il tempo e la speranza

 

di Rino Dal Sasso

 

da: Vie Nuove, 12 Aprile 1958

 

 

Ringrazio di cuore l'amico Claudio Mercatali di aver condiviso questo importante articolo uscito su Vie Nuove. E' magnifico!

(paolo pianigiani)

 

 

 

 

Chi è Dino Campana? E’ una domanda legittima per la maggior parte, credo, degli italiani anche di media cultura. E se pure alcuni sanno che è un poeta, e magari che morì qualche decina di anni fa in un ospedale psichiatrico, la loro conoscenza non va molto più a fondo. E' questo un destino che ha accompagnato molti dei nostri maggiori poeti, specie se ribelli e non mai convertiti a celebratori e retori della nostra borghesia. 

 

Avviene così che di questi « irregolari » si parli solo in rare occasioni, per anniversari o felici iniziative: come questa della stampa dell'epistolario, rapido, drammatico, convulso, tra Sibilla Aleramo e Dino Campana, nelle edizioni di Vallecchi (Campana-Aleramo Lettere, edit. Vallecchi, Firenze, 1958 Liте 1000).

 

Ha fatto bene la Aleramo, se pure dopo tanti anni (quaranta, ormai), a consentire la pubblicazione (ha posto ad unica condizione che nessun utile gliene venisse). Veniamo intanto alle notizie. Dino Campana è nato a Marradi, in Toscana, il 20 agosto del 1885.

Il padre era maestro elementare e su quaderni e fogli ch'egli usava, si troveranno scritte non poche poesie di Dino. « L'infanzia (lasciò scritto sua madre Fanny) e l'adolescenza di quel figliuolo è stata meravigliosa. Pacifico bello grasso ricciuto, intelligente di due anni diceva l'Ave in francese, ero da tutti invidiata. Di un'ubbidienza e bontà eccezionale, i suoi professori di ginnasio e liceo lo dicevano un ingegno non comune, a noi genitori dicevano sarà la loro consolazione ».

 

Poi un turbamento dell'animo e della mente. Lo annota Campana stesso:

«Dalla età di quindici anni mi prese una forte nevrastenia, non potevo vivere in nessun posto. A quindici anni andai in collegio in Piemonte: a Carmagnola, presso Torino. Più tardi all'Università di Bologna. Non riuscivo in chimica. E allora mi diedi un po' a scrivere e un po' al vagabondaggio ». Si era iscritto alla facoltà di chimica « per errore e non ci capivo nulla. Non la capivo affatto. La presi per errore, per consiglio di un mio parente. Io dovevo studiare lettere. Se studiavo lettere potevo vivere. Le lettere erano una cosa più equilibrata, il soggetto mi piaceva, potevo guadagnare da vivere e mettermi a posto. La chimica non la capivo assolutamente, quindi mi abbandonai al nulla ». 

Siamo già intorno al 1900; è cominciato il decennio dorato della nostra borghesia, il decennio della « prosperità » giolittiana, che vedrà Carducci incoronato del premio Nobel, D'Annunzio inventare per le trepidanti borghesi in vena di emozioni un costume amoroso ricco di misteriose parole e di alcove sontuose, il futurismo celebrare le nuove macchine, e intonarsi la trepida voce dei crepuscolari...

Quest'uomo, poco più che ragazzo, è preso da una furia (« si tratta di una forma psichica a base di esaltazione»): ed eccolo a Imola, in osservazione per quasi due mesi; eccolo ancora sotto l'occhio dello psichiatra a Tournay nel Belgio e a Firenze nel 1909. 

Nei momenti di pace della sua «confusione di spirito» (che lo faceva commettere «ogni sorta d'errori ciascuno dei quali egli dovette scontare con grandi sofferenze»), scrive versi, in cui la tensione è portata al massimo grado, e colori e immagini si fondono in esempio: temprare i ferri; tempravo una falce, un'accetta. Si faceva per vivere. Facevo il suonatore di triangolo a Buenos Aires.

Facevo tanti mestieri. Sono stato ad ammucchiare i terrapieni in Argentina. Si dorme fuori nelle tende. E' un lavoro leggero ma monotono. In Argentina avevo disimparato persino l'aritmetica. Se no mi sarei impiegato come contabile... Ho fatto il carbonaio nei bastimenti mercantili, il fuochista. Ho fatto il poliziotto in Argentina, ossia il pompiere: i pompieri là hanno qualche incarico di mantenere l'ordine.

Sono stato ad Odessa. Mi imbarcai come fuochista, poi mi fermai ad Odessa. Vendevo le stelle filanti nelle fiere. I Bossiaki sono come zingari. Sono compagnie vagabonde di cinque-sei persone. Il tiro a bersaglio fu in Svizzera. Varie lingue le conoscevo bene... Alcuni mesi sono stato in prigione. Due o tre mesi in Svizzera, a Basilea; per rissa. Avevo letigato con uno svizzero: delle contusioni. Non fui condannato. Avevo un parente, mi raccomandò. In Italia, arrestato, e poi un mese di prigione a Parma verso il 1902-1903.

Sono stato al manicomio di Imola, dal professore Brugia: ci stetti quattro mesi. Nel Belgio, dopo Imola, al manicomio di Tournay, altri quattro mesi »: è la sua voce « voce di tono medio mimica e gesti misurati, maniere gentili », che racconta. Non rammenta più le date e i luoghi precisi. Si trova ora a Castel Pulci ormai dal 1918; da dove non uscirà mai più, sino alla morte il primo marzo del 1932.

 Ma ecco il Viaggio a Montevideo:

 

lo vidi dal ponte della nave

 i colli di Spagna

svanire, nel verde

dentro il crepuscolo d'oro la bruna terra celando

come una melodia...

Ma un giorno

salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna

da gli occhi torbidi e angelici

dai seni gravi di vertigine. Quando

 in una baia profonda di un'isola equatoriale

in una baia tranquilla e profonda assai più che il cielo nottuтпо

noi vedemmo sorgere nella luce incantata

una bianca città addormentata

ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti

nel soffio torbido dell'equatore…

  

E se nei caffè dell'Argentina suonava il piano, «quando non avevo denaro; suonavo nei ritrovi, nei bordelli. E poi andavo a girare nella campagna»: nelle prigioni e negli ospedali d'Europa incontra una umanità dolorante.

Ecco il russo incontrato a Tournay «in una specie di casa di salute, perché non avevo posto fisso, avevo quella smania di instabilità»...): «era uno dei tanti Russi che girano il mondo, che non sanno che fare. Sono un po' intellettuali, scrivono, fanno una cosa o l'altra, muoiono di fame per lo più. Trovano il cambiamento all'estero di idee, complottano per rimodernare la Russia e poi li mandano in Siberia». 

E le immagini si accavallano, si fondono, una terra rammenta l'altra, la costa dell'Uruguay ricorda Genova, il destino dell'uomo (del proletario) gli appare comune: 

 

Sull'Alpe c'è una scaglia di lavoro

del povero italiano...

Italia

ti amo con smisurato dolore

e brilla la scaglia del cuore

del tuo lavoro che si tingerà

sotto la luce dei picchi irsuti

hai fatto strada per le montagne

con poco canto con molto vino...

 

Non è l'Italia colonialista di Pascoli o D' Annunzio (« anarchico e imperialista non vanno d'accordo»,dirà di sé lo stesso Campana); né quella verbalmente rivoluzionaria dei futuristi («i futuristi li trovavo vuoti»). Nel 1914 fu stampato Canti orfici a Marradi, dedicato sarcasticamente «A Guglielmo II imperatore dei Germani».

E mentre stampa sparsamente dei versi su qualche rivista diretta da amici (egli in Italia vivrà dell'aiuto che gli viene dal padre, di qualche guadagno letterario, ma di poco conto, e di ricovero: « il mercato librario in Italia è assolutamente nulla per il mio genere»), vende egli stesso nei caffè di Firenze alcune copie dei Canti...

Ed è nei dintorni di Firenze, dove si trovava quando scoppiò la guerra e mentre la guerra infuriava, che conosce Sibilla Aleramo.    

 

Una donna, il romanzo che rivelò la Aleramo, era apparso da dieci anni ed era già stato tradotto nelle principali lingue del mondo. Ella usciva da un'esperienza umana di prim'ordine. La rottura con gli schemi della vita borghese l'aveva portata in una direzione esattamente opposta all'esaltazione dannunziana. Nei primi anni del secolo s'era dedicata alla lotta contro la miseria e l'arretratezza dell'Agro romano e aveva trascinato nella sua opera un uomo vicino al movimento socialista, poeta e гоmanziere, Cena.

 

Negli anni di guerra Sibilla viveva a Firenze: ma già aveva conosciuto i maggiori scrittori europei, da Anatole France a Verhaeren, da Gorki a D'Annunzio stesso, s'era recata a Parigi in aereo, conosceva l'Europa. Il dramma (perché di questo si tratta) d'amore con Campana ha inizio nel nome di un poeta caro a entrambi, Walt Whitman.

Se Campana amò sempre con il furore e il sanguigno slancio con cui aveva vagabondato, scritto versi, polemizzato: Sibilla Aleramo aderiva con fascino e trepidazione, con il solerte e totale abbandono che già in Una donna s'era rivelato.

Ella non sapeva (ci si permetta questa indiscrezione) della malattia di Campana. Né egli gliene parlò. Fu dunque un turbine. Le prime lettere sono preparatorie dell'incontro: 

«Prenderò dunque l'automobile a S. Pietro giovedì mattina alle sette e scenderò a Rifredo, a meno che il conduttore non mi dica che Barco vien prima, nel qual caso mi aspetterete a Barco, sta bene?... E io spero che nulla mi impedisca di venire. Forse resterò anche la sera - siamo poeti notturni, le stelle ci propizieranno l'avvenire »...

Dopo l'incontro, è quasi solo la Aleramo che scrive, lettere di estrema passione e nobiltà. Ecco la prima lettera dopo l'incontro: 

 «Perchè non ho baciato le tue ginocchia? Avrei voluto fermare quell'automobile giù per la costa, tornare al Barco a piedi, nella notte, che c'è il tuo petto per questa bambina stanca. Tornare. Come una bambina, questa del ritratto a dieci anni.

Non quella che t'ha portato tanto peso di storie di memorie affannose, che t'ha parlato come se stesse ancora continuando il suo povero viaggio disperato, come se non ti vedesse, quasi, e non vedesse lo spazio intorno, le quercie, l'acqua, il regno mitico del vento e dell'anima...

Tu che tacevi o soltanto dicevi la tua gioia. Sentivi che la visione di grandezza e di forza si sarebbe creata in me non appena io fossi partita? Nella tua luce d'oro. E non ho baciato le tue ginocchia. 

I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo.

Non ho saputo che abbracciarti. Tu che m'avevi portata così lontano. Che il giorno innanzi ascoltavi soltanto l’acqua correr fra i sassi. Oh, tu non hai bisogno di me!

E' vero che vuoi ch'io ritorni? Come una bambina di dieci anni. E' vero che mi aspetti? Rivedere la luce d'oro che ti ride sul volto. Tacere insieme, tanto, stesi al sole d'autunno. Ho paura di morire prima. Dino, Dino! Ti amo.

Ho visto i miei occhi stamane, c'è tutto il cupo bagliore del miracolo. Non so, ho paura. E' vero che m'hai detto amore? Non hai bisogno di me. Eppure la gioia è così forte. Non posso scriverti. Verrò il 19, dovunque. Il 14 resterò qui; a Firenze andrò poi per un giorno.

Son tua. Sono felice. Tremo per te, ma di me son sicura. E poi non è vero, son sicura anche di te, vivremo. siamo belli. Dimmi. lo non posso più dormire, ma tu hai la mia sciarpa azzurra, ti aiuta a portare i tuoi sogni? Scrivimi! 

                                                                                                                                                      Sibilla».

 

NELLA VITA, QUELL'AMORE di Campana appare come un lampo di liberazione, una speranza di guarigione, di lavoro e di quiete: «Voglio guarire, credere ancora», scrive a un'amica. Sibilla stessa comincia ad intuire lo stato reale di Campana. E nello slancio del cuore (la mamma stessa di Campana comprenderà questa capacità di sentimento anche materno, di trepida attenzione della donna che suo figlio ha incontrato), gli scrive ancora:

 « Dino, bisogna esser forti, stringersi, non lasciarsi. Io sto male, io la tua arnica. E tu, amore mio, anche tu soffri, lo sento. Ci amiamo, perché non vogliamo vivere? Dino. Le ultime notti: sentivo quando mi abbracciavi, e mi dicevi, che c’è ancora tanto vigore in me. E in te c'è tanto sole. Stretti, siamo una cosa miracolosa. Dobbiamo vincere. Un male di quindici anni, tu hai detto... Si, e anche per me. Sono quindici anni che son partita da mio figlio. Io son la tua amica. Lavorerò. Rientriamo insieme nella vita. Che ci vedano, belli, non soltanto nella nostra poesia, che ci amino per la nostra gioia, per la nostra vittoria. In questi giorni (e pur sto tanto male, sai, ho tanto freddo, ti cerco ti cerco) ho scritto a tanta gente; verrà qualche aiuto, non temo più, potremo aspettar, senza affanno, !a fine della guerra, e poi andremo in Francia. Ma non stiamo staccati. ora. Dino, amore santo. Non posso viverti lontana. E t'ho carezzato così poco. Stavi tanto male, avevi paura che non t'amassi, che non sentissi cos'eri per me, che ti credessi irreale, anche tu... Amor mio solo. Non avremo più paura, ora. Abbiam pagato. Stringiamoci. Dino, abbiamo degli anni pieni dinanzi. Finché sarò bella e forte. Poi sparirò. Che tu abbia avuto tutta un'anima da adorare, da far felice in sua morte. E' la nostra sorte. Hai detto che mi tieni, se voglio... Dove sei? Lo senti che non si può più lasciarci? »

 

Ma il male lo riprende: scompare, viaggia, nessun aiuto gli serve. Ecco improvvisa la lettera dell'8 marzo:

«Egregia Sibilla, il mio silenzio deve avervi significato che nulla è più possibile tra noi. Voi avrete dunque rinunciato al progetto del vostro viaggio quassù. Già vi dissi che preferivo uccidermi piuttosto che vivere con voi. Questa mia decisione è consolidata. Lasciatemi dunque perdere. Sento che non potrò mai più perdonarvi… ».

Un telegramma successivo cerca di riparare («Perdona vieni subito»), ma accorata e delusa è la risposta della Aleramo:

«Perdonarmi? D'esserti venuta vicino, d'averti creduto un uomo libero e grande, di averti «preso sul serio», vero Campana? D'aver durato il martirio più infame, per amore, per speranza invincibile di miracolo?...».

Vi saranno ancora tentativi di ripresa, e abbandoni, e smarrimenti, fino al gennaio del 1918:

«Se credi che abbia sofferto abbastanza, sono pronto a darti quello che mi resta della mia vita», ma questa lettera di Dino porta un pietoso e triste indirizzo: «Manicomio di S. Salvi, Firenze». 

E' una dolorosa vicenda, su cui non si può insistere, che solo con estrema pietà si può conoscere. E che pure getta molta luce sul destino terreno di un poeta fra i maggiori che l'Italia abbia avuto e sull'anima e la sensibilità d'una donna nobilissima, la cui voce poetica ha il fascino e la virtù della naturalezza, il dolce abbandono, senza orpelli retorici e false ambizioni, che caratterizza tutta la sua vita. Si leggano, per cogliere la personalità di questi due poeti, alcuni versi ispirati al loro amore.

 

Scrive Campana:

Sul più illustre paesaggio

 ha passeggiato il ricordo

col vostro passo di pantera

sul più illustre paesaggio

il vostro passo di velluto

e il vostro sguardo di vergine violata

il vostro passo silenzioso come il ricordo

affacciata al parapetto

sull'acqua corrente

i vostri occhi forti di luce.

 

Ed ecco Aleramo, in una delle sue liriche giustamente giudicate fra le più vive:

 

Rose calpestava nel suo delirio 

e il corpo bianco che amava.

Ad ogni lividura piú mi prostravo,

oh singhiozzo, invano, oh creatura!

Rose calpestava, s'abbatteva il pugno,

e folle lo sputo su la fronte che adorava.

Feroce il suo male più di tutto il mio martirio.

Ma, or che son fuggita, ch'io muoia, muoia del suo male.

 

SI E’ PARLATO di una vita «maledetta», si è paragonato Campana a Rimbaud: sono discorsi  che van fatti con cautela e che possono dar luogo a una immagine retorica e facile di Campana stesso. Egli, in una modestia che va sottolineata, anche per dissipare il sospetto ch'egli pensasse in termini di «superuomo», varie volte indica quale era il suo intento, cosa voleva ottenere scrivendo versi:

«Sono note musicali», diceva, «sono stati di fantasia. Sono colorismi più che altro. Sono un effetto di colori e di armonia: una armonia di colori e di assonanze... Cercavo di armonizzare dei colori, delle forme. Nel paesaggio italiano collocavo dei ricordi».

Noi sappiamo che queste semplici preposizioni rivelano l'ambizione di creare una lirica nuova, spasimante, intensa e tutta necessitata: una lirica quasi impossibile, in cui nulla fosse lasciato al caso o all'abitudine.

Ma proprio per questo essa esige un'attenzione e una solerzia che il gusto e la sensibilità postdannunziani hanno guastato. Proprio per questo bisogna non compiere facili identità tra la sua vita e la sua poesia (la quale semmai era ambizione propria del dannunzianesimo).

Esse si incontrano di certo, talvolta: ed è quando il suo vagabondare corrisponde alla sua volontà di rompere i grigi confini dell'Italia meschina e pur burbanzosa, ignara del vero destino degli uomini, delle sofferenze dei suoi figli; quando la sua lirica diventa l'emblema di una condizione umana, storica, di dolore: 

 

 Il tempo miserabile consumi

me, la mia gioia e tutta la speranza

venga la morte pallida e mi dicа

pàrtiti figlio...

 

E si popola, allora, di bisogno di vita autentica, « popolare », sanguigna:

 

Irraggia lo splendore orientale

Genova nelle donne dalla testa

sibillina, dal carco profumato

della lor chioma grave lungo attorta

Genova in sogno tra il brusio confuso

Genova marinara che fa festa

sotto la torre orientale...

 

E' una poesia che attende dunque ancora il suo tempo, che ancora non è penetrata nella coscienza degli italiani: anche se già gli studi si moltiplicano, è vero; e se la lettura si è fatta più attenta e comprensiva. «Si sentiva che era un uomo есcezionale», ricorda Sibilla Aleramo, che non ama parlare di quel tempo remoto e pur vicino ancora e dolorante. E che tuttavia ha accettato di affidare alle stampe questo segreto epistolario per dare la sua testimonianza di un poeta fra i più alti che abbiamo avuto nell'ultimo secolo.

 


 

Un ricordo di Carlo Salinari su Rino dal Sasso