Dino Campana a Castel Pulci

 

Nel peggiore dei mondi possibili

 

di Lorenzo Bertolani

 

da: www Infinitetracce.it

 

(testo rintracciato da Claudio Mercatali)

 

 

Infinitetracce era un sito web attivo dal 2011 – 2013 oggi non più reperibile su Internet. Chi lo cerca trova la spiegazione un po’ misteriosa “andato perduto nel Mare Magnum del web”.

Però c’è la raccolta cartacea degli articoli curata da Enrico Gatta, edito da Carta Canta, che è quasi una rivalsa della stampa tipografica sulla digitazione on line. Un articolo riporta una interessante testimonianza su Dino Campana al tempo del ricovero a Castelpulci. Lasciamo dire a Lorenzo Bertolani, che la raccolse tanti anni fa:

 

Una particolare testimonianza da me raccolta alcuni anni fa a Scandicci, è quella della signora Alina Barbetti, figlia di Ettore Barbetti, infermiere a Castel Pulci sin dal 1910. Nei primi anni Venti, il Barbetti, per motivi politici, venne abbassato di grado e preposto alla dispensa del sanatorio. Intorno al 1925 – ’26, gli venne affiancato, come aiuto, Dino Campana. Ecco alcuni passaggi della vivida testimonianza di Alina:

 

Campana stette in dispensa col mio babbo dal ‘25 – ‘26 fino alla sua morte. Ricordo bene che Campana è venuto alcune volte a mangiare a casa mia accompagnato dal babbo. Io stavo a Rinaldi e davanti a casa mia di là dalla strada c’era un muricciolo dove si stava sempre a sedere. «Vieni, vieni» diceva il babbo a Campana «ci si siede qui, non si dà noia a nessuno, si aspetta che la massaia ci abbia fatto da mangiare». La massaia era la mia mamma. Allora io ho questo ricordo bello di Campana e del mio babbo che parlavano tranquilli sul muricciolo vicino al fiume, e parlavano tanto! Da Castel Pulci a casa mia ci venivano a piedi e poi, quando tornavano, risalivano per il bosco sul sentiero che portava al manicomio.

Devo dire che non l’ho mai sentito parlare di poesia. Campana aveva anche momenti cattivi ma erano più i momenti buoni che quelli cattivi. Questo anche perché era più guidato, forse perché si sapeva che era poeta, era più seguito anziché essere lasciato nelle camerate o negli stanzoni.
In fondo io di Campana ho l’impressione di una persona normale, per come l’ho conosciuto io.

Di questa bella testimonianza, rimane alla mente l’immagine nostalgica del ritorno di Campana nel ricovero, sul sentiero attraverso il bosco, un percorso che il poeta avrà affrontato con passo agile e avvezzo, come quando camminava nelle foreste, sui monti «risentendo la prima ansia», verso La Verna, sulle tracce della “povertà ignuda” del «caro santo italiano» Francesco.

 

Bibliografia

 

“Tutt’altro” Enrico Gatta, edito da Carta Canta, Edizioni della Meridiana.