Chants Orphiques 

 

Recensione di Romaric Sangars

 

Traduzione di Andreina Mancini

 

David Bosc

 

 

Dino Campana, poeta italiano dell’inizio del secolo scorso, è quasi sconosciuto al pubblico francese. Tuttavia, sia per la sua figura che per la sua opera, potrebbe essere inserito perfettamente nella nostra schiera di poeti maledetti. Fuggiasco e viaggiatore, pur essendo vittima di disturbi psichici, a 23 anni Campana partì per il Sudamerica, dove svolse vari mestieri (tra cui il pianista nei bordelli), prima di far ritorno in Europa per pubblicare a proprie spese i suoi Canti Orfici, nel 1914.

 

Periodicamente internato in manicomio, sarà definitivamente rinchiuso nel 1918 e rifiuterà persino di uscire quando gliene sarà offerta la possibilità. Anche lui di passaggio come una meteora nel cielo poetico del suo secolo, fu considerato il “Rimbaud italiano”. Una definizione forse riduttiva, ma legittima sotto molti aspetti, tanto che richiama a tratti, in una versione lunare, il prodigio di Una stagione all’inferno.

 

L’inferno favoloso di questo Orfeo sempre in partenza è quello di tante città d’Europa o d’America, di porti, ostelli, bettole o prigioni, foreste, un monte, il mare, il mare e il suo riso, il suo canto, il suo vomito; è una natura pagana dai richiami mitologici che dilaga in mezzo alla furia elettrica o industriale delle città moderne, i panorami sempre sfocati dal sogno, da ebbrezze o da visioni; e poi, soprattutto, quella notte predominante, infinita, estatica, così piena di stelle da sembrare quella di Novalis.

 

In questi paesaggi cangianti, reali o immaginari, sfondo e soggetto principale di questa poesia in cui brillano mille giochi di luce, si stagliano degli esseri in incontri fortuiti, come ulteriori scintillii, senza mai incarnarsi davvero, ma proponendo allegorie indefinite, apparizioni misteriose. Ma l’allegoria centrale è sorella di questa notte sontuosa: Euridice, scomposta in donne diverse (bambine, madri, prostitute, serve), allegoria che attrae l’eterno vagabondare di Orfeo.

 

Alla varietà dei viaggi si aggiunge quella delle forme utilizzate dal poeta italiano. Prosa onirica, versi, diario di viaggio, frammenti, lettere: Campana cambia veicolo ad ogni tappa, pur perseguendo la stessa ricerca. Il suo stile poetico si fonda comunque su procedimenti simili: un ritmo spezzato, spesso spiazzante, scandito da ripetizioni ma lacerato da ellissi. Immagini telescopiche, parallelismi sorprendenti, trasmutazioni oniriche: un’intera logica occulta agisce dietro le parole; a volte, i numerosi “due punti” che inframezzano le frasi danno l’impressione di aperture successive e sottili correlazioni. Campana eccelle in quelle frasi lunghe dove le metafore espressive sono drenate da una sintassi sconvolta, ma senza violenza diretta, che delinea il diagramma preciso di stati indefinibili. La sua poesia è come oppiacea, tutto vi appare velato dalla nebbia, indistinto, sfuggente, ma al tempo stesso prepara delle rivelazioni improvvise.

 

E se i passaggi sono a volte disuguali, se i versi sembrano meno adatti al suo talento rispetto alla prosa, l’insieme, nella sua frammentarietà, possiede comunque una coerenza sorprendente, che risiede nel suo metodo poetico e visionario e che si potrebbe riassumere in questa frase: “Ho le dita insanguinate: scrivo: l’amante si aggrappa al volto dell’amata per scarnificare il suo sogno... ecc.”.

 

Vista l’estrema difficoltà di tradurre una poesia, non si può che ammirare il lavoro di David Bosc, che ha saputo ricreare in francese l’incanto di questa fluida sregolatezza e ci ha finalmente permesso di leggere una poesia che, pur collocandosi tra Rimbaud e i surrealisti, riesce anche ad avvicinarsi alla tradizione più classica.