QUALE E’ IL PAESE DI CHIMERA?
di Silvano Salvadori
2008
È quel paese dove perdesi l’anima fantasticando; è quel paese dove l’anima nostra dai suoi abitanti è trattenuta in un abbraccio stretto. È quel paese di cui sono re gli “esseri” della visione di Ezechiele, i Quattro Viventi; tutti esseri alati: il corpo vivo (Uomo), il corpo ruggente la parola (Leone), il corpo sacrificale di vittima (Toro), il corpo mistico e visionario (L’aquila).
Se quella classica, di chimere, è “capra”, animale ugualmente da sacrificio, essa ha pure la testa di leone e la coda da serpente; aquila e serpe si equivalgono comunque nella repentina capacità di colpire, ed il serpe e l’aquila sono anche gli animali di Zarathustra a cui si accosterà il leone che ride, come è appunto nella Chimera.
Quella di Arezzo porta un’iscrizione al dio Tinia, mutevole dio etrusco, principio cangiante di ogni cosa; dove la capra è periodo di passaggio (primavera, autunno) fra il calore (forza, leone, estate, pienezza di vita) e il serpente (terra, oscurità, inverno, vecchiaia).

Sia ne Il tempo miserabile (anche se qui l’azione la compie l’invocata Morte), sia ne Il Russo si dice che le Chimere folgoranti tengono in stretta disperata l’anima del poeta per rapirla dall’abisso e portarla con le loro ali verso le stelle, via da dove l’umanità imputridisce in se stessa.
Ne La Chimera, dopo che il poeta vede per teneri cieli lontane chiare ombre correnti, può finalmente chiamare con insistito desiderio la Chimera, perché solo la Chimera è l’essere alato che lo può trasportare in quei cieli.
Il paese di Chimera è dunque l’altro paese che è più limpido specchio di questo, il paese delle idee, dell’Ideale. E il poeta non ha ali sufficienti per giungervi; non può invocare la sua Beatrice, perché non ha una Beatrice per condurlo in quel paradiso; conosce un essere ambiguo adatto alla sua ambiguità di essere umano e divino insieme. Non è l’Ippogrifo di Orlando, la mera fantasticheria che può cavalcare, non è il carro di fuoco di Elia, il mistico rapimento nell’ultramondano: lui può essere solo assunto da una belva benevola, che non fa paura perché i suoi artigli sono parole, così come quelle che porta la Chimera d’Arezzo sulla sua zampa (sull'arto anteriore destro: TINSCVIL, che indica che il bronzo era un oggetto votivo dedicato al supremo dio etrusco del giorno, Tin o Tinia): sono parole che invocano dei perché mutino il suo canto, dalla notte all'alba, in profezia.
Ed ancora in Genova, alzando gli occhi, fissa nei cieli i mille e mille occhi benevoli delle Chimere; nel momento alchemico del giorno che passa, questi “angeli pagani” dalla doppia facies, veloci come faville, costituiscono una promessa di liberazione.

In un passo dello Zibaldone di Leopardi del 7 maggio 1829 c’è una interessante citazione dalla Giulia o la nuova Eloisa (1761, VI, 8, O.C., II, p. 693; tr. Rizzoli, Milano 1992) di Rousseau:
Le pays des chimeres est en ce monde le seul digne d’étre habitè, et tel est le néant des choses humaines, que hors l’étre existant par lui-méme, il n’y a rien de beau que ce qui n’est pas.
(Il paese delle chimere è il solo degno di essere abitato quaggiù, e il nulla delle cose umane è tale che salvo l’essere che esiste di per sé non esiste nulla di bello se non ciò che non esiste)
Chimere e speranze si legano dunque; ed ecco che è il mondo dell’arte quello in cui si trova compagnie di creature perfette, celesti per virtù come per beltà (Rousseau, Confessioni, op.cit. p.427), quali questa compagna notturna della più famosa poesia di Dino.
Tale immagine in lui è sempre consolatoria; non c’è mai in Campana un taglio simbolista o decadente. La fuga o l’anelito è di una nostalgia quasi nichilista cosi che in Ermafrodito il riflesso è un invito ad attraversare l’illusorio velo sulla realtà:
Dal paese della chimera eterno e profondo/ dove perdesi l’anima fantasticando
(2008)
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