Bargellini e la tomba di Campana

 

Da Reality, n. 19 / Maggio anno 2003 

 

 

di Marco Moretti

 

Ringrazio Marco Moretti e Mirna Gentilini per avermi inviato questo articolo. 

(Paolo Pianigiani)

 

 

Piero Bargellini in una foto degli anni Trenta. (courtesy fam. Bargellini)

 

 

Traslazione delle ossa del poeta (1942). In prima fila da sinistra, Giovanni Papini, il ministro Giuseppe Bottai, Attilio Vallecchi, Marino Lazzari. In seconda fila al centro Piero Bargellini e Barna Occhini. 

Dietro si intravedono Rosai e Fallacara. (Archivio M. Moretti)

 

Cimitero di San Colombano: croce sulla tomba del Poeta donata dalla sottoscrizione del "Frontespizio" 

(da: Dino Campana, a cura di M. Valsecchi, all’Insegna del Pesce d’Oro, Milano, 1942, p. VIII.

 

Canti Orfici, ed. Ravagli, 1914, (archivio M. Moretti)

 

G. Costetti, Ritratto di Dino Campana, 1913-’14. (courtesy Centro Studi Campaniani, Marradi)

 


 

Quando a Marradi nel 1976 fu ripresa a cuore la memoria di Dino Campana, venni invitato a presentare un mio film, il primo, sulla vita del poeta. Rispondendo all’assessore alla cultura Mirna Gentilini come concludere le manifestazioni campaniane, proposi un omaggio del Comune sulla tomba del poeta nella pieve di Badia di Settimo presso Scandicci, invitandovi Piero Bargellini a cui si doveva il ritrovamento della sepoltura nel cimitero di San Colombano e la successiva collocazione delle ossa presso la Badia.

Si era alla vigilia della ricorrenza dei morti, e se ciò appariva perfetto, non altrettanto lo era per un’altra ed altrettanto fortuita scadenza: l’approssimarsi del decennale del "gran diluvio" che aveva sommerso Firenze.

Bargellini, universalmente noto come sindaco dell’alluvione, era impegnato in incontri e interviste con la stampa di mezzo mondo. Chi non ricordava la figura del sor Piero impataccata di fango con gli stivaloni ai piedi nell’allucinante realtà della Firenze offesa?

Per giorni se n’era andato in giro a constatare, a dare ordini, consigli, ad ascoltare la rabbia mai impotente che semplici cittadini, bottegai, artigiani gridavano dalle case lordate, dalle bocche nere delle loro botteghe, dai laboratori devastati. Quelle grida di rabbia, mondate dai moccoli, Bargellini le aveva inoltrate al mondo nella loro scarna tragicità, riassumendo la portata della tragedia senza vittimismo né enfasi. Interprete di un’antica dignità, aveva saputo chiedere senza prostrarsi.

Ma il filo che lo legava a Campana, o per meglio dire alla sua memoria, apparteneva ad una precedente stagione: alla lunga e prolifica attività del Bargellini operatore culturale iniziata con una rivistina dal bizzarro nome di "Calendario dei pensieri e delle pratiche solari", e quindi alla più matura concezione del "Il Frontespizio", rivista letteraria e artistica d’ispirazione cattolica, non a caso fondata nel 1929, anno del Concordato, dalle cui pagine partirono per un loro volo giovani scrittori come Bo, Bigongiari, Luzi, Gatto, Macrì, Sereni e tanti altri.

Nel 1938, dalle pagine del "Frontespizio", Bargellini aveva lanciato un avvertimento per la salvaguardia dei resti di Campana morto il 1° marzo 1932 nel manicomio di Castel Pulci dopo quattordici anni di degenza: sepolto nel cimitero di San Colombano, dopo dieci anni, nel ’42, quei resti sarebbero finiti nell’ossario comune. Nel quadrato dei morti in manicomio, cantuccio di terra tenuto separato dalle altre tombe, diversi tumuli erano senza più nome a causa delle croci di legno marcite e rimosse.

Visitando il cimitero, Bargellini aveva chiesto al becchino, ma nemmeno lui ricordava la posizione; però a casa conservava una pianta coi nomi e, grazie a quella, poté essere localizzata la sepoltura del poeta. Tramite un nuovo articolo fu lanciata una sottoscrizione per una nuova croce, in attesa di trovare una sistemazione in un luogo più degno.

Risposero vecchi amici di Campana e giovani che ne avevano conosciuto il valore attraverso i Canti Orfici, sua unica opera, che dopo la misera ma già rara edizione del ’14 era stata ristampata nel ’28 da Vallecchi con aggiunte e varianti, da cui Campana, negli sprazzi lucidi della sua degenza, aveva preso le distanze pur mostrandosene formalmente grato. Le prime 20 lire erano giunte da Luigi Bartolini incisore e pittore nonché amico di Dino. Al vaglia postale erano seguiti questi versi, arricchiti da un disegno, pubblicati nel maggio del ’38 su «Quadrivio»:

 

Ti mando, o pio becchino, 

il becco d’un quattrino

perché nel cimitero 

croce di ferro nero

si pianti dove giace

(dicasi «in verde pace»)

Senza nemmen cartello,

il poeta più bello

che ’l nostro tempo aveva.

Fa piano, beccamorto,

ficcando nel tuo orto, la croce, non destare

ché, se tornasse, amare

altr'ore passerebbe. 

Prova ne sia: non ebbe

neppure quella croce

che villano feroce

e spilorcio sensale

han dopo il funerale!

 

Altre offerte arrivarono da scrittori come Angelo Barile, Enrico Falqui, Corrado Pavolini, Berto Ricci, Cesare Zavattini; da artisti come Manlio Dazzi e Giorgio Morandi; da editori come gli Scheiwiller; e perfino da uomini di governo come il ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai. La raccolta oltrepassò abbondantemente le mille lire. Cifra notevole, anche se non proporzionale alla diffusione della rivista che l’anno avanti aveva toccato i 16.000 abbonamenti.¹

Nel suo articolo Bargellini lanciava l’idea della traslazione in un luogo vicino a San Colombano: una cappella romanica ai piedi del campanile della storica Badia a Settimo: locale da tempo "deteriorato e trasandato" che attualmente serviva da stanza mortuaria, ma che restaurato sarebbe tornato ideale per il degno riposo del poeta.

Così di fatto avvenne: la "Reale Sovraintendenza" sollecitata dal ministro Bottai restaurò la cappella, dove nel ’42 i resti del poeta furono traslati alla presenza di un folto numero di personalità: Bottai e Vallecchi, Papini e Rosai, Hermet e Fallacara, De Robertis e Montale; e da scrittori della successiva generazione come Bo, Gatto, Bigongiari, Luzi, Parronchi, Pratolini.

Dopo la benedizione, la cassetta contenente le ossa venne calata da Gatto e Montale nel piccolo loculo sotto l’altare; Bo e Rosai vi deposero la corona offerta dal ministro Bottai. Ma il poeta, che nella vita non aveva avuto pace, e che nel frontespizio dei suoi Canti s’era proclamato "l’ultimo dei Germani in Italia", non ebbe pace, proprio a causa dei "germani", neanche da morto: due anni dopo, al passaggio del fronte, i tedeschi minarono la torre campanaria che franò distruggendo il sacello.

Nel dopoguerra fu deciso di ricostruire il campanile ma non la cappella, e così le ossa di Dino furono traslate nella navata sinistra della pieve dove a tutt’oggi, e speriamo per sempre, riposano. Fin qui la parte nota agli aficionados vecchi e nuovi di Campana. Sconosciuto è invece l’episodio, abbastanza comico direi, che Bargellini e signora toccò subire durante la ricerca e rivelatomi la mattina del 31 ottobre durante il viaggio verso la Badia di Settimo.

Al mio arrivo, il professore aveva estratto dalla libreria dello studio l’annata del "Frontespizio" inerente agli articoli sulla tomba. Dissi che conoscevo quelle pagine, avendo tutta la raccolta della rivista. Mi guardò, come incuriosito che un giovane raccogliesse quei vecchi fogli.

Poi, entrando in macchina, aveva detto ridacchiando: "Lei conosce quegli articoli, ma ciò che vi scrissi non è tutto. E prese a raccontare, con la verve inconfondibile che lo distingueva, il risvolto inedito sulla ricerca della famosa cappella. Contagiata dal fluire dei ricordi, la signora Lelia s’infervorava e sempre più spesso interloquiva; finché, picchiato il marito affettuosamente su un braccio s’impose:

-Racconto io, lo ricordo meglio di te!-.

E il racconto cominciò, o meglio ricominciò, e la macchina rallentò, o per dirla vera finì col procedere a trotto di cane. E rideva felice la sora Lelia riassaporando i ricordi di quarant’anni prima. Il cammino nella bella campagna tra le messi facenti siepe alla stradina che da San Colombano portava alla Badia; la visione dominante, catartica, del bel campanile a torre e la scoperta della cappellina accucciata alla sua ombra: vi entrarono, stupiti che tanta bellezza fosse relegata al triste ufficio di camera mortuaria (ruolo riscattato, come poi capirono, da sede propizia per amori clandestini).

Contemplandone i particolari, Lelia s’era stretta al suo Piero: la volta a botte, la bifora romanica, la finestrina a rosa di cotto.... poteva essere più bella la tomba d’un poeta? In quel mentre, un prete scamiciato con una scopa in mano s’era stagliato nel vano della porta chiedendo aspramente cosa facessero lì dentro.

Come credere alla voce emozionata di lei quando disse che erano in cerca d’una tomba per un poeta?

- Ve la do io la tomba.... vergognatevi, andate via! - 

Se n’erano usciti, sorpresi e un po’ umiliati senza aggiunger parola. Il progetto per la sistemazione andò avanti. Arrivarono gli stanziamenti per i restauri, che compresero anche il tetto della pieve, i quali si conclusero a tempo di record. Il prete, che da anni invocava quei lavori, s’era visto piovere dall’oggi al domani quanto aveva postulato e anche di più, visto che anche la cappella mortuaria veniva restaurata.

- Ma a chi debbo tutto questo? -

disse al soprintendente Poggi quando questi, assieme a Bargellini, s’era recato a controllare il procedere dei lavori.

- A me! - Aveva risposto argutamente lo scrittore.

- Ma, scusi, lei chi è? -

- Sono quello che una certa domenica mattina lei cacciò perché credeva fossi a far l’amore nella cappella mortuaria! -

 


 

NOTA

¹ Riguardo all’importanza della rivista, si rimanda a: Naturalezza come stile, l’idea dell’arte nelle pagine de "Il Frontespizio", catalogo della mostra Villa Renatico Martini, Monsummano Terme, 15 dicembre 2002-16 marzo 2003, a cura di M. Moretti, pres. A. Paolucci, testi di A. Buccinotti, O. Casazza, L. Bedeschi, M. Marchi, M. Moretti, Pacini Editore, Ospedaletto (PI), 2002, pp.221.