L’Orfeo di Schuré ne La Notte di Dino Campana
di Andrea Pellegrini
da: L'Antologia del Vieusseux, N. 89, maggio-agosto 2024
C’è una scena nella prima parte dei Canti Orfici, in quella ouverture lasciva e mistica che schiude l’opera di Campana, in quel petit poéme en prose che è La Notte, ossessiva e cubistica e ripetuta in sequenze che hanno gli stessi attanti fra diversi fondali, con un medesimo enigma. Che c’è un giovane al centro, il Poeta, vagante per plumbee campagne piene di zingare adolescenti e che oltre «archi enormemente vuoti di ponti»,[1] presso una porta, si ferma. E la supera. Per una stanza o una tenda – il multiforme lupanare è arcano – varca la soglia, laddove non più fresca una ciarliera maîtresse lo alberga untuosa. È una ruffiana che qualcosa conserva di erotico e di ferale, di opulento e di funebre, la matrona. Ma una fanciulla è presente anche, l’«ancella», colei che concessa sarà all’avventore e che sdraiata compare sonnacchiosa, di volta in volta piegata su gomiti e ginocchia, come la Notte michelangiolesca, di pelle ambrata su un letto, mentre attorno fa notte incessantemente.
Nikolaj Gumilëv
Nikolaj Gumilëv
Perle
traduzione di
Franco Matacotta
prima edizione italiana a cura di
Stefano Fumagalli
Passigli Editore
di Paolo Pianigiani
Dolore o baci Perugina?

Archivio Franco Matacotta
E’ un po’ come la foto di Filippo Tramonti spacciato, ancora e ancora, per Dino Campana, ma se si può, molto peggio perché si va a calpestare l’essenza di un dolore che ha segnato due vite intere.
Perché, ispirati dal titolo della rivisitazione del carteggio Campana Aleramo a mano di Bruna Conti e dopo a 24 anni dall’uscita del melenso film omonimo, ieri, 18 aprile 2026, la “Setta dei poeti estinti” ha messo in scena una lettura delle lettere tra Dino Campana e Sibilla Aleramo intitolandola “Questo viaggio chiamato amore”, spostandosi dallo spazio evocativo di un titolo fortunato alla citazione di un verso preciso.
Silvano Salvadori:
Soffici e Campana
La Verna 27 Agosto
Poco eroico e un tantino ridicolo, a cavallo su questa ciuca bigia, chi mi vedesse, in giorno di domenica, per i lungarni di Firenze, per esempio. Ma qui su questo calvo Calvano solitario come il polo, calcinoso, arrabbiato nella sua pietrosità cubistica di paese donchisciottesco e francescano.
Qui, a piè del ruinoso e duro sasso, ritto e irto d’abeti neri sul fondo ahimè puro di un cielo giottesco, anche lo spirito cavalca una bestia primitiva, testarda; tutt’al più leggermente ironica negli occhi triangolari….

UN MESSAGGIO DI GIOVANNI CAMPANA AL FIGLIO DINO
di Cino Matacotta
Su una cartolina postale recante un saluto di cortesia, inviata da Bengasi con l’altisonante timbro “Stato Maggiore – Governo della Cirenaica” in un giorno dell’ottobre 1915 da un tal Vasco Borghi e indirizzata “Al Signor / Giovanni Campana / Direttore Didattico / Marradi”, Giovanni Campana scrisse un breve messaggio in inchiostro rosso per il figlio:
“Caro Dino, non vengo stasera perché sono occupato e so che stai benino, verrò domani sulle 11. Saluti affettuosi, anche dalla mamma tua.”1
Dino Campana a Castel Pulci
Nel peggiore dei mondi possibili
di Lorenzo Bertolani
da: www Infinitetracce.it
(testo rintracciato da Claudio Mercatali)
Infinitetracce era un sito web attivo dal 2011 – 2013 oggi non più reperibile su Internet. Chi lo cerca trova la spiegazione un po’ misteriosa “andato perduto nel Mare Magnum del web”.
Da Saint-Gilles a Froid-Mont, dalla Prigione al Manicomio
BELGIO 1908:
PRIGIONE E MANICOMIO
di Odoardo Spoglianti
da: L'Informatore librario
15 marzo - 15 aprile 1982
Dino Campana sbarcò ad Anversa (Belgio), proveniente da Odessa, imbarcato in Argentina come mozzo, in un giorno e in una stagione imprecisata del 1908.
Siccome aveva abitato per 8 mesi in Argentina da uomo libero, laggiù nella pampa assolata, lui vagabondo intellettuale si precipita, come per rifarsi di un lungo digiuno, al Musée des Beaux-Arts.
Pagina 2 di 85




