DINO CAMPANA e SIBILLA ALERAMO
di Paolo Puppa
Tratto da "Lettere impossibili" di Paolo Puppa (2009, Gremese editore)
Da un piccolo fascicolo con copertina rosa, trovato dagli eredi tra i faldoni di Sibilla Aleramo, è emersa di recente una lettera vergata in carta da pacchi e con una scrittura un po’ sconnessa, datata 3 aprile 1927. Nel testo, spiccano ai lati macchie di sugo e di polpette.
Signora, Signora, Signora, la primavera si sveglia pure qua, in questo tetro stanzone. Io la vedo oltre le sbarre di ferro, oltre i vetri spessi. Nel tanfo della camerata, tra i sospiri e i sordi respiri dei pazzi addormentati, l’oro e l’azzurro dei decrepiti crepuscoli si cambiano in verde. E allora debbo scrivervi, perché una dolcezza acuta mi torce i nervi, mentre invoco la piaga e il fiore delle vostre labbra. Chi vi scrive, Matrona, è Dino e poi Carlo e poi Giuseppe e poi e poi Campana. E’ stato mio fratello Manlio che m’ha rapito, rapito, rapito a me la madre, la Fanny crudele e fuggitiva. Certo, con lei sono stato un po’ primitivo. Come con voi talvolta.
Del resto ho vissuto anche in un capanno di montagna, sì da Pietro il contadino, dove scrivevo i versi al lume di petrolio, sulla piccola tavola lasciata libera dai montanari andati a dormire. Fra poco in cielo le stelle spanderanno nuova luce a tessere cantilene. A due anni cantavo l’Ave. Qua, in questo carcere, dottori maniaci mi spiano e mi chiedono appunti sulla mia vita. Da un po’ di tempo ho ripreso il controllo su di me e la nebbia del mio passato sembra svaporare. Anche la testa mi duole di meno. Ho qualche appunto tracciato per loro. Li passo a voi, mia bianca Baccante. Forse nei nostri incontri, già li conoscete. Ma ho bisogno, ho bisogno di rinnovarli, perché sia tutto chiaro tra noi due. Dunque, un mio zio è morto pazzo. Appena ho raggiunto la maggiore età, subito a Imola mi hanno internato in manicomio per demenza precoce e per inosservanza dei precetti polizieschi. Mi dicevano chiuso e alienato. Impulsivo e brutale, specie con mamma. Così mi davano ioduro di sodio. E là è nato il ‘mat Campana’. Sissignora, il babbo, il maestro, che tutti rispettavano, pagava malvolentieri la mia spedalità ma pagar doveva per ragioni di possidenza. E poi mi hanno trasferito al San Salvi di Firenze. Erano state bevande spiritose a farmi entrare là dentro. E anche le belve clericali che cantano con voce di bue. Anche in Belgio e in Francia avevo già conosciuto il ricovero. Prima del Natale del ’17 ho scritto a tutti minacciando di uccidermi perché un Commissario voleva spedirmi al fronte. Infine, il martirio s’è fermato nel cronicario di Castel Pulci fiorentino: è dal 1918, credo, che sto qua dentro.. Mi curano con bromuro, sempre bromuro, per lenire l’effetto dei milioni di caffè e del mio strabere. M’han fatto pallido, Signora, assetato errante dietro le larve del mistero, accigliato e male in arnese. Qua, ho chiuso colla poesia, come forse saprete, perché è meglio un lavoro qualunque che la scioperataggine. Ho macchie, edeme sostiene il dottore, sugli organi della vita. Chiazze rossastre sulle parti basse di un corpo ingrossato. Me ne sto immobile, e volo solo col pensiero. Ma prima, quanto vagolare! Ho attraversato fiumi di notte, coi piedi e le mani che cercavano terra per non annegare, il buio freddo della brutta morte che mi soffiava vicino. Fuori, l’ansia segreta delle lucciole e delle cicale, e dentro calde taverne, a scansar birboni, e matrone dai seni enormi, e fanciulle inginocchiate. E troie, troie, troie notturne in fondo ai quadrivi. Ho vagabondato tra le Alpi, a piedi, che si levavano alte come cattedrali all’alba, le ombre verdi degli abeti, a scrivere strampalature. E ancora gaucho nella pampa argentina dal cielo infinito e in Uruguay, cercando le tracce del pirata Garibaldi. Suonavo il piano nei caffè laggiù, io. Grandi piazze deserte sotto nubi in corsa. Viaggiavo perché non sapevo che fare. Avevo in tasca solo le mie fantasie. Di quello vivevo, di quello mordevo i risvegli. Scorribande nel mondo, e pellegrinaggi francescani le primavere quando ritte le spighe esalano odore casalingo e lavanda azzurrina intorno, ricordate le nostre che vi additavo? Anche in Svizzera sono stato sempre a piedi, scavalcando montagne, o nascosto nei gabinetti dei treni da povero ignudo. Amavo i rumorosi luna park e i tiri a bersaglio. Sono stato anche caporale a Ravenna, dove spuntano mosaici di zafferano sotto volte blu. E cantato nel coro a Marradi in un teatrino buffo e recitato da pedagogo. E ho posato tra sacchi di patate a Bologna, dove soffia il vento afoso austrorientale fin sotto i portici. Ah, durante i miei viaggi, credo a Costantinopoli, a Odessa seguendo tribù, a vendere calendari e stelle filanti nelle fiere, a Parigi a rimirar baracche e carrozzoni, pensavo già a voi. Sognavo voi, bella e stagionata magalda. A Buenos Aires, raggiunta su barcacce della miseria, chiedevo orizzonti puri e nuovi, non deturpati da nessun Dio, aria vergine e pampa sterminata e mari gialli, e intanto cavalcavo. Corse cieche fantastiche infrenabili. Là sono stato tempratore di coltelli, là pianista nei ritrovi, là pompiere, stalliere, garzone, operaio, portiere di circolo, stalliere in fazenda. Al ritorno, la fascia azzurra legata alla vita mi dava luce e allegria. Mi perdevo volentieri tra i vichi e le piazze felici, tra vie tortuose di palazzi, come a Genova dal porto fumoso d’antenne, dove son stato tipografo. E ancora a Bruxelles mi sono accompagnato a nichilisti russi. E ho covato a lungo il cappello di Rembrand in un museo. In Amburgo mi rimpicciolivo a ragazzo di stiva. Non solo viaggiato, però. Son cresciuto tra insegnanti e direttori didattici e patrioti, del resto. Carico di premi nelle scuole elementari. Ho studiato le scintille a Bologna, dove ho conosciuto le prime troie e mi sono abbruttito colle ciane, e poi a Firenze ho voluto prepararmi come alchimista di farmacia, e lingue e lettere sempre a Firenze tra goliardi scapigliati. Bastava studiar forse lettere subito e non chimica che non capivo e così non mi sarei abbandonato al nulla. Anche Faenza, rossa di mura e …turrita, mi pare scrivessi così, sì turrita, turrita, ho conosciuto. E sempre calmo, allora, e pacifico. Non strambo o impulsivo. Solo un po’ depresso ed eccitato.
Io però la Falterona e la Verna le ho scalato davvero colle mie ginocchia sbucciate, coi piedi e le mani a tentar chimere, non come loro due, i signorini. Compatitemi, signora di tutto, ma quei due non hanno avuto le mie esperienze, i miei vortici erratici. Mai scappati dalle guardie, mai picchiati in testa dalla polizia fin a farsi rompere la vena poetica, loro due, mai la straziante fanfara dei soldati li ha fermato nei giardini pubblici, o lo schianto triste delle domeniche pomeriggio. Mai avuto contro i questori e i concittadini tutti sciacalli, loro due. Vorrei spaventarli a morte quei due là, col vostro aiuto. Papini, lo so, lo so, dice in giro che sono violento e minaccioso. Papini che avevo invitato a Genova scrivendogli che se era artista il mare gliel’avrebbe rivelato. E l’altro poi ha raccontato a tanti che mi davo ad eccessi alcoolici, a sbornie infernali. Che portavo la bottiglia fin in biblioteca. E ha messo pure in giro che odio le donne. Voi, Madonna peccatrice, potete testimoniare invece la possanza della mia natura. Per un’altra sottana ho consumato novanta giorni in galera. Certo, non mi piacciono le studentesse, le femmine in mostra. No, non sopporto neppure quelle mature e quelle di tutti. Mi tacciavano di ulissismo, anche. Loro sempre stanziali, infatti, e non giramondi come me. Ci vorrebbe un governo vero per mettere alla porta tanta ma tanta canaglia.
Nel dicembre del 1913, nel corridoio della redazione della loro rivista Lacerba, Papini e lui mi hanno visto seduto su un canapè nero di tela cerata. Perché dormivo negli asili notturni, io. Tremavo come una foglia e mi soffiavo nelle mani rosse (‘Che grandi mani’, avete mormorato nella camera della pensione, vicino alla stazione), mani gonfie di geloni, pendule lungo i fianchi, e ogni tanto ridevo per la paura. Ma lui ammirava il mio corpo, fauno tarchiato nudo simile ad un eroe antico, diceva, capelli biondo-ardenti, aroma dionisiaco, baffi e barba rossigna, o dorata, gli occhi lucidi e sporgenti. Ardenti, capite? E gli occhi celesti. Figlio della steppa. Scarpe sdotte e scalcagnate da camminatore teutonico. Così poi ha scritto l’infame sciacallo, come mi hanno riferito. Uomo silvano, creatura dei boschi, vestito magari di pelli, sporco di fuliggine, rifiutato dalla famiglia per via dei pidocchi. Questa la loro descrizione. Marcio e bacato mi hanno anche chiamato un giorno, mentre cenavano al ristorante, intenti a preparare i loro ridicoli spettacoli futuristi. Mi insultavano col loro sguardo annoiato, mi deridevano e mi invitavano a comprare il biglietto per il teatro. E se insistevo per il mio manoscritto, sbuffavano e si lanciavano occhiate allusive. Ho visto tutto, io. E non dimentico niente. Ma aspettavo il responso fatidico sul poema imprestato loro, quello che Soffici m’ha sequestrato, e poi certo fatto distruggere per invidia. Gli ho scritto a lungo per riaverli indietro, i miei versi tracciati su carta da minestra, ruvida e sporca, maculata e sgualcita. Ma ognuno dei due accusava l’altro. Sono salito a casa di Papini, una mattina, sono entrato perfino nella sua biblioteca. C’era una bambina sulla porta, e allora sono uscito per strada la testa in fiamme. Faceva un freddo rigido. Avevo nelle orecchie i grilli che danzavano tra i pitosfori mentre la sera colava a poco a poco. Sì, ho dovuto visitare la mostra dei futuristi a Via Cavour, doveva essere i primi di gennaio del ’14. E mi ripetevo che avendo mentito al mio me, sì, sì, sì (mi ero rivolto a loro come indimenticabili compagni) mi meritavo dagli zerbini, da lui soprattutto, questo bel trattamento. Quando voglio anch’io fingere e simulare falsa amicizia e manierata disponibilità, è giusto che paghi. Ma non così, non in questo modo. Perché hanno perso tutto, sì, hanno perso tutto e non trovavano più niente. Non importa, perché colla forza della mia natura ho riscritto i Canti, ricantandoli tra me e me a memoria, per dimostrare a me che esistevo davvero. E magari sudando per ricordare, spremendo i miei centri nervosi per riavere le immagini tutte, è là che m’è venuta la congestione cerebrale. Sì, son riuscito a pubblicare a ottobre la mia opera. Giravo per i caffè a vendere copie e strappare versi se mi parevano non compresi dagli avventori. Già, strappavo intere pagine. Magari alla fine restava solo la copertina. C’era pure la dedica a Guglielmo di Prussia. Avevano paura delle mie furie improvvise, se una faccia non mi sorrideva.
Ma se gli altri mi deridono, se i ragazzi per strada mi cuculiano, mi sputano addosso, son capace di tutto. Altro che risse da orso. Altro che sghignazzare sul muso. Posso scatenare cani furiosi, agghindati di fiocchi, sonagli e cuoi. Altro che darmi ad un’andatura lupesca, inselvaggito e stralunato. Altro che gridar ‘spie spie’ e ‘vigliacchi vigliacchi’ in caserma alle guardie, o da energumeno minacciare stragi, per essere poi pestato a morte dai flics bolognesi. Solo perché non sopporto essere titillato da chi non mi capisce. Altro che lanciar dalla finestra la tovaglia coi piatti tra urli e strilli dei vili di casa, o sbatterli sul muro. Ma io cercavo e cerco ancora veri fratelli, dovunque, amico di tutti e di nessuno. Questa lettera ve la portano appunto due inservienti, due bravi e onesti divoratori delle mie polpette. L’Ardengo, l’hanno aggredito i futuristi per polemiche. Prima, era contrario ai futuristi, lo zerbinotto. Eppure, proprio dopo una mostra futurista, ho dedicato alcuni versi ad un suo quadro. C’erano fiammelle rosse in quella mia povera e ingenua poesia, in più una spagnola cinerina, e un’isterica in tango di luci che si disfà, almeno così mi risuona oggi. Cercavo di trovare ritmi equivalenti alle forme bizzarre. C’era un suo quadro, un ballo in un caffè concerto, se non mi sbaglio. C’erano una faccia e lanterne che pendevano dal soffitto, mi pare. Forse qualcuno pestava il piano. Io faccio sul serio, non come loro. Io rompo regole e modelli, e le mie sono scariche elettriche. Non gioco, come loro. Ecco, Signora, mi torna ancora il ricordo dei versi che ho scritto su quel dipinto: “Batte botte, batte botte, sì, ne la notte per le rotte”. Crudeli insidiatori intorno. Ma io ho introdotto il colore sulla pagina, e il nero della riga si tinge, si tinge, e schiaccio i tubetti direttamente sulla carta. E anche il tempo di una nenia, di un canto, di un lamento, di una preghiera.
Ho chiuso colla poesia però. In compenso, per suggestione radiotelefonica continua, influssi elettrici, magnetici, medianici, ipnotici mi permettono di prevedere e provocare terremoti, incendi, cozzi di treni, gravidanze di principesse sterili e monacazioni, guerre e matrimoni reali, catastrofi e morti resuscitate. E’ stato Marconi colle sue scariche, che mi ha asciugato nel cervello la vena poetica. Avevo qualche arte ma ora non più. Ero e sono robusto. Come avete provato più volte, quando insaziata mi strisciavate accanto e mi ripetevate che nessuno, nessuno vi aveva strofinato così. Non vostro marito, non quello che si occupava di popoli e di lavoranti. Non gli zerbini che vi corteggiavano invidiosi della mia forza, lordi cafoni, cani levantini della letteratura. E lui, e lui, e lui soprattutto, mi invidiava la natura possente, sì, la misura della mia natura, ardente e smisurata. Anche qua, in ospedale, tutti me la vogliono vedere, controllare, toccare, la mia natura. Invece con nessuno mi son mai accoppiato qua dentro, io. Con nessuno, come potranno testimoniare i miei due angeli, i miei inservienti sporchi di polpette. Doveva restare vostra la mia natura, se solo avessi saputo capire e perdonare. Perché i deliri ora sono cessati, almeno negli ultimi giorni, vi giuro, mia tigre. Ma voi non venite più, voi non potete, non volete venire.
Un tempo c’eravate voi, mia Signora, a tenermi in vita e ad alzarmi questa natura possente, sì che dovevo spegnerla ogni tanto, se no la corteccia intera prendeva fuoco nella febbre del cuore e dei nervi. Nessuna medicina calma anche oggi la mia voglia di voi, se non provvedo io stesso a scacciarvi dal mio corpo. Ogni tanto, confesso, vi confondo, Matrona, con giovini donne dagli occhi grigi, colle fanciulle che a Genova, vicino al porto, scambiavano bisbigli. O colla creola fatale dagli occhi neri e scintillanti come metallo in fusione. Sfregolo, sfregolo sotto il lenzuolo e intorno sento gli schiavi, i parassiti che gongolano scaldati dal mio respiro. Godono anche loro, miserabili pezzenti. Perché questi sono i miei sodali, un contorno di infermi epilettici, idioti, dementi, stolidi, sudici. Se ci avessero visti quando vi accarezzavo tutta e vi plasmavo come creta e mi volevate dentro per millenni e millenni. Guai se mi levavo, guai se mi staccavo da voi. Sì, Signora, voi urlavate che ambivate morirmi addosso, anche se non ce la facevate più a reggere la mia foga. Poi dopo un po’ vi trasformavate in bestia spasimosa e mi strisciavate addosso supplicando ‘Ancora’. Sono i vostri supplici ‘ancora’ che risento in mezzo alla pioggia guardando lo stanzone colle crepe ai muri, i finestroni alti e immobili. Sono i vostri ‘ancora’ che aizzano questa natura invitta. Ma lui, ma lui, il superzerbino non trovava più le carte, e i miei canti si sono spenti, credo, anche per colpa sua. Colpa sua, colpa sua. Me l’ha detto Papini, anche se considero costui il disfacitore della poesia italiana. E’ stato lui il primo dei miei nemici. Lui che ha organizzato la supercongiura, il Signor superzerbino. E deve morire dunque. Oh, lo so bene che tutti hanno partecipato alla mia cancellazione, ma lui per primo. Lui che ha perso i miei canti, o meglio li ha nascosti perché come li ha aperti, come li ha sfogliati, è rimasto accecato dalla forza che usciva dalle mie parole. Mai, mai si sarebbe avvicinato a quella energia, che scendeva direttamente dai rivi, dai colli e dal cielo. Che sapeva di mare lontano e di gonne strappate urlando a matrone negli antri ventosi di antiche metropoli, umide e rossicce di tramonti improvvisi. Mai, mai lo zerbino si sarebbe alzato a quei risultati. E così ha celato i miei versi, li ha sepolti magari in qualche pertugio della sua inutile biblioteca. Ora, sono sfinito, mia Signora. Sfinito nel rammentare e sfinito dagli abbracci che mi chiedevate insaziata, quando snodavate le trecce come torce e braccia infinite, sulle zolle dure, mentre gli steli frusciavano sulla nostra fronte, o le stelle incupivano il cielo. E invocavate al mio orecchio ‘la vostra bella belva bionda’. Io son qua, mentre intorno ogni notte mi preparano morti insane e mi tolgono il pensiero. Voi dovete aiutarmi, Signora, per la gratitudine che dovete allo strofinamento infinito a me da voi ordinato. Dovete condurmi da loro, o almeno da lui, perché prima di disperdermi e di cedere io devo, io devo rivedere il suo sorriso di scherno, la sua convinzione di essermi superiore. Mi basterà scorgere il terrore dischiudersi, mentre apre la porta e rivede il mio cappotto ruvido e cencioso, che sa di bettole e di latrine mai lavate, mentre lo sorprendo e gli descrivo la mia vendetta, mostrandogli un buon coltello. Se no mi manca il fiato, Signora. Dovete aiutarmi. Portatemi da lui. Non spiegategli cosa lo attende. Cercate solo di carpire un appuntamento, a lui. Ditegli che un giovane poeta, l’ennesimo, bussa alla sua casa famosa per un’udienza. Lui si muove bene nei salotti e nelle redazioni. Lui pacifico e guerriero, lui baciamanista e corteggiante, lui pittorucolo e letterastro, lui che cresce nel piccolo mondo delle recensioni ruffiane, lui che sarà cancellato presto nel generale oblio che ci attende tutti. Tanto, tutto questo non mi importa più, perché conta altro. Conta la scintilla elettrica che scarica i corpi o li accende all’improvviso, e mette in rapporto le ere e le fedi, gli eserciti e le nazioni, gli dei e i demoni della Storia. Se mi portate da lui, Signora, forse non lo ucciderò. Ma sì, non si merita una fine violenta che potrebbe riscattarlo da inetto, capace solo di mentire, nella vittima religiosa della mia ira. No, forse sarebbe meglio trascinarlo qua, chiuso in un sacco come la Gilda del musico, e costringerlo a dormire nelle grandi stanze, negli antri mai quietati dal buio, e metterlo nel coro dei pavidi che assistono ai moti della mia possente natura, quando solleva il lurido lenzuolo e fora le nuvole dei calmanti e dei veleni e altera la mia bocca e spalanca le mie narici. Costringerlo a seguire il moto delle gocce che schizzano dappertutto, lui Ardengo poco ardente, e molto Soffice e poltrone e pigramente pantofolaio, anche se si pavoneggiava tra i guitti futuristi. Signora, fatemi uscire per una volta sola, portatemi da loro. Non dirò più che sono vostri amanti. Marradi, il mio dolce inobliabile nido, borgo posto in una gola della Val di Lamone, dov’è finito? Fatemelo rivedere almeno una volta. Qualcosa riuscirò a fare, anche se adesso le idee mi si ingarbugliano e non so bene come avanzare tra immagini e voglie e patemi e dolori. Tutto gira dentro e fuori del mio corpo spossato. Portatemi via con voi, Signora mia. Portatemi da loro. Avete dimenticato tutto, io no. Io che vi ho scorto la prima volta scendere dalla corriera postale a Firenze, il grande cappello, l’abito bianco, il passo regale. Sì, mia cara, vi insegnavo a leggere i ruscelli, a chiamare i sassi col loro nome, e i tronchi e le radici ve li squadernavo mentre piangevate travolta da rimorsi borghesi. Abbiamo lo stesso segno, il Leone. Per questa origine comune, siamo stati un solo gemito, abbracciati dalla luce. Vi aspetto, mia Chimera, mia pitonessa, disposto a riprovare l’antico affanno. Il serale animamento in questo istante di nuovo pare intatto. Appena vi prenderò, vi farò gridare di gioia. Andremo ancora nei boschi ombrosi a raccogliere funghi. Vi assicuro che non collego più il nostro amore alla causa della lunga guerra, guerra che m’ha reso il più triste fanciullo della terra. Non vi sputerò più, non vi picchierò più, mia Dea. Non vi griderò che volete romanzarmi, non vi lancerò accuse di troiaggine, o di essere l’impura amante di tutti gli zerbini della penna, a partire da Papini. Dal vostro Dino, acuto come Edison il grande scopritore, dal vostro Carlo che non pensa più alle cose letterarie essendo nullo il mercato italiano per me, dal vostro Giuseppe, cuoco di gustose polpette e masturbatore sentimentale e non più Barbarossa, a voi sempre fedele e affezionato, e consapevole che l’anima mia è immortale e si unirà a quella universale, dunque anche alla vostra, un infinito dolente e speranzoso abbraccio.

Lettera di Sibilla Aleramo ad Ardengo Soffici, trovata nel copialettere della scrittrice, datata 5 aprile 1927.
Caro Soffici, forse questo messaggio è del tutto inutile, in quanto la questione è risolta e la situazione intera sotto controllo, almeno mi auguro. Preferisco nondimeno avvertirla in ogni caso, perché nella vita può succedere di tutto. Saprà delle minacce che questo povero giovane continua a lanciarle dal Centro in cui è ricoverato e amorevolmente curato, ma in cui pure vegeta in condizioni da affliggere chi ha a cuore la poesia. Ormai purtroppo tra la creatura tanto sfortunata e l’arte i raccordi sono sempre più flebili. Io ho avuto il torto di credere in lui e di dargli la mia amicizia disinteressata e protettiva. Poi davanti a crisi sempre più aggressive ho dovuto allontanarmi, piagata nel corpo e nello spirito. Prevedevo la fine che avrebbe fatto e che ha fatto. Eppure, in una pausa dell’accidia e dell’ebetudine che l’hanno sopraffatto, è riuscito ad escogitare una mossa che mostra residui di intelligenza analitica. Mi ha inviato una missiva delirante e rampognosa nei vostri riguardi, in cui mescola minacce e lusinghe, e in cui si ripromette di darle una lezione non so bene per quale ragione, forse per lo smarrimento del suo manoscritto. Mi è stata recapitata in modo bizzarro da due infermieri del manicomio di Castel Pulci, tali Ugolini e Orlandelli, suoi presunti amici che son riusciti a eludere il controllo e a trovare il mio nuovo indirizzo. Due suoi accoliti, due strani inservienti che avrebbe conquistato grazie a sue recenti prodezze culinarie, specie polpette sugose di carne di maiale. Avvertirà lei di ciò l’amico Papini, da me a suo tempo frequentato, ma forse ora troppo preso da scritti religiosi per occuparsi di simili tristezze. Per parte mia ho avvisato chi di dovere, il bravo dottor Carlo Pariani, psichiatra molto interessato (forse un po’morbidamente) al malato, su cui sta conducendo uno studio serrato. L’ho invitato a intensificare il controllo e il buon medico mi ha garantito che episodi incresciosi e turbevoli del genere non si ripresenteranno. Dunque, caro amico, stia pure tranquillo. Il Campana non solo non potrà uscire in alcun modo dal Centro ma anche non potrà più disturbare la nostra serenità e il nostro lavoro con oscuri ingorghi del pensiero. Comunque, si intravede tra i buchi neri della sua mente derelitta una intenzione criminale nei confronti vostri, che sarebbe bene non sottovalutare. Se mai il giovanotto dovesse lasciare il luogo in cui trascorre giorni senza meta e senza futuro, ipotesi al momento inverosimile, lei se ne tenga lontano. Il giovanotto possiede una forza fisica spaventosa, sotto tutti i punti di vista. Qualcosa di demoniaco, mi creda. Il fatto che la odia, dovrebbe suggerirle di tenersene alla larga. In nessun modo accetti di vederlo. Ma io vigilerò perché il paziente che straparla e accumula accuse immotivate e spande dicerie orride contro tutti e contro tutto (anche su di me, anche su di me, con tutto quello che ho fatto e patito per lui) scambiando la mia pietà per un sentimento più complesso e duraturo, non realizzi il suo criminoso proposito e se ne rimanga nella tana in cui le autorità hanno ritenuto giusto relegarlo. Io ammiravo i versi che il malato un tempo era in grado di comporre. L’ho chiamato anche ‘musico cuore’ per sincera solidarietà di scrittrice. Ora non è che un pazzo, un selvaggio, un mentecatto che m’ha lasciato a lungo lividure sulle bianche membra. Come saprà, ho cercato di farlo curare, mentre sua madre continuava a mandarmi immagini della Madonna e mi pregava di regolarizzare la nostra unione. Ma quale unione? L’ultima volta che l’ho visitato nel carcere di Novara, era il ’17, per accuse ridicole di essere una spia filotedesca, era solo un corpo ingrassato, privo del tutto dell’antico fascino selvatico, un disgraziato che non faceva che singhiozzare e provare a baciarmi le mani. Appena le sarà possibile, mi tenga informato della sua pittura e della sua scrittura. Mi interessano molto, e io la seguo anche se distante, con ammirazione e stupore per la sua energia artistica, anche nelle recenti conversioni classicistiche. Avevo tanto apprezzato il suo mirabile e autobiografico Lemmonio Boreo. Ho divorato anche il suo studio sul pittore Armando Spadini. Come fa, ma come fa a passare con tanta maestria da un genere all’altro? Se mai mi permetterà, ambirei inviarle umilmente un testo che mi sta a cuore e che dovrebbe uscire tra breve, dal titolo esplicito che è un po’ il mio motto, Amo dunque sono. Sua Sibilla

