Gabriel Cacho Millet: prefazione al "Ritrovamenti biografici e appunti testuali", di Stefano Drei

 

 

PREFAZIONE

Rilevare le ombre che ancora oscurano la biografia di Dino Campana, poeta randagio che tanto soffrì e che scomparve quasi dimenticato nella solitudine di una stanza di manicomio, è un ob­bligo d’amore. Lo chiedono le sue fughe dettate dalla disperazione, le intemperanze che erano la ribellione di chi non si sente amato e poi la miseria, l’asilo notturno, le carceri, gli ospedali, i manicomi e quella solitudine spaventosa di chi ha perduto la compagna più fedele e insostituibile, unica: la poesia.

Ci tocca oggi toglierlo dall’ombra, gettare luce sul suo calva­rio, mostrarlo come autore del solo libro che scrisse e del quale si compie il centenario della pubblicazione. Bisogna illuminare i lati oscuri, cercarlo anche in piccole cose che apparentemente hanno scarsa importanza perché alla luce di tale ricerca si rivela l’uomo e qualche cosa del poeta come sta facendo il meritorio professore di lettere del Liceo Torricelli di Faenza, Stefano Drei.

calvino     

       

  Con Calvino, solfeggiando "Genova",  a Buenos Aires        

 

di Gabriel Cacho Millet

 

Non ho mai saputo cosa sia veramente accaduto il giorno dell'inaugurazione dello stand italiano nella  Xª Edición de la Feria Internacional del Libro tenuta a Buenos Aires nel 1984. L'episodio, comunque ha a che fare con una mia versione in spagnolo della poesia  Genova  con cui  Dino Campana ha voluto chiudere il suo unico libro, Canti Orfici.

Ero stato invitato insieme a Italo Calvino all'evento col compito di parlare dei soggiorni in Argentina di Dino Campana (1908) Carlo Emilio Gadda (1922) e Luigi Pirandello (1927, 1933). Calvino, ospite ufficiale, doveva invece inaugurare lo stand italiano analizzando  le sensazioni che provava ogni volta che visitava una grande esposizione  al momento di perdersi "in questo mare di carta stampata, in questo firmamento sterminato di copertine colorate, in questo pulviscolo di caratteri tipografici".

Il libro e i libri, aveva intitolato Calvino il suo discorso, nel quale avrebbe raccontato della vertigine che sentiva davanti ai libri: "l'apertura di spazi senza fine come una successione di specchi che moltiplicano il mondo".

 

 

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Lello Campana a vent’anni studente universitario, nella casa paterna a Marradi

 

 

L’ultimo dei Campana

di Gabriel Cacho Millet

 

Pubblicato su "L'Informatore Librario", Roma, anno VIII, N.5, Maggio 1978

 

 

Non ha dimenticato il poeta Lello Campana le parole — le uniche — che suo cugino Dino avrebbe esclamato riconoscendolo nel manicomio di Castel Pulci, nel 1929, né la pacca che a mo' di saluto gli avrebbe dato sulle spalle dicendogli: “Anche tu sei un Campana!”

Nulla o quasi nulla sapeva a 14 anni “l'ultimo dei Campana” del suo famoso cugino, ad eccezione di qualche altra avventura che il padre, Torquato — “il parente” che consigliò Dino “di fare qualcosa di pratico” studiando Chimica all'Università di Bologna — gli avrebbe raccontato. Dalle labbra di Torquato Campana, a quanto pare “tutore” allora del “minorato” Dino, Lello seppe che suo padre nel febbraio del 1908 accompagnò fino al porto di Genova il più “difficile” della famiglia per l'avventuroso viaggio in Argentina.

Gabriel Cacho Millet: Il manoscritto di Campana perduto, ritrovato e venduto

     

  

 Publicato su "Wuz", storie di editori, autori e libri rari

 

 n. 3 maggio - giugno 2004 

di Gabriel Cacho Millet  

 

 

É stato venduto all'asta lo scorso 18 marzo, a Roma, il manoscritto de Il più lungo giorno di Dino Campana (1885-1932) per centosettantacinquemila euro. Ascoltare Fabio Bertolo battere all'asta presso Christie's quel quaderno con un'offerta iniziale di centotrentamila euro, a me che ho seguito per anni le contorte tracce del poeta vagabondo si stringeva il cuore. Pensavo a Campana che andava nei caffè di Firenze e di Bologna per vendere personalmente a lire due e cinquanta "con o senza dedica" i Canti Orfici, il libro che riscrisse e che avrebbe riscritto comunque, anche ignorando che Ardengo Soffici gli aveva smarrito il manoscritto con l'ultima stesura.

Gabriel Cacho Millet: Le lunghe braccia dell'autunno

 
 
 

                Editore Mauro Baroni Viareggio Lucca

                      collana Jazz di Mediterranea

recensione di Marisa Cecchetti 
recensione di Maurizio Giammusso  

di Paolo Pianigiani 

E' appena uscita per i tipi di Mauro Baroni Editore in Viareggio, l'ultima opera teatrale di Gabriel Cacho Millet: Le lunghe braccia dell'autunno. Fa il paio, questo lavoro, con un'altro, uscito a Roma nel 1977, che ha titolo Quasi un uomo, un monologo con protagonista Dino Campana. Chiude il cerchio e definisce, nei dettagli e negli impeti, la figura della poetessa e autrice di romanzi Rina Faccio, in arte e per il mondo Sibilla Aleramo.

 

 

I Racconti dell'uomo che ha fretta

a cura di Gabriel Cacho Millet

Fazi editore 2007

 

"Vedrai, te ne innamorerai. Non è come Campana, anche se qualcuno li ha avvicinati. Sono due poeti assolutamente diversi. Cerca il libro, IL PRIMO DIO, dell'Adelphi".

Così per la prima volta, ho sentito parlare di Emanuel Carnevali, da Gabriel Cacho Millet, che dello scrittore fiorentino ha curato per l'editore Fazi la recente pubblicazione dei Racconti di un uomo che ha fretta. Non è stato facile trovarlo, Il primo Dio: esauritissimo nella prima edizione, quella del 1978. Ne ho scovato uno, della seconda edizione, del giugno 1994. Nel risvolto della copertina l'errore depistante sulla nascita: Bologna, invece che Firenze, dove, in via Montebello, al numero 11, il 4 dicembre 1897 Manuel Federico Carlo Carnevali arrivò in questo mondo. Una lettura subito febbrile: si tratta di una specie di diario fatto di racconti per accumuli, una storia che si dipana ansiosa fra i primi anni trascorsi in Italia, la fuga verso il nuovo mondo, la disperata realtà delle strade di New York, dove il giovanissimo scrittore approdò il 15 aprile del 1914.

 

Gabriel Cacho Millet: L'introduzione al Carteggio (1903-1931)

 

 

 

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Prologo

Da: Dino Campana, Lettere di un povero diavolo, Carteggio (1903-1931)

A cura di Gabriel Cacho Millet

Edizioni Polistampa, Firenze, 2011

 

Ricostruire un carteggio è come edificare un tempio: pietra su pietra. È un'opera che richiede tempo e pazienza. Si diventa detective e si insegue la preda, come i cac­ciatori, cercando tracce, annusando, fiutando. Ian Gibson, il biografo di Federico Garçia Lorca, scrive che non puoi mandare nessuno al posto tuo, perché ciò che potresti scoprire non sarebbe visto dall'altro come lo vedi tu. E quando trovi il pezzo che cercavi, la lettera che mancava, quella che ti permette di completare, almeno in parte, il tuo puzzle, è quasi un'estasi. E se così non fosse, non si continuerebbe a cer­care: invece ogni giorno ci riserva un'avventura, piccola o grande che sia. Perso­nalmente, ho finito per mettere Dino Campana nei miei sogni. E ciò da quando, nel lontano 1978, pubblicai con Vanni Scheiwiller Le mie lettere sono fatte per essere bruciate, primo carteggio del poeta di Marradi con gli uomini del suo tempo. Cer­cai allora, e cerco ancora oggi, di fare in modo che ogni lettera possa essere letta nei suoi minimi particolari, chiarificando, fin dove mi è possibile, ogni dubbio, perché è mia intenzione, al di là della "confusione di spirito" dello scrittore, che il lettore possa leggerlo come se si trattasse di un classico. Sono i lettori che decidono quando un poeta è, o no, un classico.