La Maddalena, disegno di Carlo Pastorelli

 


UN RITROVATO AMICO DI CAMPANA: AUGUSTO GARSIA

di

Silvano Salvadori

 

Dalla rivista Almanacco Maddalenino VII, Paolo Sorba Editore,

2016 per CO.RI.S.MA, pp.89-96

 


 

(Testi campaniani sull’isola Maddalena)


PROSA IN POESIA


Un verde bizantino
Sopra un occhio dorato
Descrivo le lastre a quadri
Dell’isola Maddalena
Per scale di granito
Ci sono i vecchi lampioni
E pure si trova le femmine
All’isola Maddalena
Per scale di granito
Un organetto che sona
E signorine donate
A un vecchio bon sangue italiano
Un verde bizantino
Sopra un occhio dorato
Sopra le lastre a losanga
Dell’isola Maddalena
La Giuseppina si affaccia
È tutta vestita di rosso
La casa di granito
E sona l’organetto
Sotto l’insegna di ruggine
Sopra le lastre a losanga
Dell’isola Maddalena
Nel rantolo dell’ancora
Che stanca le bandiere
Si stanca sul granito
Sopra le lastre a quadri
Dell’isola Maddalena
Coll’ombra dell’occhio dorato
L’abete che riparte
Con cingoli di carene
Dell’ancora portandosi
Solo il segnale la sera
Ch’è stanca la bandiera
Ai monti lontani di Aggius
Ondeggia la rossa bandiera
Nel rantolo dell’ancora
Sotto i lampioni la sera.


(Dal Taccuino a cura di Franco Matacotta”, Amici della Poesia, Fermo, 1949)

 

L’ostessa Ofelia Cimatti (seconda da sinistra) con camerieri e avventori davanti alla porta della nuova Osteria della Mosca in piazza Biffi (ora piazza Martiri della Libertà). Anno 1940 circa: sono trascorsi quasi trent’anni da quando Dino Campana l’ha evocata nei Canti Orfici. [Proprietà Sergio Montanari.]


Orfeo, Ofelia e una piazza


(con un’ipotesi sul titolo dei Canti Orfici)

Stefano Drei

 

(Pubblicato su La Piê. Rivista bimestrale d’illustrazione romagnola, anno LXXXII, numero 1, gennaio-febbraio 2013, pp. 10-15)

 

«Orfici? Perché? La parola non ci parve chiara»1. Federico Ravagli e gli amici bolognesi di Dino Campana erano perplessi. All'interno dei Canti Orfici il nome del mitico cantore non compare mai e non compare nemmeno alcun esplicito riferimento alla sua vicenda. Orfeo è assente anche dal Più lungo giorno e dalle altre carte campaniane anteriori al capolavoro: certi indizi fanno supporre che la scelta del titolo sia intervenuta tardi, quando il libro era già quasi ultimato. Non si vuol dire con questo che si tratti di scelta immotivata: Ravagli, forse indirizzato dallo stesso Dino, ne individuava la fonte ne I grandi iniziati di Édouard Schuré; una fonte su cui poi sono tornati in molti.

foto ritratto costetti 

Dino Campana, ritratto di Giovanni Costetti

Proprietà Centro di Studi campaniani Enrico Consolini, Marradi

Foto di Claudio Corrivetti, Roma

 

 

 

Giovanni Costetti: I Canti Orfici di Dino Campana

 


Pubblicato su "LA TEMPRA" (Pistoia), II, 1915, 1, pp. 6-7

 

Credo che un giudizio di pittore sopra un’opera di poesia pos­sa interessare forse più della critica d’un letterato o d’un filo­sofo. E più facile all’artista di avere di essa un’opinione meno logica, più istintiva, più passionale.

Mi pare che la critica diventi spesso arido esame di difetti o qualità tecniche e agisca dietro certi presupposti malsicuri. In­fatti a seconda di certi suoi dogmi mutevoli ammette o nega valori che anche negati o ammessi non distrugge o non affer­ma durevolmente.

Le forbici del critico cosiddetto competente, tagliano spesso male, o troppo o insufficientemente.

Il critico non dovrebbe esistere perché non è un uomo d’intuizione, e l’opera d’arte vera è sempre intuitiva. Ma forse la ragione materiale di esi­stere del critico è l’opera d’arte voluta cioè falsa che è sovrab­bondante e che bisogna condannare.

 

 

Antonio Lanza: Nel migliore dei mondi possibili

 

 

 

Nel migliore dei mondi possibili, Dino Campana a Firenze

 

di Antonio Lanza

 

(Pubblicato su Metropoli il 4 marzo 2011, pag. 16)

 

 

Le tracce di Dino Campana a Firenze e nella sua provincia sono molteplici e copiose. Come i suoi versi e le sue lettere, scritte col sangue, anche i numerosi rapporti d'amicizia, amore, odio profondo che coltivò nel capoluogo toscano furono intensi, fatali. Due di queste tracce sono chiare, macroscopiche ed inequivocabili: la sua tomba, dove è seppellito a Badia a Settimo e una targa commemorativa che ci ricorda la sua presenza a Lastra a Signa tra il 1916 e il 1918.

 

 

 

Gleiton Lentz: Alchimia del verbo, una lettura simbolica della Chimera

 

Gleiton è il traduttore dei Canti Orfici in lingua portoghese

 

Inconsciamente io levai gli occhi alla torre barbara, scriveva Campana all'inizio del suo canzoniere orfico con piena consapevolezza di sé, perché sapeva, mentre tratteggiava quelle righe, che sacrificava all'irrazionale il significato primario delle cose, preferendo l'inconscio al conscio, il vaneggiare alla realtà. Se è già nella sua visionaria Notte che s'intravede per la prima volta il riferimento alla torre, ad una torre barbara, sarà invece la sua figura quella tipica del poeta torre d'avorio. Ossia, colui che si compiace nel disgregare il mondo — inteso come la suprema realtà — mediante lo sdoppiamento dell'io, nonostante un accentuato sguardo visionario delle cose.

 

 

UN POMPIERE NELLA PAMPA

di

Stefano Giovanardi

 

Repubblica — 20 agosto 1985

 

 

Del mito-Campana, ormai, si è proprio raschiato il fondo. Per molto tempo esso si è alimentato delle forti suggestioni provenienti da una figura di poeta assolutamente eccentrica, dall' aureola "maledetta" con cui è transitato nella storia letteraria del Novecento, dai molti misteri della biografia, e anche dalle non poche falsità che Campana stesso, preda di una follia di cui non è più lecito dubitare, divulgò involontariamente e contraddittoriamente sul suo conto. O forse è stata la poesia dei Canti orfici, così "ingenua" e complessa insieme, e così inquietante nelle sue punte di maggior rarefazione, a far scattare nei lettori una presunzione di eccezionalità, facilmente ribaltabile (e appigli non ne mancavano certo) sulla vita dell' autore. Ce ne è voluto, insomma, per stabilire una verità storicamente attendibile.

ungaretti e petrucciani anni 50

 

Mario Petrucciani: Campana le parole, la lunga marcia

 

Mario Petrucciani, Per la poesia

Studi  1943-2001,

a cura di Corrado Donati e Alberto Petrucciani, tre volumi,

Metauro Edizioni, Pesaro 2011

Prefazione di Franco Contorbia             

La notte sta in apertura del libro di Campana: lampeggiante segnale biografico-simbolico. Notturni, subito dopo, è l’insegna della seconda sezione dei Canti Orfici. Non basta: nella prima pagina di questo comparto, precisamente ai versi 17-18 de La Chimera, Campana ha fissato una sorta di proprio identikit:

io poeta notturno

vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,

Ora si dà il caso che in questa espressione, certamente essenziale come dichiarazione di poetica, ricorrano due termini che figurano già nel proemio, v. 42., del De rerum natura di Lucrezio, là dove il poeta annuncia la propria teoresi scientifica e filosofica epicurea, quindi in un passo anche esso intenzionalmente investito di determinazione programmatica.