Paolo Pianigiani: Due punti di vista

 

 
Dino nel dicembre del 1913, si reca presso la sede della rivista “Lacerba”, a Firenze per incontrare i due direttori, Ardengo Soffici e Gio­vanni Papini, ai quali presenta e af­fida il manoscritto delle sue poesie dal titolo Il più lungo giorno, speran­do in una pubblicazione, almeno di qualche testo, nella rivista. Soffici, ultimo depositario del quaderno, in un trasloco lo smarrisce; verrà ritrovato tra le sue carte solo qualche anno dopo la sua scomparsa, nel 1971.

 

Il momento del primo incon­tro - qui descritto proprio da Soffici - corrisponde, dunque, all’inizio del­la lunga e tormentata vicenda del manoscritto, che conteneva testi che, insieme ad altri, confluiranno nei Canti Orfici. Dopo lo smarrimento del “taccuino”, Campana li riscriverà basandosi su altri manoscritti e li pubblicherà nel 1914 presso la tipografia Ravagli di Marradi.

La testimonianza di Soffici, quasi una cronaca in diretta, è del 1931. 

Marco Bulgarelli: La divisa nascosta di Dino Campana

 

Dino Campana allievo ufficiale di Fanteria a Ravenna

Articolo pubblicato, con qualche variante, ne "Il lettore di Provincia", fascicolo 94, dicembre 1995

 

 medaglia ricordo scuola allievi ufficiali di artiglieria

 

Nel considerare la figura del poeta Dino Campana, spesso non si è riusciti a fare a meno d'immaginarlo come una specie di Orfeo la cui esistenza è stata graffiata dalle cicatrici di periodiche discese nei regni senza luce, sordi e ronzanti, dell'inesprimibile ignoto. Proprio per questo i suoi estenuanti vagabondaggi, la sua solitudine miserabile, la serie quasi persecutoria degli arresti subiti in varie città d'Italia e all'estero, e ancora il degrado scimmiesco sperimentato nelle corsie dei manicomi hanno potuto acquistare il valore di un vero e proprio martirio e di una testimonianza, quasi fossero stati anch'essi i segni dell'autenticità di una parola scavata con le mani sanguinanti alla radice delle cose.

 
giorgio morandi

Giorgio Morandi

 

Marilena Pasquali: Gli incontri del giovane Morandi (1910-1914)

 

L'incontro a Bologna fra Dino Campana e Giorgio Morandi

 

da HORTUS MUSICUS, n° 11, Luglio – Settembre, 2002

 

Si è chiusa il 29 giugno, presso la Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, la mostra I portici della poesia: Dino Campana a Bologna (1912-1914), a cura di Marco Antonio Bazzocchi e Gabriel Cacho Millet.1 Certamente l’elemento di maggiore interesse dell’iniziativa è rappresentato dal volume, assai documentato e circostanziato, che accompagna l’esposizione dei documenti. E non poteva essere altrimenti, vista la competenza e l’affidabilità dei curatori che hanno saputo fare il punto sullo stato degli studi campaniani su questo tema specifico e raccogliere ciò che a tutt’oggi è noto sull’argomento.

In questo quadro si inserisce anche il contributo storico-critico che mi è stato chiesto in merito all’incontro avvenuto nel 1914 tra il poeta e Giorgio Morandi,2 incontro emozionante per chi oggi scopre la copia dei Canti Orfici, nella prima, ormai leggendaria e preziosissima edizione stampata dalla Tipografia F. Ravagli di Marradi, con dedica del giovane poeta all’ancor più giovane pittore (29 anni l’uno, 24 l’altro):3

visti da vicino

 

Leonetta Cecchi Pieraccini: Apparizioni di Dino Campana

 

Dino Campana visto da vicino

Leonetta Cecchi Pieraccini

Vallecchi, Firenze, 1952 

 

La redazione ringrazia l'amico Silvano Tognacci

 

APPARIZIONI DI DINO CAMPANA


Fu verso il 1913 che incominciarono a circolare, nel mondo letterario italiano, le prime notizie e dicerie intorno a Dino Campana, poeta stravagante e lunatico, sceso dalla nativa Marradi a Firenze, come stazione più prossima, ma reduce da più lontane mète e da complicati vagabondaggi in compagnia di tribù li zingari, di saltimbanchi, di carbonai, di bossiaki russi, di gauchos argentini.

rosai 1

Ottone Rosai

 

Ottone Rosai: Campana amico d'uomini e di tempi

 

Pubblicato su LETTERATURA, I, 1953


In quel lustro di tempo che intercorse tra il 1913 e la grande guerra apparve in Firenze la biblica figura di Campana.
D'oro la sua testa, nel collo taurino e le spalle quadrate, coi capelli in disordine e al vento dentro della sua ramagna e una incolta forte e gentile come il suo carattere. Gli occhi celesti brillavano sul rosa delle morbide labbra sensuali lì dentro a quel cespuglio di peli: letto del sole.
Così lo vidi la mattina che con Soffici entrammo nel piccolo stambugio di quella ch'era allora la tipografia Vallecchi in Via Nazionale.

le escandescenze

 

Dino a Bologna: il cagnolino del prof. Gorrieri

 

Le escandescenze di uno studente

Da "Il Giornale del Mattino", Bologna, 27 Dicembre 1912

 

Nel pomeriggio di ieri verso le 16, il comandante delle guardie municipali Dalmonte-Casoni, transitava per via Zamboni insieme con alcune persone della sua famiglia, quando, giunto nei pressi della casa segnata col n. 52, fu attratto dal rumore prodotto da una vetrata sbattuta e vide un giovanotto senza cappello, il quale, liberatosi dalle strette di alcune persone che si trovavano sulla soglia del caffè, situato in detta casa, si dava a fuggire verso il teatro comunale.

Aldo Santini: Athos Gastone Banti, giornalista audace che sapeva colpire di penna e spada

 

Un ritratto dal vivo del giornalista livornese che ebbe modo di scontrarsi con Dino Campana nel 1916, a Livorno.

 

athos gastone banti a destra nella foto

Athos Gastone Banti, a destra nella foto

 

Da Il Tirreno — 18 settembre 2005  

Con Athos Gastone Banti, che fu direttore del “Telegrafo” poi diventato “Tirreno”, continuiamo la serie dei ritratti di personaggi raccontati da Aldo Santini nel libro «Livornesi nel Novecento». 

Quando nel secondo decennio del ’900 la sua firma appare sempre più frequente sul «Telegrafo», i livornesi, con micidiale umorismo, cambiano il suo nome in uno sberleffo: «Athos, bastone e guanti». Lui ne gioisce: «È segno che mi leggono». E difatti i suoi interventi, i suoi servizi, le sue polemiche, i livornesi se li bevono come grappini.  Figlio di madre ebrea, Emma Della Riccia, Athos Gastone Banti è un impiegato delle poste allorché prende a collaborare con il giornale di piazza Carlo Alberto. La sua carriera è rapida. Assunto in pianta stabile, diviene presto capo redattore e appena scoppia la Grande Guerra il «Giornale d’Italia» di Bergamini, di cui è corrispondente da Livorno, ne fa il suo inviato speciale al fronte. E lassù, con Barzini senior, Guelfo Civinini e Fraccaroli del «Corriere della Sera», forma un poker di assi del quale non sappiamo se apprezzare di più l’autorevolezza o l’audacia.

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