etc.).
Intraprendeva un'altra strada (tra poesia e vita, aveva optato per la poesia), lungi da quella "confusione di spirito" entro la quale alla maniera dei famosi “'pesci rossi" di Cecchi - prigionieri "nella palla di vetro" ma al contempo liberi in quell'acqua - s'era portato l'infinito.
Non appena morì, il 1°marzo del 1932, fu immediatamente sepolto, senza veglia funebre. Si temeva che fosse morto a causa di una peste "che serpeggiava nei dintorni", che poteva contagiare gli altri malati (circa 130, tra uomini, donne e bambini) e far mettere il manicomio in quarantena.
E quel giorno, quando scese la notte, passando sopra Firenze la luna, per lutto, si fece ancor più pallida: aveva perduto suo figlio.
Traduzione di Leonardo Cammarano
Note
(1) Per una bibliografia (non ancora esauriente), consultare: Campana, D., Opere e Contributi, a cura di Enrico Falqui, Firenze 1973, vol. l, pp. 263-280. In seguito citiamo quest'opera con la sigla: OC. Altra bibliografia può trovarsi in Galimberti, C., Dino Campana, Milano 1967, pp. 157-166.
(2) Vedi Galimberti, op.cit., p. 53.
(3) Borges, J.L., Fervor de Buenos Aires, in Obras Completas, Buenos Aires, 1974, p. 17.
(4) Ravagli, F., Dino Campana. Fascicolo Marradese, Firenze 1972, pp. 37-44.
(5) Jacobbi, R., L'esilio e la visione, in Dino Campana oggi, atti del convegno svoltosi a Firenze il 18/19 marzo 1973 (con scritti di C.Bo, E.Falqui, D.De Robertis, N.Bonifazi, S.Guarnieri, R.Jacobbi, L.Bernabei), Firenze 1973, pp. 147-152.
(6) Vedi Memmo, F.P., Paese Sera, 9-VII-'76; Jacobbi, R., Invito alla lettura di Campana, Milano, 1976, ed anche Campana-Aleramo, Lettere, a cura di Niccolò Gallo, prefazione di Mario Luzi, Firenze 1958. In seguito ci riferiremo a quest'ultimo libro con: "Carteggio", come nella 2a edizione dello stesso in OC., vol.II, pp.519-633.
(7) Pariani, C.. Vite non romanzate di Dino Campana scrittore e di Evaristo Boncinelli scultore. Firenze 1938
(8) Jacobbi, op. cit., p. 148.
(9) Epilogo dei Canti Orfici, tradotto in italiano dal poeta a Castel Pulci, dalla sua versione inglese, ispirata liberamente da Song of Myself di W. Whitman. Vedi nota 37 del presente saggio.
(10) Diletti Campana, G., Ricordi su Dino Campana (manoscritto inedito), Bologna 1965. Archivio Lello Campana.
(11) vedi OC., p. 76.
(12) Zavoli, S., Campana, Oriani, Panzini, Serra … Bologna 1959, p. 119.
(13) OC., Buenos Aires, p. 325.
(14) Jacobbi, op. cit., pp. 151-152.
(15) Ramat, S., Il "germano" e la sua notte, in OC., p. 96.
(16) Chi ha raccontato le usanze e i lavori del peòn de via (operaio nei terrapieni delle ferrovie) è il signor Alejandro Cavali, morto nel 1920. La narrazione dell'aguatero fu raccolta dall'ingegnere ferroviario Jorge Lowry.
(17) Campana, D., Pampa, in OC., pp. 69-71.
(18) Pariani, op. cit., p. 51.
(19) Ibidem, p. 19.
(20) Boine, G., in “Riviera Ligure", agosto 1915; poi in Frantumi plausi e botte, Firenze 1921, p.20.
(21) Bonifazi, N., Dino Campana, Roma 1964, p. 209.
(22) Jacobbi, loc. cit.
(23) Pariani, op. cit., p. 51.
(24) Jacobbi, loc. cit.
(25) Ibidem.
(26) Campana, D., Il più lungo giorno, 2 voll. a cura di D. De Robertis, introduz. di E. Falqui, Archivi di Arte e Cultura dell'età moderna, Firenze 1974, vol. I (riproduzione anastatica), pp. 119-129; vol. II (testo critico), pp. 71-74
(27) Pariani, op. cit., p. 51.
(28) Ramat, loc. cit., p. 119, ed anche CAMPANA, D., Il più lungo giorno, vol. I, p. 117: "Il tramonto illuminava 'el campo' deserto". In questa prima versione di Canti Orfici, C. impiega spesso termini spagnuoli che dopo praticamente scompariranno, nella versione del '14. ln questo contesto, forse, il termine ''mama", che C. utilizza nella versione autografa di "Prospectus II", potrebbe essere una reminiscenza del modo popolare italo-argentino di chiamare la madre: "mama" invece del corrente "mamà", o dello spagnolissimo “madre". Vedi "Prospettive" di Roma, II-III, 1941
(29) Contini, G., Esercizi di lettura, Firenze 1943, pp. 20-21.
(30) "La notte", OC., pp. 12-13, evoca in Argentina una ''matrona selvaggia" ed una "fanciulla in sogno", ma il poeta non è più nella pampa: "Credetti di udire fremere le chitarre là nella capanna d'assi e di zinco sui terreni vaghi della città"
(31) Campana, Il più lungo giorno, p. 117.
(32) Bonifazi, op. cit., p. 84.
(33) Campana, Il più lungo giorno, p. 73, 72 (124,121).
(34) Ramat, loc. cit., p. 101.
(35) Cimatti, P., in "Fiera letteraria", 17 marzo 1957.
(36) Montale, E., Sulla poesia di Campana, L'Italia che scrive (ottobre 1942), pp. 152-154.
(37) Campana, D., nella famosa lettera del 13 marzo 1916 a Cecchi, la cui pubblicazione integrale esigerebbe, volendo agire con giustizia, la contemporanea pubblicazione integrale della risposta del Cecchi fatta conoscere frammentariamente dal Matacotta, in "Fiera Letteraria" del 31 luglio 1949.
(38) Prezzolini, G., Il tempo della Voce, Milano-Firenze 1960, p. 589.
(39) Papini, G., Lettera a Binazzi nel Giornale ' 'La parola” (Fiesole) 2 agosto 1970.
(40) Falqui, E. Per una storia del rapporto tra Nietzsche e Campana, “La Fiera letteraria”, 14 Agosto 1953.
(41) Vedi Campana. Il più lungo giorno,vol. I, p.1; e Luzi, M., nel "Corriere della Sera”, 7-VI-1971.
(42) Cartolina postale alla Cecchi Pieraccini, 21-XI-16
(43) Lettera a Cecchi, 9-1-'16: “Leggo con vero piacere le sue poesie veramente belle. Trovo una vera delicatezza e profondità di sentimenti intimi, della finezza di coloro che ricordano Mallarmé… Trovo l'Adamo la più suggestiva. Non so suggerirle nulla benché sembri anche a me il titolo troppo lontano. Son certo che la cosa si chiarirà da sé perché la poesia è vitale".
(44) Montano, L., Carte nel vento, Firenze 1956, p. 73.
(45) Ibidem. p, 74.
(46) Lettera a Cecchi, marzo 1915. Vedi L.C.P. "Omnibus". 19-II-’38.
(47) Jacobbi, R., Invito alla lettura di Campana, Milano '76, p. 93.
(48) Campana, Michele, nel giornale "20 agosto" (numero unico), Marradi 1955.
(49) Diletti Campana, G., loc. cit.
(50) Pariani, OP. cit., Lettera di Giovanni Campana al professor Angelo Brugia, direttore del Manicomio d'Imola, il 13 sett. 1906, pp. 12-13.
(51) Gerola, G., Dino Campana. Firenze 1955, p. 9.
(52) Diletti Campana, loc. cit.
(53) Campana. L’infanzia nasce, OC., p. 450.
(54) Gerola, op. cit., p. 57,
(55) Diletti Campana, loc. cit.
(56) Vedi Carteggio. OC., p. 605, e anche Lettera. LVIII, p. 590
(57) Pariani, op. cit., p. 45.
(58) Intervista con Maria e Mariannina Capelli, cugine del poeta; Marradi, 4-VII-1976. La frase citata è di Mariannina, vedova Capelli.
(59) Insieme al manoscritto di Giovanna Diletti Campana v'era anche un foglietto staccato ove ora si legge; “Marianna e Barberina portavano il cognome Bianchi …”, e nel manoscritto, parlando delle due anziane donne (le Bianchi), la Diletti afferma: "Dimenticavo scrivere che finché vissero le sue due vecchiette (Dino), non passò giorno che non andasse a trovarle"
(60) Bejor, M., Dino Campana a Bologna, 1911-1916, Bagnacavallo, 1943, p. 39.
(61) Vedi Lettera a Cecchi, 13 marzo '16, in Cecchi Pieraccini, L., "Omnibus", 19-II-’38. Nel trascrivere la lettera, L.C.P. ha sbagliato la data. La lettera non è del maggio 1916, bensì del 13 marzo, come si rileva dalla data di risposta di Cecchi, che aveva l'abitudine di segnarla in tutte le lettere ricevute.
(62) Campana, Michele, loc. cit.
(63) Diletti Campana, loc, cit.
(64) Intervista a Maria e Mariannina Capelli. Vedi nota 58.
(65) Diletti Campana, loc. cit.
(66) Cambria, A., Femminista o superdonna? "Il Messaggero". 14-VIII-'76.
(67) Vedi "Testimonianza", di Sibilla Aleramo su Dino Campana (manoscritto inedito), Roma 1950, depositata presso l'Ist. Gramsci: "Ottenni di rivederlo attraverso le sbarre (del carcere di Novara, 11-IX-’17. Egli singhiozzava, mi chiamava Rina, Rina, mi baciava le mani fra i ferri… Ripartii per Milano. Non lo rividi più. Qualche mese dopo seppi da Cecchi che era tornato in Toscana e là rinchiuso in manicomio, dove morì 14 anni dopo …".
(68) Agnoletti, F., ved. Cecchi Pieraccini, loc. cit. Indubbiamente Agnoletti mutò atteggiamento nei riguardi di Campana, andando a fargli visita in manicomio. In una lettera inedita a Sibilla, scritta da Agnoletti il 5-IX-'17, si leggono queste parole: “Non solo ho pensato e penso molto a te, ma da Cecchi l'altro giorno avendo saputo tutto, ho un impeto punitore in cuore, nelle membra, di cui dovrà avvedersi il barbaro non enorme (Campana) come dicesti tu, ma vile".
(69) Il giovane cineasta di Lastra a Signa, Marco Moretti, allude al suicidio nel suo recente e obiettivo film dedicato al poeta; invece Ruggero Jacobbi allude alla "smania di fuga" nel suo già citato Invito alla lettura, p. 29.