UN MESSAGGIO DI GIOVANNI CAMPANA AL FIGLIO DINO

 

 

di Cino Matacotta

 

 

Su una cartolina postale recante un saluto di cortesia, inviata da Bengasi con l’altisonante timbro “Stato Maggiore – Governo della Cirenaica” in un giorno dell’ottobre 1915 da un tal Vasco Borghi e indirizzata “Al Signor / Giovanni Campana / Direttore Didattico / Marradi”, Giovanni Campana scrisse un breve messaggio in inchiostro rosso per il figlio:

 

“Caro Dino, non vengo stasera perché sono occupato e so che stai benino, verrò domani sulle 11. Saluti affettuosi, anche dalla mamma tua.”1

Poi, su un diverso spazio libero della cartolina: “Niente posta per te.”

Giovanni scrive al mattino o al più nel primo pomeriggio qualcosa che il figlio dovrà leggere prima della sera dello stesso giorno e riusa una cartolina che forse aveva appena ricevuto2. Dino doveva trovarsi in un posto piuttosto vicino, facilmente raggiungibile dal luogo dove Giovanni scriveva. Siamo dunque a Marradi ed è possibile ricostruire con l’immaginazione la scena nelle scuole elementari dove un bidello consegna la cartolina appena arrivata al suo Direttore che, scritta di fretta la nota per il figlio, gliela restituisce subito con l’incombenza di recapitarla all’ospedale dove Dino Campana fu ricoverato per una sospetta nefrite tra il finire dell’ottobre e seconda metà novembre del 1915.

Dal fatto che il padre sa che Dino “sta benino” si potrebbe evincere che sia già passato qualche giorno dal ricovero e che il decorso della malattia, qualunque essa sia stata, comincia a volgere verso la remissione.

Nella sua apparente banalità, questo pizzino è capace di trasportarci nell’intimità della famiglia Campana e, guardando bene, ci trasmette elementi significativi sulle relazioni che vi si intrecciavano.

In superficie, si percepisce la premura nell’atteggiamento di Giovanni, pur nella semplice formalità del messaggio: si giustifica per la mancata visita, offre subito un’alternativa per il mattino dopo; con “so che stai benino”, sottolineato nell’originale, comunica al figlio che si sta informando della sua salute - avrà probabilmente parlato con qualche medico – e prova a rassicurarlo non senza, forse, una sfumatura di riprovazione verso un possibile atteggiamento ipocondriaco.

E tuttavia, considerando che l’intera azione che ci viene rivelata, tra casa Campana, le scuole elementari e l’ospedale, si svolge dentro il centro di Marradi – meno di 500 metri in tutto - nell’arco, più o meno, di 24 ore, il rinvio della visita paterna rivela che, al momento, nella vita di Giovanni c’erano occupazioni più importanti. Giovanni sente il conflitto tra quel che farà quella sera e la mancata visita al figlio (non si possono dimenticare le sette opere di misericordia cattoliche!) e mitiga il senso di colpa evocando una situazione clinica priva di minacce.

La seguente frase di saluti è costruita in modo strano, sia sintatticamente, sia per come è posizionata sul piano della cartolina. Infatti, le parole “Saluti affettuosi” usano in maniera efficace l’area libera disponibile risultando centrate grazie a un discreto rientro a destra. A questo punto, però, Giovanni sembra accorgersi della necessità di segnalare a Dino il coinvolgimento della madre, ma non ha spazio: ne consegue che “anche” finisce irrimediabilmente sopra il testo già scritto e il resto della riga deve essere spostato un po’ più in alto rispetto all’andamento già impostato.  Occorre poi andare a capo e, solo ora, visto che alla riga sotto c’è spazio, si può aggiungere “tua”.  È come se Giovanni dapprima volesse scrivere solo “Saluti affettuosi”, poi capisce che deve aggiungere “anche dalla mamma” e alla fine rafforza con un possessivo che sarebbe stato più naturale anteporre al suo sostantivo – ben più logico scrivere “dalla tua” sopra e “mamma” a capo - e che, messo così. finisce quasi per segnalare una presa di distanza di Giovanni dalla moglie.

Il fatto è che Fanny Luti in Campana non andrà a trovare il figlio quella sera e neanche il giorno successivo; sembra un’informazione già condivisa tra padre e figlio e forse proprio per questo Giovanni cerca di associare alla sua manifestazione di vicinanza a Dino anche quella della madre, ma non riesce a dissimulare completamente la insincerità dell’affermazione e il suo imbarazzo. Chissà se questo acre risvolto fu colto anche dalla accesa sensibilità di Dino.

Infine, Giovanni sa che Dino è in attesa di lettere importanti3. Il padre si premura quindi di avvisare Dino che per quel giorno non c’è posta per lui e per farlo deve usare il margine superiore della cartolina, sopra i timbri.

La presenza di questo documento nelle carte campaniane confluite nell’Archivio Franco Matacotta, documento commovente per gli aspetti appena analizzati ma insignificante dal punto di vista letterario, offre un indizio suggestivo sul passaggio dell’eterogeneo carteggio campaniano, che comprendeva il Taccuino Matacotta, decine di missive indirizzate a Dino Campana, fogli manoscritti e carte varie, più il volume Oeuvres de Francois Villon recentemente riscoperto, nelle mani di Sibilla Aleramo. È infatti piuttosto inverosimile che Dino Campana si portasse appresso questa cartolina nei suoi spostamenti tra l’agosto del1916 e il gennaio del 1917 durante la movimentata (qui nel senso dei continui spostamenti) relazione con la Aleramo.

Molto più ragionevole pensare che, alla fine del ricovero, la cartolina fu riportata a casa Campana insieme al resto della corrispondenza recapitata in ospedale e lì rimase. Se così fosse, un’occasione plausibile che ebbe Sibilla Aleramo di prendere con sé, infilata in mezzo a carte importanti, anche questa quasi insignificante missiva, fu la sua visita a Marradi nei giorni intorno a Natale 1916. La coppia alloggiò nell’albergo al centro del paese, a poco più di 200 metri da casa Campana. Sebbene non documentata, una visita della coppia alla casa del poeta è naturalmente ipotizzabile per la quantità di suggestioni che questo atto poteva comportare nella particolarissima atmosfera di quei giorni di precaria e ultima serenità tra i due.

 


 

Note

 

1 Questo documento è stato fin qui riportato in una forma non corretta [ad es.: Gabriel Cacho Millet, “Lettere di un povero diavolo”, Polistampa, 2011, pag. 89; Gianni Turchetta, “Dino Campana L’opera in versi e in prosa”, Mondadori, 2024, pag. 543], ovvero:

“Caro Dino, non venga stasera perché sono occupato e so che stai benino, verrà domani sulle 11. Saluti affettuosi, anche dalla mamma tua”.

C’è una discordanza tra la terza persona dei due verbi e “stai benino” e “mamma tua”, errori impensabili per uno stimato maestro elementare, senza considerare la stranezza della terza persona tra padre e figlio; in più, in questa lettura sembra che sia Dino a doversi muovere, cosa che avrebbe ben poco senso vista la situazione di ricovero. L’equivoco dipende dal curioso modo di Giovanni di scrivere talvolta la lettera “o” finale lasciando l’occhiello molto aperto (cfr. “Dino” nell’incipit e “sono” e “so” nella seconda riga del messaggio), modalità di scrittura che si ritrova, curiosamente, anche in diversi manoscritti di Dino. 

2 Giovanni Campana mostra un evidente disinteresse sia per Vasco Borghi, con la manifestazione del suo status e il suo ossequio, sia per il fascino che la Cirenaica, recentissima colonia italiana, poteva ancora rappresentare nei primi mesi di guerra nel 1915.

3 Del periodo di ricovero si sono conservate missive a Campana di Bino Binazzi, Giovanni Boine, Mario Novaro e Francesco Chiesa – quest’ultima indirizzata proprio a “Ospedale S. Francesco / Marradi”.