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Franco Matacotta risponde a Vallecchi

 

dall'Archivio Franco Matacotta

 

curato da Cino Matacotta

 

 

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Enrico Vallecchi a Franco Matacotta

 

Dall'Archivio Franco Matacotta

 

a cura di Cino Matacotta

 

 

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Dino Campana è una delle figure più singolari della poesia italiana del Novecento. La sua biografia, spesso deformata da narrazioni familiari e da testimonianze postume di dubbia attendibilità, richiede una lettura critica e documentaria.

Si può partire da una considerazione essenziale: Campana non è stato soltanto un poeta, ma uno sguardo sul mondo capace di trasfigurare la realtà in immagini. La sua poesia non si limita alla parola scritta, ma è profondamente visiva; colore, composizione, luce e movimento si intrecciano in una scrittura che assorbe anche il contatto con i movimenti dell’arte figurativa contemporanea. Non il poeta incompreso consegnato alla leggenda, né l’irregolare travolto dalla propria marginalità: Campana va restituito a un contesto concreto, visivo e storico.

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L’Orfeo di Schuré ne La Notte di Dino Campana

di Andrea Pellegrini

da: L'Antologia del Vieusseux, N. 89, maggio-agosto 2024

 

 

C’è una scena nella prima parte dei Canti Orfici, in quella ouverture lasciva e mistica che schiude l’opera di Campana, in quel petit poéme en prose che è La Notte, ossessiva e cubistica e ripetuta in sequenze che hanno gli stessi attanti fra diversi fondali, con un medesimo enigma. Che c’è un giovane al centro, il Poeta, vagante per plumbee campagne piene di zingare adolescenti e che oltre «archi enormemente vuoti di ponti»,[1] presso una porta, si ferma. E la supera. Per una stanza o una tenda – il multiforme lupanare è arcano – varca la soglia, laddove non più fresca una ciarliera maîtresse lo alberga untuosa. È una ruffiana che qualcosa conserva di erotico e di ferale, di opulento e di funebre, la matrona. Ma una fanciulla è presente anche, l’«ancella», colei che concessa sarà all’avventore e che sdraiata compare sonnacchiosa, di volta in volta piegata su gomiti e ginocchia, come la Notte michelangiolesca, di pelle ambrata su un letto, mentre attorno fa notte incessantemente. 

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Nikolaj Gumilëv

 

Nikolaj Gumilëv

 

Perle

 

 traduzione di

Franco Matacotta

 

prima edizione italiana a cura di

Stefano Fumagalli

 

Passigli Editore 

 

 

di Paolo Pianigiani

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Dolore o baci Perugina?

 

 

 Archivio Franco Matacotta

 

E’ un po’ come la foto di Filippo Tramonti spacciato, ancora e ancora, per Dino Campana, ma se si può, molto peggio perché si va a calpestare l’essenza di un dolore che ha segnato due vite intere.

Perché, ispirati dal titolo della rivisitazione del carteggio Campana Aleramo a mano di Bruna Conti e dopo a 24 anni dall’uscita del melenso film omonimo, ieri, 18 aprile 2026, la “Setta dei poeti estinti” ha messo in scena una lettura delle lettere tra Dino Campana e Sibilla Aleramo intitolandola “Questo viaggio chiamato amore”, spostandosi dallo spazio evocativo di un titolo fortunato alla citazione di un verso preciso.

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  • Silvano Salvadori : Soffici e Campana
  • Cino Matacotta: Un messaggio di Giovanni Campana al figlio Dino Cino Matacotta
  • Dino Campana a Castel Pulci: Nel peggiore dei mondi possibili
  • Belgio 1908: prigione e manicomio

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