Nikolaj Gumilëv

 

Nikolaj Gumilëv

 

Perle

 

 traduzione di

Franco Matacotta

 

prima edizione italiana a cura di

Stefano Fumagalli

 

Passigli Editore 

 

 

di Paolo Pianigiani

 

 


Nel panorama della poesia russa del primo Novecento, l’acmeismo rappresenta un momento di svolta decisivo: un ritorno alla chiarezza, alla forma e alla concretezza dopo le atmosfere rarefatte del simbolismo. Tra i suoi protagonisti, Nikolaj Gumilëv occupa una posizione centrale: teorico del movimento e poeta di forte tensione epica, costruisce una scrittura precisa, visiva, rigorosamente strutturata, in cui ogni immagine appare scolpita e ogni verso risponde a un’idea di poesia come arte consapevole e “artigianale”.

È proprio questa concezione della poesia a rendere particolarmente significativo – e problematico – il confronto con la traduzione italiana di Franco Matacotta, rimasta inedita fino ad oggi. L’incontro tra Gumilëv e Matacotta non è infatti un semplice passaggio linguistico, ma un vero e proprio attraversamento tra due poetiche.

Da un lato, l’acmeismo, con la sua attenzione alla forma, alla metrica e alla densità espressiva; dall’altro, la sensibilità del secondo Novecento italiano, segnata dal neorealismo e orientata verso una lingua più piana, discorsiva, meno vincolata ai modelli metrici tradizionali.

Il risultato è una trasformazione profonda. Nelle versioni di Matacotta, Gumilëv perde in parte la compattezza ritmica e la musicalità dell’originale, ma acquista una nuova leggibilità: il verso si distende, la sintassi si chiarisce, le immagini si fanno più accessibili.

Tuttavia, proprio in questo processo emergono slittamenti significativi: termini che nell’originale descrivono condizioni oggettive del mondo possono assumere una tonalità più emotiva; immagini costruite con precisione scultorea vengono inserite in un flusso più narrativo; la tensione eroica e talvolta radicale della poetica gumilëviana si attenua in una forma più meditativa.

Questa distanza non va letta soltanto come perdita. Piuttosto, rivela la natura stessa della traduzione come spazio di mediazione e riscrittura. Grazie anche alla collaborazione con la madrelingua Valentina Preobraženskaja, che forniva una base interlineare, Matacotta costruisce un testo che è insieme fedele e autonomo: non restituisce integralmente la forma di Gumilëv, ma ne rielabora il contenuto secondo le possibilità e le esigenze della poesia italiana del suo tempo.

In questo senso, la traduzione diventa un luogo di incontro tra due tradizioni e due momenti storici: da una parte la poesia acmeista, tesa alla precisione e alla costruzione formale; dall’altra una scrittura novecentesca che privilegia la chiarezza e la comunicazione.

Il Gumilëv di Matacotta non è dunque una semplice replica dell’originale, ma una nuova forma poetica, nata dall’incontro tra lingue, epoche e visioni della poesia.

Ma, la domanda nasce spontanea, come mai Franco Matacotta scelse proprio un poeta dimenticato e fatto dimenticare dalla nomenclatura russa ufficiale, "nemico del popolo" e fatto fucilare dai bolscevichi nel 1921?

Franco Matacotta nel primo dopoguerra era comunista e aveva aderito a un partito che chiedeva a tutti i suoi iscritti di condividere scelte e rancori verso personaggi invisi al regime di Mosca.

Mi pare ovvio che la sua fu una scelta coraggiosa e controcorrente, rimasta non a caso inedita fino ad oggi, che testimonia una volta di più la sua indipendenza di giudizio. La stessa che lo spinse qualche anno dopo a stracciare la tessera del PCI dopo i Fatti di Ungheria.

 


 

Articoli che Franco Matacotta dedicò ai poeti russi:

Majakowski