giorgio morandi

Giorgio Morandi

 

Marilena Pasquali: Gli incontri del giovane Morandi (1910-1914)

 

L'incontro a Bologna fra Dino Campana e Giorgio Morandi

 

da HORTUS MUSICUS, n° 11, Luglio – Settembre, 2002

 

Si è chiusa il 29 giugno, presso la Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, la mostra I portici della poesia: Dino Campana a Bologna (1912-1914), a cura di Marco Antonio Bazzocchi e Gabriel Cacho Millet.1 Certamente l’elemento di maggiore interesse dell’iniziativa è rappresentato dal volume, assai documentato e circostanziato, che accompagna l’esposizione dei documenti. E non poteva essere altrimenti, vista la competenza e l’affidabilità dei curatori che hanno saputo fare il punto sullo stato degli studi campaniani su questo tema specifico e raccogliere ciò che a tutt’oggi è noto sull’argomento.

In questo quadro si inserisce anche il contributo storico-critico che mi è stato chiesto in merito all’incontro avvenuto nel 1914 tra il poeta e Giorgio Morandi,2 incontro emozionante per chi oggi scopre la copia dei Canti Orfici, nella prima, ormai leggendaria e preziosissima edizione stampata dalla Tipografia F. Ravagli di Marradi, con dedica del giovane poeta all’ancor più giovane pittore (29 anni l’uno, 24 l’altro):3

visti da vicino

 

Leonetta Cecchi Pieraccini: Apparizioni di Dino Campana

 

Dino Campana visto da vicino

Leonetta Cecchi Pieraccini

Vallecchi, Firenze, 1952 

 

La redazione ringrazia l'amico Silvano Tognacci

 

APPARIZIONI DI DINO CAMPANA


Fu verso il 1913 che incominciarono a circolare, nel mondo letterario italiano, le prime notizie e dicerie intorno a Dino Campana, poeta stravagante e lunatico, sceso dalla nativa Marradi a Firenze, come stazione più prossima, ma reduce da più lontane mète e da complicati vagabondaggi in compagnia di tribù li zingari, di saltimbanchi, di carbonai, di bossiaki russi, di gauchos argentini.

rosai 1

Ottone Rosai

 

Ottone Rosai: Campana amico d'uomini e di tempi

 

Pubblicato su LETTERATURA, I, 1953


In quel lustro di tempo che intercorse tra il 1913 e la grande guerra apparve in Firenze la biblica figura di Campana.
D'oro la sua testa, nel collo taurino e le spalle quadrate, coi capelli in disordine e al vento dentro della sua ramagna e una incolta forte e gentile come il suo carattere. Gli occhi celesti brillavano sul rosa delle morbide labbra sensuali lì dentro a quel cespuglio di peli: letto del sole.
Così lo vidi la mattina che con Soffici entrammo nel piccolo stambugio di quella ch'era allora la tipografia Vallecchi in Via Nazionale.

le escandescenze

 

Dino a Bologna: il cagnolino del prof. Gorrieri

 

Le escandescenze di uno studente

Da "Il Giornale del Mattino", Bologna, 27 Dicembre 1912

 

Nel pomeriggio di ieri verso le 16, il comandante delle guardie municipali Dalmonte-Casoni, transitava per via Zamboni insieme con alcune persone della sua famiglia, quando, giunto nei pressi della casa segnata col n. 52, fu attratto dal rumore prodotto da una vetrata sbattuta e vide un giovanotto senza cappello, il quale, liberatosi dalle strette di alcune persone che si trovavano sulla soglia del caffè, situato in detta casa, si dava a fuggire verso il teatro comunale.

Aldo Santini: Athos Gastone Banti, giornalista audace che sapeva colpire di penna e spada

 

Un ritratto dal vivo del giornalista livornese che ebbe modo di scontrarsi con Dino Campana nel 1916, a Livorno.

 

athos gastone banti a destra nella foto

Athos Gastone Banti, a destra nella foto

 

Da Il Tirreno — 18 settembre 2005  

Con Athos Gastone Banti, che fu direttore del “Telegrafo” poi diventato “Tirreno”, continuiamo la serie dei ritratti di personaggi raccontati da Aldo Santini nel libro «Livornesi nel Novecento». 

Quando nel secondo decennio del ’900 la sua firma appare sempre più frequente sul «Telegrafo», i livornesi, con micidiale umorismo, cambiano il suo nome in uno sberleffo: «Athos, bastone e guanti». Lui ne gioisce: «È segno che mi leggono». E difatti i suoi interventi, i suoi servizi, le sue polemiche, i livornesi se li bevono come grappini.  Figlio di madre ebrea, Emma Della Riccia, Athos Gastone Banti è un impiegato delle poste allorché prende a collaborare con il giornale di piazza Carlo Alberto. La sua carriera è rapida. Assunto in pianta stabile, diviene presto capo redattore e appena scoppia la Grande Guerra il «Giornale d’Italia» di Bergamini, di cui è corrispondente da Livorno, ne fa il suo inviato speciale al fronte. E lassù, con Barzini senior, Guelfo Civinini e Fraccaroli del «Corriere della Sera», forma un poker di assi del quale non sappiamo se apprezzare di più l’autorevolezza o l’audacia.

 

sibilla


Sibilla Aleramo, alias Rina Faccio

 

Sibilla ricorda Dino: una testimonianza diretta

 

Da:  Dino Campana. "Le mie lettere sono fatte per essere bruciate", a cura di Gabriel Cacho Millet

Testimonianza depositata nel 1950, presso l'Istituto Gramsci, Roma Archivio Aleramo

 

A Firenze, settimane prima, avevo sentito parlare, forse da Franchi, di uno strano volumetto: Canti Orfici, pubblicato in veste meschina a spese dell'autore Dino Campana. L'avevo portato con me in campagna. Lo lessi, ne rimasi abbacinata e incantata insieme, tanto che scrissi al poeta alcune parole d'ammirazione. Egli mi rispose, una bizzarra cartolina. Abitava anche lui in quel momento nel Mugello, nel suo paese nativo, Rifredo (sic). Vi fu uno scambio epistolare, dopo di che ci incontrammo a Barco, un gruppetto di case ad un valico dell'Appennino Toscano.

Paolo Pianigiani: L’onore di un poeta

 

Il duello (mancato) di Dino Campana

Pubblicato su Erba d'Arno, n. 101-102, Fucecchio 2005

 

da matacotta a cecchi sul duellog

Da una lettera di Franco Matacotta a Emilio Cecchi

 

Nel Fondo Matacotta si cono conservati i documenti relativi alla vicenda, ma solo con il ritrovamento degli articoli sul Telegrafo è stato possibile ricostruire questa curiosa storia.


Gli antefatti

A partire almeno dal primo di aprile del 1916, data che figura in una lettera al fratello Manlio, Dino risiede insieme ai genitori, che vi si erano trasferiti per la nomina del padre Giovanni a Direttore Didattico, a Lastra a Signa, presso l’Albergo Sanesi.
Convalescente per una malattia di sette mesi, il poeta si trasferisce il 28 di maggio del 1916 a Livorno, in via Malenchini n. 9,  presso la signora Fortunata Natali e frequenta la villa della pittrice marradese Bianca Fabroni, ad Antignano. Si porta dietro alcune copie dei Canti Orfici, con la speranza di venderle, contando anche sulla pubblicazione dell’articolo di Emilio Cecchi sulla Tribuna del 21 Maggio. Viene quasi subito fermato (31 maggio) da un maresciallo di finanza, scambiato per una improbabile spia tedesca, perchè chiede a due signore indicazioni sulla ubicazione del Cantiere navale Orlando e della Regia Accademia Navale. Chiarito l’equivoco viene rilasciato.  Dino rimane a Livorno fino al 20 giugno, quando viene di nuovo arrestato, questa volta dalla Polizia Municipale, per aver fatto in pubblico discorsi strani. Viene rilasciato ma espulso da Livorno.

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