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Luigi Bonaffini: Campana, Dante e l'Orfismo, componenti dantesche nei Canti Orfici

 

 Da Italica, Volume 58, n. 4 Winter 1981 

 

   di Luigi Bonaffini

 

 

È stato ampiamente documentato dalla critica che nella poesia orfica di Dino Campana confluiscono varie esperienze culturali e letterarie, tra cui la tradizione misterico-religiosa, la poesia europea appartenente al filone orfico, e poi Nietzsche e Schuré. Campana stesso afferma di voler creare una poesia italiana di stampo europeo, e non c'è dubbio che egli fosse sempre disposto a raccogliere ciò che di valido la tradizione europea poteva offrire. La ricerca e la scoperta di una nuova dimensione poetica non comportava affatto il rifiuto indiscriminato della tradizione, come alcuni hanno voluto credere, fedeli al mito di un Campana ribelle ed avanguardista a tutti i costi, ma si basava, e lo stesso poeta lo dichiara apertamente in una lettera del '15 a Papini, sull'innesto della "più viva sensibilità moderna nella linea della più pura tradizione italiana."1 La più pura tradizione italiana per lui significava soprattutto Dante e Leopardi, come suggerisce quest'altra lettera ad Emilio Cecchi:

Ora io dissi: Die tragödie des letzten Germanen in Italien mostrando di aver nel libro conservato la purezza morale del Germano (ideale non reale) che è stata la causa della loro mone in Italia. (Cercavo idealmente una patria non avendone.) Il germano preso come rappresentante del tipo morale superiore (Dante, Leopardi, Segantini)."2

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 Amelia Rosselli

 

 

Erminia Passannanti: Logos, afasia e spazialità poetica nella poesia di Amelia Rosselli

 

 di Erminia Passannanti, Oxford, Uk

 

Si ringrazia Laura Incalcaterra McLoughlin per avere concesso la pubblicazione di questo saggio di Erminia Passannanti edito in Spazio e spazialità poetica, Laura Incalcaterra McLoughlin (Ed.), Collana Transference, Troubador Publishing Ltd., Leicester, Uk, 2005  (p.p.)

 

Premessa 
 
In questo saggio s'intende proporre un'analisi del rapporto tra logos, afasia del linguaggio e spazialità poetica nella poesia di Amelia Rosselli come resa della crisi del contesto attraverso la manipolazione del mezzo linguistico. Le osservazioni che seguono individuano una tendenza citazionista nella poesia di Rosselli de La libellula (1958 e Serie ospedaliera (1963-65), influenzata dallo sperimentalismo di Dino Campana. La tendenza collaterale è quella di destrutturare lo spazio testuale del logos per ricostituirlo in una spazialità afasica e straniata.

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 Giovanni Costetti, Dino Campana. Proprietà Centro Studi Campaniani "Enrico Consolini" di Marradi

 


 

Anomalie semantiche nella poesia di Dino Campana

 

di Smiljka Malinar

 

Studia Romanica et Anglica Zagrabiensia Vol. -, No. 38, 1974

 

 

Ringrazio la dott.ssa Smiljka Malinar per avermi permesso la pubblicazione del suo articolo. (p.p.)

 



I. Introduzione

 

   Se c'è ancora motivo di parlare del cosiddetto «caso Cam­pana», oggi, dopo tanti riassestamenti di prospettive critiche, — che portarono a una visione più giusta e più pacata di alcuni spunti più problematici su cui tale «caso» era imperniato — sarebbe lecito farlo, non a proposito di eccentricità di stile e di condotta pubblica (come pareva a coloro che a minore distanza seguivano la breve e fulminante parabola di Campana uomo e poeta), bensì, tutt'al più, con riferimento alle approssimazioni e arbitrarietà, alle analisi sbrigative, ai giudizi parziali e incerti, alle sintesi mancate, che spesso -- soprattutto inizialmente — erano il bilancio più cospicuo di buona parte della critica cani­ Per cui Campana — uno dei protagonisti più signifi­cativi di quella stagione di poesia novecentesca chiamata «se­condo decadentismo», il personaggio più pittoresco e affasci­nante della bohème letteraria fiorentina negli anni intorno all'inizio dela prima guerra mondiale — divenne la figura poe­tica più controversa e più disputata di tutto il modernismo italiano.

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La notte o della gioia tragica

 

di Tiziano Salari

 
 
 

Dino Campana è l’unico poeta italiano che dice di sì alla vita sulle orme di Nietzsche. È questo, a libro chiuso, il sapore dei Canti orfici. Campana è il solo poeta del Novecento a cui si addice il concetto di “gioia tragica”. II mondo come fenomeno tragico, gioioso, affermativo. È questa la musica segreta che percorre il libro. Non il preludio di Tristano e Isotta, con le sue onde di morte. A quella musica si ispira D’Annunzio nel Trionfo della morte, che mescola Schopenhauer e Zarathustra, Wagner e Nietzsche. Musica funerea e negatrice. Non essendo mai possessivo, l’eros di Campana non conosce mai il suo risvolto oscuro, Thanatos. E tuttavia la gioia a tragica. Perché?

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Sibilla, gli amici e i nemici: le foto

  

 

             

Sibilla Aleramo

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L'ultimo «maledetto»: Dino Campana

 

da: Giulio Ferroni, Il Novecento, Einaudi Scuola, 1991


 

Disperata figura Del tutto atipica e solitaria fu l'esperienza di DINO CAMPANA, inauguratore mitiia della nuova lirica del Novecento e insieme ultima, disperata incarnazione della figura ottocentesca del «poeta maledetto ». Intorno alla sua biografia e alla sua poesia è nato del resto un vero e proprio mito, che ha avuto particolare risonanza in anni a noi piú vicini: un mito che ripropone, anche se in modi diversi e originali, quello di Rimbaud, il poeta «maledetto» per eccellenza, «scoperto» in Italia proprio all'inizio del secolo  e che lo stesso Campana sentiva vicino. Nato a Marradi (Firenze), presso Faenza, il 20 agosto 1885 da un insegnante elementare, Dino Campana fu preda già dall'adolescenza di violenti turbamenti psichici; mentre studiava chimica a Bologna e a Firenze, compì vari viaggi e vagabondaggi in Italia e all'estero (raggiungendo l'Ucraina e la Francia, e spingendosi fino in Argentina e in Uruguay).

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La Riviera, ideata da Mario Novaro, la migliore rivista di letteratura d'inizio secolo in Italia. Serviva da accompagnamento alle latte d'olio Sasso, indistruttibili, che venivano spedite in tutto il mondoin contenitori appositamente collaudati. Aveva la buona abitudine di retribuire i collaboratori. Una manna dal cielo per tanti, che si affacciavano al mondo della notorietà, con scarse risorse. Papini, che fu assiduo collaboratore, era pagato in natura, con stagne d'olio a discrezione dell'amico Mario. Per Dino fu il primo riconoscimento importante. Giovanni Boine gli recensì positivamente i Canti Orfici e fu il primo segnale in un vuoto che avrebbe spaventato chiunque. Ma non Dino, che continuò a scrivere poesia e a mandare a Novaro, e a Geribò le sue movimentete missive... Questa che pubblico, solo in parte, comprese due pagine iniziali di pubblicità, è la numero 51 del Marzo 1916. Da brividi... 

 

Paolo Pianigiani


 

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  • Dino Campana è nell'aria...
  • Stefano Drei: ORFEO E IL FOTOGRAFO
  • Paolo Pianigiani: "Il più lungo giorno" di Dino Campana
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