Majakowsky nel 1930

 

Per piacere

Una tazza di tè

 

dall'Avanti, del 24 Febbraio 1951

 

di Francesco Monterosso

 

 

QUANDO nel 1922 Majakowsky si recò per la prima volta a Parigi, aveva appena ventinove anni, ma il suo nome di poeta aveva da tempo varcato i confini della sua patria. Vi arrivò come semplice turista, e tutt'altro che come turista di classe. Majakowsky non sapeva neppure una parola di francese, il suo bagaglio linguistico consistendo solo in una conoscenza formidabile  della lingua della sua terra e in non più di dieci parole d'inglese. 

Tuttavia la sua apparizione non passò inosservata. Era uno dei primi intellettuali sovietici che scendeva alla Gare de l'Est, dopo la rivoluzione; e i parigini furono straordinariamente incuriositi di vedere «un sovietico in carne ed ossa».

Ma il soggiorno parigino più importante avvenne quattro anni più tardi. Vi si recò in compagnia di una donna, Elsa, sorella di quella Lili che egli amò teneramente per tutta la sua breve esistenza: Elsa Triolet, che è oggi una forte scrittrice francese e che ha recentemente dedicato a Majakowsky un delizioso libretto di ricordi.

Elsa gli faceva da interprete, ma sospettoso ed oltremodo timido come egli era, il compito dell'amica era piuttosto difficile. Majakowski temeva tradimenti ed agguati da ogni parte. II fatto poi di non conoscere nulla di francese e di doversi esprimere solo a gesti o mediante l’intercessione di Elsa, lo mandava in bestia.

Abituato in Russia a dominare il pubblico colle parole, questa condanna a star muto, a non poter capire quel che i francesi dicevano o pensavano, gli era divenuta insopportabile.

Si ripeteva, in sostanza, la medesima situazione in cui si era trovato l’anno innanzi, durante il suo  viaggio nell' America settentrionale, quando in tutti i salotti di New York, alla gente che lo invitava come un «grande poeta e un genio» egli non aveva altro da dire che questo ritornello: «Per piacere, datemi del tè! ».

Le signore, premurose, versavano altro tè nella sua tazza. Tutti lo guardavano incuriositi, attendendo dalla sua bocca chissà che profonde rivelazioni, ma Majakowky, dopo un lungo silenzio, riprendeva il suo ritornello: «Per piacere, datemi ridatemi, ridatemi  del tè!» 

Gli ammiratori americani commentavano: «che tipi questi russi: non una parola di più, si capisce. Sono dei pensatori, tipo Tolstoi». Ma l'imbarazzo di Majakowski era all'estremo. «La mia lingua - racconterà più tardi - si avvitava nella mia bocca come un cavatappi, pur di riuscire a cavar fuori il discorso. La gente mi guardava interdetta: le donne, dalle gambe chilometriche, erano conquistate dal tono della mia voce, di incantevole basso: gli uomini indietreggiavano».

E lui, come preso dalla febbre, continua a balbettare sconsideratamente le sole due parole inglesi che conosce, finché non ne può più e, rivolto all'amico Burliuk che l'accompagna, grida in russo: «Vuoi tradurre a questa gente che, se sapessero il russo, io li farei tramortire, attaccherei la mia lingua alle loro bretelle?» 

E Burliuk, il fondatore del futurismo russo, che era stato cacciato insieme con Majakowski dall'Accademia di Belle Arti e che aveva per primo proclamato il suo genio poetico, traduce coscienziosamente: «II mio glorioso amico, Vladimir Vladimirovitch, chiede ancora cortesemente una tazza di tè».

Ma questo secondo soggiorno parigino non fu nemmeno molto tranquillo. Majakowski era venuto come turista, semplicemente: passava dal Louvre alle boîtes de nuit, dai Campi Elisi ai caffè di Montparnasse, comprava camicie e cravatte: e tuttavia alla polizia francese non era per nulla gradita la permanenza del poeta sovietico.

Non trascorsero nemmeno due settimane, che gli fu intimato di partire, e senza alcuna motivazione. Molto probabilmente, dovette essere scambiato per Jessenin, il poeta immaginista amante della Duncan, che aveva lasciato qualche tempo innanzi uno scandaloso ricordo del suo soggiorno a Parigi, sia per le sue ubriacature, sia per le stravaganze della sua amica.

Ma Majakowski non era Jessenin: inoltre se beveva qualche volta, sopportava il vino magnificamente. E allora? Accompagnato dalla fedele Elsa, Vladimir Vladimirovitch si recò da un pezzo grosso della Questura per avere qualche spiegazione. Durante il colloquio tra il funzionario ed Elsa, Majakowski molto inopportunamente faceva delle irate interruzioni.

Non conosceva una parola di francese, che sospetti potevano avere dunque su di lui? Ma quando il funzionario prese il passaporto del poeta e lesse le sue generalità, avvenne un colpo di scena. Majakowski era nato a Bagdadi, Georgia, dipartimento di Kutais: proprio dove il poliziotto aveva abitato tanti anni e aveva fatto il contadino!

Majakowski esplode di gioia. Può finalmente parlare il suo russo, con un russo. E tutto finisce con una grossa stretta di mano e con un visto sul passaporto. Se non che, all'uscita, Majakowski ha una sgradita sorpresa; non ha più con sé l'immancabile  bastoncino. Glielo hanno rubato dentro il Commissariato.

Il cantore di Lenin non aveva davvero nessuna fortuna a Parigi. L'anno successivo, in occasione della Esposizione delle arti decorative, gli capitò qualcosa di molto grave. S'era fermato qualche giorno, prima di iniziare il viaggio attorno al mondo, per il quale da anni accumulava risparmi.

Aveva venticinquemila lire e, come arrivò a Parigi, le depositò in banca. Ma un giorno, non si sa perché, volle ritirarle. L'indomani nella camera d'albergo, un ladro, profittando della momentanea assenza del poeta che aveva lasciato Ia porta socchiusa, vi mise le mani. L'ultimo viaggio del poeta a Parigi è del '29, ma di brevissima durata. 

La Russia, la terra che egli ha cantato meravigliosamente nei suoi versi di piazza, lo richiama. Ha pubblicato il suo poema autobiografico Korosciò!, che è l'ultimo inno alla vita e alla gioia, il suo testamento poetico. La grande tensione fisica di Majakowski si allenta, la sua forza cede improvvisamente.

L'anno successivo muore a Mosca, nella camera di via Lubianski, davanti al Museo del Politecnico, dopo aver cantato della sua Russia:

 

Io amo questa terra.

Si può dimenticare

dove e quando

ci si è ingrassati

e ci è venuto il doppio mento

ma la terra

colla quale si è conosciuto

che cosa è la fame

non la si può scordare.

La terra

che si è conquistata

che mezza morta si è cullata

dove la pallottola ti svegliava

dove il fucile ti coricava

con questa terra

è per la vita

per il lavoro

per la festa

per la morte!

 

FRANCESCO MONTEROSSO