
Dino Campana è una delle figure più singolari della poesia italiana del Novecento. La sua biografia, spesso deformata da narrazioni familiari e da testimonianze postume di dubbia attendibilità, richiede una lettura critica e documentaria.
Si può partire da una considerazione essenziale: Campana non è stato soltanto un poeta, ma uno sguardo sul mondo capace di trasfigurare la realtà in immagini. La sua poesia non si limita alla parola scritta, ma è profondamente visiva; colore, composizione, luce e movimento si intrecciano in una scrittura che assorbe anche il contatto con i movimenti dell’arte figurativa contemporanea. Non il poeta incompreso consegnato alla leggenda, né l’irregolare travolto dalla propria marginalità: Campana va restituito a un contesto concreto, visivo e storico.
L’Orfeo di Schuré ne La Notte di Dino Campana
di Andrea Pellegrini
da: L'Antologia del Vieusseux, N. 89, maggio-agosto 2024
C’è una scena nella prima parte dei Canti Orfici, in quella ouverture lasciva e mistica che schiude l’opera di Campana, in quel petit poéme en prose che è La Notte, ossessiva e cubistica e ripetuta in sequenze che hanno gli stessi attanti fra diversi fondali, con un medesimo enigma. Che c’è un giovane al centro, il Poeta, vagante per plumbee campagne piene di zingare adolescenti e che oltre «archi enormemente vuoti di ponti»,[1] presso una porta, si ferma. E la supera. Per una stanza o una tenda – il multiforme lupanare è arcano – varca la soglia, laddove non più fresca una ciarliera maîtresse lo alberga untuosa. È una ruffiana che qualcosa conserva di erotico e di ferale, di opulento e di funebre, la matrona. Ma una fanciulla è presente anche, l’«ancella», colei che concessa sarà all’avventore e che sdraiata compare sonnacchiosa, di volta in volta piegata su gomiti e ginocchia, come la Notte michelangiolesca, di pelle ambrata su un letto, mentre attorno fa notte incessantemente.
Nikolaj Gumilëv
Nikolaj Gumilëv
Perle
traduzione di
Franco Matacotta
prima edizione italiana a cura di
Stefano Fumagalli
Passigli Editore
di Paolo Pianigiani
ANCORA A PROPOSITO DELLA STAMPA TOSCANA
Di Athos Gastone Banti
Belfagor
Vol. 7, No. 2 (31 MARZO 1952), pp. 230-232 (3 pages)
Published By: Casa Editrice Leo S. Olschki s.r.l.
NOTERELLE E SCHERMAGLIE
Dolendosi di alcuni accenni che l'autore della rassegna sulla stampa quotidiana toscana aveva fatto in « Belfagor » di settembre 1951 relativamente al «Tirreno», quotidiano indipendente di Livorno, il direttore di quel giornale, Athos Gastone Banti, le aveva indirizzato una lettera polemica che per la sua lunghezza non ha potuto trovar posto né nel numero 6 dell'anno scorso né nel numero 1 del 1952. Perciò il signor Banti ha protestato, con un articolo sul suo quotidiano.
Dolore o baci Perugina?

Archivio Franco Matacotta
E’ un po’ come la foto di Filippo Tramonti spacciato, ancora e ancora, per Dino Campana, ma se si può, molto peggio perché si va a calpestare l’essenza di un dolore che ha segnato due vite intere.
Perché, ispirati dal titolo della rivisitazione del carteggio Campana Aleramo a mano di Bruna Conti e dopo a 24 anni dall’uscita del melenso film omonimo, ieri, 18 aprile 2026, la “Setta dei poeti estinti” ha messo in scena una lettura delle lettere tra Dino Campana e Sibilla Aleramo intitolandola “Questo viaggio chiamato amore”, spostandosi dallo spazio evocativo di un titolo fortunato alla citazione di un verso preciso.
Silvano Salvadori:
Soffici e Campana
La Verna 27 Agosto
Poco eroico e un tantino ridicolo, a cavallo su questa ciuca bigia, chi mi vedesse, in giorno di domenica, per i lungarni di Firenze, per esempio. Ma qui su questo calvo Calvano solitario come il polo, calcinoso, arrabbiato nella sua pietrosità cubistica di paese donchisciottesco e francescano.
Qui, a piè del ruinoso e duro sasso, ritto e irto d’abeti neri sul fondo ahimè puro di un cielo giottesco, anche lo spirito cavalca una bestia primitiva, testarda; tutt’al più leggermente ironica negli occhi triangolari….
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