Un grave lutto per la cultura italiana

 

Significato di Malaparte

 

di Franco Matacotta


da “Il Paese”, 20 luglio 1957

(Curzio Malaparte morì a Roma il 19 luglio 1957)


Una biografia di interventi - L'ultimo degli isolati romantici - Illuminismo regionale e riflesso di certi scrittori della seconda metà del '700 italiano nell'opera dello scrittore toscano - L'ingresso nel mondo del socialismo è coinciso con l'esperienza della sofferenza

 

L'esperienza di Curzio Malaparte scrittore è strettamente legata alla sua esperienza di uomo. Se può avere ancora un valore il riferimento dannunziano che la critica ha fatto a proposito della sua opera letteraria, esso è da intendersi ormai più come riferimento storico che estetico. Se c'è un nesso fra Malaparte e D'Annunzio, è un nesso di costume. 

Mentre il dannunzianesimo degli epigoni stemperò il mondo delle Laudi, dell'Innocente e delle Faville in un alessandrinismo estetizzante ed erotico, quasi sempre dozzinale, Malaparte raccolse dall'ultimo scrittore della Triade di fine Ottocento il diritto e la legittimità, ereditati dal Romanticismo, di intervenire nei problemi del tempo, ideali e politici, e di impegnare la letteratura alla sua precisa responsabilità sociale. 

La biografia di Malaparte è una biografia di interventi. Se molti di essi risultarono ai contemporanei, via via che si espressero, pretesti di scandalo o imbonimenti, ciò è da imputare più alla particolare società alla quale essi erano diretti, chiusa, dalla Prima Guerra Mondiale alla Seconda, politicamente nella cintura di falsa sicurezza del fascismo, e letterariamente nella torre d'avorio dello ermetismo.

Malaparte, pur sensibile agli stimoli reattivi della cultura decadentistica, specialmente francese, serbò per sè stesso una condizione costante di chiarezza, di contenuti e di forme, che era non soltanto la sua condizione nativa, di toscano pratese, ma assai di più l'impegno maggiore della sua intelligenza e della sua educazione culturale.

La sua partenza di diciassettenne per il fronte non fu solo un atto di spavaldo garibaldinismo. Di partenze è stata piena la sua vita: mentre lo è stata meno di ritorni. Quando Malaparte è ritornato, perchè duramente costretto della fatalità, e come preso a tradimento, ritornato per morire. E questo è altamente significativo. 

Gli è che forse, a creargli una fama di Proteo, di polimorfismo mentale ed umano, la società letteraria italiana, avvezza costituzionalmente a compiacersi delle proprie paludi o delle proprie dimore, non aveva molto da affaticarsi. 

Il costume della polemica o del dibattito, o magari del semplice battibecco — al quale ultimo Malaparte s'era aggrappato, sulle colonne di un settimanale, nel clima controriformistico dei benpensanti odierni — non è il costume preferito della nostrana società letteraria.

 

Titoli di libri

Del resto, a convalidare questa esplicita virtù d'intervento, basterebbe tornare con gli occhi sui titoli dei molti suoi libri: dalla «Rivolta dei santi maledetti» del '21, alle «Nozze degli eunuchi», alla «Italia Barbara», a «Don Camaleo», a «Sodoma e Gomorra» ai «Custodi del disordine», a «Fughe in prigione», a «I morti di Bligny giocano a carte».

Che sono libri del ventennio fascista, quando molti scrittori si contentavano di elzeviri in punta di penna, o di cadaveri squisiti, o di svagate fumisterie, se non intingevano la penna addirittura dentro il nero orbace della gerarchia dominante: quando Moravia, negli «Indifferenti» e nei primi racconti, dava, sul piano della creazione e della rappresentazione, le prime prove di realismo, e insieme il primo segno di autonomia politica e morale fra gli scrittori della nuova generazione. 

 

Piglio di ventura

In quegli anni intorno al  secondo conflitto mondiale, e più precisamente nei primi mesi dell'intervento italiano, la rivista «Prospettive», che sembrò raccogliere il più qualificato preziosismo di allora, se portava nelle sue prime pagine il nome di Malaparte, fu sempre per creare una situazione di rottura. 

Egli fu davvero un uomo nato per dispiacere sia a Dio che ai nemici suoi. Sotto questo punto di vista, gli va reso atto delle conseguenze. Malaparte fu sempre un isolato, che è la condizione peggiore per lavorare a qualcosa di realmente creativo, se non si è avuta in sorte dalla nascita la grazia del proprio mondo morale. Degli isolati romantici si può ben dire che sia stato l'ultimo anche a credere in una cultura europea, nella circolazione, sia pure artificiale ed esterna, delle idee fra i continenti. Ci fu sempre in lui un piglio di ventura.  

Ma se è al giornalismo che si deve legare il suo nome, il suo fu di modello: ambì sempre alla misura del saggio, pur restando fedele al documento. 

I libri che scrisse dal '41 in poi, dal «Sole è cieco» al «Volga nasce in Europa», a  «Kaputt» ai testi teatrali su Proust e su Marx, fino a «La pelle», sono l'esasperazione del suo deliberato interventismo, nei problemi e negli avvenimenti della guerra e del dopoguerra.  

Un'esasperazione apparentemente confusa, contraddittoria, dove la partecipazione e la responsabilità umana sembrano sacrificate alla volontà persistente della polemica e perfino del chiasso: come di uno che, non perchè a corto di argomenti, tutt'altro, ma per un gusto perverso di scompigliare le carte e mandare a monte il gioco, voglia tentare intellettivamente una soluzione contraria anche alla verità, o almeno deformatrice della verità. Se qualcosa, in questa farandola del suo perpetuo battibecco, gli fece difetto, fu una visione personale e sofferta del mondo, una fede qualsiasi. 

Il vago teismo non approda a nulla, se non all'iconoclastia. Ma Malaparte non ebbe la statura di un Voltaire: e nemmeno di un Constant. La sua figura di letterato è semmai avvicinabile a quell'illuminismo regionale e riflesso di certi scrittori della seconda metà del Settecento italiano, senza i problemi pratici dello illuminismo lombardo, e senza l'impegno speculativo di quello meridionale: un illuminismo per così dire toscano, anzi pratese, misto di campanilismo strapaesano e di cosmopolitismo, di abilità organizzativa e di stravaganti diavolerie. E, non si può tacerlo, di mondanità. 

Per questa porta, o per questa hall di alberghi internazionali, rientra nel discorso sopra di lui l'ombra di D'Annunzio, a funestargli perfino la schiettezza di certe sue pagine. Nuova misura. Ma il dopoguerra fu decisivo e costrittivo anche per un temperamento come il suo. 

Non si poteva chiedere a Malaparte il contrario della sua natura. Spirito sia osservatore che intuitivo, analitico che creativo, dovette, per conquistarsi una esatta visione della realtà dei tempi, delle prospettive sociali, delle diversità del mondo, esplorare di nuovo di persona le strade. 

La sua nuova partenza fu per l'Asia: esattamente per la Cina. La Russia, si contentò di sorvolarla. Aveva veduto l'esercito sovietico dal fronte finlandese dapprima, quindi al seguito delle truppe italiane come corrispondente di guerra del «Corriere della Sera». Quegli articoli, che spiacquero alla dittatura fascista e alle autorità politiche tedesche, gli valsero d'essere radiato dai quadri degli inviati speciali.  

Per arrivare alla Russia, fece, secondando la propria natura, come Peer Gynt girò al largo, ci arrivò da Pechino. Occorreva, a stimolargli le virtù di comprensione, un'atmosfera di curiosità, misteriosa e febbrile, come quella del continente giallo forse per non essere da meno di Malraux. Il caso ha voluto che il suo ingresso nel mondo del Socialismo coincidesse con l'esperienza più drammatica e profonda della sua vita: quella della sofferenza. 

Da questa nuova misura, di partecipazione diretta e totale alla vita degli uomini e al loro destino, si attendeva la parte estrema della sua opera, forse quella risolutiva. Di essa, Malaparte ci ha dato purtroppo solo l'annunzio. Quello cinese, è stato il suo ultimo intervento. 

Se lo si deve ricordare per quel che di positivo ci ha lasciato, il suo appello di fraternità e di solidarietà col popolo cinese costituisce il suggello di una ricerca durata tutto un trentennio, fra tempi e generazioni discordi, fra antinomie politiche e ideologiche, fra disperazioni e lacerazioni, fronti di guerra e baricate, dall'Europa occupata all'Europa liberata. Ma ha sapore di verità.

 

FRANCO MATACOTTA