

Lettera a Carrà, 25 Dicembre 1917 , dal Fondo Carlo Carrà al Mart di Rovereto
Una massima buddista nelle lettere di Dino Campana a pochi giorni dal suo internamento definitivo in manicomio
di Cino Matacotta
Archivio Franco Matacotta, Parrano
24 dicembre 1917
Vigilia di Natale e meno di venti giorni dall’internamento definitivo in manicomio. Dino Campana spedisce due lettere, in realtà è una sola, scritta dapprima frettolosamente per Carlo Carrà e poi ricopiata in bella, con qualche taglio e qualche aggiunta per Elisa Albano. Esattamente un anno prima, Dino e Sibilla avevano passato la loro ultima notte di intimità nel grande e soffice letto dell’albergo di Marradi. Ora, Dino sta vivendo la sua crisi più profonda: chi lo incontra riporta discorsi sconclusionati, ubriacature devastanti, propositi suicidi.
Ma nelle ore in cui Dino scrive quel duplice testo, il poeta ci appare stranamente pacato e consapevole della sua situazione. Al solo Carrà, per esempio, confida: “sono sempre orribilmente innamorato di Sibilla”. Nella parte comune alle due missive, Campana è lucido e tagliente e, in occasione di un discorso di D’Annunzio a ridosso della disfatta di Caporetto e della disperata resistenza di quelle settimane, dà una definizione fulminante del pescarese: “Vate grammofono”.
Tra il commento su D’Annunzio e le successive considerazioni sulle miserie italiane, Campana parla di sé, dichiara di sentirsi meglio lontano dalla letteratura e inserisce una frase sorprendente;
“Credi (“Creda” a Elisa Albano) che è così dolce sentirsi una goccia d'acqua, una sola goccia ma che ha riflesso un momento i raggi del sole ed è tornata senza nome!".
È la rivisitazione di un’immagine che circola da quasi tremila anni nella spiritualità orientale, fin dalle Upanishad vediche, e che si diffonde in occidente dalla seconda metà dell’Ottocento. Nel buddismo, il dissolversi della goccia nella vastità delle acque è, niente meno, che una metafora usata per avvicinare i discepoli al concetto di Nirvana.
Sull’immagine di base Campana introduce, credo di suo e da par suo, due elementi importanti: la dolcezza del sentimento e la luce della goccia che sposta l’accento dell’espressione dall’indistinto (che nella tradizione buddista e non solo, è l’universo e l’eterno) all’individuo che compie l’azione di dissolvimento. Ma, al netto della rivalutazione della goccia nella sua parabola temporale, sembra indubbio che Campana conoscesse perfettamente il significato e il contesto dell’aforisma originale1.
Influssi orientali
In occidente, tra i primi, e decisamente il più seguito, a importare dall’oriente metafore legate all’individualità di una goccia rispetto a una massa indistinta d’acqua fu Schopenhauer ma per trovare riferimenti più vicini sia al significato sia al lessico di Campana, occorre cercare altre fonti.
Nella seconda metà dell’Ottocento, con il dominio coloniale inglese sul sub-continente indiano e sull’Asia centrale, si accende l’interesse occidentale per i movimenti religiosi, filosofici e mistici di quelle culture che vengono divulgate sia tramite le traduzioni degli antichi testi, sia con la scrittura di opere originali da parte di autori europei affascinati da quei credi, sia attraverso la parola e gli scritti di guru che, nei decenni di crisi delle idee positiviste, raccoglievano adepti predicando, non è la parola giusta ma rende l’idea del fenomeno, per l’Europa e le Americhe.
In Italia, e negli anni di Campana, Firenze è uno snodo importante di questo movimento di idee che, in quel periodo, sembra essere quasi una moda nei circoli intellettuali2: all’Istituto di Studi Superiori di Firenze insegna Paolo Emilio Pavolini, riconosciuto sanscritista, autore del manuale Buddismo (Hoepli, 1898) e poi Testi di Morale Buddistica (Carabba, 1912) edito, come le Upanishad citate sopra, nella collana Cultura dell’anima curata da Giovanni Papini (Paolo Emilio è, tra l’altro, il padre di Corrado, acuto recensore della seconda edizione dei Canti Orfici).
In città è poi attiva da una trentina di anni la Società Asiatica Italiana che pubblica regolarmente il suo Giornale e c’è una vivace sede della Società Teosofica Italiana a cui aderisce per un periodo anche Arturo Reghini, una presenza abbastanza costante tra le testimonianze della vita fiorentina di Campana.
Tutta questa descrizione dell’ambiente orientalistico fiorentino nei primi decenni del secolo scorso serve a fornire un contesto plausibile per l’origine della espressione usata da Campana nelle sue lettere del 24 dicembre. Perché le fonti che a me sembrano più prossime al testo campaniano alla fine del 1917 non dovevano essere facilmente reperibili e se Dino ne venne a conoscenza dovette essere tramite una biblioteca specializzata (pubblica o di un privato appassionato del genere) o attraverso qualche rivista del settore o, addirittura, per aver partecipato a qualche discussione sul tema.
Le parole usate da Campana richiamano sorprendentemente da vicino il verso che chiude il ponderoso poema The light of Asia di Edwin Arnold pubblicato a Londra nel 1879. Quest’opera conobbe un notevole successo e fu tradotta in francese nel 1899 (per la prima traduzione in italiano, occorre però aspettare fino al 1926).
Gli ultimi versi del poema in otto canti che percorrono, nell’originale in pentametri giambici, tutto l’insegnamento del Budda, recitano:
“Egli va al NIRVANA. Egli è tutt'uno con la Vita,
Eppure non vive. Egli è beato, cessando di essere.
OM, MANI PADME, OM! La goccia di rugiada scivola
Nel mare splendente!»
Nell’apoteosi dell’essere che raggiunge il Nirvana, appare proprio l’aforisma della goccia che si disperde nell’oceano. L’originale suona: “The dewdrop slips into the shining sea” ed è associato al mantra OM, MANI PADME, OM che, nella ritualità buddista, è la sintesi di tutto l’insegnamento del Maestro.
Qui si trovano molti degli elementi, anche lessicali, che confluiscono nella frase di Campana anche se, coerentemente con la dottrina Buddista e come già osservato, ciò che splende è la moltitudine indistinta, non l’individualità della goccia. Ma l’inversione eventualmente operata da Campana sarebbe coerente con il suo modo di adattare le suggestioni esterne al suo sentire in maniera originale ed esteticamente impeccabile.
Il poema di Arnold aveva conosciuto un largo successo e non doveva essere così difficile imbattersi nell’originale, o più facilmente nella sua traduzione francese, nella Firenze frequentata da Dino.
Più problematico immaginare un contatto con una seconda fonte che però, sia per assonanza di espressione, sia perché sappiamo che Campana ammirava l’autore, sembra potersi avvicinare molto allo scritto campaniano.
Si tratta di un episodio avvenuto intorno al 1904 e narrato dal musicista, mistico e divulgatore sufi Inayat Khan, contemporaneo di Campana (1888-1927). Il problema sta nel fatto che la biografia di Khan che contiene la descrizione dell’episodio che ci interessa, fu costruita a partire da materiale raccolto durante la vita di Khan dai suoi discepoli ma fu pubblicata solo alla fine degli anni ’70 del secolo scorso.
Un ammonimento del padre (o del maestro spirituale) di Inayat recita: “… Come la goccia è nell'oceano, la goccia è una parte dell'oceano e tuttavia non è separata dall'oceano. Per un attimo è apparsa come una goccia, poi ritornerà alla forma in cui era nata” (... As the bubble is in the ocean and the bubble is a part of the ocean and yet not separate from the ocean... So is the relation between man and God. For a moment it has appeared as a bubble, then it will return to that from which it has risen).
Tralasciando la questione dell’uso della parola bolla invece di goccia nell’originale (ma, letteralmente, le bolle sono la quintessenza dell’essere separati da una massa liquida per cui, per logica, sembra più corretta la traduzione italiana), qui emerge l’ulteriore e fondamentale elemento presente nella costruzione campaniana, ovvero l’istantaneità, e quindi la precarietà e, per Campana, l’eccezionalità, dello stato di separazione dal tutto. Quel lampo di luce iridescente sintetizza e giustifica la vita intera del poeta e a noi che leggiamo lascia un senso di vertigine.
Fino al 1925 nessuna delle opere di Inayat Khan era reperibile in italiano; tuttavia, dal 1913 era disponibile l’edizione francese de Un messaggio sufi di libertà spirituale che diede notorietà in tutta Europa all’autore ma dove, però, non si fa riferimento all’aforisma che interessò Campana. Nel 1917 si poteva forse trovare, frequentando circoli specialistici quali, posso immaginare, la Società Teosofica, una pubblicazione apparsa a Londra un paio di anni prima, The Confessions of Inayat Khan (Sufi Publishing Society (?), Londra, 1915), dove Regina Bloch pubblicò una serie di insegnamenti raccolti dalla viva voce del mistico, inclusa la citazione del dialogo tra Khan e suo padre (o il suo maestro) avvenuto dieci anni prima, e che poi confluirono in forma rieditata nella biografia molto più articolata del 1979.
Edwin Arnold e Inayat Khan sono solo tracce di possibili legami reali; rimane certo, secondo me, il vivo interesse di Dino Campana per gli insegnamenti orientali e per il pensiero Buddista (da cui, in prima approssimazione, deriva parte della dottrina Sufi) in particolare.
Trovo profondamente toccante rivivere le brevi ore di pacatezza e di profondo contatto con sé stesso trascorse da Dino in quella lontana Vigilia di Natale, così a ridosso dell’esito drammatico e finale dei suoi disturbi mentali. Campana con una manciata di parole addomestica magistralmente a sé la dissoluzione dell’individuo nel Nirvana Buddista: la accetta e con l’aggettivo “dolce” sembra quasi assaporare il profumo del loto, ma rivendica orgogliosamente l’unicità e lo splendore del suo essere, o meglio, del suo essere stato, quasi presago del suo prossimo destino.
8 novembre 2026
Cento anni fa Carlo Pariani, psichiatra che spese una vita professionale per cercare – invano - i nessi tra pazzia e creazione artistica, incontrava per la prima volta Dino Campana nell’asilo di Castelpulci. Si incontrarono altre sette volte fino all’ultimo colloquio avvenuto il 16 aprile 1930. Praticamente tutto quello che sappiamo sui quattordici anni di degenza di Campana in manicomio lo dobbiamo a quanto Pariani pubblicò nel suo Vite non romanzate di Dino Campana scrittore e Evaristo Boncinelli scultore edito da Vallecchi sei anni dopo la morte di Dino.
Detenendo, a posteriori e fino ai giorni nostri, il quasi monopolio3 delle informazioni sull’ultima, lunga parte della vita di Campana, lo scritto di Pariani ha costituito il riferimento costante per tutti coloro che hanno voluto nei decenni accostarsi alla vita del poeta all’interno dell’istituto manicomiale.
Non è questa la sede per approfondire un’ovvietà: un’unica fonte, per di più caratterizzata dal preciso e dichiarato intento di dimostrare un assunto (dimostratosi poi scientificamente senza senso, ovvero il legame fisiologico tra forme di pazzia e creatività artistica), non basta delineare in modo affidabile il profilo umano, artistico e pure clinico di una persona; figuriamoci di un personaggio complesso come Dino Campana.
Penso che la raffinatezza, la lucidità, la capacità di comprendere il proprio stato in un momento di crisi estrema e di esprimerlo in una forma coltissima e altrettanto elegante, dimostrate da Dino Campana durante una parentesi presenza a sé stesso (e di sobrietà dall’alcol) a pochi giorni dal ricovero coatto serva a farci pensare a una persona molto distante dal ritratto che Pariani ha voluto trasmetterci.
Ricordiamoci dunque che colui che allo psichiatra si definiva, esattamente cento anni fa, Dino Edison e si produceva in farneticazioni deliranti era la stessa persona che, consapevole di avere brillato intensamente, era pronta a dissolversi con dolcezza nell’anonimato di un manicomio.
Note
1 Un esempio di risignificazione di una frase molto nota da parte di Campana si trova nella lettera a Bino Binazzi da Castelpulci: “Tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili”. Ma c’è anche l’uso di notissimi detti popolari in contesti poetici: “Fare e disfare è tutto un lavorare / Ecco quello che so fare” oppure “Tanto va la gatta al lardo / Per un bacio taciturno”, autoparodia del ritornello di “A M. N.” pubblicata da Campana su La Brigata (feb-mar 1917).
2 Per fare un esempio leggero, sia Raffaello Franchi sia Dino sembrano voler esibire dimestichezza con argomenti esotici per fare colpo su Sibilla Aleramo: il primo le regala Due Upanishad nell’edizione Carabba nel gennaio 1916 e sei mesi dopo il secondo, scrivendole una delle lettere che precedono il loro primo incontro, si vanta di aver appena letto le Quartine di Umar Khayyam.
3 Lo scritto di Pariani contiene anche il testo di tutte le lettere scritte da Campana – pochissime - che ci sono pervenute.