CAMPANA NON E’ NATO A BADIA SETTIMO
di Enrico Gurioli
Ho letto con interesse le parole di don Carlo Maurizi sulla proposta di riportare a Marradi i resti di Dino Campana.
Non contesto un solo dato della ricostruzione storica: fu Piero Bargellini, insieme ad alcuni importanti intellettuali italiani, a intervenire perché le spoglie di Campana non finissero nell’ossario e venissero trasferite alla Badia di Settimo. È una pagina importante della storia della fortuna di Campana e va riconosciuta come tale. Ma proprio per questo occorre ricordare quando e in quali circostanze quella scelta avvenne.
Negli anni Ottanta, quando l’Amministrazione comunale di Marradi guidata da Enrico Consolini — al quale è oggi dedicato il Centro Studi Campaniani — propose di riportare a Marradi i resti del poeta, non si trattava di cancellare la storia della Badia di Settimo. Si trattava di interrogarsi, a distanza di decenni, sulla destinazione definitiva delle spoglie di un poeta nato a Marradi.
Io fui tra coloro che sostennero quella proposta. E lo sono ancora.
A Marradi fu persino predisposta una tomba in pietra serena destinata a Dino Campana. Quella tomba esiste ancora. Non penso dunque che oggi si possa liquidare la questione dicendo semplicemente che Campana fu sepolto alla Badia «per volere di Piero Bargellini». È vero, ma è soltanto una parte della storia.
Bargellini intervenne in una situazione particolare: Campana era morto nel 1932; dieci anni dopo i suoi resti rischiavano di finire nell’ossario comune. Eravamo nel 1942, in piena guerra. Non era certamente quella la situazione nella quale si poteva pensare con serenità a una nuova sepoltura a Marradi. Quella che fu allora una scelta necessaria e generosa non deve però diventare, ottant'anni dopo, una sorta di destino storico irrevocabile. E qui la questione diventa culturale, non più soltanto funeraria.
Don Maurizi ricorda giustamente che la Badia di Settimo è un luogo storico e che la sepoltura di Campana ne fa parte. Ma Campana non appartiene alla Badia di Settimo più di quanto appartenga a Marradi. E soprattutto non è la prossimità fisica alla Badia o al manicomio di Castelpulci a definire il significato della sua poesia.
È proprio questo che mi lascia perplesso nella frase scelta per l'epigrafe della tomba da lui redatta:
«Nel cuore antico di questa terra fiorentina, la pietà e il silenzio onorino colui che fu voce a disperati sogni umani». È una frase rispettabile come gesto di pietà. Ma è anche una precisa interpretazione di Campana. E su questa interpretazione, invece, si può discutere.
Perché Campana non è semplicemente «voce a disperati sogni umani». Questa formula appartiene a una lunga tradizione di lettura del poeta che ha spesso privilegiato il personaggio, la sofferenza, la follia, il destino tragico, il mito dell'uomo e dell'artista, rispetto alla complessità della sua scrittura.
Da molti anni cerco di fare esattamente il contrario: tornare dai miti ai testi. Combattere l’interpretazione esaltata di chi vuole ostinatamente ripetere il mito “del poeta folle e disperato”
I Canti Orfici non hanno bisogno di essere trasformati in una reliquia del loro autore. E Campana non ha bisogno di essere eternamente riconsegnato al luogo del suo ricovero per essere compreso. È la continuazione di un finalismo verso un uomo che doveva necessariamente essere quello che anche Don Maurizi ha deciso che fosse.
Anzi, forse è proprio questo il punto che la vicenda delle spoglie ci permette di porre: dobbiamo continuare a seppellire Campana accanto alla sua biografia, oppure possiamo finalmente restituirlo alla sua opera?
Riportare i suoi resti a Marradi non significherebbe negare Bargellini, né cancellare la storia della Badia di Settimo. La storia, come la poesia, resiste indipendentemente dall’iniziativa encomiabile di Bargellini, Luigi Fallacara, Carlo Bo assieme alla cerchia ben più ampia della cultura fiorentina dell’epoca e Giuseppe Bottai, Ministro dell’Educazione Nazionale di dare giusta e dignitosa sepoltura a Campana. Seppure nel tragico periodo bellico. Significherebbe semplicemente riconoscere che una decisione presa nel 1942, in circostanze eccezionali, non necessariamente deve diventare per sempre la destinazione ultima di Dino Campana.
E forse ritornando a Marradi sarebbe anche l'occasione per liberarci, una volta per tutte, di quella rappresentazione di Campana come poeta necessariamente legato alla follia, al manicomio e alla tragedia della propria vita e continuare a confermare una narrazione già decisa negli anni ‘30.
Campana non è nato a Castelpulci. Non è nato alla Badia di Settimo. È nato a Marradi.
E la questione vera, oggi, non è dove debba continuare la sua leggenda o risibile narrazione. È come vogliamo continuare a leggere la sua poesia.