Marcello Verdenelli Giampaolo Vincenzi

 

«LA SUA CRITICA MI HA RIDATO IL SENSO DELLA REALTÀ»

 

Bibliografia campaniana ragionata dal 1912

 

Edilazio 2011

 

 

Prefazione Gabriel Cacho Millet

 

Ha scritto Jorge Luis Borges: l’essenza di un poeta non risiede nelle sue idee, né nelle sue metafore o nei suoi concetti: tutto ciò è secondario, quasi inconsistente. L’importante è la voce del poeta, il respiro dei suoi versi, e, nel nostro caso, la voce di quel Dino Campana morto, quasi dimenticato non lontano da Firenze in manicomio, a 47 anni. La sua voce, racchiusa in un solo libro dove «canta – scrisse Montale nel 1928 – una vena di poesia, talora torbida e incoerente, ma profonda e tale da assicurare un posto assai alto al povero Campana» nel paradiso della lirica contemporanea.

 

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20 agosto 1998, Gabriel Cacho Millet presenta Dolce Illusorio Sud a Marradi

 

 

In ricordo di Gabriel Cacho Millet,

un “campaniano de corazόn”

di Mirna Gentilini

“Come  un garofano privo di radice che  il “mal vento” porta dove vuole, tale era Dino Campana”. Così scriveva in un articolo del 1977 Gabriel Cacho Milett, profondo conoscitore di Dino Campana e della sua poesia.

Ora quel “mal vento” è arrivato anche per lui che se ne è  andato per sempre in questo fine anno 2016.

Tutti coloro che amano Campana sanno che non si può parlare di Dino senza fare riferimento a Gabriel e viceversa, perché il poeta di Marradi, che il caso ha posto sul suo cammino, ne ha segnato l’attività di  ricercatore e studioso illustre e accreditato, autore di ben otto libri oltre a vari saggi e ad un testo teatrale “Quasi un uomo” che a buon diritto lo accreditano come “biografo”  di Campana.

 

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Dino Campana: Dolce illusorio Sud

Ho sempre detto al mio amico e maestro Gabriel Cacho Millet, che le introduzioni dei suoi tanti libri dedicati a Dino Campana sono un puro concentrato di conoscenza e di stile. E che sarebbe stato bello un giorno raccoglierle tutti insieme.

Comincio con questa, che introduce una pubblicazione dell'amico Claudio Corrivetti delle Edizioni Postcart di Roma, dove si raccontano le vicende e si pubblicano i testi originali che il Marradese (solo Gabriel chiamava così Dino Campana) consegnò a Papini, e che Papini solo in parte gli restituì, per motivi che non sapremo mai.

Il brano che dà il titolo al libro è davvero bello, un "pezzo di minerale poetico", come avrebbe detto De Robertis. Dino non lo inserì nei Canti Orfici e lo possiamo leggere solo grazie a un Argentino, innamorato della poesia, giunto chissà perché dalle nostre parti.

Ringrazio Claudio per avermi autorizzato la pubblicazione.

Paolo Pianigiani

 

papinidedica

 

DINO CAMPANA A GIOVANNI PAPINI

 

[Genova, maggio 1913]

Caro Papini,

Leggendo il vostro Lacerba mi sentivo1 invaso da un senso di rispetto verso l’immortale pedanteria italiana: come maestosa impassibile troneggia nelle vostre truculenze.

Lacerba è un foglio riformatore! Infatti è il perfetto catalogo dei comandamenti dell’Anticristo: così voi dite a tutte le altre pecore che vi leggono o che vi odiano: così fanno dell’arte rivoluzionaria i vostri Govoni ecc. «Le cose che fanno la Primavera»2. Ora Bergson3 direbbe che colle cose che fanno la Primavera non si fabbrica la Primavera.

 

 

Paolo Emilio Poesio: Così Campana Dino vive

 

Quasi un uomo, di Gabriel Cacho Millet

             Pubblicato su La Nazione, 2 agosto 1977 

 

di Paolo Emilio Poesio 

 


Le vuote occhiaie rosse dei palchi si affacciano sulla ottocentesca sala in disarmo del teatro degli Animosi: il palcoscenico è nudo, spoglio, con due porte sul fondo: una è chiusa, l'altra, aperta, lascia scaturire una lama di luce, accecante come se provenisse da una surreale anticamera dell'ignoto. Nel mezzo della scena un "castello" di legno, di quelli usati dai manifattori: ai lati, gradinate anch'esse di legno perché parte del pubblico vi si possa sistemare. In platea, seggiole di fortuna.

 

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Gina Diletti Campana

 

Giovanna Diletti Campana: Ricordi su Dino Campana

 

Da: Souvenir d’un pendu, Carteggio 1910-1931, a cura di Gabriel Cacho Millet

 

Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 

 

Il Manoscritto originale

 

Giovanna Diletti Campana detta Gina (1875-1967), moglie di Torquato Campana (zio del poeta e suo maestro, scrisse questi Ricordi a Bologna nel 1965, all’età di novantanni, senza nessuna intenzione di eventuali pubblicazioni, ma dettati dal desiderio di lasciare a suo figlio Lello (Raffaello) quelle "poche cose“ che ricordava del suo nipote poeta.


Dino nacque [a Marradi il 20 agosto 1885, alle ore 14,30] nella casa di proprietà dell'ingegnere Vincenzo Mughini. Sua mamma [Francesca Luti detta «Fanny«, 1857-1925], essendo allora sposa giovane, non sapeva fasciarlo, usava allora, e d'era una barbaria, di fasciare i piccini da sotto le braccia fino ai piedini e richiedeva certo un po' ďabiltà.

Supplivano per lei Marianna e Barberina [Bianchi], due zitelle che abitavano allo stesso piano. Barberina era levatrice e così si può ben dire che fu allevato da loro. Dino si affezionò a loro e loro a Dino.Dopo qualche anno nacque Manlio [1888]. Io conobbi Dino durante il mio viaggio di nozze, era allora nel collegio dei Salesiani a Faenza, avrà avuto 11 o 12 anni. Andammo a trovarlo mio marito ed io, era in ricreazione e venne da noi in parlatorio, tutto sudato, teneva in mano il frustino e la trottola. Anche i maestri dei Salesiani lo giudicavano di grande ingegno, ma era uno scarabocchione disordinato. Dopo la nascita di Manilo, [Ninni], il cocco Dino passò in seconda, o per meglio dire in terza linea. Ninni sempre Ninni solo Ninni.

 

lettera a Meriano

 

 

[Marradi, maggio 1916]

Caro Meriano,

   chi crede che quel coso a cui tu pensavi traversando il ponte vecchio debba essere messo nella calce viva è mio amico, chi non lo crede è mio nemico. E te lo provo. Mesi fa, assai più ammalato di ora chiesi a Binazzi che mi facesse entrare in un ospedale di Bologna. Ero senza mezzi e lui invece di farmi fare una sottoscrizione per cento miserabili lire d’ingresso mi rispose con una volgare lettera evasiva. Questo fatto ti potrà illuminare a che cosa servano i critici, specie fiorentini.

   È vero che dice che sono il primo poeta d’Italia ma io preferisco essere l’ultimo poeta della Papuasia piuttosto che avere tali colleghi. Come vedi ho deciso di esser sincero contro tutto. Forse avrai immaginato che sono un gentiluomo e non lavoro per me. Dunque... dà su tutta la brigata e ti saluto.

E digli che vada a far il granduomo al suo paese: in Romagna non ci entrerà Papino né lui. Saluta Ravagli1