Ardengo Soffici, Autoritratto. Galleria degli Uffizi, Firenze

 

 

Dino Campana a Firenze

di Ardengo Soffici

 

da

 

Ricordi di vita artistica e letteraria

Vallecchi, Firenze 1931

 

 

Un mattino d'inverno del 1913, io e Papini andavamo alla tipografia Vallecchi in via Nazionale, dove si stampava Lacerba, per dare un'ultima occhiata alla composizione e all'impaginazione - non sempre agevole - della rivista. Prima ancora che fossimo entrati nello sgabuzzino a vetri che faceva da sala di redazione per noi e insieme da ufficio direttoriale dell'amico editore, questi ci venne incontro sin sulla porta e c'indicò un individuo seduto sur un canapè nero di tela cerata, nel corridoio, il quale - ci disse - era poc'anzi venuto e desiderava di parlarci.

 
 

 

Classe Quinta Ginnasio 1900-01 

La foto, ricavata da una lastra originale riscoperta nel 1957, è notissima perché nel penultimo ragazzo seduto in basso,

con i calzoni chiari, si credette di riconoscere Dino Campana

Ma il poeta quell’anno era allievo di prima liceo e quel giovane si chiamava invece Filippo Tramonti

 


 

Un palazzo rosso, un’estate torrida:

vita quotidiana nel Liceo Torricelli

ai tempi di Dino Campana

 

di

Stefano Drei

 

da

Liceo Torricelli-Ballardini Faenza, ed. Minerva, Bologna, 1917

 

 

   Nel fortunato romanzo biografico di Sebastiano Vassalli su Dino Campana, due brevi capitoli tentano di ricostruire le disavventure vissute dal poeta nel Regio Liceo Ginnasio Torricelli. Il romanziere afferma di non avere «informazioni particolareggiate», ma ritiene di non averne bisogno perché sa già che il liceo faentino «certamente è simile a qualsiasi altro liceo classico di qualsiasi piccola città della provincia italiana: Pinerolo, Caserta, Trapani». Probabilmente ha acquisito qualche informazione sul palazzo degli Studi sede del liceo, ma certamente non sa che si tratta dello stesso «antico palazzo rosso» che ospita la pinacoteca descritta in una pagina dei Canti Orfici, né che altre memorie di quell’esperienza scolastica intersecano variamente altre pagine del libro.

 

Il Santino di Fanny

 

di Paolo Pianigiani

 

La mamma di Dino, Francesca Luti, detta Fanny, atta a casa, era molto religiosa. Terziaria francescana, era particolarmente devota al Santo d'Assisi. Il Santino qui sopra pubblicato lo inserì in una delle lettere inviate a Sibilla. Credo che santini simili finissero all'interno dei libri di Campana, come forma di benedizione e protezione.

Non pare che Dino gradisse molto queste attenzioni materne, ma è pur vero che nei Canti Orfici il Santo dei poveri è citato più volte, e pochi poeti sono "francescani" come Dino. Per inciso il Santino riproduce il celebre dipinto di Murillo, che si trova nel Museo di Siviglia.

 

 

Dal Blog  della Bibliotaca di Marradi, articolo a cura di Claudio Mercatali

 

Tempo era un periodico della Mondadori, «Settimanale di politica, informazione, letteratura e arte».
Iniziò le pubblicazioni il 1 giugno 1939 e cessò nel  1976. Come Epoca si ispirava al settimanale statunitense Life ed era un concorrente di Oggi. Trattava in modo semplice vari temi descrivendo bene i protagonisti e i personaggi che potevano interessare al grande pubblico.

 

 

Una lettera inedita

Dino Campana e (Villa) Irma

 

di Andrea Cogerino

 

Da: L’Avventura dei Canti Orfici,

 

Firenze, Edizioni Gonnelli, 2014

 

 

Ringrazio Andrea Cogerino di avermi autorizzato a pubblicare questa bellissima lettera di Dino. (paolo pianigiani)

 

 

Nel 1917 i miei bisnonni ospitarono a Rubiana "il poeta matto", Dino Campana. Negli anni Ottanta e Novanta mia nonna Alice, figlia di Irma Gallo e Renzo Bottinelli, mi parlava spesso del "poeta pazzo" che sua madre (e suo padre) ospitò tanti anni prima. Stando ai racconti di famiglia che per decenni — quasi cento anni a questo punto — si son tramandati, il poeta Dino Campana era una persona buona e sensibile, ma molto solitaria e sofferente, e un po' matta: andava nel fiume Messa d'inverno (un'ora a piedi dal Mollar, dov'era ospitato presso Villa Irma), spaccava il ghiaccio e faceva il bagno. Mia nonna Alice mi raccontava spesso anche di lettere che il poeta scrisse a sua madre, Irma, e mai ritrovate. A metà degli anni Novanta i miei nonni se ne andarono, e delle lettere non si seppe più nulla.

 

 

Virginia Tango Piatti, in arte “Agar”

di Gigliola Tallone

 

Dicembre 2008

Aggiornato Novembre 2022

 

 

   agar_2.png

Agar: Le reliquie di un ignoto, Roma 1915
Prefazione di Rosalia Gwis Adami
Archivio Tallone

 

L’ambiente, la gioventù, l’attività letteraria e il risveglio sociale

Virginia Sofia Cristina Emilia Maria Tango nasce alle otto di sera il 21 settembre del 1869 a Firenze, nella centrale via Maggio al numero 30. È figlia di nobili, il napoletano Vincenzo Tango e della torinese Paola Tarizzo Borgialli, figlia di Antonio, Controllore delle Regie Finanze, presso il quale Vincenzo inizia la sua carriera che culminerà a Roma nel 1897 con la carica di Procuratore Generale della Corte dei Conti, e di Virginia Jaquet, figlia di Antonio Jaquet, giurista e sottoprefetto del distretto di Susa.  

 

Una lettera natalizia di Dino Campana

da La Fiera letteraria XV, 52, 25 Dicembre 1960, p. 3

 

Ricordo d' una vacanza

di Vera Wygod

 

La lettera fu scritta dal poeta a mo' di ringraziamento, in tempo natalizio come questo, per l'ospitalità datagli dalla proprietaria d'una tenuta, la Granvigna, sita all'imbocco della Val di Susa presso Almese. Avverte la proprietaria (signorina Elisa Albano) riandando colla memoria alla sua vita in villa di allora, che la visita di Campana fu memorabile per un libro francese che egli le diede, un libro ridotto in pessime condizioni, testimonianza del carattere disordinato o di una fin troppo vorace lettura fattane dal poeta. Peraltro, aggiunge la signorina. le macchie o scritti a cui si allude nella lettera erano frutto della fantasia del poeta, visto che sia in casa che sulle pare ti esterne non ce ne sono mai stati.  Né poteva trattarsi di scritti sulle mura di case nelle vicinanze poiché la villa sta in piena campagna, fuori dell'abitato.