Raffaello Franchi

 

Destino e poesia di Dino Campana 

 

di Raffaello Franchi

 

da  «L'Italia letteraria», 5 giugno 1932

 
 (Scritto in morte di Dino Campana)
 
 
Quando ripenso a Dino Campana e al tragico destino della sua vita non posso non riflettere che l'intensità della sua arte, apparentemente alogica, sostanzialmente limpidissima, fu di quelle che debbono portare per forza alla pazzia e alla morte.
Al suo paragone il nascimento della lirica rimbaudiana diventa quasi borghese; avviata sul binario della poesia a fondo sociale, partita dagli ultimi e rettorici echi del romanticismo vittorughiano, la poesia di Arthur Rimbaud, ancorché d'improvviso spiccasse da sé poemi che sono altrettanti mondi liberati, rotanti nello spazio, consistenti per l'eternità di un ritmo loro e immortale, nello spirito e nella forma, non si può negare che il suo autore si fosse, un po' pi‘ di Campana, fatto le ossa a reggerne il lancio, la liberazione astrale.
 
E, tuttavia, nemmeno a Rimbaud, la preparazione poté bastare. Giovanissimo si perse, anima e corpo, nell'avventura africana, e come Campana diviso dal mondo degli uomini normali dal muro del manicomio, avrebbe potuto chiedere, ai limiti del deserto: C'è ancora qualcuno, di là, che possa interessarsi a queste cose, a questi giochi?
 
Perché il sangue di un uomo, completamente, anche se internamente,  effuso per il miracolo d'una poesia fortissima, possa, allorché le stanche vene lo riammettono al corso, sortire un disinteresse così freddo, eppure, nello stesso tempo, così enigmaticamente superiore per noi, bisogna che a codest'uomo sia stato concesso di spiragliare oltre i limiti del nostro mondo mortale, che la pazzia gli abbia anticipato il gusto d'una morte e d'una resurrezione; dell'eternità, insomma. 
 
Il caso di Campana è più tragico e più grande di quel che non fosse stato  quello di Rimbaud. Egli non partì nell'arte da esercitazioni logiche e polemiche, scolastiche, anche se d'alta scuola.
 
Figliolo del direttore delle scuole elementari di Marradi, indirizzato dal  paterno desiderio a crescer di un grado il modesto decoro intellettuale della famiglia, il ragazzo assorbe con una sola sorsata un vastissimo senso di cultura. Una tradizione letteraria di secoli si risente, brulica dentro di lui.
 
Qualunque grammatico si provi a leggere le pagine dei suoi Canti orfici non può non restare meravigliato di fronte alla sua impeccabilità stilistica, resa più ardua dalla rottura della sintassi, intesa a una quasi vertiginosa  combinazione di scorci che egli genialmente moltiplicava per la purezza e  l'assolutezza delle cercate apparizioni.
 
 A Bologna studia chimica, ma non ordina le sue conoscenze a scopo di singoli sfruttamenti. Son certo che di tutti i geni enciclopedici dell'umanità il solo che dovette confacerglisi fu quello di Leonardo. Da Goethe doveva sentirsi lontano come da uno che, nel proprio amore dell'ordine, avrebbe potuto considerare in sé anche uno spicchio magalottiano.
 
Campana, dunque, si stanca dello studio universitario, si butta alla  macchia. In pochi anni, rompendosi ai più duri mestieri, sdegnoso di riposi e cogliendo, assetato, brevi attimi di riposo, come benedizioni, corre e conosce tutto il mondo.
 
Fulvi i capelli e la barba, rosse le gote, erculeo il  corpo, selvaggia l'anima, egli che pure sputa sulla rettorica, non può fare a meno, specchiandosi nella limpida acqua di qualche borro, di ravvisare in sé un fauno strano, un essere sortito da una mitologica magia. Delle specchiature si compiace, senza dannarvisi per lunghe contemplazioni. D'altronde, in tutto ciò che egli scrive, lo spazio la vince sul tempo. Non uomo di rettilinei corsi e discorsi, ma di rivelazioni e di astrazioni.
 
Tutto gli  converge nell'attimo. Il tempo dei suoi scritti è quasi sempre il tempo  presente e, solo, a tratti, il passato remoto vi balena come un vivo appuntamento di antichità:
 
«Tra il barbaglio lontano di un canneto lontane  forme ignude di adolescenti, e il profilo, e la barba giudaica di un vecchio: e, a un tratto, dal mezzo dell'acqua morta, le zingare, e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso».
 
 L'insistenza delle uguali particelle congiuntive, la ripetizione delle immagini, avvalorano l'immobilità del suo presente solo intimamente vivo, e fecondo di vive meraviglie. Spesso, una fluida musica gli nasce come l'abbandono di un adagio, da uno sforzo troppo sostenuto.
 
Si legga, a  proposito, al termine della introduzione in versi del pezzo Ritorno (Canti orfici, Editore Vallecchi, Firenze 1928) la parte in prosa che si scioglie in canto sempre più armonioso e liquido. Ma si tenga soprattutto conto dei versi, dove l'esasperazione di dar l'impressione di un'ascesa (nello spazio,  fuori del tempo) è di una inaudita potenza:
 
L'acqua il vento  la sanità delle prime cose
 il lavoro umano sull'elemento
 liquido la natura che conduce
 strati di rocce su strati il vento
 che scherza nella valle ed ombra del vento
 la nuvola…
 
sensazione di crescita, verticale, orgogliosa torre di babele e, a un tratto, laggiù, si disarginerà il fiume della poesia.
 
Un giorno Campana giunge a Firenze, il suo bel volume nella tasca d'una  scucita palandrana, la sua salute, minata, dà gli ultimi guizzi; guizzi di fuoco.
 
I gentili bohémiens fiorentini lo guardano medusati, applaudono. Vagamente s'accorgono d'assistere a un incendio umano, ma non ne hanno terrore. Anzi, in fondo, il loro gioioso divertimento è mescolato di nobile invidia.
 
Anch'essi vorrebbero essersi meritati di bruciare a qual modo,  vorrebbero essersi meritati, attraverso una ormai irraggiungibile potenza dǯarte e di vita, i prodromi di quella pazzia.
 
Campana non scriverà più. Il suo libro è di quelli che non ammettono  continuazioni. Ma è lo specchio d'una vita che tanto pi‘ è bella quanto pi‘ è tragica. E, dinanzi a lui, intravvedere per sé un lungo domani, appare a tutti il segno di una inferiorità palese.
 
Dino Campana, nel glorioso spegnersi delle sua mente dette, a chi allora  gli stava d'intorno, il primo gusto, la prima nostalgia della bella morte; nostalgia che ora, dopo che anche il suo corpo è morto, ricomincia col accompagnare gli amici legati al carro di una diversa letteratura, di una più  modesta nobiltà, senza speranza ma, forse, anche, senza disperazione.
 
Perché le leggi del dovere, della vita, dell'arte, restano per ciascuno  misteriose e amabili, anche all'infuori delle gloriose eccezioni.