Achille Cattani: la foto di Campana in gita alla Falterona

 

Dino in gita alla Falterona

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Da: Achille Cattani,  Idealità, La vita di Ernesto ed Anna, II volume, tipografia Faentina, Faenza - 1974

 

Dino è il secondo da sinistra.

La foto fu pubblicata per la prima volta nel libro Dino Campana, Le mie lettere sono fatte per essere bruciate, a cura di Gabriel Cacho Millet, Milano, All'Insegna del Pesce d'Oro, 1978. La descrizione del viaggio riportata dal libro di Achille Cattani aggiunge nuove informazioni a questo episodio della biografia campaniana.

Ringraziamo il professor Stefano Drei, curatore del sito del Liceo Torricelli di Faenza, per la puntuale segnalazione.


.... Curioso, Anna, quando ricordo la parola “psicanalisi”, sempre più oggi nominata, mi sovviene di Dino Campana, tenuto in un ritiro per alienati di mente. Quando ci penso mi dispiace veramente. Non credo che gli possa servire la psicanalisi con le cure che ne possono derivare, quanto più gli sarebbe giovevole una esistenza indipendente da stentate necessità della vita. Si è sfibrato con la sua vita randagia, denutrendosi e in lotta con il suo animo poetico. L’ho conosciuto ala cascata dei Romiti nell’Appennino Toscano.

Fu il 2 di gennaio dell’anno 1912. Il terreno era tutto coperto di neve. Si unì a me e ad altri quattro miei amici che avevano più età di me: l’avv.to Giacomo Mazzotti, i due fratelli Bosi, sacerdoti, un salesiano e Diego Babini, compagno di scuola del mio fratello Giacomo defunto, e stemmo insieme per tre giorni e due notti nella gita alla Falterona, fatta tutta a piedi, partendo da Badia del Borgo in Marradi. Che veduta lassù!... La mia prima invernale, a circa vent’anni, prima di andare soldato.

Questo Campana mi fece passare quei giorni in una atmosfera poetica come si addiceva a quella natura tanto candida. Quando lo penso ho sempre presente il suo viso, fresco e roseo con gli occhi chiari, azzurri, buoni, coi capelli biondi non bene pettinati e sparsi anche sulla fronte, due baffetti, pure biondi e la figura di media statura robusta e mal vestito; aveva un sorriso buono, felice quando si esprimeva poeticamente che poi cambiava in una risata sonora, sarcastica, quando si toccavano temi sociali che avversava e disprezzava, offensivi ai suoi ideali. Mi pareva fidente di sè, era giovane, qualche anno più di me, dominato da uno spirito poetico ribelle alla società, pericoloso alla sua età per la sua salute.

Ne avevo sentito parlare poco di Dino Campana, nativo di Marradi, studente qui al ginnasio di Faenza, poi girovago insoddisfatto della società che spesso scherniva in sonetti che poi distribuiva nei caffè di Firenze, deridendo quelli che leggendoli mostravano dell’indifferenza, forse dell’incomprensione. Mi dissero che erano liriche un po' ermetiche, da poeta bohemien, un po' pagano.

Era ben lucido di mente in quei giorni, sempre poeta su quanto si osservava, felice lo vedevo quando contemplando gli uscivano parole espressive, non nuove... come pareva le volesse dire. E’ stata la stanchezza del suo vivere, insofferente delle convenzioni sociali alle quali doveva pure chinare il capo per vivere, umiliandosi in lavori avvilenti che faceva casuali all’estero, quali: lo scopino, lo sguattero e quel che gli capitava, non escluso di avere provata la prigione, sotto una tortura morale sfibrante. Conosce lingue, almeno per spiegarsi: inglese, francese, tedesca e russa, apprese durante il suo peregrinare come uno zingaro nei vari stati fino alla Pampa.

Ma adesso è ricoverato in un luogo di cura per ammalati di mente. Non voleva essere un vagabondo e desiderava un riconoscimento per la sua vocazione. Adesso ci vuole ben altro per un riconoscimento. Non credo che sia la cura migliore per il Campana. Quest’ambiente l’ha esasperato. Avesse incontrato un affetto?

Noi siamo già in un mondo nostro indisturbato e per riflessione accettiamo l’adattamento, potrebbe essere considerato egoismo, ma non è.