Da sinistra Cesarino Tallone in braccio alla governante, Guido (in piedi), Ermanno, il padre Cesare,

Madino, Teresa e Milini, in piedi la madre Eleonora. 

Novara, in procinto di partire per l’Isola di San Giulio. Primi ‘900.


 

Cesare Augusto Tallone

 

UNA VITA PER IL BEL SUONO ITALIANO

 

Gigliola Tallone,

giugno 2014 - novembre 2022

 

Tutte le foto sono dall’Archivo Tallone, eccetto le menzionte con diversa provenienza

 

 

Ringrazio la mia amica Gigliola per aver rivisitato, ampliato e averne permesso la pubblicazione con l’aggiunta di nuove fotografie inedite,

il testo del 2014 dedicato a Cesare Augusto Tallone, pubblicato sul sito www.archiviotallone.it

(paolo pianigiani)

 

Cesarino, di indole riflessiva tra i fratelli, ottimo studente, volontà ferrea, nel periodo di studio presso i Salesiani (collegio vescovile di Miasino, poi seminario all’isola di San Giulio per le ginnasiali), cede all’attrazione mistica, tanto da desiderare di votarsi alle Missioni. Il 1908 la madre decide di ritirarlo dal seminario e di iscriverlo coi fratelli Ermanno (Chico) e Alberto (Madino) nel più laico collegio di Chivasso, ma la componente mistica rimarrà ben radicata in Cesarino e sarà sostanza spirituale nella sua futura immersione nel suono e nell’armonia. Il 1910 è iscritto al liceo Beccaria di Milano, dove si diploma con encomio.

Nato a Bergamo il 10 maggio 1895, un anno dopo il primogenito Guido e un anno prima di Ermanno, Cesarino era il più responsabile, tanto che la mamma gli affidava i due fratelli piuttosto scapestrati, pur essendo per così dire coetanei, e il timido Madino (Alberto) nato il 1898. Cesarino prendeva così seriamente il suo compito, da sfidare chiunque osasse toccare i fratelli, specialmente ad Alpignano, nelle contese campanilistiche tra ragazzi. La Dora Riparia scorreva in mezzo al paese, e il Ponte Vecchio, d’epoca romana, era il confine tra gli abitanti “d’qua Doira e d’la Doira”. Cesarino, pur non essendo né alto né corpulento, era così determinato e forte da scoraggiare tutti i contendenti. Di fatto la sua energia era ricordata dopo molti decenni, da alcuni alpignanesi in avanzata età. Da adulto, molti provarono la sua poderosa stretta di mano.

 

MILANO E LA MAISON RUSTIQUE

Dal 1907 il padre Cesare Tallone, famoso pittore e amatissimo docente della Cattedra di Pittura e Nudo dell’Accademia di Brera, la coltissima madre Eleonora Tango Tallone e gli otto figli (due figli maschi erano morti in fasce, il 1890 e 1892), avevano inaugurato la casa milanese più stabile della famiglia. Vi approdarono dopo aver cambiato casa 16 volte, dal 1899 al 1907. Ogni volta che i padroni di casa arrivavano all’esasperazione, specialmente per le imprese dei figli maschi, il padre andava alla ricerca di un nuovo domicilio per stabilirvi lo studio di pittura e l’appartamento per la famiglia.
La fortuna volle che la madre scoprisse il 1907, all’interno del numero 2 di via Borgonuovo, quasi nascosta dal rigoglioso e antico giardino, la casa adatta alla numerosa prole, un tempo convento dei Cappuccini. Eleonora battezzò ironicamente la casa “Maison Rustique”, per il suo aspetto piuttosto decadente, e avviò subito alcuni lavori di restauro per renderla più accogliente. Prese il numero civico di via Borgonuovo 8. La musica era di casa: delle cinque sorelle, Milini e Ponina si esibivano bambine al pianoforte per la sempiterna presenza degli amici artisti, pittori e poeti che si univano alla numerosa famiglia, e la primogenita Irene si accingeva a iscriversi al Conservatorio di Milano il 1905, quando una malattia mortale la rapiva a 16 anni anni all’affetto dei suoi cari. Va detto che il loro talento andava ben oltre la consueta educazione musicale dell’epoca alle donne di famiglia e, anche se portate dalle vicende della vita lontane dalla carriera, ebbero molti testimoni del loro ineffabile precoce talento. Milini, (Emilia) era una sublime pianista a detta di mia madre Wanda, che non era digiuna musicalmente avendo studiato piano e fisarmonica. Ponina suscitò l’ammirazione di Miecio Horszowski. Spesso Ponina e Carlo Pinelli suonavano insieme, lei al piano, lui al violino, nella sala rossa della casa di Alpignano. Già allieva di Giovanni Anfossi, Carlo cercò di convincere Ponina a seguire gli studi con personaggi di fama come Guido Agosti e Horszowski, che si erano offerti di darle lezioni gratuitamente. Scrive nei suoi ricordi che Ponina “era un prodigio di musicalità”. Pinelli, caro amico di famiglia, si diploma in violino e in composizione con Giorgio Federico Ghedini, insegna contrappunto dal 1954 al 1969 al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e poi, fino al 1981, al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino.

 

 


La Maison Rustique a Milano

 


 

 



Milini Tallone

 


 

 



Ponina Tallone

 


 

I piccoli Tallone erano sempre presenti tra i grandi alle serate di casa. Cesare Augusto, Cesarino per i parenti e amici, descrive nel suo libro questo ricordo d’infanzia (Cesare Augusto Tallone. Fede e lavoro, memorie di un accordatore, Milano 1971).

“Nostro padre rivelò una straordinaria musicalità: da coppe di puro cristallo, avendovi sapientemente dosato il contenuto d’acqua, ottenne una perfetta scala temperata; accarezzandone l’orlo con le papille tattili, l’acqua si increspava come sensibilizzata dal tocco magico di mio padre e ne uscivano suoni celestiali, che riempivano l’aere delle melodie di Verdi, Donizetti, Bizet. Lo ascoltavo con gli occhi umidi e le labbra tremanti dalla emozione. Nasceva certo allora quella passione per i suoni, che mi doveva condurre a realizzare, cinquant’anni dopo, il primo pianoforte da concerto italiano”.
A sua volta zio Cesarino, all’Isola di San Giulio, eseguiva per la meraviglia di noi bambini dei magici, indimenticabili concertini! Anche la stampa bergamasca, all’epoca in cui Tallone dirigeva la Cattedra di Pittura e del Nudo dell’Accademia Carrara di Bergamo, ricorda il professore, intonato e dotato di una bella voce baritonale, cantare alcune arie con gli allievi, mentre il treno li portava a Venezia per visitare la Biennale. Teresa, la madre di Cesare Tallone, suonava e insegnava pianoforte e aveva consegnato i primi rudimenti ai figli Cesare, Giuseppina e Linda Maria. Il segreto dei fratelli Tallone: l’ambiente irripetibile della Milano del ‘900, quando la “Maison Rustique”, diventa il luogo d’incontro di personalità straordinarie, come Marinetti, che arruola gli allievi di Tallone per il primo manifesto Futurista (Bonzagni, Carrà, Romani), Margherita Sarfatti, che fonda il movimento “900” in cui confluiscono allievi di Tallone; Ada Negri, Sibilla Aleramo, Titta Rosa, Oreste Ferrari, Boccioni, Sironi… e uno stuolo di allievi e colleghi di Cesare Tallone. “In casa Tallone non si dormiva mai” scrisse l’allievo Domenico Gallotti, ospite un anno del professore. Un grande padre che ha insegnato ai figli col suo esempio la responsabilità di coltivare il talento con costante umiltà, determinazione e infaticabile applicazione; la straordinaria madre, che ha trascurato la poesia per cui era votata, per allevare i figli come poesie viventi. Insieme hanno insegnato - come dice Cesare Augusto - non un mestiere ma l’amore per l’arte. Non ultimo, i maschi Tallone hanno avuto la fortuna di avere mogli intelligenti e sensibili, consapevoli d’aver sposato anche la loro passione per l’Arte. Dei 4 fratelli maschi arrivati all’età adulta, Cesarino ha trovato la sua via nella musica, Guido nella pittura; Ermanno diventa un coltissimo esperto d’arte e uno dei primi galleristi a far conoscere i pittori contemporanei ai collezionisti dediti solo all’antico; Alberto (Madino) si distingue come raffinato stampatore, definito per l’eleganza dei suoi caratteri il “Bodoni del ‘900”; la sorella Ponina sublima la sua sensibilità musicale diventando disegnatrice sensibilissima.

 

 

 Da sinistra: Madino, Guido con la nipotina Donatella (Figlia di Ermanno),

Elisa (figlia di Cesarino), Wanda (moglie di Ermanno), Cesarino, Ermanno.

Giardino della casa sull'Isola di San Giulio

 


 

 

 Alpignano, da sin., Cesarino e amici (in basso Zygmunt Perkowicz),

sullo sfondo il Musiné, 1915, foto prov. Marco della Chiesa D’Isasca

 

 


 

ALPIGNANO

 

La residenza estiva - abitata talvolta anche nei mesi invernali durante le due guerre mondiali - era la casa materna di Alpignano, paese in Val di Susa ai piedi del Musinè, attraversato dalla Dora Riparia, luogo di vacanze prediletto dai torinesi per la sua aria salutare. L’antica dimora degli antenati della madre Eleonora divenne il luogo del cuore di tutta la famiglia, scenario dell’infanzia e gioventù dei numerosi figli Tallone.

 

 

 

I bambini Tallone alla tradizionale festa della mietitura nella corte di casa, Alpignano primi ‘900 

 


 

La casa di Alpignano di via Collegno (poi via Arnò da 1928), con altri fondi nella zona, era di proprietà Musso, che si imparentarono coi Jaquet tramite il matrimonio di Maria Cecilia Paola Musso di Salassa e Antonio Jaquet (Chaumont 1770-Alpignano 16.4.1838), avvocato, deputato del corpo legislativo in Parigi, giudice regio d’Exilles e di Chaumont, amministratore civile di Susa e Provincia in qualità di vice intendente, poi Sottoprefetto, Commissario di guerra e membro del corpo legislativo piemontese. Fu autore di un avvincente testo socio economico e demografico della valle di Susa, (anno X, calendario rivoluzionario 1802, de l’Imprimerie National, Turin), e dette il suo contributo di studioso alla costituzione del Codice Napoleonico.

Pur vivendo in Torino, i Jaquet-Musso frequentavano la casa di Alpignano nei lunghi periodi estivi fino ad ottobre. Era la casa e la cascina cui facevano capo i prodotti raccolti poi inviati al mercato. L’amministrazione per tradizione spettava alle donne della famiglia.

Nel periodo della campagna napoleonica, la casa fu adibita ad alloggio per gli ufficiali e il rustico a fureria. Fu visitata dal Buonaparte e dal giovane Marie Henry Beyle, allora sottotenente IV Dragoni, che sarà famoso col nome di Stendhal.

Antonio Tarizzo Borgialli da Favria, Capo Divisione della Corte dei Conti, Controllore delle Regie Finanze e Direttore dell’Ospizio di Maternità di Torino, sposa Virginia Jaquet, figlia di Antonio e Cecilia Paola. Nel 1861 Vincenzo Tango diventerà genero di Antonio Tarizzo Borgialli, sposando la figlia Paolina. Mettono al mondo quattro figli: Eleonora (mia nonna paterna) e Antonietta nascono a Torino il 1863 e 1865, Francesco e Virginia a Firenze il 1867 e 1869.

 

 



La casa di Alpignano

 


 

 

 Eleonora Tango Tallone da giovane

 




Vincenzo Tango con la moglie Paolina e la suocera Virginia Jaquet Tarizzo. Inedita

 


 

LA GRANDE GUERRA, LA GRANVIGNA E L’INIZIO DELLA CARRIERA

 

 

1915. Cesare Augusto Tallone: 63 Fanteria (Brigata Sassari), Stato maggiore, Battaglione Ciclista.

 


 

Alla prima operazione militare, conquistata la posizione del monte Sei Busi, sopravvive miracolosamente al suo plotone falciato per un tragico errore dal fuoco amico proveniente dalla zona di Duino. Dimesso l’agosto del 1915 dall’ospedale militare di Ravenna, ricoverato con sospetto di colera, Cesarino trascorse una breve vacanza “botanica” nella tenuta “Granvigna”, fondo nei pressi di Almese, dimora estiva degli Albano, antichi amici della famiglia Tallone. Sostituisce, con molto sudore e buona volontà, le braccia dei contadini chiamati alla guerra, insieme all’amico polacco Zygmunt Perkowicz, poeta, filosofo, violinista, esule dalla Russia e accolto come un figlio in casa Tallone.




Zygmunt Perkowicz e Cesarino Tallone (a destra), Granvigna 1915, foto prov. Marco della Chiesa D’Isasca

 


 

Dalla morte del padre Aureliano Albano, la Granvigna era la dimora estiva della figlia Elisa Albano e della mamma Elvina. Elisa, donna coltissima e ammirevolmente ospitale, era imparentata con i Siotto Pintor Boerio, intera famiglia di musicisti: Maria pianista, il marito Cesare Boerio insegnante di pianoforte, il figlio Riccardo violinista e la figlia Eleonora pianista. Le serate alla Granvigna erano spesso dedicate alla musica, e il giovane Cesarino, ancora incerto sul suo futuro, inconsapevolmente riceve la sua prima educazione musicale.

Il 1919, appena assunto nella fabbrica FIP di Francesco Romani in Alpignano, Cesarino sarà già in grado di accordare il vecchio Ajmonino di casa Albano “e mi compiacevo di ridare voce allo strumento per musicisti tanto sensibili”. ( C.A.Tallone, cit. 1971).

 

 

 

Cesarino Tallone e Riccardo Boerio, Granvigna 10 settembre 1916,

foto prov. Marco della Chiesa D’Isasca


 

FIRENZE, CESARINO ATTORE E ASPIRANTE POETA. IL RAPIMENTO DELLA MUSICA

L’autunno del 1915 si reca a Firenze, ospite della zia materna Virginia Tango Piatti, giornalista e pacifista, dove ha aspirazioni di poeta, stringendo amicizia con gli artisti amici della zia, in particolare con Raffaello Franchi. Si sposta spesso tra Firenze, Alpignano e Milano, per i controlli sanitari militari, ma non sarà più reintegrato. A Firenze frequenta Sibilla Aleramo, grande amica della famiglia Tallone, che gli affida traduzioni dal francese. Sono gli anni 1916-1917 della appassionata storia di Sibilla e Dino Campana e della altrettanto appassionata fine. È quasi con certezza che Cesarino, con la guida della zia Virginia e la mamma Eleonora, che avevano ricevuto da Sibilla l’incarico di occuparsi della cura del poeta da cui si era allontanata, abbia presentato Campana ad Elisa Albano, proprietaria della tenuta Granvigna nei pressi di Almese, col pretesto di esperto botanico e direzione dei lavori, come lui stesso aveva fatto con l’amico Perkowicz il 1915

Cesarino condivide la vivificante atmosfera di quegli anni di gioventù col cugino Giuseppe Poggi (Mimmo), anch'egli ospite della zia, che diverrà un prestigioso architetto.

 

 

 

Mimmo ragazzino, foto prov. Andreina Poggi

 


 

Ancor prima della guerra, il nostro Cesarino aveva studiato recitazione con Ofelia Mazzoni e con l’affezionatissimo parente dei Tallone, l’attore drammatico Alessandro Cambiè. Intraprenderà la carriera di attore debuttando nella compagnia di Annibale Ninchi nella parte di Barbarello, con la tournée del Piccolo Santo di Roberto Bracco, lontano parente dei Tango e intimo amico della zia Virginia. Pur avendo ottime qualità, la recitazione non era il suo destino. Il suo destino sarà la musica. Per sua ammissione, viene stregato dalla musica ascoltando un concerto al Lyceum Femminile di Firenze accompagnato dalla zia, ottima pianista. Nel suo libro dice di essere stato rapito dalla musica di Debussy, nel concerto del maestro Montani [Pietro Montani]. (Più notizie in Gigliola Tallone, Virginia Tango Piatti “Agar”. Una vita per la pace, Transfinito 1910).

Da quell’episodio di “rapimento”, la sensibilità musicale in fieri diventa un’appassionata ricerca nel mondo dei suoni: Cesarino sceglie la sua strada, e umilmente, con fortissima determinazione certosina, inizia il suo apprendistato nella fabbrica di Alpignano di Francesco Romani. Il motore della sua fortissima volontà, la ragione stessa del costante perfezionamento alla ricerca del suono italiano, prima come stimatissimo accordatore, poi come costruttore di pianoforti, era di origine spirituale e religiosa. Ogni pensiero di Cesarino era ispirato: ne ricordo le auliche metafore, le digressioni metafisiche e religiose sul suono e sull’armonia celeste. Il suo sguardo assorto e la stessa complessione fisica, come vibrante nei gesti, ti conduceva in quel suo mondo di suprema contemplazione. “Ora et Labora”, era il suo motto prediletto, che così bene riassume tutta la sua esistenza.

 


 

LA CARRIERA

 

LA PETIZIONE A GABRIELE D’ANNUNZIO CONTRO IL BOICOTTAGGIO DELL’INDUSTRIA PIANISTICA ITALIANA

Il 1919 inizia il suo apprendistato ad Alpignano alla fabbrica FIP di Francesco Romani, per il suo talento viene indirizzato alla supervisione della costruzione dei grandi armonium, dove il suo orecchio sensibilissimo è indicato per l’accordatura e intonazione delle ance.

Il 1922 diventa capotecnico della ditta Zari di Bovisio, poi direttore artistico.

Apprendistato da Bluthner a Lipsia; a Berlino il 1929 da Bechstein riceve l’attestato di “Accordatore e intonatore da concerto”

Dal 1927 si prodiga contro il boicottaggio dell’industria pianistica italiana e per “la rivendicazione del primato artistico italiano nella industria del suono e conseguentemente del pianoforte”. (Cesare Augusto Tallone, Il suono italiano, Milano 1927, tip. L. Bonfiglio Milano)

Il 1929 è l’anno della petizione a Gabriele D’Annunzio “di poter mutare io stesso il titolo di consulente in pianoforti patentato da Bechstein - che mi fu punto di leva ch’io dovetti necessariamente prendere al di fuori di noi - in quello di Artigiano del suono Italico presso D’Annunzio, o con altro titolo che al vostro estro di poeta piacesse accordarmi non senza avere io prima accordato il pianoforte del Vittoriale degli italiani…”. Diventa accordatore ufficiale del Vittoriale dove si reca per accordare il piano di Luisa Baccara. D’Annunzio lo battezzò “Artefice in costruzioni sonore”. Cesarino ricorda il Vate in Gente 1975 “…Era molto gentile, intelligente e grande intenditore di musica. Passavamo ore a discutere di Beethoven, di Mozart, di Chopin. Certe volte stava lavorando ed io chiedevo scusa perché dovevo accordare il pianoforte e temevo di disturbare. Mi rispondeva: “Fai pure. Tu accordi i pianoforti con tale grazia che non disturbi affatto”. (cit., 1971) 

 

 

Cesare Tallone al lavoro

 


 

1930, 2 aprile. Conferenza al Lyceum di Milano sul tema del boicottaggio all’industria pianistica italiana, riportata dalla stampa.1932 Membro del Direttorio Nazionale degli strumenti musicali.

1930 Lascia la direzione della Zari di Bovisio, come consulente artistico pianoforti, accordatore e intonatore patentato da Bechstein e da Schimmed, e si dedica alla libera professione.

Il 1930 è anche l’anno del matrimonio con Lissy Heide, nasce la figlia Elisa il 1932, abitano in via Bellini fino al 1939, quando si trasferiscono in via Del Bollo.

La fama del suo eccezionale orecchio fa sì che diventi accordatore dei musicisti più noti in Milano (Anfossi, Appiani, Lonati, Vanzo e altri). Per Vanzo Cesare ha parole alate “Conobbi così Vittorio Maria Vanzo, direttore d’orchestra, pianista formidabile e musicista sommo; intimo amico di Listz, Wagner, Grieg, aveva sostituito, giovanissimo, alla Scala il Maestro Toscanini. Fu Vanzo a incuorarmi nella costruzione di pianoforti da concerto, suggerendomi di tenere sempre presente che essi rappresentano una intera orchestra. Una sera in casa di sua nipote, presso la quale per desiderio del Maestro mi ero recato ad accordare un Bechstein, Vanzo apparve: prima della cena si mise al pianoforte. Travolti dal suo genio, dimenticammo la cena restando in ascolto fino a tarda notte. Ci trasportò tutti in quella “atmosfera del sentimento morale che, come afferma Schwedenborg, riduce a giocattoli ogni materiale magnificenza”. (cit., 1971)

 

 

 

 


Alcune dediche riportate su una brochure dei pianoforti Tallone.

Testo del telegramma di Michelangeli:

Pregoti vivissimamente prendere primo aereo Palermo.

Est assolutamente necessario causa condizioni atroci pianoforti che solo tua magia renderà possibili.

Grazie Michelangeli.

 


   

L’INCONTRO CON ARTURO BENEDETTI MICHELANGELI

“Toscanini, Fischer, Cortot, Backhaus, Orloff, non si fidavano che di Tallone.” (Libertà, 19 aprile 1971)”

Giovanni Anfossi dal 1930 diventa maestro di Arturo Benedetti Michelangeli (Brescia 1920- Lugano 1995) e sarà proprio Anfossi a presentare il giovane e talentuoso allievo a Tallone. Così Cesare Augusto Tallone descrive l’incontro “Un giorno in primavera, credo nel ’35, il maestro Anfossi venne da me con un suo allievo. Nel presentarmelo disse: “Ascolti questo giovane, destinato ai più grandi successi nel campo pianistico; lo aiuti e lo segua”. Era Benedetti Michelangeli. Di nobile aspetto, alto per la sua giovanissima età, mise le prodigiose candide mani sulla tastiera e ne uscì come una luce astrale. Per le sue aeree papille tattili i suoni si smaterializzavano e sembravano trasmessi direttamente dalla sua anima. Gli appoggiai con tenerezza una mano sulla spalla e promisi di seguirlo sempre”. IL 1935 il maestro Vanzo presenta Tallone a Toscanini, grazie a lui è introdotto nel gotha dei musicisti italiani, conosce la cantante Maria Rota-Rinaldi. Lo stesso anno Tallone presenta Michelangeli al maestro Vittorio Maria Vanzo, il quale “lo fece sedere al suo amato Pleyel e gli chiese una suonata di Beethoven. Benedetti Michelangeli, impassibile, ne eseguì i tre tempi, Vittorio Maria Vanzo non proferì parola, si sostituì a lui al pianoforte ed eseguì la stessa suonata: sembrava avesse il potere di guidare le stelle! Poi claudicante qual era, si ritirò senza alcun commento. Michelangeli, ermetico, guardava dentro di sé: forse confrontava le due interpretazioni. Io, trattenevo il respiro e gli stessi pensieri. Dopo alcuni minuti Vanzo riapparve, recando un misterioso cofanetto; lo aprì; ne estrasse una ciocca di capelli e rivolto a Michelangeli disse. “Sono di Mozart, li ho costuditi per molti anni, ora tocca a te”. (cit., 1971)

 


 

CESARE AUGUSTO TALLONE È STATO DEFINITO “STRADIVARI DELLA TASTIERA” “PRINCIPE DEGLI ACCORDATORI” “CERTOSINO DEL SUONO” “L’ORECCHIO DI MICHELANGELI” “ARTEFICE IN COSTRUZIONI SONORE (D’ANNUNZIO)” “ARTISTA DEL SUONO” (MICHELANGELI).

Nell’intervista in “Famiglia Cristiana” del 25 maggio 1969, Tallone ricorda Toscanini “Le prime volte che lo incontravo, mi metteva soggezione con la sua severità. Poi avemmo anche una disputa sulla qualità di un certo suono, ci lasciammo piuttosto bruscamente, ma il maestro mi mandò a chiamare per dirmi, con grande semplicità, che avevo avuto ragione io. E, quando durante la guerra se ne stava in America, mi affidò i suoi pianoforti perché li tenessi “a pensione” e ne avessi cura. Nella stessa rivista parla anche della straordinaria umanità del pianista svizzero Edwin Fisher che, dopo un concerto a Lecco, avendo saputo di una ragazza malata che non avrebbe potuto recarsi al concerto, chiese a Tallone di preparare il pianoforte nella camera della ragazza, per la quale replicò tutto il concerto fino alle quattro del mattino. Dire che fosse infallibile l’orecchio di Tallone è riduttivo, rasentava la magia. Spesso Cesarino evocava l’armonia celeste. Per comprendere la sua arte, meglio sentire le sue parole: “Vibrava in me quella poesia che mio padre e mio fratello Guido trovavano nel dipingere all’aperto: loro si inserivano nei colori del creato, io nel canto che sgorga dal cuore. Mi capitò, sopra Stresa, dove il maestro Anfossi radunava i suoi allievi, di accordare cinque pianoforti separatamente; quando furono riuniti nel salone del Grande Hotel Alpino erano così all’unisono da creare assieme una intera orchestra ben temperata. Fu allora che la pianista Luisa Baccara, allieva del maestro Anfossi, mi volle al Vittoriale degli Italiani”.

Il 1939 Cesare Augusto Tallone si stabilisce nella casa-laboratorio di via del Bollo, dove sistema i pianoforti da affittare. Scrive Cesarino “Assidui erano Felice Lattuada compositore e pittore, Benedetti Michelangeli, Lilia Caran, il pittore Sora di Lecco, Bormioli e Semprini, il dott. Castelli di Ponte di Legno, Gioietta Paoli allieva di Lonati e un nugolo di giovani pianisti, attratti dalla tonalità vivaldiana del luogo”. Nel suo libro, Cesarino racconta un aneddoto della sua carriera di accordatore “Un mattino vennero a trovarmi Bormioli e Semprini. Mi erano arrivati due Bosendorfer a coda da Vienna che avevo appena accordati. Semprini, moderno, eseguì un Gerswin fresco, ruscellante. Bormioli, classico, fu squisitamente romantico in Chopin. Da quell’incontro nacque il duo Bormioli-Semprini. E perché si concentrasse subito, mi rivolsi a Manolo Belloni in San Remo (presso il quale era ospite mio fratello Guido il pittore) e vennero immediatamente scritturati per un concerto al Casinò. Vi spedii un Bosendorfer a gran coda, che misi in sintonia con un Bluthner. Da solo, avvicinando gli strumenti, li fusi in un’unica accordatura, con gli stessi battimenti in progressione armonica e curai la eguaglianza delle rispettive martelliere, ottenendo un unico timbro. Verso sera i due brillanti pianisti si posero uno di fronte all’altro ma per quanto esperti non riuscivano a comprendere quale strumento suonasse: se il Bluthner oppure il Bosendorfer: erano una sola voce. Io assistevo nel buio della sala, prima dell’inizio del concerto, sempre più disorientati per la loro identità sonora, ad un certo momento i pianisti si scambiarono i pianoforti. Io non mi mossi. Si consultarono un bel pezzo; alla fine si rassegnarono affidandosi alla loro musicalità. Fu un concerto mirabile: il pubblico andò in delirio”. (cit., 1971).

 


 

CESARE AUGUSTO TALLONE E ARTURO BENEDETTI MICHELANGELI

La coppia Michelangeli - Tallone diventa indissolubile, Tallone lo segue a molti concerti delle tourneès. Lo stesso Cesarino (76 anni) in “Libertà, lunedì 19 aprile 1971” dichiara di non aver mancato di assisterlo seguendolo ai concerti in 35 anni.

Pur non menzionando le date, Tallone parla delle tournèes in compagnia di Michelangeli nel suo libro (cit., Milano 1971). Menziona Londra, dove ebbe da Vittorio Steinway il più lusinghiero riconoscimento, [si tratta probabilmente della tournèe del primo dopoguerra], scrive anche che conobbe la Germania, l’Austria, il Portogallo, la Spagna [anni 40-41], si spinse fino a Montreal e Toronto [48 - 50]; conobbe Israele e Gerusalemme [1967].

Cesare Tallone si sofferma nel suo libro in particolare sulla tournèe Atene-Kartum-Johannesburg (vedi il suo libro capitolo “Volo verso il sud”). Fa molte osservazioni nel capitolo “Dalle note di viaggio in Sud Africa”, sulle bellezze naturali e sulle miserie sudafricane. Tallone, anche se il suo spirito è concentrato - e ispirato - nella perenne ricerca delle armonie e della bellezza, non è insensibile a quanto gli sta attorno, e qui il suo sguardo profondamente umano si posa sulle discriminazioni sociali di quei luoghi. Riferisce del miracolo compiuto da Michelangeli e l’orchestra Boccherini, per l’afflusso enorme ai concerti di Johannesburg. Non nomina la data, ringrazio quindi Stefano Biosa, fondatore del Centro di Documentazione “Arturo Benedetti Michelangeli”, che mi conferma trattarsi del febbraio marzo 1959.

 



Per la correttezza della cronologia degli inizi della carriera e prime tournées di Michelangeli, ho intervistato Stefano Biosa:

- Il 1935 iniziano i concorsi del giovane pianista Michelangeli non ancora diciottenne a Firenze, Milano, Roma, Genova. Il primo grande successo arriva a Bruxelles il 1938 (18 anni), dove, più giovane tra tutti i finalisti, nonostante qualche problema di salute, si classifica settimo.

- Il trionfo arriva a Ginevra il 1939 dove si aggiudica il Concours international d’Execution Musicale. Il celebre Alfred Cortot, presente alla giuria, afferma nell’occasione “E nato un nuovo Liszt.”

Il servizio militare per lui è blando, pare per l’intervento di Maria Josè di Savoia.

- Suona alla Scala di Milano ed effettua diverse tournées all’estero in Svizzera, Germania, Austria, Ungheria, Spagna e Portogallo. Nel 1946 debutta a Londra, inoltre seguono altri tour in Svizzera, Austria, Germania, Belgio, Inghilterra, Scozia e, nel 1948-50, in Stati Uniti, Canada e Argentina.

 

 

Guido Tallone, ritratto della pianista Baccara, Venezia 1944,

Museo Il Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera

 


 

Per approfondire la conoscenza della lunga e gloriosa carriera di Michelangeli, consiglio il sito web del Centro di Documentazione “Arturo Benedetti Michelangeli”.

 

Di Michelangeli (Ciro per Tallone e gli intimi) si ricorda la grande passione per le auto da corsa. Nella seconda metà degli anni’50 compra la Ferrari 250GT competizione ( n.0539GT) che era stata di Edoardo Lualdi. Si innamora dell’automobile per la lussuosa vocalità, “un concerto a 12 cilindri” con la quale trovava momenti di relax dalla fatiche delle tournées. Si sa che Ciro fumava il sigaro, che non tollerava ritardi, che amava lunghe passeggiate nei boschi, che aveva un’ironia pungente, e talvolta era scostante e capriccioso in vista della preparazione dei concerti, ma affabile con le persone semplici e i suoi allievi e allieve. Non ebbe figli, pur da lui molto desiderati, ed è stato provato della mancanza di affetti fin dall’infanzia e dalla tragica morte della sorellina in giovane età. Il suo bisogno di calore umano si rivelava nei confronti con le donne, Celibidache lo ricorda parlatore ispirato e divertentissimo in presenza femminile. Del resto aveva un “phisique du role” che lascia pensare sia piaciuto non poco al gentil sesso.

Sappiamo del carattere spesso scontroso, chiuso e riservato, di aristocratico distacco, una non celata gelosia per gli impegni che allontanavano Tallone da lui, ma anche il rapporto di splendida sintonia tra i due riguardo i grandi arcani della vita e nella sensibilità musicale. Cesare non parla dei suoi difetti - ma si ricorda che Ciro lo punzecchiava sull’età, cosa che a tutti i Tallone dispiace non poco. Anteponendo sempre i meriti del grande artista al carattere dell’uomo, ricorda in particolare l’affettuosa consolazione che ebbe dopo un collasso, quando a Londra gli fu impossibile lavorare alla messa a punto del pianoforte per il concerto, per il suono dell’esecuzione di Segovia che arrivava fino alla sala. Cesare dovette mettere a punto lo strumento nel poco tempo rimasto dopo la fine dell’esibizione del famoso chitarrista, e per lo sfinimento dell’impresa ebbe un collasso. Ciro si recò al suo capezzale mormorando affettuosamente “il mio caro Cesarino, il mio caro Cesarino” (Libertà, 19 aprile 1971). Dice ancora Tallone di Michelangeli: “…Ma forse il pianista che conosco meglio e con il quale ho stabilito una collaborazione che dura ormai da moltissimi anni è Arturo Benedetti Michelangeli. Con lui sono andato in giro per il mondo, seguendolo in lunghissime tournèes e imparando ad amare la sua arte straordinaria” (Famiglia Cristiana 25 maggio 1969).

In Gente del 1975, Tallone esprime forse il più completo pensiero su Michelangeli: “Il più grande artista che ho conosciuto è Arturo Benedetti Michelangeli. Mi è difficile parlare di lui, perché gli ho voluto bene, e gliene voglio ancora, come a un figlio. Lo incontrai la prima volta quando aveva dodici anni. Il maestro Anfossi, che dava lezioni a mia sorella Ponina, mi disse che aveva scoperto un talento eccezionale e mi pregò di sentirlo. Mi portò in casa Michelangeli dodicenne. Il ragazzo si mise al pianoforte e dopo cinque minuti io ero conquistato. Gli misi una mano sulle spalle e dissi: “ti seguirò sempre”. Così fu. Per 35 anni seguii Benedetti Michelangeli in tutto il mondo. Con lui ho trascorso ore e giorni indimenticabili. I momenti migliori erano durante i viaggi, in treno, in aereo, negli alberghi, sul palcoscenico, quando potevamo parlare di musica e di mille altre cose. Michelangeli è un uomo di una bontà eccezionale e di una intelligenza straordinaria. Da ragazzo, appena ci eravamo conosciuti, non parlava mai. Mi voleva bene, però.

Le nostre anime si erano incontrate subito. Michelangeli veniva anche due volte al giorno da Brescia a Milano per stare un poco con me. Non mi diceva niente. Mi guardava lavorare, poi camminavamo, sempre in silenzio, per la città e a sera prendeva il treno e tornava a casa. In lui mi colpì subito il modo con cui studiava musica. Anch’egli, come me, ha sempre considerato il pianoforte una creatura viva. Si sedeva al piano e cercava un dialogo con lo strumento. Quando decise di incidere un disco con musiche di Rachmaninoff e di Ravel, si ritirò nella mia villa nell’isola di San Giulio, nel Lago d’Orta, per studiare. Per un mese intero suonò giorno e notte, dimenticandosi di mangiare, di dormire, dimagrendo e non parlando mai con nessuno. Mi sembrava di assistere al miracoloso trasformarsi di un essere umano in musica. Sembrava che le melodie gli penetrassero nelle vene, diventassero sangue, linfa della sua esistenza. Fu un’esperienza incredibile ed esaltante. Un altro grandissimo pianista che ama e vive la musica come Michelangeli, è Vladimiro Horowitz. Questi due sono i più grandi pianisti del secolo. Certamente resteranno nella storia della musica. Degli altri, pochi, secondo me, saranno ricordati.”

I Tallone hanno sempre avuto comprensione delle tribolazioni e dei sacrifici dovuti all’arte “la Terribile Arte”, come la chiamava il padre Cesare Tallone. Di più, un pittore è solo nel suo travaglio e può ricorrere a ripensamenti e rifacimenti, disponendo di tutto il tempo necessario, quindi espone alla critica la sua opera solo quando è terminata e diventata altro da sé; per la musica è tutt’altra faccenda, il pianista esegue davanti a una platea di ascoltatori, senza possibilità di errori, tentennamenti o rifacimenti. Alle manifestazioni di stizza, ai riti superstiziosi, al nervosismo precedente l’esecuzione dobbiamo tutta la nostra indulgenza, e Cesare Augusto Tallone ha avuto con Michelangeli la massima indulgenza. Gli ha offerto la sua temperanza, la sua disponibilità e la sua fortezza d’animo, testificata dalla stessa durata della loro relazione per 35 anni!

 


 

REMIGIO PAONE E LA TOURNÉE DI MICHELANGELI CON L’ORCHESTRA DEL TEATRO NUOVO. IL CONVENTO DELLA VERNA DOVE TALLONE CONCEPISCE IL SUO PIANOFORTE

Il 1945 Tallone ripristina il pianoforte Steinway del Teatro Nuovo di Milano per Michelangeli, prosegue così nel suo libro “Nacque così l’idea a Remigio Paone di organizzare una tournèe in tutta Italia con Michelangeli e l’intera orchestra del Teatro Nuovo diretta da Ettore Gracis. Fu un’apoteosi: certo il più bello incontro del dopo-guerra per quella concordia che solo la musica può ricreare”. Continua dicendo “In un successivo ciclo di concerti, chiusosi a Motepulciano, il Maestro volle recarsi al Monte Amiata…Michelangeli, stanco per la lunga sequela di concerti, si era fermato a mezza costa. Ero in pensiero per lui, ma egli mi esortò a salire fino alla vetta; avevo l’animo colmo di armonie e la raggiunsi volando”. Arrivati alla Verna, furono accolti da Padre Virgilio Guidi, “l’organista serafico del convento”. Qui Tallone dice di aver avuto l’ispirazione per il suo pianoforte “Fu allora che decisi la costruzione di un collettore che raccogliesse i suoni provenienti dalla tavola armonica di abete con quelli metallici prevenienti dal telaio stesso, che sopporta lo sforzo delle corde armoniche, per ottenere (come nei colori) un impasto unico: presentivo che unendo gli opposti avrei raggiunto la politimbricità orchestrale”. (cit., 1971).

 


 

LA SECONDA GUERRA MONDIALE E LA CASA A SAN GIULIO



La Casa a San Giulio

 


 

Il 1942 Cesare soffre un grave lutto, muore neonato il figlio Roberto. Il 1943 un incendio devasta la casa studio di via del Bollo, si salvano solo i pianoforti che erano stati dati in affitto a privati. Cesarino può riprendere animo. Da via Spontini si trasferisce alla fabbrica in via Melzo 7 per tutti gli anni’50, poi nei ’60, in via Melzo 9.

Il 1943 compra la casa all’Isola di San Giulio sul lago d’Orta, che era appartenuta alla famiglia del conte Vincenzo Peroli, intimo del padre Cesare. Il Peroli, affascinato dal talento del giovanissimo padre di Cesarino, insieme ad altri benefattori alessandrini gli aveva sovvenzionato gli studi all’Accademia di Brera (1872). Prese anche da lui lezioni di pittura e nella casa dell’Isola di San Giulio, su suggerimento di Tallone, fece costruire uno studio con grandi finestroni. Dopo il matrimonio di Cesare con Eleonora, il 1888, i Tallone trascorsero in casa Peroli le vacanze estive annualmente, con la esponenziale presenza dei figli, otto in dieci anni; l’ultima nata, Giuditta (Ponina), nasce a San Giulio il 1904. Deceduti i Peroli, la casa, semiabbandonata, venne ceduta dalla nuova proprietaria, realizzando il sogno di Cesarino. Con la moglie Lissy e la piccola Elisa, vi risiedono mentre avviano importanti restauri per renderla più agibile. La casa e l’orto botanico che progetta sono la sua seconda passione. Cesarino e la casa di San Giulio: una storia d’amore, l’amore per la magnifica atmosfera sul lago e soprattutto l’amore per la casa, luogo vivo di ricordi cari dell’infanzia. Per omaggiare la mamma, progetta la sala da concerto Eleonora dove dal 1957 si terranno i concerti del settembre musicale.

 

 

Sala "Eleonora"

 


 

Come era felice zio Cesarino all’Isola! Ogni anno per le vacanze pasquali riuniva tutti i fratelli e le loro famiglie. Ricordo che lo zio come primo atto, come primo gesto di ospitalità, amava accompagnarci a visitare l’orto botanico che aveva ideato e continuato a migliorare; ricordo la sua profonda conoscenza della natura e i suoi segreti e l’orgoglio per il risultato ottenuto con sforzo e sudore, fino allo straordinario, magico connubbio di perizia e estetica. Poi ci accompagnava nel salone della musica dedicato alla mamma Eleonora, e ne percepivi che per lui era il santuario della casa, completamente concepito dalla sua sapiente conoscenza del suono per ottenere una perfetta acustica.
Quella casa era - ed è - come Cesarino. Luminosa, essenziale nelle forme, elegante nella semplicità quasi monacale. Ricordo il grande camino, il profumo delle patate messe sotto la brace, la gioia dei fratelli riuniti intorno al gigantesco tavolo. La cara zia Lissy, sorridente, silenziosa ed efficiente, era il metronomo della nostra particolare sinfonia famigliare. I cinque fratelli: mio padre Ermanno, generoso, ironico, elegante; zio Guido, un’esplosione solare di simpatia; zio Madino, affascinante affabulatore; zia Ponina e la sua cristallina intelligenza; zio Cesarino e la sua aura spirituale.

Zio Cesarino era sempre molto impegnato, a parte i lunghi periodi di assenza per seguire Michelangeli in giro per il mondo, si divideva tra il laboratorio e la casa, ma non mancava l’occasione di vederlo casualmente per strada, noi abitavamo in via Bigli, lui a pochi passi, in via Gesù. Cosí, la mattina quando andavo a scuola in via Rossari, o i pomeriggi a passeggio, lo incontravo spesso. Camminava rapido e a piccoli passi, assorto nei suoi sogni e progetti, ma quando lo salutavo si fermava di colpo, mi abbracciava con slancio e con quei suoi occhi cangianti come il mercurio catturava il mio sguardo “Mi vuoi bene, sí o sí? Mi vuoi bene, sí o sí?”. Ed ero obbligata a rispondergli quasi gridando “Sí sí ti voglio bene!”. Poi ognuno per la sua strada, rivitalizzati dall’incontro affettuoso. Sí, caro zio Cesarino, ti voglio bene ancora, e più di prima!

 

 


Cesarino mentre controlla l’uva coltivata nel giardino-orto della sua casa all’Isola San Giulio

 


 

Il 1943 fu l’anno catastrofico per tutta la famiglia: a Milano un incendio distrugge la casa laboratorio di Cesarino di via Del Bollo in cui si salvano solo i pianoforti; sono bombardate la galleria del fratello Ermanno di via Gesù 11 e lo studio di pittura e la casa di Guido Tallone in via Rugabella 17; viene colpita da una bomba degli alleati americani anche la casa di Alpignano dove periscono la sorella Milini, moglie del poeta Oreste Ferrari e la figlia Allegra, secondo violino al Conservatorio di Milano.

Tutti i fratelli Tallone restarono sempre legati da un fortissimo affetto, pronti a sostenersi nei momenti più difficili, memori dell’affetto dei genitori, cui resero omaggio costantemente in ogni atto della loro vita. In particolare tra Cesarino e Guido si era stabilito il legame più stretto. Guido gli fu vicino amorevolmente durante una malattia grave, e tale ne fu il conforto, che Cesarino convintamente sosteneva di essere stato guarito dall’amore del fratello.

 

 

Guido Tallone, La casa di san Giulio, 1946

 


 

 

Il 1947/48 Cesare Augusto Tallone produce il primo pianoforte verticale. Inizia a creare tutte le dimensioni. Il primo mezzacoda è del 1954, il primo 3/4 è del 1962, il Grancoda del 1966, realizzando quel sogno tenacemente perseguito di ottenere uno strumento da concerto dal suono italiano.

Dal 1947 la casa di Milano in via del Gesù 7 sarà il nuovo punto d’incontro per i concertisti e gli appassionati di musica. L’appartamento dell’antico stabile era di elegante semplicità, col bel pavimento di legno e i soffitti alti e tanto spazio da darti respiro. A parte il suono costante del piccolo verticale, provato dai clienti e amici, l’atmosfera rispecchiava il motto ripetuto spesso dallo zio “Ora et Labora”. La sala da pranzo era severa ma accogliente, un grande tavolone rettangolare, una credenza e la porta finestra affacciata sul ballatoio verdeggiante cha abbracciava tutto l’appartamento all’interno dello stabile.

Era il regno di Lissy, la silenziosa e cordiale moglie, alta molte spanne più di Cesare, la treccia dei capelli intorno alla testa, dolci occhi azzurri dietro gli occhiali: la trovavi al tavolo che fungeva anche come ufficio, ad organizzare le giornate del marito. Teneva i contatti, la corrispondenza e tutte quelle incombenze che alleggerivano la vita intensa del marito, spesso tribolato da “Ciro”. Era una donna dolce e nello stesso tempo di forte tempra e costanza teutonica.

Agli inizi ‘50 la Contessa Marina Luling Volpi di Maser commissiona a Tallone un pianoforte I/2 coda, sarà il primo costruito. Tra i colladautori Igor Strawinsky, che frequentava sovente Maser.

Dall’inizio degli anni ’60 nella fabbrica di via Melzo 9 a Milano crea tutte le dimensioni. Così scrive Cesarino “Creai tutte le dimensioni di modelli dal quarto al quattro quarti coda e seguii quando potevo (ed anche quando non potevo) i musicisti, specialmente Benedetti Michelangeli, assistendoli con affetto”.

Al Seminario di Venegono Cesare conosce il cardinale Montini, che lo esorta sull’opportunità di dare all’Italia uno strumento da grande concerto. Cesarino scrive che il futuro papa in visita al Seminario di Venegono lo volle accanto a sé all’ascolto del corale di Bach eseguito dal maestro Agostino Orizio. Non menziona la data, probabile fine anni ’50 entro il 1961.

1955 La RAI offre in premio il pianoforte Tallone per il trecentenario della nascita di Bartolomeo Cristofori, vince il pianista Eli Perrotta.

1955 Il Conservatorio di Milano ordina a Tallone un pianoforte da concerto per la sala Verdi di Milano.
Lo stesso anno il fratello Ermanno organizza la prima mostra di famiglia all’Isola di San Giulio.

Il 1957 Cesare Augusto Tallone volle aprire la sua casa alla comunità, per favorire un turismo culturale intonato al luogo. Iniziano i concerti del “Settembre Musicale” nella Sala Eleonora della casa all’Isola di San Giulio, con la partecipazione di prestigiosi musicisti. Da 64 anni i concerti sono in programma annualmente, grazie l’amorevole cura della figlia Elisa. Sala Eleonora ospita anche il Festival Cusiano di Musica Antica.

 

  


 

IL GIAPPONE E IL TAMAKI MIURA

Il marzo 1965 Michelangeli tiene concerti in Giappone, e Tallone a Tokio, mentre prepara il pianoforte, incontra tecnici della Yamaha che desiderano seguire il suo lavoro. Il presidente Kawakami ordina un pianoforte 3/4 coda, poi giunge la richiesta di dirigere la costruzione di un 4/4 da concerto secondo i concetti di Tallone. Il 1966 nasce il gran coda, battezzato Tamaki Miura. Così il sunto dagli articoli di giornali e riviste, ma leggiamo Cesare nel suo libro:

“A Tokio mi recavo di buon mattino al grande teatro per preparare lo strumento di Benedetti Michelangeli e già trovavo ad attendermi gruppi di tecnici della casa Yamaha desiderosi di seguire il mio lavoro. Invitato dalla grande casa giapponese mi recai, incoraggiato dallo stesso Maestro, ad Hamamatzu. Accolto amorevolmente dal presidente Kawakami ricevetti l’ordine di un mio pianoforte a 3/4 coda. Quando quello strumento si trovò tra gli esemplari di tutte le marche fuoriclasse nel salone degli esperimenti, il capotecnico signor Matzuyama mi confidò che lo riteneva il migliore. Di conseguenza fui richiamato ad Hamamatzu con l’incarico precipuo di dirigere la costruzione di un 4/4 da gran concerto secondo i miei concetti. Con la dovizia dei mezzi e soprattutto la prestigiosa prestazione dei valorosi tecnici, lo strumento fu realizzato entro due mesi. La nuova gara avvenne nel teatro di Hamamatzu. Ero al fianco del presidente e del signor Matzuyama. Sul palcoscenico si vedevano allineati i pianoforti a grancoda delle più importanti case mondiali; ultimo a destra figurava il nuovo modello da me progettato recante la sigla “Tamaki Miura”. Il pianista giapponese di ruolo eseguì le stesse musiche su tutti gli strumenti. Prima ancora che terminasse la prova, il pubblico si alzò compatto in piedi gridando “Banzai Tamaki Miura!”. (cit., 1972).

Ricordo la zio Cesarino raccontare entusiasta della gentilezza di quel popolo antico pervenuto alla più avanzata modernità, della straordinaria laboriosità e comunione di intenti di tutte le maestranze ed operai della Yamaha, dell’accoglienza affettuosa, dell’attenzione quasi devota per gli insegnamenti ricevuti. Tallone continua una lunga collaborazione come consulente artistico, e concertisti giapponesi frequentano Tallone a Milano e l’Isola di San Giulio.

Nell’intervista di Marco Mascardi si parla della Yamaha, “che fabbrica motociclette…ma fabbrica anche pianoforti, centinaia al giorno. Tallone è subito incantato da questa idea: i suoi segreti serviranno a fare strumenti migliori, ma per una quantità di pianisti enorme. Lui impiega un anno a fare un “gran coda”: qui se la cavano in una settimana, quando fanno le cose di maggior pregio. E così, fra Kawakami e Tallone nasce questo patto: la ditta giapponese conoscerà la giusta parte di segreti ma provvederà a mandare, a turni di un anno, alcuni dei suoi migliori artigiani: e a questi verrà rivelato il resto, che non può essere adattato alla gran serie. “Certo, mi hanno dato anche del denaro…ma io volevo anche degli uomini ai quali insegnare, più che la mia tecnica, la pazienza della tecnica.

Un pianoforte a coda è il risultato di geometrie quasi magiche, imprigiona tensioni e forze gigantesche: se riuscissero a liberarsi tutte insieme, lo strumento esploderebbe come una bomba, un vulcano, o qualcosa di simile. Invece, attraverso un equilibrio da dominare con pazienza infinita, l’energia diventa suono perfetto, si lascia guidare attraverso i cammini, le pareti predisposte come le rive di un fiume: contro le quali l’acqua magari sembra fermarsi, e invece è dall’urto invisibile che trae nuova forza per continuare a scendere rapida verso il mare. Nella cassa armonica, tutto questo è istantaneo: il suono, per dominarlo, bisogna imparare a vederlo…”.

Recentemente sono stati acquisiti documenti inediti del periodo giapponese di Cesare Augusto Tallone, siamo in attesa della traduzione.

 


 

Il primo pianoforte a gran coda di costruzione italiana viene presentato al Conservatorio di Milano in occasione del concerto del pianista Mario Delli Ponti il febbraio del 1967.

Così scrive Massimo Bruni nella Gazzetta del Popolo di Torino, l’11 febbraio 1967: “ ...In termini di amor proprio nazionale, il merito di Tallone può essere ricollegato al vanto che l’Italia ha tutto il diritto di attribuirsi quale patria del vero e proprio inventore di pianoforte, quel Bartolomeo Cristofori, che, appunto, primo nella storia, all’alba del Settecento ideò e costruì “il gravecembalo col piano e col forte”.

Colgo l’occasione leggendo questo articolo per ribadire orgogliosamente che nessun costruttore in Italia si era mai spinto oltre l’ambito dei modelli di taglia minore, resta quindi il 4/4 o grancoda, concepito da Cesare Augusto, il primo pianoforte da concerto di costruzione italiana.

 


 

NOTE SUL PIANOFORTE DAL SUONO ITALICO

La fortuna di poter leggere le parole di Cesare Augusto Tallone nelle numerose interviste pubblicate, ci consegnano il suo magistero, e di più, l’anima di una persona profondamente illuminata nella sua personale ricerca della natura divina del suono, per consegnarci uno strumento unico, “una creatura viva”. Riporto perciò alcuni brani che mi sembrano incarnare perfettamente il suo spirito.

Gente, 1975. Cesarino nell’intervista racconta “Da alcuni anni ho abbandonato l’attività di accordatore (…) per dedicarmi alla costruzione dei miei pianoforti. Io sono nato per fare un pianoforte italiano. Ho speso tutta la mia vita per realizzare questo scopo, e sono contento di esserci riuscito. I pianoforti Tallone sono ormai famosi, ho ricevuto elogi da critici e musicisti. Giapponesi e americani mi hanno offerto miliardi perché porti la mia fabbrica a Tokyo o a New York: ho rifiutato. Il mio pianoforte parla solo italiano e solo se respira aria italiana continuerà ad essere un grande pianoforte”. (…) Ancora, alla domanda del perché avesse rifiutato i soldi degli americani e giapponesi, risponde: “Perché io sono convinto che un grande pianoforte non è solo uno strumento tecnicamente perfetto, ma è una creatura viva. Il pianoforte ha un’anima e quando si tenta di comperare l’anima con i soldi, si commette peccato. L’arte moderna è morta perché infangata nel denaro.

Certa musica moderna puzza di cimitero perché è scritta solo per ottenere soldi, ricchezze. Se avessi accettato i miliardi degli americani il mio pianoforte sarebbe morto. Ho preferito continuare a vivere qui, con una modesta fabbrichetta, con una decina di tecnici, con i quali lavoro come se fossero miei figli, perché solo così riesco a tenere testa ai grandi mostri dell’industria dei pianoforti, e in un certo senso a sconfiggerli”. Continua l’intervista “I suoi pianoforti sono fatti interamente in maniera artigianale?” “Completamente. Ogni più piccola parte è preparata e fatta da noi a mano, come faceva Bartolomeo Cristofori. Andiamo a scegliere il legno in certe valli perché quel legno ha una maggiore sonorizzazione. Lo lasciamo riposare a lungo prima di cominciare a lavorarlo. Ogni fase del lavoro è seguita da lunghi riposi: in natura niente deve essere forzato. Il tempo rispetta solo quelle cose per le quali collabora.

E poi, con il tempo, vengono nuove idee. Ogni mio pianoforte è una cosa unica, non è un oggetto fatto in serie. Di ogni singolo pianoforte costruiamo anche le corde: il suono dipende molto da come una corda viene fatta, dalla tensione che le si dà. Non tutti i miei pianoforti riescono alla perfezione. Io li firmo soltanto dopo un anno di vita. Se non sono riusciti come voglio, li riporto in fabbrica e li distruggo”.

“Quali sono le caratteristiche principali del suo pianoforte?”

“Il suono italiano”. Le gole degli uomini sono tutte uguali, eppure esistono voci italiane, voci tedesche, voci russe. Io ho sempre pensato che anche i pianoforti hanno un loro suono. La scuola francese è caratterizzata dalla chiarezza del suono; quella tedesca dalla profondità; il suono italiano l’ho concepito come “luce”. Mio padre diceva che se sul davanzale di una finestra c’è un geranio fiorito, l’aria intorno è contaminata dal colore e diventa un’aria diversa. Così succede per i suoni. Un suono che si espande nell’aria e che io chiamo “suono riflesso” può influenzare gli altri suoni dando loro una “coloratura” diversa.

Nei miei pianoforti ci sono doppie tavole, con scavature, vuoti, insenature che servono a creare “suoni riflessi”. Utilizzando una lega particolare, la ghisa perlitica, ho portato le vibrazioni, che in genere sono quattromila al secondo, a sedicimila. La nota che esce dal mio pianoforte si moltiplica immediatamente in un pulviscolo di armonie, che si riflettono sulla nota arricchendola meravigliosamente. Questa è la caratteristica particolare dei miei pianoforti: un suono speciale e che io ho chiamato “suono italico”.

 


 

IL 1976 TALLONE È NOMINATO ACCADEMICO ORDINARIO DELL’ACCADEMIA TIBERINA

Nell’intervista del ’76 a Tallone nella fabbrica di via Melzo 9, Marco Mascardi riporta “A bassa voce, quasi una confidenza, [Tallone] dice a un certo punto “E quest’anno mi danno il “Viotti d’oro”. L’hanno dato a Benedetti Michelangeli, alla Fracci, ad Accardo. Io sono il primo che non esegue nulla. Qualche volta mi chiedo se merito tanto”. La frase resta in aria. Tutte le risposte arrivano dalla stanza accanto, escono dalle mani di Yoko Sakai, i trilli, i tonfi, gli arpeggi, i trionfi di note, le sonorità più aperte, le armonie sospese. Sono costate una vita, e resteranno al di là di essa, molto al di là.”



 

Programma di sala del Festival Michelangeli di Brescia e Bergamo, 1965

 


 

A proposito della splendida fotografia qui sopra, cedo volentieri la parola a Elisa, figlia di Cesare Augusto Tallone.

“È noto e documentato che Tallone, prima di dedicarsi interamente alla fabbricazione dei suoi strumenti,  fu per oltre 30 anni l'accordatore di Arturo Benedetti Michelangeli, accompagnandolo o precedendolo nei concerti da Palermo a Bolzano, dall'Inghilterra al Sudafrica al Giappone. Ma il loro rapporto non si limitava all'aspetto tecnico: c'era tra loro, con l'amicizia e la stima reciproca, un dialogo culturale in cui al culto della musica si intrecciavano interessi filosofici e religiosi. Un momento di questo dialogo  è attestato dalla foto comparsa sui programmi di sala del Festival Michelangeli di Brescia e Bergamo del 1965. Sul pianoforte appena intonato da Tallone il maestro sta provando - dalla Sonata op. 35 di Chopin - l'ultimo tempo che segue immediatamente alla Marcia Funebre, e ha appena chiesto all'amico:  "E TU COSA SENTI QUI?". La risposta è: " IL FREMITO DELL' ALDILÀ, ALL’ARRIVO DI UNA GRANDE ANIMA".

Michelangeli annuisce in silenzio, e di questa intuizione condivisa terrà conto nella esecuzione successiva. A sua volta il pianista, nella sua esasperata e sofferta ricerca della perfezione, spingeva il tecnico a interventi sempre più raffinati, che rendessero lo strumento sempre più docile alle sue esigenze; e di ciò Tallone avrebbe tenuto conto nel perfezionare di continuo, da un esemplare all'altro, i pianoforti che andava costruendo dagli Anni Cinquanta fino agli ultimi mesi della sua vita.”   

 

La vita operosa di Cesare Augusto Tallone termina a Milano il 4 febbraio 1982.

 


 CITO IN CHIUSURA, L’INTERESSANTE LIBRO DEDICATO A CESARE AUGUSTO TALLONE:

 

IL GRAN CODA DI CESARE AUGUSTO TALLONE,

A CURA DI GIANNI RIZZONI,

FONDAZIONE GIOVENTÙ MUSICALE D’ITALIA,

METAMORFOSI EDITORE MILANO, 2016