Come lavora il genio
Il Villon ritrovato e altre scoperte nel 140° anniversario della nascita
di Dino Campana
A cura di Leonardo Chiari e Walter Scarpi
Centro Studi Campaniani “Enrico Consolini” Marradi
Editore: Tempo al libro, Faenza, 2026
Era l’11 maggio 2025 quando il Centro Studi Campaniani di Marradi comunicò una notizia clamorosa della quale si occupò la stampa non solo nazionale: la scoperta di inediti campaniani.
Leonardo Chiari, ricercatore e vicepresidente del Centro, era stato protagonista di un ritrovamento straordinario; un libro di cui si conosceva l’esistenza (negli anni 40 il poeta Franco Matacotta ne aveva scritto più volte) ma che nonostante questo era sfuggito all’attenzione degli studiosi diventando irreperibile.
Si tratta di un’edizione parigina del 1910 delle Opere di François Villon, leggendario poeta maudit vissuto in Francia nel tardo medioevo: la copia ritrovata è quella che Dino Campana portava in viaggio con sé e sulla quale annotò nei margini bianchi, come su un taccuino, bozze di nuovi versi e varianti finora sconosciute di suoi testi celebri.
La mostra “Come lavora il genio” tenuta a Marradi dal settembre al dicembre 2025 ha permesso al pubblico di vedere esposto per la prima volta in assoluto il volume ritrovato e una parte cospicua di libri che furono oggetto di letture del poeta; è stata un’autentica,
emozionante immersione nel laboratorio poetico di Campana.
Oggi la stampa del volume dedicato all’evento ci permette di non disperdere il ricco apparato documentale prodotto, mettendolo a disposizione di tutti gli studiosi.
Non solo: la pubblicazione ha permesso di fare il punto delle ricerche che il Centro Studi ha stimolato negli ultimi due anni.
Oltre al catalogo della mostra, il libro “Come lavora il genio” raccoglie, nella seconda sezione, 14 articoli inediti relativi alle ultime scoperte.
Alcune promettono di rivoluzionare paradigmi consolidati. È il caso per esempio della leggenda del manoscritto perduto, del quale si occupa l’articolo “La fine di un mistero” del ricercatore Giovanni Cavagnini.
La leggenda del manoscritto perduto deve essere superata dalla storia del manoscritto recluso, celato, trattenuto, trascurato. La biografia di Campana dovrà essere aggiornata, le antologie scolastiche corrette e integrate da almeno una riga: Soffici evitò di restituire a Campana il manoscritto che definiva perduto nonostante lo avesse già ritrovato prima del 1927 e lo abbia tenuto fino alla morte nel suo studio.
È noto che nel dicembre 1913 Campana consegnò a Papini e Soffici il prezioso manoscritto in copia unica che raccoglieva le sue fatiche letterarie, sperando che i due eminenti intellettuali lo aiutassero a pubblicarle. Avendo ricevuto una proposta non
soddisfacente (la pubblicazione di estratti sulla rivista Lacerba) chiese la restituzione del manoscritto, che non vide mai più. Inutili le sue ossessive lettere degli anni successivi, inutile minacciare che “verrò a Firenze con un buon coltello e mi farò giustizia dovunque vi troverò”.
Soffici ha dichiarato nei suoi scritti di aver purtroppo perso di vista il manoscritto durante un trasloco. Il manoscritto venne pubblicato col titolo originale “Il più lungo giorno” solo nel 1971, anni dopo la morte di Soffici.
L’apertura è affidata al decano Gianni Turchetta, autore del Meridiano Mondadori dedicato al poeta marradese nel novembre 2024, opera necessaria che colloca definitivamente Campana nel canone dei grandi autori. Il Meridiano “Campana, L’opera in versi e in prosa” è il libro più citato all’interno di questa stessa guida, testo che non smettiamo di raccomandare per la sua ricchezza.
Turchetta ci regala in quest’articolo qualche gustoso e ironico “dietro le quinte” della sua carriera di ricercatore che comincia a Marradi negli anni 80 con la vittoria del premio istituito dal Comune: quel primo studio diventerà la base imprescindibile della biografia sempre aggiornata che introduce da quarant’anni i lettori italiani alla scoperta di Campana.
Leonardo Chiari ci conduce passo passo, un’intuizione dopo l’altra, lungo l’indagine che ha portato alla scoperta del Villon ritrovato. Si dà qui contezza per la prima volta delle pagine annotate da Campana con autografi inediti. Fa impressione vedere quanto la rete
di citazioni e prelievi da testi di altri autori sia fitta e profonda: la biblioteca di Campana è tesa in filigrana nella scrittura di ogni singolo paragrafo, come evidenziato nella pagina di La Verna che ha rappresentato la base di partenza dell’indagine di Chiari. Si apre una
stagione nuova per la ricerca, che dovrà rileggere Campana alla luce della sua frequentazione, ormai indiscutibile, della poesia di Villon, il primo autentico poeta maudit francese con cui è indubbio il nostro sentisse una comunanza.
Inedita è la tesi di laurea di Franco Matacotta, di cui pubblichiamo l’ampia sezione dedicata a Campana: realizzata appena 6 anni dopo la sua morte, ci risulta che sia la prima tesi dedicata al poeta. Contiene preziose notizie di prima mano, desunte dalle conversazioni dell’autore con Sibilla Aleramo, all’epoca sua compagna, quali:
“Campana si ripeteva un versetto fino alla stanchezza, pur di scoprirne l’armonia definitiva,
essenziale”.
Matacotta si addentra nel cuore tragico dell’opera campaniana, nel suo carattere orfico, soppesandone il significato mitico. L’autore ricorre spesso alla fonte originaria, le parole e i versi del poeta, rimontandone sequenze omogenee in un itinerario
di lettura originale, spina dorsale di questa antologia essenziale.
Cino Matacotta, nella cui biblioteca paterna è stato riconosciuto il Villon al centro della mostra, ha custodito per intero un patrimonio culturale unico salvaguardandolo dalla dispersione a cui altri fondi anche cospicui vanno purtroppo incontro per incuria.
Con “Dino Campana a casa mia” Cino produce una sorta di Telemachia: anche qui un figlio è sulle tracce del padre, amplificando la portata simbolica del libro ritrovato.
“Questi pezzi di carta, intendo i reperti materiali, le loro macchie e strappi, le matite e le penne che li vergarono, il tremore delle mani che le impugnarono, rappresentano per me un dono inaspettato che sento il dovere di condividere”.
Stefano Fumagalli, autore di “Nel segno di Campana” ci aiuta a capire Franco Matacotta come autore tracciandone un profilo biografico allargato ai suoi interessi di lettore e alla sua attività letteraria estremamente selettiva. Le traduzioni dai poeti russi curate da Matacotta appena ventenne testimonia che l’autore si occupò non solo di poeti con i quali avvertiva una particolare affinità (Esenin), ma anche, enciclopedicamente, di nomi dai quali si sentiva artisticamente distante (Gumilëv).
Le traduzioni sono tuttora inedite.
Stefano Drei argomenta una lettura critica inedita del Canto della Tenebra, una delle pagine su cui il poeta ha lavorato di più lasciandone numerose varianti. La chiave interpretativa trova la sua matrice in Poe, nel suo nevermore transitato attraverso una
traduzione di Pascoli. L’atto evocato di un suicidio è qui messo al centro della composizione.
Perché il manoscritto originale ha il titolo “Il più lungo giorno”? È ancora Stefano Drei a portarci al cinema in una notte d’estate di più di un secolo fa, quando il cinema era ancora una novità, un’attrazione da fiera.
Non una notte qualunque: il 21 giugno 1906. Il giorno del solstizio d’estate è letteralmente il giorno più lungo dell’anno.
Da qui, secondo la tesi di Drei, infaticabile cacciatore di documenti ed esploratore d’archivi, deriva il titolo finora misterioso Il più lungo giorno. Tutta la prima parte dei Canti Orfici, la Notte, ruota come un perno attorno a quella data. Drei è riuscito a ritrovare la locandina dello spettacolo cinematografico proiettato quella sera a Faenza, spettacolo che corrisponde puntualmente alla descrizione che ne fa il poeta.
Dopo aver assistito, stregato, alla proiezione cinematografica in compagnia di un’amica (forse per un ultimo saluto), Campana fuggì in treno verso la Svizzera determinando la prima grande rottura con la famiglia, fuga che comportò al suo rientro il ricovero forzato nel manicomio di Imola.
Un giorno determinante nella biografia di Campana, uno dei primi autori a trasporre in tecnica poetica il linguaggio del cinema con i suoi movimenti di macchina, le dissolvenze incrociate, le visioni in soggettiva, dopo essere stato abbagliato dalla novità travolgente di
un’arte nuova in una notte d’estate.
Nel 140° anniversario è accaduta un’altra importante novità: la casa della famiglia Campana è stata ceduta dagli eredi diventando patrimonio pubblico. Ne approfittiamo per fare, con l’articolo “Una visita a casa Campana” di Walter Scarpi una rapida escursione
in quegli spazi già destinati a diventare museali.
Uno spaccato dal vivo dell’ambiente sociale nel quale crebbe il giovane Dino viene offerto da “La parte di Campana”, riflessione e testimonianza parzialmente inedita sulla partecipazione del poeta a uno spettacolo amatoriale nel teatro degli Animosi nel 1911, interessante proprio perché sembra riconnetterlo al desiderio di una vita comunitaria paesana dalla quale è stato o si è sentito troppo spesso escluso.
Luigi Weber ci consegna un messaggio nella bottiglia col ritrovamento di un manoscritto inatteso conservato per decenni in un libro della sua famiglia che abitò nella casa dei Campana: cinque pagine vergate dal nonno Giovanni che rievoca i ricordi del padre sul poeta, alcuni dei quali nuovi nel corpus dell’aneddotica.
Nelle pagine il poeta viene ritratto dal vero con pennellate efficaci (le scarpe “sbadiglianti” e cioè con la suola in parte staccata, i capelli lunghi alle spalle, ecc.) che tratteggiano la dimensione domestica delle persone che più gli furono materialmente vicine.
Abbiamo pensato di rendere un servizio utile con la ripubblicazione della scheda, recuperata da Alberto Petrucciani, del paziente Dino Campana internato al manicomio di Imola, documento che abbiamo riscontrato essere ancora non noto quanto meriterebbe. Grazie a queste scarne note professionali vediamo il paziente muoversi, ne seguiamo il comportamento attraverso le anomalie registrate, partecipiamo dal vivo in questo diario della follia allo smarrimento del poeta.
Filippo Milani ci conduce tra i portici di Bologna al tempo della vita goliardica di chi conobbe Campana come studente. Inedito questo studio su Raimondi che visse quell’esperienza con tutta la soggezione che Campana sapeva incutere molto prima della nascita del suo mito. Ci troviamo immersi nelle giornate dei goliardi che si aggirano per le strade come i clerici vagantes medioevali, come nella Parigi di Villon.
Su quello sfondo Campana vive le sue esperienze interiori e soffre della nevrastenia che lo porta ai comportamenti eclatanti ben noti, conclusi spesso dall’intervento delle forze dell’ordine.
Siamo felici di offrirvi la trascrizione di una testimonianza orale rinvenuta fortuitamente in un archivio della Resistenza: negli anni 80, durante la ricerca di un gruppo di lavoro a Marradi, un’intervistata riferì suoi ricordi personali sulla storia del paese, alcuni dei quali
riguardavano Campana che ebbe occasione di incontrare due volte da bambina.
Le informazioni che ci trasmette sono coerenti col quadro generale della biografia campaniana e risultano di una freschezza esemplare.
Nella terza parte di questo libro/catalogo abbiamo pensato di offrirvi per comodità i testi che Campana pubblicò dopo i Canti Orfici prima dell’internamento, gran parte dei quali si trovano abbozzati nel Villon, e alcune pagine esemplari del grande poeta medioevale francese.

