AL CINEMA CON DINO CAMPANA

 

CONFERENZA DEL PROF. STEFANO DREI, FAENZA 18 AGOSTO 2025

 

di Silvano Salvadori

 

In una bella notte estiva faentina che nei suoi angoli custodisce tante memorie campaniane, è vibrante l’attesa di quello che ci dirà il Prof. Stefano Drei; l’arena Borghesi si riempie via via di gente per una conferenza dal titolo: Al cinema con Dino Campana.

Qui in fondo al viale dello Stradone lo stesso Dino sembra invitarci a sedere per meravigliarci dei primi spettacoli cinematografici che erano già a quel tempo inaspettatamente numerosi. Non a caso siglerà in capo al quel testo del Il più lungo giorno - che poi intitolerà La notte - per due volte un tentativo di introdurvi il cinema: Cinematografia sentimentale e Scorci bizantini e morti cinematografiche.

 Campana userà nella scrittura un taglio da sceneggiatore che sovrapporrà immagini, flashback, trasparenze, dinamismo in una urgenza di combinare visioni e realtà, costringendoci a immedesimarci nel suo rammemorare. Non gli occhi, ma è l’anima del poeta che sta sperimentando ciò che rimane davvero del tempo vissuto, ciò che è emozione.

Così spesso le parole si ripetono in sequenza come fa lo sguardo nel definire la successione temporale dello scorrere sulle immagini, ritornando sulla scena di continuo e quasi zoomandone i dettagli. Così è per le parole che il poeta ripete quasi a suggerire un ansimare dell’anima, un appropriarsi tramite la ripetuta vocalità di un effetto di resa tridimensionale dell’immagine.

La circostanza di essere in un luogo vissuto dal poeta, l’arena Borghesi,  per ricostruire le suggestioni che lui stesso provò, ha dotato questa conferenza di una concretezza critica ben più convincente di un apparato di note a piè di pagina; suggestioni che mirabilmente Drei ha ricostruito tramite il ritrovamento di una grande quantità di locandine che annunciavano le proiezioni cinematografiche di quel tempo a Faenza, documentate con le fotografie di quei baracconi dove avvenivano e addirittura tramite alcuni spezzoni di film originali.

 

Tre sono le domande che il relatore si è fatto e di cui ha condiviso col pubblico le risposte trovate:

-perché Dino sceglie di intitolare il manoscritto consegnato a Soffici Il più lungo giorno?

-quando Dino sente in lui la scintilla di essere poeta?

-perché nella sera di fiera evocata nella Notte Dino sigla la conclusione di vari paragrafi con la frase panorama scheletrico del mondo?

 

Una sera del 21 giugno del 1906 Campana sente l’urgenza di salire su di un treno che lo porterà a Milano e poi in Svizzera, finalmente libero in un vagabondaggio che lo porterà davanti al grande spettacolo delle Alpi che pur gli serrano il cammino. È in quella occasione che comporrà la prima versione di quella che dirà “la più antica delle mie poesie”: La Chimera.

Quel solstizio d’estate è “il più lungo giorno” dell’anno e sembra essere una profezia; una locuzione che ha già letto in D’Annunzio - e come the longest day nell’amato Whitman, aggiungo io – decide la sua scelta.

 

Esaurite le prime due domande eccoci alla terza. Sulla parola “panorama” il prof. Drei ci sorprende dimostrando che, anche se la si era usata per indicare allestimenti pittorici semicircolari particolarmente coinvolgenti ai primi dell’800, la si è poi usata nell’accezione moderna per quei baracconi in cui dentro si svolgevano le proiezioni cinematografiche che immergevano gli spettatori nella “visione del tutto intorno”, anticipazione del nostro cinemascope e dei diorami.

È difficile per noi capire quale suggestione facessero quelle proiezioni in bianco e nero, bruscolose e sfuocate che presentano una umanità innaturale nei movimenti, circondata da un assurdo silenzio e progrediente verso di noi nel buio della sala.

Non dobbiamo pensare ai primi grandi film, ma a quella nuova meraviglia da fiera fatta da documentari e sketch burleschi. Sono illuminanti due scritti che Drei ha trovato di Gorkij e di Papini relativi alle loro impressioni coeve davanti a simili spettacoli.

Le riportiamo, in attesa di leggere la pubblicazione, ben più completa di questa mia cronaca, che Stefano Drei prossimamente ci offrirà.

 

La sera scorsa sono stato nel Regno delle ombre. Se sapessero come è strano trovarsi lì. [] Quando si spengono le luci della stanza dove si mostra l’invenzione di Lumière, appare a un tratto sullo schermo una grande immagine di colore grigio, una via di Parigi, ombre di una brutta incisione. Se si fissa con cura si vedono macchine, palazzi e persone in diverse posture, suggellate ed immobili. Tutto è in un tono grigio, anche il cielo è grigio [] Ma a un tratto un fremito percorre lo schermo e l’immagine prende vita. Le carrozze che arrivano da qualche parte della prospettiva dell’immagine si muovono verso di te, verso il buio nel quale sei seduto [] e nel mezzo di tutto, un silenzio strano, senza che si sentisse il rumore delle ruote, il suono dei passi o delle voci. Nulla. Neanche una nota di quelle confuse sinfonie che accompagnano sempre i movimenti delle persone []

La visione è terribile perché tutto ciò che si muove sono ombre, nient’altro che ombre. Incantesimi e fantasmi, gli spiriti infernali che hanno avvolto intere città nel sogno eterno arrivano alla mente [] Questa vita, grigia e muta, finisce per sconvolgerti e deprimerti. Sembra trasmettere un’avvertenza, caricata di un senso sinistro, di fronte alla quale il cuore trema. Dimentichi dove sei. Strane immagini invadono la mente e la coscienza comincia a indebolirsi e ad annebbiarsi.

    M. Gorkij, 1896

 

Contemplando quelle immagini effimere e luminose di noi stessi ci sentiamo quasi come dèi che contemplino le loro creazioni, fatte a loro immagine e somiglianza.

Involontariamente vien fatto di pensare che c’è qualcuno che ci guarda come noi guardiamo le figurine dei cinematografi e dinanzi al quale noi – che ci stimiamo concreti, reali eterni – non saremmo che immagini colorate che corrono velocemente alla morte per dar piacere ai suoi occhi. Non potrebbe essere l’universo un grandioso spettacolo cinematografico, con pochi mutamenti di programma, fatto per il passatempo di una folla di potenti sconosciuti? E come noi scopriamo, grazie alla fotografia, l’imperfezione di certi movimenti, il ridicolo di certi gesti meccanici, la grottesca vanità delle smorfie umane, così quei divini spettatori sorrideranno di noi, che ci agitiamo su questa piccola terra, percorrendola furiosamente in ogni senso, inquieto, stupidi, avidi, buffi, finché la nostra parte finisce e scendiamo ad uno ad uno nella silenziosa oscurità della morte.

Giovanni. Papini, 1907

 

 


 

 

Francesco Chiari ha accompagnato la serata con alcune canzoni ispirate alle poesie di Dino Campana