In gennaio, sui monti di Dino Campana

 

2. Con Dino Campana, adesso, all’Acquacheta e dintorni

 

di Andrea Benati Romagnoli

 

 

Da Il Mugello e la Val di Sieve – in Guida d’Italia del Touring Club Italiano
– vol. II – Antonio Vallardi, Milano 1916 – scala originaria  1:250.000

 

 

 

Riassunto della puntata precedente

  Nel suo percorso negli angoli più meridionali del territorio comunale di Marradi, abbiamo seguito, qui, la comitiva di escursionisti faentini partita una mattina dei primi di gennaio del 1912 dalla Badia del Borgo, e diretta al massiccio della Falterona.

  Ben presumibilmente sono saliti verso sud a Val della Meda (o Meta) e al bivio delle Case Nuove, per poi scendere nella vallata fra il Monte Pollaio e il Poggio dell’Inferno, lungo la strada vicinale delle Cortecce, sul fianco sinistro del fosso di Ca’ del Vento, o “del Làvane".

  Grazie alle pazienti ricerche di Stefano Drei e alla documentazione che ne è risultata, dalle due fotografie su cui è annotato il 2 gennaio sappiamo che, a tale data, la comitiva è composta da Giacomo Mazzotti, i fratelli don Francesco e don Stefano Bosi, Lamberto Caffarelli e Diego Babini, con il giovane Achille Cattani in veste di fotografo “ufficioso”. Sulla loro strada stanno per trovare un Dino Campana ventiseienne. Per il momento li abbiamo lasciati poco più di 600 metri a sud-est della casa delle Fontanacce, non lontano da Pian Baruccioli, in un punto dove un salto roccioso consente un “belvedere” sulla cosiddetta “Caduta”, vale a dire la cascata dei Romiti all’Acquacheta.

  E’ un affaccio dall’alto, più distante e molto più in quota rispetto a quello che qui chiameremo il “belvedere basso”, cioè l’inquadratura frontale a cui è abituata la più gran parte degli escursionisti odierni che, davanti alla cascata, ci arrivano da San Benedetto in Alpe lungo la… “turistica”: è così che, con un velo di giustificato sarcasmo, i ragazzi incontrati una volta alla casa di Trafossi ci hanno definito il sentiero Cai numero 407. Quasi a voler dire, a noi cittadini (e in quanto tali campaniani fino a un certo punto): “ma siete ancora così stupidi da presupporre che i sentieri dei nostri monti siano soltanto quelli sanciti da una segnatura che sì e no risale a cinquant’anni fa, o anche meno?”

 Come se i sentieri non fossero esistiti prima, e i montanari di anteguerra si fossero dunque spostati da un podere all’altro librandosi in volo, prima che arrivasse il Club Alpino Italiano, a suo tempo fondato da notabili per lo più cittadini e benestanti, a tracciarne meritoriamente una minima parte, per prevenire che qualche presunto ardito “de noantri” si perdesse o si ficcasse nei guai.

  Eppure proliferano i vati dei percorsi “sulle orme” di Campana che, per la soddisfazione di poterlo dare in pasto a un turismo accondiscendente e intellettualmente pigro, approfittano con dubbia autorevolezza dei sentieri identificati dai segnavia bianco-rossi disegnati, sui tronchi e sulle pietre, decenni dopo le peregrinazioni di Dino Campana. 

 Se siamo qui, noi però… non ragioniam di lor ma d’un poeta.

 

I Romiti, la “Caduta”, e la comitiva a cui si è unito Dino Campana.

 Ci si perdoni l’endecasillabo apocrifo, accidentalmente partito mentre pulivamo l’arma, e torniamo alla nostra comitiva. Che sta per affrontare il passaggio specificamente ricordato nel 1931 da Achille Cattani, nelle sue memorie (A. Cattani, Idealità. La vita di Ernesto ed Anna, Tipografia Faentina, Faenza 1974) come citate da Stefano Drei (S. Drei, Orfeo e il Fotografo, in Dino Campana. Ritrovamenti biografici e appunti testuali, Carta Bianca, Faenza 2014): Cattani annota di avere conosciuto Dino Campana «alla cascata dei Romiti nell’Appennino toscano». Il che ci dà un riscontro del fatto che Dino manchi nelle foto di gruppo che riportano la data del 2 gennaio, prima cioè dell’arrivo all'Acquacheta, o in zona.

  Nell’itinerario, per altro logico, che il gruppo avrebbe scelto dalla Badia del Borgo verso la Falterona, il passaggio dalla zona della “Caduta” ha una sua criticità: comporta infatti l’attraversamento dei fossi dell’Acquacheta e del Làvane, che confluiscono subito a valle della “Caduta” stessa. Come sanno pure gli escursionisti che conoscono il sentiero Cai 407 (quello della “turistica” - bellissimo comunque, intendiamoci), anche il fosso del Làvane, poche decine di metri a monte della confluenza dei due torrenti, forma una sua propria “cascatella”, così correntemente chiamata per distinguerla da quella vera e propria dei Romiti, rispetto alla quale ha un salto di minor dislivello, anche se non di rado può presentare portate superiori.

  Comunque sia, ciò che scrive Cattani ci spinge a confermare l’ipotesi corrente, quella per cui la (sua) foto, giuntaci con la data del 3 gennaio, in cui la comitiva è in posa sulla riva destra di un torrente ghiacciato, sia stata ripresa alla soglia superiore della cascata dei Romiti all’Acquacheta: cioè oltre l’attraversamento dei due fossi.

 

 

  Lo scatto, in presumibile direzione sud-ovest, riprende ora anche Dino, seduto più in basso di tutti, e un altro enigmatico signore: che vediamo leggeremente in disparte, alla sinistra di don Francesco Bosi, col cappello nero a tesa larga e il volto un po’ in ombra. Appoggiata ai suoi piedi c’è una sporta in vimini, come di quelle che chi scrive queste note tuttora ricorda tra le mani dei propri nonni di montagna, gonfia presumibilmente di provviste, dalla quale spunta il collo di una bottiglia di vino, come di chi si trovi a doversi muovere lontano da casa.

  Il punto di ripresa sarebbe in pratica al margine del pianoro dei Romiti, subito a est del poggio su cui si trovavano gli edifici dell'omonimo podere, ora ridotti a ruderi: in questa ipotesi Cattani, scattando la foto, aveva alle spalle il vuoto in cui si lancia la cascata.

  Stefano Drei, per quanto uomo di lettere e di cultura, non ha affatto disdegnato un opportuno, apposito sopralluogo, e ritiene che l’acqua della corrente che nell’immagine prosegue piegando verso la destra del fotografo, si stia di fatto disponendo nella direzione (nord-ovest) della “Caduta”. Siamo d’accordo con lui, anche se, pochi anni fa, il crollo del costone di arenaria che si trova, fuori quadro, a destra dell’immagine, ha di fatto deviato il corso di tale corrente: che in questo tratto di alveo ha così iniziato a erodere terreni e detriti, compresi quelli su cui si presenta in posa la nostra comitiva. Ed è comunque ben possibile che una qualsiasi delle piene susseguitesi da oltre un secolo a questa parte abbia già comportato, anche prima del crollo di pochi anni fa, un’analoga erosione.

  Troviamo i Romiti ritratti in un’altra fotografia, scattata pochi anni dopo verso nord da Pietro Zangheri, resa disponibile in rete dall’Ente Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna: sebbene tale foto sia riferita a San Benedetto in Alpe, il pianoro, la cascata e gli edifici stessi rientrano nel territorio comunale di San Godenzo. Nella foto di Zangheri la soglia superiore della cascata si trova nascosta dal profilo del pianoro, all’estrema destra dell’inquadratura.

  Ma come sono arrivati qui i nostri escursionisti, il 3 gennaio? Dove, come, e quando, si sono uniti a loro Dino Campana e il misterioso signore col volto leggermente in ombra?

  Come dicevamo, il luogo precedente in cui la logica, la topografia e la viabilità del tempo ci hanno fatto collocare l’allegra brigata è il “belvedere alto” sulla “Caduta”, posto poco oltre la metà del percorso tra le Fontanacce e Pian Baruccioli: da tale angolatura si coglie uno sguardo sui salti d’acqua che non si può avere in nessun modo dal punto della foto del 3 gennaio, o dai suoi paraggi.

  Ora, tra il “belvedere alto” e la soglia di monte della “Caduta”, in linea d’aria, ci sono meno di 500 metri di distanza, ma i percorsi praticabili per colmarla sono tutt’altro che lineari: chi conosca un po’ il luogo, beninteso al di là di ciò che si vede dalla “turistica”, sa che, insieme ai fossi del Làvane e dell’Acquacheta, vi si frappongono alcuni versanti particolarmente ripidi, con dislivelli che impongono tragitti piuttosto tortuosi.

  Avremo qualche piccola sorpresa nel provare a stabilire quello battuto da Cattani, Mazzotti e compagnia.

  Sgombriamo sin da subito il campo dall’ipotesi che costoro abbiano risolto il problema con un unico guado del fosso Acquacheta, a valle della confluenza di quello del Làvane, dopo un passaggio da Pian Baruccioli: non tanto perché si sarebbero trovati a perdere oltre 200 metri di quota, quanto perché, sulla sponda di approdo, avrebbero dovuto affrontare i sovrastanti pendii, i cui assetti sono oltre i limiti di una ragionevole praticabilità.

  Lungo la vicinale diretta alla borgata di Pian Baruccioli, arrivata ad essa la comitiva avrebbe però potuto tenere la destra e continuare a scendere fino a trovare la mulattiera proveniente dai Trafossi e, da questa, il tracciato dell’odierna “turistica”, che sale dal molino dei Romiti e prosegue verso nord alla cascatella del Làvane. Al piede di quest’ultima la continuazione del percorso impone, e imponeva, un guado, oltre il quale si riprende quota per sbucare sul pianoro dei Romiti, a monte dell’omonima cascata. 

  Il gioco è fatto, quindi? Abbiamo un altro “trekking campaniano” da dare in pasto a un pubblico di bocca buona?

  Ne dubitiamo, e parecchio.

  Va tenuto presente che un significativo problema delle escursioni invernali sono di norma proprio i guadi: meno si è costretti a farne e meglio è, perché i corsi d’acqua appenninici sono normalmente gonfi d’acqua (gelida). Come si diceva, il fosso del Làvane presenta portate piuttosto cospicue perfino d’estate, per motivi non solo naturali, ben illustrati anche nei cartelli divulgativi allestiti lungo i percorsi della zona. E’ vero che il fosso del Làvane qui è poco profondo: ma perchè… è largo, e il guado è quindi… lungo. E a nessuno fa piacere, soprattutto in gennaio, rischiare di dover poi peregrinare per luoghi deserti, o quasi, con i piedi e le calzature fradici.

  Possiamo inoltre essere certi che Achille Cattani, il fotografo del gruppo, avesse un motivo in più per evitare il rischio di scivolare sulle insidiose pietre di un torrente, danneggiando il prezioso armamentario che portava con sé per documentare l'escursione. Gli strumenti per scattare fotografie, più di un secolo fa, non erano maneggevoli come ora: non stavano in qualche tasca di uno zaino, protetti da un sacchetto di cellophane.

  Tutto questo depone nettamente a sfavore dell’ipotesi che la nostra comitiva sia passata - e abbia eventualmente pernottato - a Pian Baruccioli, che pure forse aveva la capienza necessaria, o, più giù, al molino dei Romiti; se non addirittura a San Benedetto in Alpe, cioè molto più a valle, come in un primo tempo chi scrive queste note aveva congetturato (semplicisticamente), prendendo una discreta cantonata: avremo infatti modo di arguire che una discesa a San Benedetto avrebbe reso l'itinerario troppo lungo, e con eccessivi dislivelli, rispetto ai tempi ipotizzabili per l’escursione nel suo complesso. 

  Riprendiamo allora il quesito: da che parte sono dunque passati i nostri amici per arrivare, il giorno dopo, a farsi fotografare sul ciglio del pianoro dei Romiti, a monte della “Caduta”? E dove hanno pernottato la notte tra il 2 e il 3 gennaio? 

La fortuna ci ha aiutati a formulare un’ipotesi abbastanza probabile anche se, come dire, poco “vendibile”. Ma, giusto per riprendere un altro endecasillabo, molto più recente e meno classico, “vendere o no non passa tra i miei rischi”, come scritto da un montanaro che per andare in America asseriva di voler prendere il tram: ci suona familiare

 

La sosta fra il 2 e il 3 gennaio 1912. Pietro Chiarini e il Briganzone. 

  Nella ricostruzione della vicenda, ci aiuta la ben presumibile identità dell’altra nuova presenza nella comitiva: quella del signore in piedi all’estrema sinistra della foto.

  Quel signore, con grande probabilità, è Pietro Chiarini, al tempo residente al Briganzone. (Il Briganzone è un importante nucleo poderale, ora purtroppo in rovina, a non più di mezz’ora di cammino dai Romiti, ma circa 200 metri più in quota, sulle falde a sud-est del Monte Làvane.) Tale identità è stata ravvisata, in un primo momento, da una persona, ignara della nostra indagine, che ci è rimasta di fatto sconosciuta. Ma l’esigenza di verificare l’indizio, giuntoci del tutto fortuitamente, ci ha suggerito di interpellare l’amica Margherita Miserocchi, di San Benedetto in Alpe, autentica autorità in merito a tutto quanto ruota attorno alla “Caduta” e ai Romiti, come risulta sin dalla sua tesi di laurea e dal sito (https://www.acquacheta.org/#) che ha realizzato grazie alla fondamentale collaborazione del “suo” Dimitris.

  Grazie a lei, e grazie all’amica Francesca Zanardi, che lavora alla fattoria dell’Eremo dei Toschi, siamo andati davanti alla tomba di Pietro Chiarini e della di lui consorte, Domenica Mengozzi: è l’unica sepoltura che, nell’antico cimitero comunale dell’Eremo (tre chilometri in linea d’aria a sud della “Caduta”), è ancora amorevolmente accudita dai familiari. Ed è stata Francesca a metterci in contatto col signor Refe Chiarini, nipote di Pietro e nato al Briganzone.

  Durante un caloroso e piacevole incontro con lui, la moglie e la figlia Alessandra, meritoriamente impegnata a conservare la memoria storica familiare, ci è stato confermato che quel signore col cappello nero è molto probabilmente nonno Pietro. Appesa al muro della loro sala da pranzo campeggia la stessa foto della lapide all'Eremo di Santa Maria dei Toschi, che lo ritrae, stavolta con il cappello tirato indietro, a lasciare il volto del tutto scoperto, insieme alla moglie Domenica Mengozzi.

 

 

  Abbiamo poi integrato le preziose memorie riferiteci con impagabile gentilezza dal sig. Refe Chiarini con i contenuti della pubblicazione della dott.ssa Marta Ricci, Uomo e ambiente nel territorio delle Porte Fiorentine del Parco attraverso i secoli: trasformazione paesaggistica e risorse umane , risultato della Borsa di Studio storico-etnografica “Luciano Foglietta” 2020/2021, attivata dall’Ente Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. Siamo anche tornati a consultare una pubblicazione dedicata alla storia dei poderi delle zone (G. Gurioli, G. Meucci, La nostra piccola valle dell’eden, Tipografia Valgimigli, Faenza 2012).

  Alla dott.ssa Ricci, Refe Chiarini aveva riferito che Pietro Chiarini «era arrivato al Briganzone nel 1910 con tutta la famiglia (erano sei fratelli con le mogli e i figli), provenivano da Corella. La Cassa di Risparmio di Forlì aveva acquisito il podere all’asta. All’inizio degli anni ’60 il podere fu abbandonato.» A noi ha puntualizzato che il podere di provenienza della grande famiglia di nonno Pietro era quello di Campotrenzoli, sul versante sud del monte Peschiena e sempre nell’ambito comunale di San Godenzo, presso il confine con quello di Dicomano, appunto poco sopra l’abitato sparso di Corella, in un territorio oggi colpito da speculazioni incredibilmente nascoste dietro a un asserito ambientalismo (come da nota a fine testo).

  Dalla pubblicazione di Gurioli e Meucci risulta che, negli anni successivi a quelli su cui concentriamo qui i nostri approfondimenti, uno dei figli di Pietro, Carlo Chiarini, si era stabilito agli Ortacci, sopra Crespino del Lamone, mentre il podere delle Fontanacce venne preso a mezzadria da una famiglia Mengozzi. E, dalla cortesia dei nostri interlocutori della famiglia Chiarini, abbiamo appreso che nonna Domenica Mengozzi, originaria di Premilcuore, era imparentata con i gestori del locale mulino di Fiumicello. Il che potrebbe aprire intriganti ipotesi per chi volesse approfondire i legami di Dino Campana con l’Appennino toscoromagnolo…

  Intendiamoci. Chi scrive queste note non se ne avrà a male se altri vorranno continuare in simili indagini e approfondimenti, anzi: purché, auspicabilmente, lo si faccia al netto di progetti approssimativi e fuorvianti, destinati a un pubblico disattento e superficiale, e concepiti per cavalcare l’onda del fascino nato dalle sofferte tribolazioni esistenziali di Dino Campana. 

  Torniamo dunque al Briganzone. Anzi andiamoci proprio: nel senso che passava proprio da lì un percorso, alternativo a quello da Pian Baruccioli, per portarsi dalle Fontanacce al pianoro dei Romiti tenendosi a monte di entrambe le cascate, di fatto aggirandole. Si trattava certo di un tragitto anch’esso poco lineare, ma che aveva il vantaggio di evitare il guado del tratto del fosso del Làvane al piede della cascatella, guado che, per la larghezza dell’alveo, tra l’altro presumibilmente ghiacciato, sarebbe stato davvero problematico per i nostri gitanti e soprattutto, come dicevamo, per il loro fotografo.

  Per una questione come questa la logica ci ha suggerito di rifarci alle mappe dell’Istituto Geografico Militare Italiano redatte nello specifico periodo. L’area di nostro interesse è compresa nel foglio n. 107-IV Dicomano-M.Falterona della Carta d’Italia in scala 1:50.000, i cui rilievi originari sono del 1894, con una ricognizione operata nel 1913.

  Con un occhio un po’ allenato si può riscontrare l’esistenza, al tempo, di un sentiero che, per chi proveniva dalla casa delle Fontanacce, si staccava verso destra (cioè verso nord-ovest) più o meno dal “belvedere alto” sulla “Caduta”, scendeva in traverso a guadare il fosso del Làvane a monte della cascatella (quindi in un punto di minor portata, e tra l’altro più stretto), e risaliva poi sul versante opposto, per giungere infine agli edifici del Briganzone, aggirando i valloni che li coronano. Da qui era poi possibile - come ora, del resto - giungere al nucleo e al pianoro dei Romiti con una discesa di un chilometro e mezzo o poco più.

 

 

  L’esistenza di questo sentiero dalle Fontanacce ci è stata confermata, anche per tempi relativamente più recenti (prima che i pascoli abbandonati venissero massicciamente colonizzati da rovi, ginepri e rose selvatiche) sia da Refe Chiarini che dall’amico Francesco Nannetti, di pari cortesia, che tuttora abita in zona, rintracciato anch’esso grazie alla provvidenziale mediazione di Margherita Miserocchi.

  A questo punto trovano legittimazione alcune ipotesi. Fondate, ma ipotesi.

  La prima è che la nostra comitiva abbia trovato al Briganzone una capienza sufficiente per il pernottamento di sei persone. Anzi, forse sette. La settima persona potrebbe essere stato Dino stesso, giuntoci però da altrove: Campigno? O forse - come potremo ipotizzare più avanti - Premilcuore?

  Le cospicue dimensioni del nucleo del Briganzone risultano da una fotografia scattata presumibilmente negli anni ‘60 del secolo scorso, che ci è stata cortesemente messa a disposizione dalla famiglia Chiarini: in essa gli edifici, ancora integri, appaiono inquadrati da est, sullo sfondo del monte Làvane. Chi scrive queste note ricorda invece di aver visto gli edifici diroccati e di fatto inabitabili già quarant’anni or sono, nel 1985.

 

 

  Si può ragionevolmente supporre che Dino avesse acquisito una certa dimestichezza con il Briganzone (e magari con chi ci viveva), visto che si trova a mezza costa del versante sud-orientale del monte Làvane: non è banale che sul versante opposto di esso, a non più di quattro chilometri in linea d’aria, troviamo Campigno, sui cui monti sappiamo che Dino era “di casa”, e da cui era nato il pellegrinaggio alla Verna narrato nei Canti Orfici, poco più di un anno prima (A. Benati Romagnoli, Terra d’umanesimo. Sul pellegrinaggio di Dino Campana alla Verna, Mauro Pagliai Editore, Firenze 2024).

  Non possiamo dare per sicuro, ma certo neppure escluderlo, che l’incontro con Dino degli escursionisti provenienti dalla Badia del Borgo sia avvenuto al Briganzone, o che addirittura avesse contribuito lui stesso a combinarlo, forse tramite il quasi coetaneo Diego Babini (il più giovane della comitiva dopo Cattani) che, come lui, aveva frequentato il liceo Torricelli, come ci riferisce Stefano Drei (S. Drei, Orfeo e il Fotografo, in Dino Campana. Ritrovamenti biografici e appunti testuali, Carta Bianca, Faenza 2014).

  Neppure possiamo escludere che l’appuntamento si sia realizzato grazie alla circostanza che, solo o con Pietro Chiarini, Dino si sia incamminato incontro alla comitiva, cioè verso le Fontanacce, per guidarla nell’ultimo tratto della tappa del 2 gennaio. D’altronde Cattani ricorda di averlo incontrato alla “Caduta”, e possiamo ben supporre che la presumibile scarsa confidenza della zona, da parte dei nostri viandanti, avrebbe tratto giovamento da tale supporto.

  Un ruolo di guida da parte di Pietro Chiarini avrebbe quindi avuto un suo perché, e troverebbe conferma in due elementi.

  Il primo di essi è la sua presenza in alcune delle fotografie successive di quella gita, anche dove la neve (e gli sfondi) ci dicono che la comitiva aveva raggiunto quote significativamente più alte, come quella della Falterona o del monte Falco. 

  Il secondo elemento, riferito da Refe Chiarini, sta nel fatto che nonno Pietro non era soltanto un mezzadro, o comunque un agricoltore, ma anche un mediatore nel mercato del bestiame. Professione per la quale va presupposta una buona conoscenza dei territori, anche al di là di quelli che possono essere i dintorni dei poderi confinanti. Pietro Chiarini era cioè quello che ora si definirebbe un “dinamico operatore commerciale”.

  Sicuramente conosceva molto meglio di altri i percorsi migliori per arrivare alla Fiera de’ Poggi (la “Piaggia del Ciliegio" delle mappe IGMI di allora), visto che, com’è ben noto alle comunità della zona, «a Fiera dei Poggi ogni ultimo lunedì di agosto si fa una tradizionale fiera del bestiame vaccino brado, ristabilita dal granduca Leopoldo con Decreto 16 settembre 1769 […] alla quale oltre che da Sangodenzo concorrono da S. Benedetto [in Alpe ndr], da Dovadola e da Rocca S. Casciano. Dal Varco [del Muraglione ndr] chi voglia recarsi al Monte Peschiena prende il sentiero di sinistra sul crine dell’Appennino e seguendo la schiena del Monte Fiera dei Poggi trova la Colla di Lastri.» (da F. Niccolai, Mugello e Val di Sieve. Guida topografica storico-artistica illustrata, Officina Tipografica Mugellana, Borgo San Lorenzo 1914). Non possiamo sorvolare sul fatto che la tradizione della “Fiera Sui Poggi” sia stata ripresa da alcuni anni, anche se ora, invece che al lunedì, si tiene nell’ultima domenica di agosto. 

  Tornando a noi: a chi, quindi, meglio di Pietro Chiarini, un gruppo di cittadini, della bassa o quasi, avrebbe potuto affidarsi per le proprie imprese montane in direzione della vetta dell’appennino toscoromagnolo?

  Nella prossima puntata ci muoveremo quindi dal Briganzone, passeremo dall'Eremo di Santa Maria de’ Toschi, dalla Fiera de’ Poggi e, non senza avere rivisto Dino in una foto anch’essa ormai nota, arriveremo alle falde del massiccio della Falterona.

  Dove ci attenderà un altro enigmatico personaggio.

 

Andrea Benati Romagnoli

 

 


 


  E’ doveroso ringraziare, in… ordine di apparizione, gli sconosciuti e coraggiosi ragazzi dei Trafossi, Stefano Drei, Margherita Miserocchi e Dimitris, Francesca Zanardi, Refe Chiarini con la moglie Romana Erti e la loro figlia Alessandra Chiarini, Francesco Nannetti, e Davide Alberti, funzionario del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna.

 


 

Nota sui lavori in corso nelle aree di Campotrenzoli e dei monti Peschiena e Giogo di Villore.

  In questi mesi un progetto industriale partorito da una “municipalizzata” dell’Italia settentrionale (sì, qui…), assecondato con determinazione dalla giunta regionale e da vari “esponenti” locali di partito, ha iniziato a fare carne di porco delle faggete, delle sorgenti, dei paesaggi, dei ruscelli e della stabilità idrogeologica stessa dei monti di Campana, Dante, Beato Angelico e Giotto: il tutto col paradossale pretesto di un’indimostrata tutela ambientale, e malgrado la coraggiosa opposizione dell'attuale amministrazione comunale di San Godenzo e di molta cittadinanza dei dintorni, disinvoltamente asfaltata da ambigui politichetti, anche di opposizione, di altri comuni limitrofi, alcuni anche poi gratificati con specifici ruoli nelle amministrazioni e nelle autorità locali sortite dalla successiva tornata elettorale.