da: Succedeoggi, 19 Agosto 2025
L'italianista Renato Martinoni, dopo aver per lunghi anni indagato sulla vita e sulla poesia di Dino Campana, gli ha dedicato un romanzo nel quale si confondono poesia e stramberie.
Ad uno studioso che si rispetti, dunque non tuttologo o giornalista, conviene evitare famiglie allargate. Per occuparsi dei figli, meglio averne pochi, per seguirli bene nello sviluppo della loro vita. Renato Martinoni, stimato italianista, già professore emerito nell’Università svizzera di San Gallo e incarichi di comparatista a Ca’ Foscari, ha riempito molti anni della sua esistenza con Dino Campana.
L’autore dei Canti orfici, editi nel 1914 con dedica al Kaiser a ridosso della Grande Guerra e dei suoi morti, un Rimbaud tosco romagnolo, (nasce a Marradi nel 1875) miscelato a Carducci, è divenuto nel lavoro del docente un fantasma incombente, attraverso devote e prolungate indagini.
Nel 2001, un’autorevole edizione dei Canti Orfici e altre poesie per Einaudi, comprensiva di una corposa biografia; nel 2017 una monografia critica per Marsilio, Orfeo barbaro, in cui smonta gli stereotipi sul poeta selvaggio, ricostruendone la grande cultura multilinguistica di lettore onnivoro di estetica e filosofia.
Strano nondimeno un simile attaccamento in una creatura cordiale e civile come Renato Martinoni, nei riguardi di un personaggio stralunato, aggressivo e depresso, salvato dal suicidio per proteggere il suo breve capolavoro in cui ha versato sangue e sperma del proprio ego dissociato.
Questo dichiara nei maldestri tentativi di venderne copie nei caffè e nelle osterie, portandolo con sé, “come un certificato di nascita”, per citare la nota espressione di Camillo Sbarbaro. Se la fa a Torino persino coi cavalli, emulando in tali eccentricità gli analoghi gesti di Nietzsche poco prima dell’oscuramento totale della sua mente.
Ebbene, questo romanzo biografico, Ricordi di suoni e di luci, Storia di un poeta e della sua follia, (Manni 2025, 176 pagine, 17 Euro), che nomina Campana solo all’ultima pagina, nella scritta di una pietra cimiteriale, segue appunto le movenze bislacche del poeta nomade a partire dal gennaio del 1915, nel tempo travagliato prima del suo internamento nel manicomio fiorentino, nel 1918, dove, dopo 14 anni, si spegnerà.
Un noi narrante conduce il racconto, sporgendosi sulla solitudine di Dino, estromesso dalla comunità sociale. Ora, le parole usate da Martinoni amalgamano e riecheggiano quelle originali dello scrittore.
Ogni tanto irrompono canterini e memorabili i versi e i frammenti in prosa, scaldando ulteriormente i registri già eccitati della pagina delirante e abbacinante. Perché si tratta di una vera immedesimazione tra autore e personaggio, scandita nei verbi declinati al presente a mantenerne la fascinazione.

Lo segue mentre mangia e beve, tra appetiti insaziabili, mentre va in giro per le strade d’Europa e magari oltre Oceano, dentro e fuori da carceri e ospedali, mentre ancora si disperde per campi e boschi, fiumi e scali, il taccuino sempre in mano nel caso torni l’estro.
Sta con lui anche quando si accoppia. In tal senso, un invasamento del genere si mostra diverso da precedenti titoli romanzeschi sul poeta, da Sebastiano Vassalli nel 1984 a Laura Pariani nel 2015.
A volte, in cambio, se ne distacca, nelle parentesi meta-narrative, là dove parla di sé in rapporto al suo oggetto amato, in “questo romanzo d’altri tempi”, a raffreddarne la temperatura. Di Campana, si occupa pure nel coevo Letteratura in viaggio, edito da Marsilio, raccolta di saggi vari, tra cui «Se siete un artista, il mare ve lo dirà».
Campana e l’Argentina, centrato sull’esperienza del poeta in Sud America tra il 1907 al 1909, non si sa se reale o immaginaria. A leggere questo capitolo assieme al romanzo, confrontando l’approccio romanzesco con quello scientifico (binomio già sperimentato per il pittore Ligabue) risaltano alcune differenze, al di là delle invenzioni consentite all’immaginazione narrativa.
Nella menzogna della letteratura, il montaggio si consente infatti la figura della ripetizione, vietata nel saggio critico, e viceversa praticata con piacere quale risorsa musicale. Da qui, il rispuntare ritmico di determinati mantra argomentativi. Ad esempio, l’ossessione forse prelevata al Brand di Ibsen che chi sale sulle montagne può ridere di ogni dramma.
O il libriccino, stampato con tre tipi di carta, e dalla copertina gialla da vomito di gatto. O la spietata fuga della Chimera, metafora dell’impulso poetico, la “regina adolescente” che non torna più, se non alla cerimonia ufficiale intorno alla sua salma, ordita dal regime, soluzione efficace escogitata da Martinoni.
Musicale anche la cadenza ricorrente, quasi un omaggio al Tabucchi di Sostiene Pereira del 1994, nell’incipit di ogni capitoletto, tramite gli assillanti parentetici, come “dice il poeta”, “spiega il poeta”, “asserisce il poeta”, e così via sino all’ultima resa “concluderebbe il poeta”.
Ventiquattro tappe, organizzate in quattro sezioni di sei puntate ciascuna, denominate la fata verde (assenzio), la fata bianca (Sibilla Aleramo), la fata rossa (il precipitare drammatico degli eventi, colla guerra) e la fata nera (ricovero manicomiale prima a San Salvi fiorentino e poi a Castel Pulci nei pressi di Lastra a Signa, il paese nativo dell’odiata madre Nelly).
Qui muore, tutto rasato, domato da farmaci e smemorato rispetto alla sua poesia, fiero in compenso dei propri poteri magnetici e medianici. E le formule incalzanti e incollate tra loro vengono altresì agganciate ad una diversa città italiana, raggiunta dall’erratico protagonista.
In risposta al dannunziano cantore delle venticinque “Città del silenzio” (Ferrara, Ravenna, Pisa, ecc.), in Elettra del 1903, si susseguono fulminanti e per lo più liquidatrici le etichette rilasciate ai vari siti.
Si discosta dalle ingiurie Genova colle sue piazze felici, sulle ghiaie del cui porto trova requie la sua insonnia. Poi, a pagina 77 irrompe in scena all’improvviso Sibilla Aleramo, “Samia”, dieci anni dopo l’uscita del suo Una donna.
Abbigliata di bianco con fiori sul cappello, come un quadro impressionista. E la seduzione agisce da subito, nella lettera che esalta i suoi versi, e la richiesta esplicita di un incontro tra due solitudini e tra due libertà totali.
Lui per un po’ si schermisce, si definisce “pazzo tranquillo”, poi cede e cade nell’unica esperienza di sensi e di eccitamento della sua vita. Lei ha 40 anni, nove più di lui.
Dopo l’eros violento, dopo i baci che tolgono il respiro, dopo i fremiti che dai corpi contagiano la terra su cui giacciono, ecco il furore di lui che l’accusa di avergli spento dentro la Chimera, La chiama così tra infinite contumelie “pitonessa”, “verginella sverginata”, “strega”, desideroso solo di cancellarla, ennesima dissociazione di una follia che intanto cresce.
Ma la scrittrice, la cui enfasi stanca e il poeta e il suo autore, riassume in sé le donne precedenti, consumate in neurotici trasporti, icona sincretica degli amori strappati al volo.
Alle spalle di tanta immaturità amorosa, la madre lamentosa e algida, avara di carezze e insofferente della famiglia, stanca del marito maestro elementare e patriota innamorato di Garibaldi, protesa a invocare per il figlio ateo l’Angelo custode.
I resti di Dino, traslati dal cimitero manicomiale e raccolti nella Chiesa dei Santi Salvatore e Lorenzo a Badia a Settimo, nei pressi di Scandicci, esibiscono il teschio inclinato sulla spalla destra secondo la posa naturale in vita, e “i denti che ridono”, traccia della paresi per nefrite che gli ha alterato un po’ la fisionomia.
Ma il rosso dei capelli e della gran barba ipotizza origini nordiche sull’imboscato accusato di essere una spia tedesca. Il tutto viene comunque travolto nel 1944 dalle bombe tedesche, per essere quindi estratto dalle macerie e risistemato.
A questo punto, nel finale della storia, l’autore immagina una cerimonia di riappropriazione da parte del regime con tanto di ministri fascisti, di federali e camerati, e la presenza dei suoi due persecutori, mai nominati per l’astio e il rancore che dall’eroe passano allo stesso autore.
Sono il “commesso di profumi” e “Barbablù”, ovvero Ardengo Soffici e Giovanni Papini, coloro che hanno perso il manoscritto, costringendo il poeta a riscriverlo a memoria, ferita che scatena la paranoia di Campana.
Sullo sfondo della febbrile affabulazione si profilano di continuo le umili fatiche quotidiane dei contadini e si annusano i miasmi fetidi della dittatura, col Condottiero osannato pure dai medici e dagli infermieri dell’ospedale, di fatto “amico dei tromboni”.
Ma il fascismo, nella prospettiva dell’insano ricoverato a Castel Pulci mera accozzaglia di “uomini vestiti di nero” e di “maneschi”, costituisce per Martinoni la punta estrema dell’intolleranza perbenista e provinciale nei confronti dell’ingombro, della diversità pericolosa dell’uomo selvatico, dello scemo del villaggio, del vagabondo alcolizzato, la giacca infilata alla rovescia contro il malocchio.
Eppure, il discorso osa accostare il grande poeta nel suo degrado umiliante a San Francesco del Santuario della Verna, visitato da Dino.
Non per nulla, la sua nudità faunesca, secondo chi l’ha visto senza i cenci consueti, possedeva aspetti divini.

