Immagine di proprietà della famiglia Bausi. Firenze

 

 

In gennaio, sui monti di Dino Campana

 

3. Verso il passo del Muraglione, e oltre.

 

di Andrea Benati Romagnoli

 

 

Riassunto delle puntate precedenti

Qui, abbiamo seguito l’escursione della comitiva identificata da Stefano Drei - partita il 2 gennaio 1912 da poco fuori Marradi e diretta alla Falterona - fino allo sguardo sulla cascata dantesca dell’Acquacheta (la cosiddetta “Caduta”).

Abbiamo poi visto (qui) che ai nostri amici si sono uniti Dino Campana e un autorevole accompagnatore locale, con ogni probabilità Pietro Chiarini, capostipite, con la moglie Domenica Mengozzi, della grande famiglia che nel 1910 si era stabilità al podere del Briganzone, poco sopra la Caduta, nel quale ci è sembrato logico che la comitiva abbia pernottato la sera del 2 gennaio 1912. 

Dopo le anticipazioni espresse nella puntata precedente siamo quindi alla ripartenza, la mattina del 3 gennaio. Seguiremo i nostri amici fino al Giogo di Castagno e al Poggio Corsoio.

 

Un ricordo per Refe Chiarini, prima di ripartire

Come già riconosciuto, senza le ricerche di Stefano Drei non avremmo potuto scrivere una sola riga su questa escursione del 1912.

Però va ora sottolineato che, se siamo riusciti a formulare alcune fondate ipotesi sul percorso di tale escursione e sull’identità di chi, fra le genti di montagna di allora, vi ha contribuito, beh, questo lo dobbiamo soprattutto alla fortuna di avere conosciuto Refe Chiarini e la sua famiglia: famiglia che, mentre chiudevamo questo testo, ci ha purtroppo comunicato che Refe Chiarini ci ha lasciati.

Refe, nipote di Pietro Chiarini e nato al Briganzone, ci aveva accolto in casa propria per metterci a disposizione i suoi preziosi ricordi e la storia della sua famiglia, con calore e passione, e forse con la consapevolezza di essere testimone di una civiltà. Che, volendone ascoltare le vicende, avrebbe molto da insegnarci, soprattutto di fronte alle banalizzazioni che stiamo vivendo e ai nostri odierni disorientamenti identitari.

Chi scrive ricorda Refe Chiarini con affetto e se ne sentirà sempre debitore. 

Un po’, lo è anche chi ci legge.

 

Verso lo spartiacque

Non potremmo sostituirci a Pietro Chiarini, nonno di Refe, nel ruolo di guida per Dino Campana e per i suoi compagni d’avventura. Molti dei sentieri di allora, per semplice abbandono e sotto l’avanzata del bosco, non ci sono più… come del resto coloro che li percorrevano per vivere: non cioè per passione (come noi), né certo per sollazzo, podismo o narcisismo.

E, pur conoscendo la zona in cui Pietro Chiarini viveva e lavorava, con essa non abbiamo una confidenza pari alla sua e a quella dei suoi figli e nipoti. Possiamo però continuare a formulare qualche fondata congettura sul percorso lungo il quale accompagnò la comitiva, partendo dal Briganzone e dalla Caduta, o meglio dal podere dei Romiti, a monte di essa.

E’ chiaro che, per farlo, dobbiamo tenere conto dell’obiettivo finale (il massiccio della Falterona), dell’orografia, dei nodi della viabilità di allora (dimenticando quella contemporanea…), delle indicazioni della cartografia del tempo e dei tracciati delle strade vicinali e comunali, anche nei casi in cui, oggi, sono di fatto abbandonate. I valori paesaggistici e testimoniali delle terre attraversate danno indubbiamente senso e motivazione a questi tentativi di ricostruzione.

Vista la direzione sud-est, la prima questione che si pone è il guado del fosso Acquacheta. Che, a monte della Caduta, scorre tortuoso e placido (da cui probabilmente il toponimo) su un pianeggiante “materasso” di detriti alluvionali: sono quelli che hanno riempito il lago formatosi a suo tempo per lo sbarramento provocato dal corpo dell’antica frana dei Romiti, e hanno così dato origine all’omonimo pianoro. Che, verso monte, da quella frana si allunga a ritroso fin quasi agli edifici del Bagnatoio. Il flusso della corrente, in questo tratto, è meno largo di quello del fosso del Làvane al piede della “cascatella”, ma è mediamente più profondo: chi scrive assicura che non è comunque banale attraversarlo con le portate e le temperature del pieno inverno: dall’alveo non emergono massi o strati di roccia su cui impostare il guado, e il fondo è rivestito da uno strato di ciottoli abbastanza destabilizzanti, soprattutto con correnti significative.

Una volta, con l’amico Marco Tagliaferri, si affrontò la discesa di questo tratto di due chilometri a piedi nudi e pantaloni arrotolati: una delle più belle passeggiate che si possano concepire, ma… non era inverno, l’acqua era poca e non era gelida.

Zainetto in spalla, bastò tenere gli scarponi in mano e lanciarli sulla sponda opposta prima di attraversare ogni ansa: è vero che è possibile aggirarne una gran parte, grazie ai tratti di sentiero allungati lungo i lati del pianoro, ma per i nostri amici del 1912 la prosecuzione della gita era comunque sulla sponda opposta: un guado, almeno uno, avrebbero dovuto comunque affrontarlo.

 

Da Il Mugello e la Val di Sieve – in Guida d’Italia del Touring Club Italiano

– vol. II – Antonio Vallardi, Milano 1916 – scala originaria  1:250.000

 

Pochi anni fa, vicino ai Romiti, è stato allestito un ponticello in legno. Si può ipotizzare qualcosa di analogo per quel 1912, quando tra l’altro le zone erano abitate. A questo proposito abbiamo una testimonianza, relativa ad alcuni anni dopo, da parte di Refe Chiarini che, come dicevamo, era nativo del Briganzone, e grazie a ciò ci è stato provvidenziale interlocutore già per la puntata precedente. Dalla sua infanzia, Refe Chiarini ricordava due ponticelli allestiti per facilitare l’attraversamento di questo tratto del fosso Acquacheta: uno era ai Romiti e uno era due chilometri  più a monte, appunto al Bagnatoio. Non a caso la loro collocazione corrisponde all’intersezione dell’alveo con i tracciati di due strade vicinali, entrambe in salita sul versante destro della valle, verso il contrafforte che la separa dal bacino del fosso di Pian di Soia, e unisce il monte Sinaia con il poggio Erbolini. Una di queste due vicinali, direttamente dai Romiti, porta al Sodaccio e agli edifici di Monte di Londa, anch’essi ora in rovina. Più a sud, la seconda vicinale - che, attenzione, non coincide con l’attuale carrozzabile che lambisce il podere del Vallone - sale invece dal Bagnatoio per innestarsi su un’ulteriore strada vicinale che, a sua volta, collega Monte di Londa con lo spartiacque appenninico. Se - come abbiamo fatto finora - diamo per molto probabile che il torrente fotografato da Cattani il 3 gennaio sia il fosso Acquacheta, al momento dello scatto i nostri amici lo avevano dunque già attraversato su un probabile ponticello ai Romiti. A tale ponticello sarebbero potuti scendere, dal Briganzone, in venti minuti o poco più, per la vicinale che ora è ripresa, più o meno, dal sentiero Cai 413.

Un’altra discesa teoricamente possibile per la nostra comitiva si sarebbe potuta dirigere alle case - e al ponte - del Bagnatoio. E’ un’opzione che, in linea di principio, l’amico Francesco Nannetti (anch’esso già interpellato per la puntata precedente) non si sente di escludere. Dal Briganzone infatti sarebbe stato loro possibile salire verso sud, cioè verso le propaggini delle Balze di Cornacchiaia, per poi trovarsi a discendere lungo uno dei loro contrafforti diretti al Bagnatoio. Questo avrebbe però comportato iniziare la tappa, che si preannunciava lunga, con un saliscendi evitabile. Presupporrebbe inoltre che la foto di gruppo sul torrente sia stata scattata al Bagnatoio.

Ma siamo più propensi a credere che i nostri amici abbiano voluto immortalare la propria partenza del 3 gennaio mettendosi in posa al passaggio sopra la Caduta (non a caso rimasta impressa nelle memorie di Achille Cattani), pur nell’impossibilità di tenerla come sfondo, impossibilità che vale anche per un ipotetico scatto in uno qualsiasi dei due belvederi di fronte a essa. Di fronte a chi volesse dubitare anche che il torrente fotografato sia quello dell’Acquacheta potremmo tranquillamente rispondere che è l’unico, possibile, corso d’acqua significativo che si colloca tra Marradi e i crinali diretti alla Falterona.

Qualunque possa essere stato il percorso per il quale i nostri escursionisti hanno raggiunto il contrafforte Sinaia-Erbolini, a sud-est del fosso Acquacheta, dubitiamo fortemente che abbiano poi proseguito, sul contrafforte stesso, in direzione della Colla della Maestà. E’ molto più probabile che siano scesi per mezzo chilometro all’Eremo dei Toschi, dov’è attualmente attiva l’omonima azienda agricola, e dove si trova il cimitero in cui riposano Pietro Chiarini e Domenica Mengozzi.

Al di là della significatività di questo luogo per le comunità locali, e quindi anche per Pietro Chiarini, un passaggio dall’Eremo dei Toschi sarebbe stato anche probabilmente caldeggiato dai sacerdoti della compagnia, i fratelli Bosi. In più, che l’Eremo dei Toschi fosse un baricentro delle comunità del circondario trova conferma nel fatto che fosse anche la sede della scuola, come ci è stato riferito dall’amico Pierangelo Marella, che ormai quarant’anni fa ha scelto di vivere sui monti di San Godenzo e conosce molta della loro storia.

 

Valichi appenninici

Va tenuto presente che, come valico di spartiacque appenninico, l’importanza storica della Colla della Maestà oggi viene sovente sopravvalutata, probabilmente perché è attraversata dall’attuale comoda carrozzabile “bianca” che si stacca dalla “toscoromagnola” a circa un chilometro dal passo del Muraglione. Ma questo, appunto, accade… oggi.

Il Niccolai riporta che la Colla della Maestà era «profittata dalla mulattiera che vien su dallo Specchio, Castagneto e Moia, varca il crine presso al podere di Val di Capriglia e conduce sul versante di Romagna al Prato dell’Andreaccio.» (F. Niccolai, Mugello e Val di Sieve. Guida topografica storico-artistica illustrata, Officina Tipografica Mugellana, Borgo San Lorenzo 1914). Dal prato dell’Andreaccio - che si trova poco oltre il monte Sinaia - in direzione nord, di norma, si va poco lontano.

Il sentiero che da lì scende a San Benedetto in Alpe, anche mentre scriviamo, è franato e inagibile, per l’ennesima volta. Se invece si volesse giungere a San Benedetto seguendo il filo della cresta che ne sovrasta cimitero, il rischio per la propria incolumità… sarebbe permanente.

Qualcuno, al bivio del Monte Sinaia, potrebbe quindi suggerire di tenersi a ovest, cioè a sinistra, per scendere da Monte di Londa alla “Caduta”: ma, a meno di non risalire al Briganzone, ci si ritroverebbe al guado della cascatella del Làvane: sulla cui criticità abbiamo già disquisito, qui, nel paragrafo I Romiti, la “Caduta”, e la comitiva a cui si è unito Dino Campana.

Non è quindi un caso se il Niccolai ci evidenzia che le comunicazioni agevolate dalla Colla della Maestà avevano una valenza prevalentemente locale: scendendo sul versante della Sieve tale valico faceva appunto capo alla Moia, a Castagneto e allo Specchio, da cui, per raggiungere San Godenzo e la sua abbazia, è poi necessario tornare a salire.

Le locali vie di comunicazione transappenninica erano traslate leggermente più a oriente, facendo storicamente capo all’Osteria Nuova, luogo di confine in cui il fosso di Pian di Soia confluisce nel fiume Montone, diretto a Forlì. Prima della costruzione della strada del Muraglione, le due abbazie di San Benedetto in Alpe e di San Gaudenzio erano collegate attraverso la Colla dei Lastri, da cui era comunque possibile allungarsi all’Eremo dei Toschi, ma da una quota più bassa di oltre 80 metri rispetto alla Maestà.

Sull’odierna cartografia catastale è tracciata l’antica strada di rango comunale che, dall’Eremo stesso, verso sud, lambendo il podere del Rupino e attraversando quello dei Macinelli, si affaccia sullo spartiacque appenninico appunto alla Colla dei Lastri, per proseguire poi in discesa ai ponti di Perticava e all’abitato di San Godenzo.

Giunti dall’Eremo, i nostri viandanti alla Colla dei Lastri avevano alla loro sinistra un’agevole deviazione verso la Fiera dei Poggi, certo correntemente frequentata da Pietro Chiarini per la sua professione di mediatore nel commercio di bestiame. 

E, dalla Fiera dei Poggi, l’omonima vicinale conduce, più o meno lungo lo spartiacque, in direzione del passo del Muraglione. Troviamo traccia di tale percorso, già a partire dall’Eremo dei Toschi, sulla mappa del Touring Club Italiano edita nel 1918, cioè sei anni dopo la gita dei nostri amici, mappa che attribuisce il toponimo “di San Benedetto” al passo, che già ai tempi di Dino Campana era attraversato dalla principale arteria stradale tra Firenze e la val di Sieve, da una parte, e la Romagna dall’altra.

 

 

Si è già avuto modo di sottolineare (A. Benati Romagnoli, Terra d’umanesimo. Sul pellegrinaggio di Dino Campana alla Verna, Mauro Pagliai Editore, Firenze 2024) che le mappe edite invece dall’Istituto Geografico Militare - pur puntualizzando anch’esse la presenza materiale del “Muraglione” - avevano assegnato al valico che chiamiamo oggi con tale nome il toponimo “di San Godenzo”.

D’altronde davano alla Fiera dei Poggi il nome di “Piaggia del Ciliegio”, come a sottolineare la scarsa univocità della toponomastica. 

 

Oltre il Muraglione: la seconda foto con Dino

La Falterona dunque si avvicina. Tra un po’ i nostri amici cammineranno sulla neve. Dino Campana è ancora con loro, beninteso per il momento: è il secondo da sinistra nella foto che è stata oggetto delle approfondite attenzioni di Stefano Drei (S. Drei, Orfeo e il Fotografo, in Dino Campana. Ritrovamenti biografici e appunti testuali, Carta Bianca, Faenza 2014).

In tale immagine, con in mano un lungo ed estemporaneo bastone palesemente raccattato lungo il percorso, compare per la prima volta il fotografo della compagnia, il giovane Achille Cattani.

Dobbiamo ancora a Drei la spiegazione di questa circostanza, secondo cui dietro la macchina sarebbe passato don Stefano Bosi, vista la sua specifica attitudine, di cui Drei stesso ha trovato traccia, in una pagina web che ci ha gentilmente linkato, qui.

 

Da sinistra: Diego Babini, Dino Campana, don Francesco Bosi, 

Giacomo Mazzotti, Achille Cattani, Lamberto Caffarelli

 

Conoscendo con certezza provenienza e destinazione della gita, sappiamo che per il suo tratto finale era d’obbligo uno sviluppo lungo i percorsi di spartiacque appenninico, via Colla dei Lastri, Fiera dei Poggi, Muraglione, Poggio Orticai, Valico dei Tre Faggi (oggi attraversato dalla provinciale diretta a Premilcuore), Poggio Piano, Giogo di Castagno.

Per chi conosca la zona, lo sfondo dell’immagine è difficilmente identificabile con qualcosa di diverso dal bacino idrografico del torrente San Godenzo, così come lo si inquadra da tale tragitto: il contrafforte che, sulla destra della foto, appare salire verso lo spartiacque stesso (spartiacque che corre alle spalle di chi scatta) evidenzia un profilo “a onda” che è tipico di quelli (Cavallino, Lavacchio-Le Calle, Masseto-Le Balze-Montaonda, Pianella) del versante affacciato su quei fondovalle. 

E’ intuibile che l’oggetto delle indicazioni e degli sguardi teatralmente fissi dei nostri escursionisti sia il massiccio Falco-Falterona, loro meta, ma resta comunque difficile stabilire il punto preciso dello scatto, a causa dell’attuale copertura vegetale, che nasconde il dettaglio della morfologia dei luoghi, allora molto più allo scoperto.

Ci si può in ogni modo chiedere perché nell’immagine non appaia Pietro Chiarini, che rivedremo comunque oltre. A questo proposito vanno sottolineati i suoi 56 anni, che lo assegnavano alla generazione precedente a quella di coloro che stava accompagnando, le cui età, come ancora ci documenta Drei, oscillavano tra i 32 e i 18 anni.

Vista anche la sua funzione di guida, a Chiarini sarebbe probabilmente risultato spontaneo optare per una contegnosa ma professionale presa di distanza all’atteggiamento, vagamente goliardico, con cui la comitiva (Dino escluso, si direbbe) aveva voluto mettersi in posa.

Com’è come non è, siamo dunque arrivati alle falde della Falterona.

 

A la cumbre

 

 

Come accennato, oltre il Giogo di Castagno (allora Giogo e basta, almeno per i Castagnini) s’impenna la linea di spartiacque, in salita alla Falterona, anzi al nodo orografico del monte Falco: nelle immagini che vedremo nella prossima puntata l’essere arrivati a tale punto è testimoniato dalla presenza della neve. Alla “Caduta” avevamo visto del semplice ghiaccio, dovuto alla scarsa insolazione del punto dell’alveo in cui era stata scattata la foto.

Per salire a la cumbre (...siamo stati o no in Argentina? noi no - per adesso - ma Dino sì), si presenta l’alternativa tra due percorsi, convergenti verso l’attuale bivacco delle Fontanelle: uno erto, diretto e faticoso, e uno, invece più graduale, che si allarga verso nord, fino alla costa di Poggio Corsoio, ad aggirare la falda nord-ovest del massiccio.

Per il primo di essi non risulta tracciato un sentiero sulle mappe del tempo. Ma abbiamo molti altri indizi che ci convincono a optare per il secondo, da Poggio Corsoio. Uno di questi indizi è l’improvvisa assenza di Dino Campana, e ne avremo un riscontro davvero significativo. A dire la verità pure Diego Babini sparisce definitivamente dall’obiettivo puntato sulle nevi d’alta quota. Però appare un altro signore, in divisa e armato.

Capiremo molte cose alla prossima, e finalmente ultima, puntata, per la quale dovremo essere ancora grati a Refe Chiarini e alla sua famiglia. A cui va il nostro abbraccio.