Ardengo Soffici

 

 

Soffici e Campana a La Verna

 

di Silvano Salvadori 

 

 

ARDENGO SOFFICI. “Giornale di Bordo” 1913

La Verna 27 Agosto

Poco eroico e un tantino ridicolo, a cavallo su questa ciuca bigia, chi mi vedesse, in giorno di domenica, per i lungarni di Firenze, per esempio. Ma qui su questo calvo Calvano solitario come il polo, calcinoso, arrabbiato nella sua pietrosità cubistica di paese donchisciottesco e francescano. Qui, a piè del ruinoso e duro sasso, ritto e irto d’abeti neri sul fondo ghimè puro di un cielo giottesco, anche lo spirito cavalca una bestia primitiva, testarda; tutt’al più leggermente ironica negli occhi triangolari….

Leggo alla trattoria delle Beccia la frase interrotta: volevo notare qualche mia impressione della Verna in questo luogo di pellegrinaggi mistici.

Prima sono stato due giovani frati che scendevano di contro a me giù per la strada ombrosa ed odorante di ragia nella mattina ventilata. Scendevano leggendo compunti, in un loro libretto rilegato di pelle nera e rosso sul taglio. La pace era con loro e la comunicavano al viandante traviato. “ Sarebbe dolce – pensavo – poter trovar così riposo dell’anima in qualche frase latina obliterata dal tempo e dalla consuetudine della lettura giornaliera. Alla fine forse l’uomo stanco delle sue meditazioni….”. 

Ma a un gomito della strada i due monaci erano spariti. Non li ho rivisti – non visto – che parecchio più giù ad un’altra svoltata. Non avevan più libro, ma in compenso che robusta vitalità! Uno spintone dell’uno aveva mandato l’altro a sbattere in un abeto, e quello a ridere, la tonaca tirata su, e a correre sul compagno schiamazzante, misurando cazzotti sulla chierica bigia, nelle lonze e pedate nel culo.

I miei pensieri hanno ben dovuto prendere un’altra direzione.

Per una antica postierla entro nell’orto del convento cui limita in fondo il tergo del fabbricato, lunga muraglia biancastra, bucata in più file di finestre aperte. A ogni finestra brache, camicioloni e cocolle luride appese al sole tra il ronzio violento delle mosche ebbre di sudiciume. Giù da ogni davanzale scende fin quasi a terra uno colaticcio di zuppe rovesciate in confuso, di fondiglioli di caffè, d’olio da lumi, di brodaglie, e di vomiti forse che l’estate rigonfia.

Improvvisamente, di tra i filari di viti e di pomidori, sbuca un frate in zucca, calvo, sudato, lustro, infiammato, apoplettico; stringendosi al petto, come un satiro una ninfa che si prepari a stuprare, un fiasco di vino……..

Davanti alla porta dell’osteria, Fra * appoggiato con le due mani al bastone, titubante, la faccia paonazza di vecchia sdentata nell’ombra della monachina di paglia, tien testa, sbavando, alle oscenità dei clienti e delle comari.

E’ briaco e i ragazzi gli ballan dintorno, lo tiran per il cordone bianco, per il cappuccio della tonaca….

Ma ciò che non dimenticherò mai è questa turba di femmine grasse, accaldate, sfiancate e poppute erompente per il cancello nella prateria scoppiante di sole, dietro alle vacche aggiogate alle tregge cariche di fieno, spinte innanzi a urli e legnate, come in un baccanale, da frati bifolchi sbracati e la testa infiammata coperta da una pezzola bianca, ritenuta…

 

(Commento)

Dunque nel L.G  l’intento di Dino è di affiancarsi al gruppo che dirige Lacerba e premette al libretto quel brano di Soffici sull’arte. Da Lacerba, che Dino legge fin dalla sua uscita attentamente, riprende la citazione di A.G. (che lui non sa quale autore indichi): “Essere un grande artista non significa nulla: essere un puro artista ecco ciò che importa

Il brano di Soffici centra il pensiero di Dino sulla poesia:

quello che importa però è la sua musicalità… quello stato in cui si trova talvolta l’anima, stato elementare armonico con tutte le cose, disinteressato, estraneo ad ogni contingenza. Un flusso di simpatia col mondo… in contatto e fusione con l’eternità dei fenomeni sensibili.

Dino dopo La notte ed una serie di liriche, vi scrive Il mattino – Il pellegrinaggio, il testo dell’ascesa e dalla cadenza di poema.

Probabilmente scritto in diretta sui ricordi e forse alcuni appunti non sistematici, Campana vi rivela un intento mistico che forse poco si addiceva ai lacerbiani. Risulta evidente dal confronto col viaggio di Soffici dell’Agosto del 1913. Il testo di Campana deve precedere quello di Soffici, tanto è vero che alcuni spunti (“pietrosità cubistica”) vengono aggiunti in un capitolo della revisione del testo per i C.O., ma molti elementi accomunano i due testi, come già evidenziato dal fondamentale commento della Ceragioli, ricordato nel recente saggio di Sandrini su “La Verna” e sottolineato ancora da Giovannuzzi nei due ultimi convegni.

Il ciuco è all’inizio di entrambi; neri abeti corrisponde a nere selve; gli occhi triangolari della ciuca al rettangolo della testa di Cerere; il cielo giottesco al Leonardo divino primitivo ; il Frate * calvo ad un frate…; il baccanale di frati bifolchi alla processione della Via Crucis;  il Ma ciò che non dimenticherò mai col A lungo ricorderò la... Tutto sembra contrapporsi in Dino.

Se la redazione campaniana fosse posteriore a Soffici ci sarebbe una volontà di riscatto del luogo sacro e il successivo capitolo (Giogo) ne sarebbe una ulteriore precisazione, al momento sfuggita. Ma la questione è complessa e difficilmente risolvibile.

Dino non poteva negare il suo impianto cristiano e mistico che, anche se non in linea con la visione sofficiana, era riscattato certo dalla forza della descrizione poetica completamente in linea con l’idea di Soffici.