La traslazione delle ossa di Campana nel 1942, decennale della morte. Si distinguono Papini, Vallecchi, Bottai, in seconda fila Bargellini e nel fondo Vittorini e Rosai.
Qui sopra il certificato medico per l’internamento di Campana
LA NAZIONE TERZA PAGINA
3 agosto 1985
Dino Campana
E Campana entrò in manicomio
L’amarezza suscitata dal rifiuto della poesia
di MARCO MORETTI
Ringrazio Marco Moretti e Mirna Gentilini per avermi inviato questo articolo.
(Paolo Pianigiani)
Quando nel novembre del ’26 lo psichiatra Pariani iniziò l'osservazione del «caso» Campana, invitando il poeta a parlare dei Canti Orfici si sentì rispondere che quel libro serviva «ad ammazzare la gente».
Da otto anni rinchiuso nel manicomio di Castel Pulci, Dino farneticava quetamente di chiamarsi Edison e di essere in grado d'esercitare forme di suggestione sui continenti, provocare terremoti e guerre, inseminare artificialmente le principesse d’Europa eccetera eccetera.
Vagolava, consumando i suoi giorni, tra cameroni e piazzali, leggendo qualche giornale da cui mentalmente estrapolava notizie che più lo colpivano, rivivendole poi ingigantite e distorte in prima persona.
L’uomo aveva vissuto la sua breve vita sospeso tra il sogno della poesia e l’oppressione di una realtà inaccettabile per molteplici e sotterranei motivi, non ultimo una forma di psicopatia ereditaria che aveva coinvolto anche un fratello del padre. E dalla realtà cercò sempre di rifuggire, vagando solitario per il mondo, in ascolto di quella vaga chimera che man mano gli si dispiegava in assonanze ritmiche, colorite, musicali; uno straordinario «senso dei colori che prima non c’era nella poesia italiana».
Così disse Campana rievocando lucidamente il suo sogno dal fondo del manicomio.
E così in estrema sintesi potrebbe spiegarsi la genesi dei Canti Orfici scaturiti dalle note dei suoi vagabondaggi, da sensazioni intese tra silenzi di vette o nel misticismo di certe primitività toscane, od ancora nel marciume decrepito degli angiporti mediterranei e sudamericani.
Ma il povero troviero di Marradi non potè sommuovere nell’animo degli uomini quel che il mitico Orfeo aveva saputo agitare nelle piante e negli animali: Firenze, storicamente diffidente ed ironica verso ogni nuovo spirito, neppure si sognò d'ascoltare quel «tarpano inurbato» (l’epiteto è di Papini) che scarpe al collo e pezzuola annodata ad un bastone (così lo ricorda Primo Conti) scendeva dalle boscosità di Marradi nella salottiera piazza Vittorio, a vendere il suo libretto di versi poveramente stampato al paese.
Pochi furono gli amici, pochissimi gli estimatori: escludendo il buon Binazzi (che credette in Dino ma non ebbe mai potere letterario) dalla parte di Campana non rimaneva che l’autorevolezza di un Cecchi.
Papini, come più tardi ebbe a scrivere nel Diario, non gli volle mai bene: «C’era, da parte mia, più amor dello strano che amicizia per l’uomo». Così Prezzolini, pubblicamente confessò di essersi tenuto lontano da lui «per un certo suo modo di fare strano (che più tardi prese forma precisa di follia)» concordando con l’amico Gianfalco «che i suoi meriti poetici fossero allora e siano ora esagerati».
Più benevolo l’«aigre et maigre» Soffici, benchè il sor Ardengo fosse stato l'autore dello smarrimento del manoscritto base dei Canti Orfici, smarrimento del quale sempre Campana si dolse, e non solo per la perdita materiale, ma soprattutto per la lampante incuria con cui era stata accolta la sua poesia.
Dovette essere Soffici, più che Papini, a volere stampate su «Lacerba» le tre prose pubblicate nel novembre del ’14, dalle quali peraltro la rivista prese una certa distanza presentandole come «minerale poetico». Anche De Robertis, che diresse l’ultimo troncone de «La Voce» e dette alla rivista la nota sterzata verso contenuti letterari, pur recensendo positivamente i Canti Orfici, ospitò il poeta una sola volta.
Il credito concesso a Campana dalla capitale culturale italiana fu tutto qui. Il suo nome, più che sulla carta stampata, parve fatto apposta per circolare tutt’uno con le stranezze dell’uomo, tra i tavoli dei caffè, a solleticare quell’ironia fiorentina che da sempre, anche i più grandi spiriti, a loro spese sperimentarono. E tra quei tavoli il «tarpano inurbato» lottò come poteva lottare un isolato, per giunta psicopatico e diseredato.
Lottò contro le contumelie che gli indirizzarono per aver dedicato il suo libro a Guglielmo II, imperatore dei germani. E gli fecero credere che la sua poesia non incontrava, era per via di quella dedica fuori dal tempo, visto che proprio allora l’Italia intellettuale ribolliva in una campagna culturale e politica antitedesca, ed in favore dell’intervento.
E lui speranzoso ingenuo raschiò frettolosamente la dedica dai libri. Cercò insomma con tutti i mezzi che gli erano possibili di rendere accettabile il suo ideale poetico, finchè il destino gli concesse il tempo.
Dopo il burrascoso amore con Sibilla Aleramo e lo sgretolarsi inesorabile del suo sogno poetico, cadde definitivamente tutta la dimensione per la quale poteva essere accetto il «mestiere di vivere».
Il dodici gennaio 1918, da Lastra a Signa dove il padre era maestro, Dino veniva inviato d’urgenza al manicomio provinciale di Firenze e dopo sedici giorni rinchiuso nel cronicario di Castel Pulci.
Disseppolto dall’archivio comunale di Lastra a Signa, ecco nella sua scarna tragicità il certificato medico di quell’invio: autentico lasciapassare per un mondo di morti viventi dal quale il poeta che sognava i colori non farà più ritorno.
