In gennaio, sui monti di Dino Campana

 

4. La neve, un nuovo accompagnatore e il Poeta ormai in un suo altrove

 

di Andrea Benati Romagnoli

 

 

 

Dicembre 2025 - Luce pomeridiana nella valli del Bidente delle Celle, di Campigna, di Corniolo e di Ridràcoli, dalla cresta del monte dell’Avorgnolo.

In basso il podere Lavacchio.

Foto A.B.R.

 

Oggi terminiamo di ripercorrere l’escursione del gennaio 1912, verso la Falterona, a cui prese parte Dino Campana. Che, come vedremo, proseguì però altrove. Conosciamo questo episodio della vita di Dino grazie alla costanza e all’intuito di Stefano Drei, che ne ha trovato traccia nelle memorie scritte, nel 1931, dal più giovane dei partecipanti, il fotografo Achille Cattani (A. Cattani, Idealità. La vita di Ernesto ed Anna, Tipografia Faentina, Faenza 1974), memorie citate, sempre da Drei, in un suo prezioso saggio a stampa (S. Drei, Orfeo e il Fotografo, in Dino Campana. Ritrovamenti biografici e appunti testuali, Carta Bianca, Faenza 2014), ripreso poi nel volume curato da Gabriel Cacho Millet (D. Campana, Lettere di un povero diavolo (1903-1931) con altre testimonianze epistolari su Dino Campana (1903-1998), a cura di G. Cacho Millet, Polistampa, Firenze 2011), volume a cui ha dato un decisivo ma sommesso contributo chi ci ospita qui.

Drei ha poi trovato un fondamentale riscontro delle memorie di Cattani in alcune fotografie, che ci ha messo a disposizione qui, rintracciate anche grazie alla cortesia delle figlie di Luciano Bausi, sindaco di Firenze subito dopo l’alluvione del 1966 e genero di uno dei partecipanti alla gita, l’avvocato Giacomo Mazzotti. Quattro di tali foto sono ora reperibili presso il Centro Studi Campaniani di Marradi.

Tali memorie e tali immagini ci sono state di supporto alla conoscenza dei monti di Campana e della loro storia, nel tentativo di ricostruire la storia di quella escursione. Tentativo che, grazie alla disponibilità dell’amico Paolo Pianigiani, abbiamo sin qui portato avanti, su questo sito, in tre successivi interventi:

-       dalla Badia del Borgo di Marradi al podere delle Fontanacce,

-       intorno al Briganzone e alla cascata dei Romiti all’Acquacheta,

-       dai Romiti e dall’Eremo dei Toschi, al Giogo di Castagno.

 

Assenze, e nuove presenze, in quota

 

Oggi vediamo la comitiva dividersi.

Risulta da quattro fotografie in cui compare la neve: attenzione, la neve proprio, non il semplice ghiaccio del fosso Acquacheta, sul cui greto ci erano apparsi per la prima volta Dino Campana e Pietro Chiarini. L’innevamento ci suggerisce che il cammino è ormai giunto ben più in alto del tratto di spartiacque fra Colla dei Lastri e Giogo di Castagno, percorso in precedenza, che correva fra i 900 e i 1100 metri. Siamo cioè alla salita finale del massiccio Falco-Falterona. In tutte le quattro immagini scattate sulla neve mancano però tre delle figure viste sinora: Dino Campana, Diego Babini e don Stefano Bosi.

Quest’ultimo si è molto probabilmente occupato di affiancare il giovane Achille Cattani nel suo compito di fotografo del gruppo, o anche di sostituirlo del tutto, come abbiamo già visto, in una delle precedenti immagini. Torneremo infatti a vedere Cattani in una delle quattro fotografie “in quota”: quella di cui Drei ha trovato anche una versione ritagliata, speculare e meno nitida: non sappiamo chi altri possa averla scattata, se non appunto don Stefano, che ne aveva la specifica preparazione, come Drei ha scoperto. Tra l’altro dubitiamo che si sia separato dal fratello don Francesco Bosi: che invece, insieme a Giacomo Mazzotti e Lamberto Caffarelli, compare in tutte e quattro le immagini “innevate”.

In esse, già a partire da quella che. cronologicamente, appare essere la prima (e con cui si apre la puntata d’esordio di questa nostra avventura… virtuale), vediamo però anche una nuova e costante presenza: è un giovane con i baffi, in divisa, armato di fucile, la cui identità abbiamo fortuitamente individuato durante le nostre indagini: si tratta di uno dei figli di Pietro Chiarini, Antonio, unitosi al gruppo probabilmente non per caso, ma per una sorta di appuntamento, in un punto che possiamo solo ipotizzare: Colla dei Tre Faggi? Cascina del Giogo (al Giogo di Castagno, cioè)? Poggio Corsoio?

 


3 gennaio 1912 - Verso il monte Falco - da sinistra:

Pietro Chiarini, don Francesco Bosi, Giacomo Mazzotti, Antonio Chiarini, Lamberto Caffarelli - Immagine di proprietà della famiglia Bausi

 

Comunque sia, nonostante con tutta evidenza non avesse ritrosia a farsi riprendere, Antonio Chiarini fin qui non lo si era mai visto inquadrato. E il fatto che si sia unito a un gruppo avventuratosi tra i monti toscoromagnoli, in cui era già presente suo padre Pietro - che comunque tornerà ad apparire in uno scatto tra quelli di vetta - ci fa supporre che l’incontro non sia stato fortuito. Trovandosi la comitiva ad avere il privilegio di ben due accompagnatori, sarebbe stato tra l'altro presumibile un legame tra essi. Non è quindi un caso se ci è accaduto di individuare l’identità di Antonio Chiarini al momento di mostrare le foto di Achille Cattani a Refe Chiarini - che torniamo a ricordare con affetto, gratitudine e un po’ di nodo alla gola - e alla sua gentilissima famiglia, che ha riconosciuto Antonio spontaneamente, con immediatezza e senza esitazioni, dalla fisionomia e dalla… divisa: ne ricordano infatti il ruolo di guardia forestale.

In quanto uno dei figli di Pietro, Antonio era di fatto lo zio di Refe. E sempre alla famiglia Chiarini dobbiamo la segnalazione di un’immagine che ce ne conferma l’identità: quella della sua lapide, nel cimitero di San Benedetto in Alpe, dalla quale Antonio, coetaneo di Dino Campana, ci risulta essere stato insignito (in verità nel 1971, dopo la sua morte) dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto, per la “Partecipazione al Primo Conflitto Mondiale”.

 

 

Lapide di Antonio Chiarini - cimitero di San Benedetto in Alpe

- comune di Portico e San Benedetto (FC) - immagine concessa dalla famiglia Chiarini

 

Pur senza lambiccarci sulla provenienza del cagnolino che tiene in braccio (con una tenerezza che l’arma e la divisa non darebbero per scontata…), viene da chiedersi da dove fosse materialmente arrivato Antonio Chiarini. Forse da San Benedetto in Alpe, via valico dei Tre Faggi, forse dalla zona di Premilcuore, risalendo il corso dell’alto Rabbi o il contrafforte del podere del Sassello. Ci dice in proposito la famiglia Chiarini che Domenica Mengozzi (moglie di Pietro e madre di Antonio - oggi con lui inumata al cimitero dell’Eremo dei Toschi) era nativa di Premilcuore e imparentata con i Mengozzi dell’omonimo mulino di Fiumicello, a tutt’oggi perfettamente conservato.

Potrebbe dunque non essere banale il fatto che Dino Campana avesse parenti, sembra per parte di madre, proprio a Premilcuore: circostanza da cui si può supporre una di lui pregressa conoscenza dei componenti la famiglia Chiarini, o almeno di Pietro, che poco più di un anno prima della gita si erano stabiliti al Briganzone, cioè non troppo lontano dalla “sua” Campigno. Come infatti sappiamo da una nota a pagina 66 dell'ultimo degli epistolari campaniani curati da Gabriel Cacho Millet (D. Campana, Lettere di un povero diavolo (1903-1931) con altre testimonianze epistolari su Dino Campana (1903-1998), a cura di G. Cacho Millet, Polistampa, Firenze 2011), una frequentazione di Premilcuore da parte di Dino si desume da un vaglia postale inviatogli dal padre Giovanni Campana, che con l’occasione, tra le altre preoccupate raccomandazioni, gli chiedeva di approfittare della sua presenza nel luogo specifico per salutarvi «il cugino Ricci».

Non vogliamo scatenare del gossip o abbandonarci a voli pindarici sulle vicende o sui legami di Dino a Premilcuore, a oggi ignoti. Forse varrebbe la pena di studiarli, se non altro per continuare ad approfondire il significato, per il nostro Poeta, dei suoi monti. Un po’ anche nostri.

Torniamo a loro, dunque.

Da dove Antonio, Pietro e i loro nuovi (nuovi?) amici, affrontano la salita al Falco? La risposta è inequivocabile: dal Poggio Corsoio, lungo il contrafforte del massiccio Falco-Falterona che scende per diramarsi verso il podere del Sassello (verso nord) e verso il crinale tra i bacini del Bidente e del Rabbi (a nordest). La certezza ci viene dall’immagine che ritrae Antonio Chiarini con il cane in braccio, nella quale appaiono una copertura nevosa discontinua e, soprattutto, un contesto di abetina pura coetanea da impianto artificiale. La quota non sembra quindi ancora quella degli scatti di vetta, quando vedremo un innevamento più esteso.

E, ora come allora, l’unica abetina presente lungo la direttrice tra il Muraglione e le sommità del massiccio Falco-Falterona (compreso) è appunto tra Poggio Corsoio e il Pian delle Fontanelle: dal Giogo di Castagno è raggiungibile col largo giro di un sentiero segnato sulle mappe IGMI di allora (ora quasi fedelmente ripreso da una strada di servizio forestale), e che corrisponde a una delle tante antiche “strade di Romagna” del bacino della val di Sieve. In uno stadio di sviluppo leggermente successivo, l’abetina appare anche nell’Archivio Zangheri, messe in rete dagli uffici del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, nell’orizzonte di due immagini scattate dal Giogo di Castagno verso est. Una di esse è datata 1929, mentre l’altra, in cui compare anche la “Cascina del Giogo”, è presumibilmente successiva di qualche anno. Dell’unicità di tale abetina, almeno sul versante toscano della zona, si hanno anche successivi riscontri cartografici: uno è sul Foglio 107 della Carta Forestale del Regno d'Italia in scala 1:100.000, redatta nel 1938 dall’allora Milizia Nazionale Forestale ed edita, sui tipi della Carta Topografica d’Italia, dall’Istituto Geografico Militare di Firenze. Un altro riscontro, più in dettaglio, si ha in una mappa tematica delle formazioni forestali delle montagne casentinesi di quarant’anni or sono (quando il Parco Nazionale ancora non era “nato”): ne riportiamo qui uno stralcio, nella quale i boschi di conifere sono indicati in colore azzurro.

 


Da Foreste Demaniali Casentinesi - Carta delle formazioni forestali, sentieri e attrezzature turistiche - Ministero Agricoltura e Foreste, Gestione ex Azienda di Stato Foreste Demaniali, Ufficio Amministrazione di Pratovecchio – Regione Toscana, Comunità Montana del Casentino, Poppi –

Carta realizzata da Michele Padula, Claudio D’Amico, Dante Misciattelli e Giuseppe Baldini 

 – Litografia Artistica Cartografica, Firenze 1986 – scala originaria 1:25.000

 

Il dettaglio della presenza di tale formazione forestale appare dirimente: tutte le “grandi” abetine, celebrate tra le peculiarità del territorio del Parco Nazionale, si trovano ben più a sudest, oltre la sommità del massiccio Falco-Falterona, vale a dire a Campigna, alla Lama e a Badia Prataglia.

Come appare dalla foto “del cagnolino”, il percorso era comunque molto battuto: ci racconta a questo proposito il Niccolai, a pagina 243 della sua guida, che il carbone ricavato da boschi dei monti di Mugello e Val di Sieve «viene esitato la maggior parte a Firenze; ma quello delle carbonaie della Falterona, che viene portato a schiena di mulo al Varco del Muraglione, ove ne è come un piccolo emporio, è smerciato anche nella sottostante Romagna. Connesse con l’industria del carbone sono, oltre la brace, le confezioni delle fascine di ramaglie...» (F. Niccolai, Mugello e Val di Sieve. Guida topografica storico-artistica illustrata, Officina Tipografica Mugellana, Borgo San Lorenzo 1914).

 

Tre fotografie difficili da mettere in fila

 

Sappiamo che i nostri amici, o meglio, alcuni di essi, hanno poi raggiunto almeno una delle due vette del massiccio Falco-Falterona: un po’ perché ce lo racconta Cattani nelle sue memorie («Che veduta lassù!»), e un po’ perché, sullo sfondo di almeno una delle tre immagini prese sulla neve, vediamo la stentata vegetazione di faggio tipica dei luoghi sommitali del nostro Appennino, battuti dai venti di ogni direzione e afflitti da suoli poveri e di scarso spessore, che costringono le piante a un assetto arbustivo anche ad età avanzata, con i fusti che, quando riescono a crescere, lo fanno tutt’al più in diametro, ma non in altezza. Un esempio estivo di questa situazione ci viene da un’altra immagine dell’Archivio Zangheri che, pur se in bella stagione, è espressamente riferita alla sommità del monte Falco.

Per coglierne invece l’aspetto invernale è significativa, appunto, l’istantanea da cui risulta la “conquista” della vetta da parte della nostra comitiva, o almeno di una sua parte, conquista che appare datata 3 gennaio: data e grafia dell’annotazione sono le stesse della foto di gruppo ripresa ai Romiti.

 


(3?) gennaio 1912 - Massiccio Falco-Falterona - Da sinistra:

Lamberto Caffarelli, Giacomo Mazzotti, don Francesco Bosi, Antonio Chiarini -

 Immagine di proprietà della famiglia Bausi

 

Qui, nell’estensione dell’area pianeggiante, sembra di poter ravvisare il culmine del rilievo del monte Falco, piuttosto che del “Faino”, come il Niccolai individua la cima oggi correntemente chiamata “Falterona”. Non c’è modo di stabilire con certezza se la comitiva sia davvero arrivata anche su di essa. Sembra più probabile che si sia accontentata del Falco, il primo a cui si giunge arrivando dallo spartiacque appenninico principale o dai contrafforti di versante romagnolo: costituisce infatti il vero nodo orografico tra i tre bacini fiorentino (della Sieve), casentinese (dell’alto Arno), e romagnolo (dei vari rami del Bidente, che scende a Forlì, dove prenderà il nome di Ronco). Il “Faino”, invece, è soltanto un’anticima del massiccio in direzione del bacino dell’Arno.

Non siamo però sicurissimi della memoria di Giacomo Mazzotti nel momento in cui (presumibilmente lui stesso) ha annotato la data, 3 gennaio, dello scatto: non è impresa da poco essere in cima, anche solo del monte Falco, nella stessa (breve) giornata invernale di una partenza dal Briganzone. Mazzotti stesso, una volta aggregatosi Antonio Chiarini, non si è fatto scrupolo, nella fotografia del cagnolino, di farsi riprendere… seduto, probabilmente per la fatica accumulata in una tappa davvero impegnativa.

Molte cose devono essere accadute fra l’ultima immagine in cui compaiono Dino e Diego Babini (quella scattata in precedenza da don Stefano), quella “del cagnolino” e quelle, successive, ancora più innevate. Purtroppo però non abbiamo del tutto annotazioni di data nelle altre due fotografie “di vetta”.

In una di queste due manca di nuovo Pietro Chiarini, e ricompare Achille Cattani col suo bastone “di fortuna”, il che ci lascia appunto supporre che l’autore sia di nuovo don Stefano. In essa i nostri amici paiono avviarsi in discesa da un rado arbusteto sommitale di faggio, come sollecitati da Antonio Chiarini, che sembra ora pieno titolare del ruolo di guida, e si volge verso di loro - e verso l’obiettivo - con un’espressione del tipo… “ragazzi, s’è fatta ‘na certa…”.

 


Gennaio 1912 - Massiccio Falco-Falterona - Da sinistra:

Achille Cattani, don Francesco Bosi, Giacomo Mazzotti, Lamberto Caffarelli, Antonio Chiarini -

Immagine di proprietà della famiglia Bausi

 

Ne abbiamo poi una in controluce che, sì, ci conferma l'avvenuto raggiungimento di una vetta, anche da parte di Pietro Chiarini, ma ci dà altresì alcuni indizi: alcuni di conferma, qualche altro problematico.

 


Gennaio 1912 - Monte Falco - Da sinistra:

don Francesco Bosi, Pietro Chiarini, Antonio Chiarini, Giacomo Mazzotti, Lamberto Caffarelli - I

mmagine di proprietà della famiglia Bausi

 

Verso l’orizzonte estremo è inconfondibile, così come lo si vede da nordovest, il profilo un po’ a “gobba” del Monte Penna, su cui si trova il santuario francescano della Verna. Nel primo orizzonte, invece, a quote molto inferiori ma all’incirca nella stessa direzione, ravvisiamo la dorsale dei monti Gabrendo, Giogarello e Tufone, in marcata ma discontinua discesa verso il fondovalle del torrente Staggia. L’inquadratura è dunque verso sud-sudest, indubbiamente da un’area sommitale, che uno studio delle angolature ci suggerisce essere quella del monte Falco.

L’effetto controluce ci consente di distinguere i personaggi soltanto dalla loro sagoma ma, in più, ci mostra che i raggi solari provengono dalla stessa direzione, tra sud e sudest, dei monti di sfondo: la foto è stata quindi scattata nelle ore centrali della giornata, certo non più tardi, anzi più facilmente in tarda mattinata.

Ora, per quanto di gamba buona, è davvero difficile che Pietro Chiarini, all’età di 56 anni, riuscisse ad arrivare in cima al monte Falco all’ora di pranzo del 3 gennaio dopo una partenza, per quanto all’alba, dal Briganzone. L’avvocato Mazzotti - tanto per prenderne uno che non appare particolarmente… atletico - avrebbe avuto pari difficoltà. Anche Diego Babini, che però in cima non vediamo proprio, avrebbe scontato qualche problema: ma per lui e per il nostro Poeta vedremo presto un’altro destino.

Una chiave di risoluzione del rebus ci viene dallo scrupolo di Cattani che, come ci riporta Drei, di quella gita ricorda una durata di «tre giorni e due notti»: quindi dalla mattina del 2 alla giornata del 4 gennaio 1912. Bene. Anche se nessuna tra le foto trovate da Drei riporta tale data, e anche considerato che i nostri amici “della bassa” non sarebbero stati costretti a tornare a piedi fin verso Marradi (il passo del Muraglione era servito dalla «linea automobilistica postale Pontassieve-Forlì», con cadenza giornaliera, come ci documenta il Niccolai), un terzo giorno di escursione sarebbe stato loro utile all’arrivo in cima senza troppi patemi d’animo o, al limite, a un ritorno su di essa dopo una notte di riposo, in un “punto tappa” non troppo lontano.

Certo: in condizioni meteo favorevoli, su aree in cui il bosco non faccia troppa “ombra” (e con cautela…), per allungare i tempi a disposizione di un’escursione invernale si può a volte fare affidamento su una buona luce lunare - che, con la neve al suolo, può illuminare meglio di una torcia - e sul fatto che, in montagna, col freddo della notte, foschie diurne e coperture nuvolose tendono ad aprirsi, o a dissolversi del tutto. Ora, dal sito di Marco Menichelli sappiamo che il periodo centrato intorno al 4 gennaio 1912 è stato per l'appunto di luna piena. E ci può stare che, sapendo di avere a disposizione giornate così brevi, la nostra compagnia abbia scelto, per la gita, lo specifico periodo proprio in funzione delle fasi lunari. Ma in ogni modo, se non altro per la stanchezza, i nostri amici si sarebbero giovati di un riparo raggiungibile in tempo utile la sera del 3 gennaio.

Nello specifico, cosa avevano a disposizione?

Poche decine di metri sotto la vetta del “Faino” c’era il ricovero Dante, ma non è chiaro se fosse ancora praticabile. Come già approfondito da chi scrive queste note (A. Benati Romagnoli, Terra d’umanesimo. Sul pellegrinaggio di Dino Campana alla Verna, Mauro Pagliai Editore, Firenze 2024), tale ricovero, di fatto un bivacco in muratura costruito nel 1883 a cura della “stazione” di Stia del Club Alpino Italiano, intorno al 1910 aveva iniziato a essere oggetto di atti di vandalismo che, seppur intervallati da tentativi di recupero, ne compromisero la praticabilità, dapprima saltuariamente, poi in via definitiva.

 

Ricovero Dante - Monte Falterona - primi del ‘900

 

La locanda di Campigna sembra già più lontana, mentre non troppo distante c’era la Burraia ai “prati di Stradella”. Oppure, sulla strada già percorsa all’andata, come abbiamo già visto, la Cascina del Giogo. Non a caso il Niccolai attesta che «a chi voglia trovarsi comodamente su la vetta del Falterona al levar del sole conviene pernottare alla casa colonica del Giogo, di proprietà Del Campo, posta a m 1072 in mezzo a faggi». E va in ogni modo sottolineato che a Pietro e Antonio Chiarini, probabilmente ben conosciuti in zona per le rispettive professioni, non sarebbe stato difficile ottenere un riparo, anche di fortuna, purché al chiuso.

Quindi chissà se la vetta sia stata raggiunta il 3 gennaio, o il giorno dopo, con le energie ricostituite. O magari in entrambe le giornate, prima del rientro. Difficile avere certezze.

 

Dov’è il Poeta?

 

E… intanto dove sono finiti il nostro Poeta e l’amico Diego Babini? Li abbiamo persi di vista definitivamente, ambedue, nella giornata del 3 gennaio, all’apparire di Antonio Chiarini e del (suo?) cagnolino…

Di Babini così ci informa Drei: «Diego Babini (Faenza, 1886 - 1974). Era stato allievo del Ginnasio Torricelli dal 1897 al 1902; dai registri risultava domiciliato in via Bondiolo 4, dunque nell'Istituto Salesiano. Quindi per tre anni compagno di collegio di Dino, seppure in classi diverse. (...) Fu anche appassionato di montagna».

Non solo: «Diego (...) raccontava di essere stato più di una volta compagno di Dino in montagna, di avere assistito in varie occasioni alle sue stravaganze ed anche di avere subito da lui scherzi goliardici». Acutamente osserva poi Drei: «Anche nelle foto è Babini il più vicino a Dino, che ai Romiti sembra quasi appoggiarsi a lui».

Le ipotesi in merito alla loro assenza sulla neve possono essere due, ma di fatto convergenti.

Potrebbero essersi fermati, già a un primo passaggio nella giornata del 3 gennaio, alla Cascina del Giogo di Castagno. Ancora dagli approfondimenti di Drei (S. Drei, Orfeo e il Fotografo, in Dino Campana. Ritrovamenti biografici e appunti testuali, Carta Bianca, Faenza 2014) sappiamo infatti che Diego, pur essendo «un pioniere dello sport faentino», che praticò «nuoto e ciclismo», scontò il problema di «un infelice intervento ortopedico subito ad un anno di età (la menomazione appare anche dalle foto, si veda la postura del piede sinistro)». Non è quindi improbabile che, indipendentemente dagli intenti della compagnia, la lunga camminata iniziata la mattina del 3 gennaio gli sia costata più fatica che agli altri, imponendogli di fermarsi, del tutto, prima di loro. Dino, piuttosto che lasciarlo solo, potrebbe aver preferito rinunciare alla cima, sulla quale come sappiamo era comunque già passato poco più di un anno avanti, durante il pellegrinaggio verso la Verna di cui leggiamo nei Canti Orfici. Così, la mattina del 4, i nostri due amici (i più giovani della comitiva, escluso l’irrinunciabile fotografo Achille Cattani) potrebbero avere poi intrapreso, con i loro tempi, un loro percorso, diverso da quello diretto al monte Falco.

Oppure, anche senza l’eventuale sosta alla Cascina del Giogo, potrebbero avere comunque optato per accomiatarsi dai compagni, rinunciando alla vetta, poco prima della foto “del cagnolino”, giusto a Poggio Corsoio.

Qui chi proviene dal Giogo di Castagno sulla “strada di Romagna” trova un incrocio: a sinistra riceve un sentiero che, da valle, proviene dal podere del Sassello (cioè dalla direzione di Fiumicello e Premilcuore), mentre a destra vede salire il tragitto che - attraverso l’abetina in cui abbiamo visto proseguire la comitiva con Pietro e Antonio Chiarini - continua verso il pian delle Fontanelle e il monte Falco. Più o meno dritto, invece, dapprima in costa, la “strada di Romagna” svalica e poi scende a nordest sul crinale (tutto romagnolo, appunto) che separa da una parte il bacino dei vari rami del Bidente (che convergono verso Santa Sofia e Mortano) e dall’altra quello degli affluenti del fiume Rabbi (che scorre verso Premilcuore), fino a giungere, giusto poco prima del passo della Braccina, in vista dell’abitato di Corniolo e di quanto rimane del fortilizio del Castellaccio di Corniolino, che domina (anche) l’odierna borgata di Lago, poco distante da Corniolo stessa.

Ci sarebbe, è vero, un’altro percorso, per crinali, che cala direttamente a Corniolino, a Lago e a Corniolo ma, per imboccarlo dal quadrivio di Poggio Corsoio era ed è tuttora necessario salire, se non proprio al Falco, almeno alle Fontanelle, per poi ritrovarsi a scendere con un largo giro verso i prati della Burraia, Campigna (o Poggio Palaio), il Poggio dei Ronchi, il Monte della Maestà, più o meno lungo la strada che anche allora portava da Campigna verso valle: lunghezza a parte, l’itinerario avrebbe però comportato un allontanamento molto significativo dalle vallate di Marradi, San Benedetto in Alpe e… Premilcuore: la scorciatoia verso la Braccina, il cui valico mette in comunicazione Corniolo e Fiumicello, quindi Premilcuore, era quindi molto più logica e agevole.

A questo punto tutto depone a favore di una prosecuzione di Dino e Diego lungo quest’ultimo percorso, che oggi coincide con il sentiero Cai numero 301, noto ai forlivesi anche come “Sentiero degli Alpini”.

 


Dicembre 2025 - Lo spartiacque appenninico, verso le foreste di Sassofratino, inquadrato dal monte dell’Avorgnolo,

tra le valli del Bidente delle Celle e del Fosso di Cavina, subaffluente del Fiume Rabbi

Foto A.B.R.

 

L’ipotesi di una discesa di Dino (non da solo) “verso” Corniolo (più che “su” Corniolo) è già stata avanzata da Drei nel saggio che abbiamo citato anche poco fa: saggio senza il quale, intendiamoci, nessuna delle quattro puntate che si concludono oggi si sarebbe potuta scrivere. 

Drei motiva l’ipotesi di un ritorno verso Corniolo con l’invio, da parte di Campana, nel febbraio del 1912, cioè giusto il mese successivo all’escursione, della lettera da lui scritta a Genova (e forse mai spedita) destinata alle riviste “La Lettura” e “Corriere della Domenica”, per proporre la pubblicazione di due testi, manoscritti su un unico foglio, che venne trovato anni dopo e consegnato a Enrico Falqui dai familiari di Dino: la poesia che ne occupava quasi interamente la seconda facciata era Sulle Montagne - Dalla Falterona a Corniolo (Valli deserte).

Anche di fronte a qualche residuo dubbio sulla precisa datazione della lettera, o della composizione della poesia, non possiamo non chiederci: quante altre volte, nella sua vita densa e turbolenta, Dino potrà aver mai camminato “sulle montagne”, lungo i sentieri che, attraverso “valli deserte”, portano “dalla Falterona a Corniolo”? E se anche altre volte vi sono state, come non legare questi versi con il ritorno a valle di quella gita di inizio 1912?

 


 

In una nota a pagina 73 del saggio di Drei troviamo una cronistoria sintetica, ma insieme esaustiva, delle vicende che, grazie a Enrico Falqui, hanno portato alla pubblicazione di Sulle montagne…

 

 

 

DALLA FALTERONA A CORNIOLO (VALLI DESERTE)

(dagli Inediti di Dino Campana a cura di Enrico Falqui, Vallecchi, Firenze 1942)

 

Andare andare: l'anima divina

S'annebbia: le caligini del Fato

Premon: Non dunque mai per la reclina

Fronte l'ala del tuo bacio affiorato

O bellezza o tu sola: Andare, andare!

E il Borgo apparve in mezzo a la montagna:

E su le rocce torreggiava bianco

E grigio e a lui nel mio pensiero alterno

Fluiron le correnti della vita...

O se come il torrente che rovina

E si riposa ne l'azzurro eguale,

Se tale a le tue mura la proclina

Anima al nulla nel suo andar fatale,

Se a le tue mura in pace cristallina

Tender potessi, in una pace eguale

E il ricordo specchiar di una divina

Serenità perduta, o mia immortale

Anima!!...

Ma riscosso mi volsi verso il mare:

La tua pace mi punse come un serpe:

Gridai: le mie ghirlande sian conserte

Nel dolor d'infinite morti amare…

 

Non è una novità che da questo nucleo di versi, per successivi innesti e sovrapposizioni, siano poi nate Alba (ne Il Più Lungo Giorno), e poi le Immagini del Viaggio e della Montagna dei Canti Orfici («De l’alba non ombre nei puri silenzii / De l’alba / Nei puri pensieri / Non ombre / De l’alba non ombre: / Piangendo: giurando noi fede all’azzurro…»).

La ricostruzione di genesi e sviluppo di Dalla Falterona…, Alba e Immagini del Viaggio…, così come li leggiamo oggi, non rientra nelle attitudini di chi scrive queste note: va dato atto di tale impegno a chi ne ha affrontato il faticoso e necessario scrupolo. Il più recente e decisivo cimento di cui chi scrive ha notizia è quello svolto nel “Meridiano” dedicato a Campana da Gianni Turchetta (D. Campana, L’opera in versi e in prosa, a cura di Gianni Turchetta, Mondadori Meridiani, Milano 2024): leggendo le pagine dedicate a queste tre composizioni ci si fa abbondantemente una ragione dell’... affaticamento accusato da Turchetta al compimento del suo sforzo monumentale, tradottosi in 1740 pagine di redazione del sapere campaniano di riferimento.

Lo scrivente si sente a questo punto come un agente della “scientifica”, con la propria, sommessa specializzazione in storia di paesaggi e territori di montagna e di foreste, a servizio dei magistrati incaricati del più ampio compito di ricostruire e restituire le vicende esistenziali e poetiche, tra loro inestricabili, di Dino Campana. Intendiamoci, poteva andare peggio: tanto per dire, tra il buco della serratura della “scientifica” e quello della “buoncostume” l’alternativa neppure mi si porrebbe…

Da un tale ruolo cosa si poteva quindi fare, se non ripercorrere materialmente, d’inverno, anche il crinale che si stacca dal massiccio del Falterona e scende in direzione nordest, dal Poggio Corsoio a Poggio Bini, alla Colla di Pian di Mezzano, Monte Ritoio, Monte dell’Avorgnolo, fino al passo della Braccina, alla ricerca della necessaria conferma delle nostre ipotesi e delle fonti di ispirazione del nostro… indagato? Che usa una prima e una terza persona plurale che hanno acceso tante ipotesi di lettura, e (forse) erano semplicemente (semplicemente?) legate a una complice presenza accanto a lui: «Noi ci svegliammo piangendo: ed era l’azzurro mattino», «giurando noi fede all’azzurro». Certo non abbiamo certezze sulla natura della «sorda lotta notturna» e delle «nostre catene», «frante» da una «più potente anima seconda», dalle quali è sortito il momento del canto, dopo il commiato dalla comitiva. Ma non vanno pretese certezze dai canti. Chi scrive queste note non ne intona, ma si limita a cogliere quelli altrui rassegnandosi a far parte della categoria degli stonati.

Dal quadrivio di Poggio Corsoio, una volta usciti dalla faggeta (che, luogo di lavoro di carbonai, era ancora troppo in alto per coltivare la terra, e anche allora probabilmente nascondeva gli orizzonti), se si scende - salvo un chilometro di risalita tra la Colla di Pian di Mezzano e il monte Ritoio - si tengono poco sotto di noi i versanti “a solatìo” dei poderi di Torni (dove tuttora sgorga l’acqua e viene vissuta l’abitazione), dei ruderi di Ca’ Foscolo (sic!), Traversa, Acquaviva e Lavacchio, e si rivedono nella mente i coltivi che giungevano fin quasi al sentiero del crinale «dell’erta ultima presso la casa antica», sopra cui «siede», «pallida giovine ancora», una «donna». Ed ecco che «avanti a lei incerte si snodano le valli / verso le solitudini alte degli orizzonti» mentre laggiù «da selve oscure il torrente / sorte ed in torpidi gorghi la chiostra di rocce / lambe».

Intanto «Gli echi dei nostri due sommessi cuori» «calan trepidi pei monti,  / tremuli e vaghi nelle vive fonti,» «dalle altezze agli infiniti albori» di un oriente che si para davanti, lasciato alle spalle l’incombere del massiccio: nell’«andar per valli», infatti, «dietro a loro il monte introna». Fino al punto in cui, dietro uno spuntone di roccia, nella ripida discesa poco sopra il passo della Braccina, appare all’improvviso laggiù Corniolo, e, poco più a destra il rudere del Castellaccio, che dapprima era rimasto invisibile, poi sì e no: «in fin che in azzurrina / serenità, dall’aspre rocce dato / un Borgo in grigio e vario torreggiare / all’alterno pensier pare e dispare».

Certo, ai primi del ‘900 ciò che rimaneva del Castellaccio, a suo tempo fortilizio dei conti Guidi di Modigliana, per quanto molto probabilmente già rudere, era più imponente e visibile di un oggi in cui giova un binocolo per individuarlo dal monte dell’Avorgnolo, e controluce neppure quello basta: ma da quei giorni ci separano (anche) due devastanti terremoti in rapida successione, del novembre 1918 e del giugno 1919, che colpirono duramente l’Appennino fra Toscana e Romagna, e certo contribuirono al progressivo crollo di ruderi come questo.

Nell’ipotesi di un ripiego verso Premilcuore, si potrebbe obiettare sul perchè mai Dino e Diego non abbiano optato, alla Colla di Pian di Mezzano, per una scorciatoia a sinistra attraverso l’omonimo podere, per poi calare al mulino di Fiumicello (“Mengozzi”), oppure per un’altra scorciatoia, meno decisa, da Ca’ di Marcaccio. Non abbiamo la risposta: forse volevano semplicemente immergersi nell’«azzurro mattino» da cui, per tali ipotetiche varianti, si sarebbero tenuti all’ombra. Possiamo comunque affermare che il Castellaccio inizia a “parire” e “disparire” solo dopo la prima metà (abbondante) della discesa che si stacca da Poggio Corsoio per il passo della Braccina, vale a dire da oltre i rilievi dei monti Ritoio e Cavallo: da nessun crinale più a ovest di questo ne sono visibili i ruderi.

 

Non sappiamo nulla dell’arrivo a valle dei nostri due amici, né dell’arrivo degli altri amici che hanno indugiato sul monte Falco.

Ma ci sembrava che valesse la pena seguirli fin dove si poteva.

 

Un saluto

 

Sarebbe bello essere smentiti, o corretti, da chi trovasse altre testimonianze, o altre fotografie. Ma vale la pena riportare l’amarezza di Stefano Drei che, in riferimento alle fotografie di Cattani, scrive: «era comunque evidente che durante la lunga escursione doveva averne scattate altre. Ci siamo messi quindi alla ricerca di queste altre foto. Il ricchissimo archivio di Achille Cattani non è più a Faenza: poco prima di morire egli lo cedette ad un “Centro Studi e Archivio della Comunicazione” con sede a Parma. Ne facevano parte quasi certamente anche i negativi di quella e delle altre fotografie scattate durante la gita. Ma nonostante i ripetuti tentativi, non siamo riusciti a sapere nulla della sorte di tutto questo materiale».

Per parte nostra, un’analoga amarezza nasce dall’aver dovuto fare i conti, in un intento di approfondimento, con il fatto che dietro al responso di un “volume non prelevabile per motivi tecnici” c’è l’inaccessibilità al rispettivo scaffale - uno dei tanti, risulta… - di cui è afflitta una delle più prestigiose biblioteche della mia città, che fu biblioteca storica dell'accademia delle Scienze, con le collezioni Aldrovandi, Marsili, Benedetto XIV, il rotolo della Torah, codici tardoantichi e quant’altro. Tutto perché la torre libraria automatizzata, monumento alla grandeur di uno dei più quotati mammasantissima della mia augusta città, e soprattutto monumento al guasto, dopo ripetuti… guasti è stata chiusa per lavori. Destinati a durare non si sa fino a quando.

La ricerca e la passione di chi la esercita possono attendere. O sbattersi altrove, se e quando possibile, chiaro.

 

Andrea Benati Romagnoli

 

 

Grazie all’amico Pierangelo Marella, che si è fidato a prestarmi misteriose carte, antiche di due secoli, in cui rintracciare le tante “strade di Romagna”. E ancora grazie ai ragazzi dei Trafossi, a Stefano Drei, Margherita Miserocchi e Dimitris, Francesca Zanardi, Refe Chiarini e tutta la sua famiglia, Francesco Nannetti, e a Davide Alberti, del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna.