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Taccuino di Dino Campana
di Francesco Tentori
da: La Fiera Letteraria n. 29, 17 luglio 1949
Non è facile parlare di chi fa paura: Campana come Nietzsche, come Hölderlin e tutti i poeti destinati alla dispersione della loro anima, è ancora per noi vicini qualcuno che agita parole di sgomento. Le sue pagine, una fantasmagoria patetica e malinconica tagliata da luci e dal rumore dei ricordi; paesaggi sempre «rivelati» e poi perduti, una memoria d'altra vita, di una terra diversa; un’allegoria dove i simboli e i corpi vivi sono la stessa cosa; una violenza incatenata che si libera nel delirio delle parole.
Di fronte a un testo così pronto a «suggerire», ci si fa prendere dalle suggestioni: allora una «fanfara inclinata» sarà il suono tenero e tragico di una voce che un vento sconosciuto non cessò di piegare verso la morte.
C’è una musica che non abbandona mai versi così spezzati, questi pietosi e allucinati rottami - non di una festa; di una vita votata alle lacerazioni e alla rovina della follia che la perdette. Ma anche qua, anche tra le parole interrotte di questo Taccuino che Franco Matacotta ha curato per « Amici della Poesia», ci son due Campana: quello che ci suggerisce la tragedia e macabre fantasie, come in Impietrata di sangue dilaniata dai colori notturni e febbrili; e uno, quello di Vi amai nella città dove per sole, che dispone con quasi provenzale sapienza accordi e toni su un rigo di melodia lontano, perduta in nostalgia.
Ma poi c'è la prosa, queste prose sconvolte da un'aria di follia così lucida che nasconde più pericolo: la minaccia di una corrosione della «civiltà» già precipitata da Rimbaud nell'inferno della sua «stagione».
Rimbaud richiamato anche da certi decori di teatro obliquamente fiabeschi, fatti di luci e del suono calcolato delle parole: così nasce un teatro di spettri, un circo disabitato e impaurito; e ancora dai colori, e dal modo di dire: Essendo una carogna in decomposizione, abbracciò l’universo, oppure: Per la mia ingenuità naturale volli fare lo sbirro ma poi vidi la filosofia; di dire: Vomito, dopo una rassegna dell’Italia ma in realtà dell'universo, la sola cosa che interessi questi profeti senza folle per credere loro.
(Una differenza esiste, tra il francese e quest'altro nomade: Rimbaud voleva bruciare il mondo e anche il suo nome, la sua ombra; Campana invece lamenta l’immenso carico che deve essere portato in salvo. Per Rimbaud la salvezza era la distruzione soltanto. Campana parla di Leopardi, di Dante; per Rimbaud la storia è qualcosa che bisogna far rovinare, sparire dall'esistenza).
Ma insieme a tale tumultuosa avventura, non cessano di consolarci le pause di quiete e dolcezza che fanno di questo déraciné un idillico avversato e deluso: in queste pagine le ritroviamo, e con esse si chiuderà forse per noi il volto di Dino Campana.
