Zygmunt Perkowicz. Foto dedicata da Maria Boerio a Eleonora Tallone.

Archivio Tallone Milano, Prov. Aurora Ciliberti 

 

Zygmunt Perkowicz, la Russia, la Granvigna e Dino Campana

 

Destino di poeti

 

di Gigliola Tallone

 

Novembre 2022

 

 

Ringrazio Gigliola Tallone per avermi permesso di pubblicare qui, sul sito di Dino Campana, la storia di un artista, esule dal suo paese, Zygmunt Perkowicz: una storia drammatica e triste ma magnifica. Dino ne venne a conoscenza quando andò in visita alla Granvigna e ne rimase molto impressionato; se ne ricorderà nella celebre "lettera di Natale del 1917"

Tutte le immagini provengono dall'Archivio Tallone di Milano

(paolo pianigiani)

 


 

Certi avvenimenti straordinari possono solo essere “raccontati”, proprio per aggiungere alla verità il sentimento, l’atmosfera, la natura complessa dei protagonisti. Il contributo del racconto porta ad un ampliamento del quadro troppo ristretto a note e documenti, e si propone di restituire a un indimenticabile antico amico di famiglia, la sua anima. Per la fedeltà ai fatti che menziono, a voi giudicare, leggendo la piccola monografia di Zygmunt Perkowicz dedicatagli dallo storico del risorgimento, Terenzio Grandi, esperto e inimitabile appassionato di Giuseppe Mazzini, a cui resto fedele e di cui riporto alcuni punti importanti. Egli conobbe e frequentò Zygmunt nell’ambiente intellettuale italiano-polacco di Milano di Nictopolion Maffezzoli ed era testimone delle sue frequentazioni e amicizie. (cfr. Terenzio Grandi,“Un viandante dell’Ideale: Zygmunt Perkowicz, Milano Casa Editrice Risorgimento, 1917.)

Altra preziosa documentazione ha ispirato il mio omaggio a Zygmunt Perkowicz: per le fotografie edisegni originali di Zygmunt Perkowicz ringrazio Marco della Chiesa, musicista, docente all’Accademia di S. Cecilia, direttore d’orchestra, nipote di Elisa Albano, che ospitò Dino Campana il 1917 nella sua tenuta Granvigna ad Almese; Claudio Valdagni, per le splendide foto e le notizie sulla parentela fra le famiglie Albano - Valdagni, mia cugina Aurora Ciliberti, per le preziose foto e più preziose memorie di sua madre Ponina Tallone, che visse gli eventi e se li impresse nel cuore tutta la vita; Cesarino Tallone, che aveva semi-italianizzato il nome dell’amico in Sigmund, e lascia memoria della loro grande amicizia nel suo libro. (cfr. Fede e lavoro. Memorie di un accordatore, Milano 1971; infine, una breve e struggente lettera di mia nonna che acclude una lettera del figlio Cesarino (Eleonora Tallone a Sibilla Aleramo, 15.12.1916, Fond. Gramsci). 

Lo stesso anno 2008 delle mie ricerche ne feci partecipe lo studioso Gabriel Cacho Millet.

 

Questo scritto è il mio doveroso e commosso omaggio al giovane amatissimo Zygmunt Perkowicz che ha scavato nel nostro cuore per più generazioni.

 


 

 

Caricatura di Zygmunt Perkowicz, 1915. In alto da sin., Riccardo Boerio violinista, Eleonora Boerio pianista, Zygmunt, Cesarino Tallone.

Al centro: da sin., Cesare Boerio insegnante di pianoforte, Elisa Albano e la madre Elvina Gallenga Albano, Zygmunt.

In basso da sin., Cesarino Tallone e Zygmunt Perkowicz al lavoro dei campi alla Granvigna. 

Archivio Tallone Milano, prov. Marco della Chiesa d’Isasca

 


 

Zygmunt Perkowicz

 

Zygmunt Perkowicz, ma lui si firma di suo pugno sotto una divertente caricatura, Perkovicz con la v semplice, il personaggio principale della mia storia, era un bel giovane, molto alto e dalle spalle possenti, con  un viso dai lineamenti regolari ma non comuni, dai tratti decisi, come scolpiti. Grandi occhi chiarissimi, di foggia caucasica più grigi che azzurri, che gli davano uno sguardo ispirato e sognante, la fronte alta e spaziosa, zigomi forti, naso diritto e labbra carnose, tutti elementi che nell’insieme mescolano il genere di bellezza classica con una certa durezza slava, anche per il forte contrasto della pelle bruna coi folti capelli biondi, irriducibili al pettine. Un volto da poeta, ancora in contrasto con la struttura atletica e asciutta del corpo. Tutta insieme la complessione è di quelle che suggerisce una elettricità muscolare, anche per la magrezza e la lunghezza delle braccia e gambe, quasi il nostro stia sempre per scattare, per alzarsi, per correre via.

Lo descrive bene Terenzio Grandi, che gli dedica un opuscolo in memoria. E la mia descrizione si ispira inoltre alle foto e ai ricordi di famiglia. Prima di raccontare come arrivò dalla fredda Russia per approdare tra le braccia della famiglia Tallone, dobbiamo dare una occhiata agli antefatti.

Zygmunt Perkowicz era nato il 23 agosto 1890 a Bialocerkien (Kiev) in Ucraina, dove si erano trasferiti i genitori, nobili di origine polacca, dalla Lituania, già confederazione polacco-lituana, poi, alla spartizione della Polonia, annessa all’Impero Russo. Kiev, secondo la leggenda fondata da una vikinga di nome Kyi, era da tempi antichissimi lo snodo commerciale tra Costantinopoli e il nord est europeo. Dal norreno Oleg di Novgorod fu eletta a Madre delle Città Russe. La regione era nota col nome di Rus’ di Kiev, e suoi abitanti si chiamavano Rusiny-Rusici. Devastata dai mongoli nel 13º secolo, passò sotto lo stato lituano, polacco, infine alla Russia nella metà del milleseicento. Kiev era, ai tempi di Zygmunt, ristretta al centro storico attuale, costruito in terreno collinare che degrada verso la riva destra del grande fiume Dnepr.

Immaginiamolo percorrere la bella via Podil, in salita, troneggiata dalla chiesa di Sant’Andrea tutta oro e celeste che ricorda il pan di zucchero, tale da attrarre la fantasia di un bambino che la vede la prima volta venendo da una zona di provincia, per non parlare della fiabesca chiesa di Santa Sofia dalle tredici cupole a cipolla, e le cupole dorate della cattedrale di San Michele. E nel cuore di Podil avrà fatto una sosta nella Kontrktova ploshca, la  piazza con l’enorme Casa dei contratti, la Kontrakyova Dim.  Si sarà immerso nella confusione dei traffici del porto fluviale, avrà percorso le stradine tortuose della verde città delle 7 colline.

Sarà stato possibile, a quel tempo, andare a passeggio nel parco Mariynsky del palazzo dello Czar, copia perfetta di Versailles? Forse il neonato Zygmunt sarà stato battezzato nel ruscello che scorreva dove oggi si trova la via Khreschatyk, e avrà visitato le “grotte vicine” del monte Berestov, dove Sant’Antonio di Pecerska si era ritirato alla vita contemplativa, incantato da quel luogo di spiritualità arcaica, con le icone della Vergine e Cristo oscurate dai fumi delle candele, nei riflessi delle cornici d’argento, i corpi mummificati dei monaci, i fedeli inginocchiati in preghiera.

Ora Kiev è una metropoli, capitale dell’Ucraina, indipendente dal 1991, esattamente cent’anni dopo la nascita di Zygmunt. Figlio di un piccolo proprietario terriero nei pressi di Kiev, possiamo solo immaginare l’esatta collocazione della casa natale di Zygmunt, poiché le mappe non riportano quel Bialocerkien menzionato dal suo biografo. Sappiamo però che la regione di Kiev è circondata da foreste e basse montagne, ambiente prediletto dal nostro gran camminatore, del quale, gli amici italiani, tra i pochi ricordi della sua infanzia e gioventù raccolti direttamente da lui, ricordano che si abbandonava a corse pazze per la campagna “per imitare i fiumi nel loro corso”, insieme a un episodio curioso “… accadde, in una simile lunga scappata, di perdersi, e, vinto dalla stanchezza, addormentarsi sulla strada, per svegliarsi nel cuor della notte, sotto uno strato di neve, in mezzo alla campagna rischiarata dalla luna...”

Questa breve escursione turistica non è tempo perso, perché l’amore della natura, vero entusiasmo che rasentava l’estasi, sarà il cemento dell’amicizia con Cesarino Tallone, figlio di Eleonora e Cesare Tallone, innato esteta-botanico. Le lunghe passeggiate in compagnia o solitarie per le nostre belle montagne della Val di Susa, nei dintorni di Alpignano erano per Zygmunt certamente legate al ricordo della sua verdissima terra natale.

 


 

L’infanzia da me immaginata con il tributo delle note del Grandi

 Dov’è Zygmunt? Era l’eterna domanda del padre, la madre e i fratelli. L’unica soluzione era andare a cercarlo. Non era di quei bambini che andavano diritti da un punto all’altro, la sua strada prendeva le vie tortuose e impreviste della sua immaginazione. Un fruscio tra i cespugli, un batter d’ali, un sasso di forma inconsueta, attiravano la sua attenzione in modo irresistibile. Per osservare i falchi sospesi in giri lenti nell’aria, si sdraiava a pancia in su e aspettava la loro picchiata finché riusciva a percepire, nella velocità incommensurabile, il momento esatto della conquista della preda.

S’imboscava nei cespugli senza far caso ai graffi, saliva sugli alberi, restando qualche volta impigliato in posa acrobatica. Insomma, non seguiva la propria volontà ma il richiamo magico della natura, che era anche il suo regno. Sdraiato nel prato, poggiava qualche volta la testa a terra per vedere da vicino la struttura d’un filo d’erba, finché l’erba diventava una foresta, una spiga una torre un sassolino una montagna, contemplando così un mondo non più microscopico,  ma un altro mondo parallelo, affascinante e vivo, in cui le formiche brulicavano attente, comprese nei loro compiti. E da quelle contemplazioni si risvegliava per chiedersi il perché di tanta similitudine tra le cose piccole e quelle grandi, facendo, senza saperlo, quello che fanno tutti i bambini sensibili: metafisica.

Tornava spesso a casa senza fiato prima del calar del sole, perché quello lo ricordava, di non dover spaventare la mamma. Vedeva a distanza la grande casa isolata, solida, rettangolare, prima il tetto che prendeva il colore del fuoco agli ultimi raggi e poi, tra le cime degli alberi, il piano elevato con le finestre incorniciate di pietra grigia, il piano terra, le piante e i cespugli del giardino, le rose e la porta spalancata dove si infilava.

Quando tornava a casa malconcio, cioè sempre, la mamma lo spingeva nella piccola stanza adibita a bagno, una rarità al finire del vecchio secolo, epoca in cui era stata aggiunta alla gran casa di pietra durante la riforma dei genitori Zofia Margarita Krasinski e di Piotr Jozef Perkowicz, giovane coppia sposata di fresco. A dire la verità sembrava un salottino, una versione igienica del boudoir settecentesco, con la sua stufa di ghisa panciuta coi piedi a forma di zampe di leone, il lavandino poggiato su sottili gambe di ferro battuto che a Zygmunt ricordava uno struzzo, con la pompa per l’acqua elaborata da viticci, il piccolo specchio a mercurio con la cornicetta in foglia d’oro smunto in cui ondeggiava un po’ l’immagine, la finestrella con la tendina di pizzo e il vasetto di fiori di stagione sulla mensola sottostante, tra rasoi del padre e pettini, talco, e le scatoline colorate della pasta dentifricia.

Tutti i mobili, anche i più utilitari, fino ai vasetti per le creme e i flaconcini dei profumi erano antropomorfi o zoomorfi. Sarà per questo che noi con l’età giusta per rammentarci di quel mondo, ricordiamo così nettamente i particolari delle case d’infanzia. Come l’arte figurativa è stata sostituita dall’astratta, così gli oggetti quotidiani hanno perso il loro connotato umanizzato dagli artigiani, spesso di grande talento, e sono diventati solo accessori utili e funzionali che però si negano al ricordo.

Al posto della poltroncina del budoir, troneggiava l’innovativo servizio igienico, un cilindro di legno rotondo, col suo coperchio massiccio bordato con un filo d’ottone, per salvare l’estetica, che trasportava tutto nella fossa sottostante, per compiere la funzione utilissima come concime fertilizzante per i campi, mescolando i nobili rifiuti con l’erba secca e i meno nobili rifiuti delle vacche e dei porci. Non solo in Russia ma in gran parte dell’Europa, si vuotavano ancora i pitali spargendone il contenuto in strada. Quel giorno dell’apertura del pozzo nero, la famiglia tutta, cane compreso e gatto nel cestino, abbandonava la casa per una gita fino al tramonto, a buona distanza dai profumi, lasciando ai contadini l’ingrato compito, tra nugoli d’api e mosche ronzanti.

In quella stanza da bagno, che nei giorni più rigidi d’inverno era scaldata dalla stufa, il piccolo Zygmunt veniva calato dalla mamma e dall’anziana ma energica nutrice dei quattro fratelli, nel gran bacile di rame a forma di fagiolo, già mezzo pieno d’acqua tiepida, nel quale, in piedi e con le mani sugli occhi, si sottometteva alla tortura  della cascata dall’alto di due o tre brocche d’acqua. Punizione quotidiana per le incursioni all’aria aperta, che accettava per il privilegio d’essere il più pulito della famiglia, cosa di cui si compiaceva coi fratelli, e che gli meritava qualche sonoro scappellotto.

Dopo la cena, seduti al gran tavolo di noce, i quattro fratelli e i genitori, e non di rado amici dei genitori, erano nutriti, per il tocco sentimentale della mamma, con qualche piatto tipico polacco di antica ricetta di famiglia. La sala da pranzo conservava, se non i fasti di un tempo della nobile Zosienka, qualche simbolo di quei fasti. Due ritratti ben incorniciati dei bisavoli materni accoppiati sulla parete del camino, un servizio di porcellana di rara bellezza in vista sull’alzata del trumeau, le medaglie di uno zio paterno generale, e mobili di buona fattura e di linea severa.

Dopo che gli uomini adulti s’erano dedicati ad accendere le loro pipe e sigari, e a bere un buon bicchiere di wodka o perzoska per digerire, tutti si animavano per suonare qualche ballata, la mamma al piano e il piccolo Zygmunt al violino, il padre, con aria ispirata e gran voce baritonale, a cantare, seguito dai meno volenterosi fratelli maggiori.

Più avanti, sulla soglia dell’adolescenza di Zygmunt, i tre fratelli maggiori si fermavano a cena solo nelle occasioni importanti, compleanni e le feste comandate. La loro assenza era scusata dai genitori, perché erano “grandi e occupati negli studi”. Lui abbozzava, sapendo che qualcosa di più importante degli studi occupava tanto i fratelli, qualcosa di cui non parlavano con lui, ma che aveva intercettato nelle loro confabulazioni a mezza voce, mentre lo credevano addormentato. Taciturno e nato per occuparsi dei fatti suoi, non poteva fare a meno di congetturare su quei misteriosi discorsi.

A scuola il bambino Zygmunt era un caso raro. Per staccarlo dal tema, quando tutti i compagni consegnavano le loro due paginette, all’anziano maestro non restava altro che tirarlo per i capelli per sollevargli la testa dal mucchio di fogli, e una volta quello sfacciato era persino riuscito a scrivere “il maestro non mi lascia finire” lasciando sul foglio una lunga riga d’inchiostro.

Magrissimo, tutto gambe e braccia, superava nei giochi i compagni solo in velocità. Ma nessuno osava pestarlo, come tanto piace ai bambini, perché la sua abilità in matematica e la generosa collaborazione coi compagni gli meritavano un  trattamento speciale. Tornato a casa, a meno che non fosse sparito per i suoi vagabondaggi, il padre non aveva bisogno di ripetere due volte di seguirlo nei campi. Saltellava dietro la figura imponente del genitore. Ascoltava attento i suoi consigli ai contadini, e senza richiesta, si metteva subito al lavoro, quando necessitavano più mani, come alla vendemmia.

Era amato da quei lavoratori che lo vedevano impegnato in sforzi più grandi di lui. A letto il padre commentava alla moglie “se il nostro piccolo non avesse una testa di poeta, sarebbe un giorno felice nei campi” al qual argomento Zosienka rispondeva immancabilmente “anche la matematica, anche la matematica, aspetta che vada all’università, sarà un ingegnere famoso come mio zio Artur Alesksy…”

 


 

Fermenti nella Grande Russia.

Le frequentazioni anarchiche dei Perkowicz e degli ambienti intellettuali socialisti e l’insofferenza verso le ingiustizie e persecuzioni degli israeliti nei centri d’immigrazione polacca.

 Quanto al clima tra le mura domestiche, basti pensare ad una famiglia nobile, incapace di riscuotersi dalla nostalgia per la patria Polonia oppressa, e benché russi a tutti gli effetti, sempre pervicacemente polacchi nel cuore, considerati perciò con diffidenza e sufficienza: la letteratura russa ci fornisce ampie testimonianza di come fossero considerati i polacchi nella Grande Madre Russia.

Il padre si occupava della terra senza lamentarsi dei privilegi perduti. Zygmunt lo descrive alto, di costituzione possente, la capigliatura bianca gettata all’indietro, mentre canta gli inni nazionali polacchi ai figli, camminando a larghi passi per la stanza.

Il piccolo Sigismondo, così il suo nome in italiano, suona il violino, accompagnando la mamma al pianoforte. La madre conserva tra le mura il decoro aristocratico che la modestia, non la povertà, della loro condizione le permette. Colta, ospitale, apre le porte agli esuli, come loro nostalgici della patria, e apre la mente e i cuori dei figli al sentimento di fratellanza verso i sofferenti e gli oppressi.

Da queste premesse è facile immaginare la disgrazia che colpirà la famiglia, quando l’occhio della polizia czarista scoprirà le simpatie dei figli Perkowicz, la loro vicinanza all’elemento ruteno per l’emancipazione dell’Ucraina, persino l’atteggiamento ostile all’egemonia dei proprietari fondiari polacchi, anche se, pur in dimensioni modeste, ne faceva parte la famiglia.

Chiariscono poi il quadro le frequentazioni anarchiche e degli ambienti intellettuali socialisti e l’insofferenza verso le ingiustizie e persecuzioni degli israeliti nei centri d’immigrazione polacca. Zygmunt ha 14 anni, quando il suo animo colmo di belle speranze e di aspirazioni nobili di eguaglianza e amore fraterno assiste alla durissima repressione della domenica rossa: il 22 gennaio 1905 a Pietroburgo una folla di operai guidati da un Pope si presenta al palazzo d’inverno per consegnare una supplica a Nicola II. L’assenza dell’imperatore, l’equivoco di una protesta civile scambiata per una rivolta armata, scatenano contro quegli impotenti un orribile eccidio, che lascia al suolo più di mille morti e duemila feriti.

Che la faccenda del terribile avvenimento si sia svolta per caso, o ci fosse stata la volontà della provocazione da un lato e la determinazione alla soluzione dispotica per bloccare i disordini una volta per tutte dall’altro, non so giudicare e lascio parola agli storici. L’effetto fu quello di inquietare ancor più gli animi, di risvegliare la commozione dell’Europa che prese coscienza dei terribili accadimenti, e incalzare le volontà di molti verso una più attiva partecipazione alla protesta sociale, nella speranza di un totale rinnovamento.

La grande Russia è infuocata, scioperi immensi, moti spontanei di operai e studenti, sollevamenti dei contadini, nel clima di turbamento della maggior parte dei russi, convinti tradizionalisti, o di riformisti illusi di pacifica soluzione e facile spegnimento del grande incendio rivoluzionario. I primi Soviet operai, a cui si legano anche militari, portano ad azioni ancora ferocemente represse nel sangue e, più per spavento che per reale convinzione, nasce la larva costituzionale della creazione della Duma.

I fratelli Perkowicz partecipano a questi moti rinnovatori con aiuti spontanei e ospitalità rischiose e, particolarmente sensibili al movimenti israelitico nei centri d’immigrazione polacca, partecipano alla difesa armata dei derelitti durante i progrom.

I fratelli maggiori, dei quali conosciamo nome ed effige solo d’uno, Romano, per essere stato ritratto da Zygmunt, furono colpiti da sequestri, prigionia ed esilio, mentre lui, forse per la giovane età, fu dichiarato sospetto, e gli venne interdetta la frequentazione agli studi universitari.

Aveva dimostrato nei suoi studi una prodigiosa facilità per la matematica, ma era la letteratura e l’arte ad assorbire il suo tempo negli studi e letture, nelle lingue originali, che possedeva in gran numero “una quantità enorme di opere di cultura occidentale, forse anche troppe ne assaggiò avidamente, se impossibile gli riuscì di frenare il tumulto del pensiero in una corrente forte e composta, continua.

Il quadro disegnato precedentemente e questo virgolettato del Grandi sembra trascinarci in un romanzo di Dostoevskij, ed è fatale pensare a Zygmunt come uno dei suoi geniali personaggi. Complessa doveva essere la sua anima che beveva il latte rivoluzionario dagli elementi intellettuali che frequentava, sommato allo stillicidio dell’infanzia della nostalgia della patria oppressa. Dobbiamo menzionare anche la sua innata predisposizione artistica, per cui arriva, da autodidatta, ad essere un buon disegnatore, pittore e scultore. Aggiungiamo che era dotato di una bella voce e di quel talento musicale che non poteva scegliere uno strumento più struggente del violino per esprimersi.

Caduto in disgrazia, per mantenersi e affrontare le spese per i libri amatissimi, dava lezioni di matematica e lingue europee. Possiamo immaginarlo come un istruttore nella casa di qualche famiglia tradizionale nobile e ricca, legata all’idea romantica della Santa Madre Russia immortale a cui Dio pensa e di cui gli uomini dispongono, se hanno i mezzi e la cultura necessaria, s’intende. O al servizio di qualche famiglia borghese benestante. Forse gli sarebbe bastato trovare un impiego statale, elemosinare qualche raccomandazione, appoggiarsi a una ricca protettrice, congettura poco possibile, per il suo carattere orgoglioso e la sua posizione di sospetto, che gli avrebbe reso difficilissimo un impiego che non fosse molto al disotto delle sue qualità.

Più aderente al personaggio, è immaginarlo in uno studiolo d’affitto mentre riceve studentelli in difficoltà, sbarcando il lunario a Kiev, sognando un futuro migliore per l’umanità.

Il dolore dell’allontanamento dai fratelli avrà esaltato il suo orgoglio d’essere stato parte di un grande disegno di giustizia, il suo carattere studioso e il suo animo sensibile e puro avrà avuto in noia la compagnia di borghesucci ben pasciuti e di donne ambiziose e civette. Le scelte dettate dalle prove durissime che presto dovrà affrontare, fanno pensare a un uomo di carattere deciso, non del tipo languido e tentennante, del resto, anche il comportamento già da ragazzino parla di ardimento, fosse solo per l’appoggio ai fratelli rivoluzionari.

Speculare sul futuro sognato per se stesso, di questo adolescente più alto dei suoi coetanei, allampanato, tutto braccia e gambe, il viso dagli zigomi pronunciati sulle guance scavate, illuminato da grandi occhi attraenti, immaginare a che futuro avrebbe potuto aspirare in altre meno dure situazioni, è alquanto difficile.

Talento artistico spontaneo, ma anche un bel cervello predisposto al calcolo matematico, avrebbe potuto scegliere l’università di ingegneria, o magari pensare agli studi letterari all’estero, stabilendosi, come tanti russi, a Parigi o in Italia. Temo però che il calcolo e i numeri fossero per lui un mezzo per arrivare a più sublimi lidi, alla filosofia, religione e poesia, più che aiutarlo a diventare contabile, disposizione alquanto presente in quegli spiriti dotati di sensibilità acuta, e preludio di molti guai nella prospettiva della vita adulta. L’Italia, patria della musica e poesia, sì, probabilmente era quest’ultimo il suo progetto, impossibile a realizzarsi se non clandestinamente, per il suo stato di “sospetto”. Come indizio d’amore per la nostra patria,  il nome del fratello “Romano”.

Troppo giovane per essere del tutto indipendente, legato ai genitori, disperati per l’assenza punitiva dei figli maggiori, era la sola consolazione rimasta al padre e alla madre, nella miscela di dubbi che non si possono dichiarare ad alta voce, la tristezza del sentimento di colpa, la caduta improvvisa di un sogno nostalgico, forse già divenuta folle utopia nei cuori dei suoi vecchi.

 


 

Zygmunt Cosacco dello Czar

Zygmunt legge e legge, disegna, suona, insegna per pochi spiccioli e progetta forse di partire e di rimettersi a studiare in una università straniera. Ma arriva un fulmine a ciel sereno. Un fulmine che non può evitare, fatale, odioso: il servizio militare. Nessun dubbio, il suo fisico possente serve all’Impero, il suo contributo alla patria sarà da Cosacco dello Czar. Non proprio un collegio per monache, che avrà temprato, suo malgrado, la sua costituzione già forte e atletica.

Dovrà servire l’artefice della prigionia ed esilio dei fratelli e diventare nemico dei suoi stessi fratelli, dovrà proteggere privilegi contro i quali aveva sempre contrapposto le idee di giustizia sociale, di libertà, uguaglianza. Diventa un numero. Diventa lo strumento di repressione. Diventa il nemico di se stesso e delle sue idee. Zigmunt Perkowicz decide di fuggire.

Non avendo date precise, ricostruisco arbitrariamente il periodo. Probabilmente è chiamato al servizio militare intorno ai diciotto anni, quindi il 1909. Sappiamo questo dal Grandi: “lasciò la Russia sterminata come l’intima sua pena, e nel 1912-13, non senza aver attraversato alcune regioni a piedi, venne in Italia.” Pur nelle ipotesi, dobbiamo prendere partito da un punto fermo, supponendo che abbia trascorso da Cosacco il periodo tra il 1909 al 1912, compreso un anno per il grande viaggio. Ma che dire di una fuga di tale azzardo? Quali difficoltà avrà dovuto superare? Quanto coraggio, quanta determinazione a costo di rischiare la condanna capitale in caso di fallimento del suo progetto?

Zygmunt qui si rivela di grande tempra, e di tali convinzioni ineludibili per la sua natura etica, da rischiare la vita ed affrontare il dolore di lasciare i suoi genitori, già così provati dalla vicende tragiche dei figli maggiori. Li ha lasciati soli, e questo rimorso non l’abbandonerà mai e avrà per testimoni gli amici a cui sciogliere il cuore. A loro, nella dolcezza di sentimenti ritrovati, racconterà dei suoi cari in lacrime.

Torniamo alla fuga. Si sarà allontanato durante una missione, forse a cavallo. Dove si trovava non sappiamo, forse a Pietroburgo, o a Mosca, poteva essere destinato in Siberia. Quali confini avrà attraversato, dove avrà trovato ospitalità, quanto freddo, quanta fame avrà sofferto? Avrà dovuto ungere qualche funzionario corrotto per comprare un passaggio a Odessa per l’ultimo tratto verso la libertà? Sarà salito clandestino su un treno per lunghi tratti? Sarà stato facchino, mozzo, fuochista o avrà coperto tutta la grande distanza via terra?

Il suo fisico robusto, avrà tratto dalla durezza del servizio militare, forse anche dalla conoscenza col sangue suo malgrado, una resistenza insolita alla fatica, e la conoscenza della tattica per evitare trappole e scoprire luoghi per nascondersi.

Tutto è versato insieme nel cuore, la rabbia del cosacco per forza, e la riconoscenza verso quel che di cosacco è in lui che gli salva la vita, la pena per l’abbandono dei genitori e l’orgoglio per la fuga, e la consolazione del ricordo delle corse infantili lungo le sabbie del Dnepr o nei boschi montani.

La sopravvivenza prevale su tutto, sopravvivenza non del forzato ma dell’uomo libero, che sceglie di staccarsi le catene a costo della vita. Orgoglio, esaltazione, e nei sogni, la speranza di ricominciare. Dentro una stiva, in un vagone bestiame, o accucciato in una grotta, gettato sulla paglia, accolto in cambio di lavori pesanti, oppure nella cameretta di qualche buona anima, da ricambiare col suo violino, o scrivendo una lettera in bella calligrafia. Quante soste, prima di arrivare in Italia, e perché l’Italia? Certo nei cuori romantici dei russi c’è sempre il viaggio in Italia, la patria dell’arte. La dolce Italia dei grandi viaggiatori letterati. L’Italia che segnerà per lui il nuovo principio e la tragica fine.

 


 

Elisa Albano con ventaglio e Angelo Valdagni col farfallino, Granvigna. Archivio Tallone Milano, prov. Claudio Valdagni


Zigmund Perkowicz in Italia

 

Come scrive il Grandi, Zygmund era approdato in Italia tra il 1912 e il '13.

Frequentava il circolo intellettuale polacco di Milano stretto intorno a Nictopolion Maffezzoli, ben conosciuto dal Grandi e dalla sorella di mia nonna Eleonora, Virginia Tango Piatti, giornalista e pacifista, amica del polacco  Leonardo Kociemski , esperto di letteratura slava, scrittore, giornalista e noto traduttore dal russo, collega di Virginia al “Nuovo Giornale” di Firenze. Virginia, nom de plume Agar, era innamorata della causa polacca e aveva anche padronanza della lingua, tanto da tradurre in italiano le “Novelle polacche” di Leone Choromanski.

È altamente probabile che fosse stata proprio Virginia a presentare Zygmunt alla sorella Eleonora, nell’ambiente milanese della “Maison Rustique”, la casa di via Borgonuovo dove, intorno a  Eleonora e il marito Cesare Tallone, allora direttore della cattedra di pittura dell’Accademia di Brera, erano in perenne convivio colleghi, allievi, musicisti, poeti: sosta d’obbligo di tutti gli intellettuali quando si trovavano a Milano, come Rebora, Sibilla Aleramo, Raffaello Franchi, Ada Negri, Margherita Sarfatti, Titta Rosa, Carlo Carrà… Agli incontri eterogenei e spontanei di casa Tallone si uniscono Boccioni e Sironi, questi due saliti a Milano al richiamo del primo Futurismo nato con gli allievi del liberale Tallone, l’unico tra i professori di Brera a difenderli quando intraprendevano strade nuove, mentre molti in accademia avevano addirittura intenzione di espellerli. 

 

Disegno di Zygmunt, con al centro il profilo di Teresa Tallone. Archivio Tallone Milano, prov. Marco della Chiesa d’Isasca

 


 

Non poteva trovare ambiente più adatto Zygmunt, visto il suo notevole talento per la musica, scultura e pittura. Di spirito inquieto e brillante, conversatore in italiano, che apprende rapidamente, specie di argomenti politici e filosofici, frequenta anche atelier di pittori e scultori, senza però fermarsi il tempo di uno studio regolare. Alle porte della guerra, quando la campagna di arruolamento rischia di scoprire la sua natura di clandestino, Eleonora lo accoglie nel seno della famiglia come un figlio in più, nella quiete di Alpignano. Trova finalmente il clima spirituale che respirava nella sua famiglia distrutta, trova gli spazi della nostra bella valle che gli ricordano quelli della sua terra, trova anche l'amore negli occhi della dolce Milini Tallone, con la quale improvvisano, lui al violino, lei al pianoforte, le ballate polacche.

Immagino Zygmunt nel salone rosso di Alpignano, lui col violino accanto a Milini seduta al pianoforte. La madre, la bella Teresa e la piccola Ponina intorno al tavolo da gioco, la finestra coi vetri piombati aperta verso l'interno, i profili scuri dei grandi oleandri dal profumo amaro. Cori improvvisati con gli amici in visita, l'applauso allegro. L'attesa delle notizie dal fronte di Guido e Ermanno che Eleonora anela, e per i quali si strugge "per quei due figli che l'enorme tenaglia tiene come se non fossero miei". Mi pare di vederli mentre passeggiano insieme per il viale di carpini nel sussurro della brezza, e allungare verso la ferrovia, dove la nonna amava attendere il passaggio dell'ultimo treno diretto a Modane. Sento le serate dolci di Alpignano intorno al tavolone di pietra sotto il pergolato d'uva e i profumi intensi di menta e di rose liberati dalla frescura della notte.

Anche per l'ambiente intellettuale e artistico talloniano che lo ha accolto, è spontaneo pensare a Zygmunt come uno dei geniali personaggi di Dostoevskij, in cui la ragione e gli umori e i sentimenti lottano in perpetua contraddizione. E lo vedo tra i suoi personaggi più nobili, tra le anime tumultuose dotate di innata grazia, anime giovani trascinate da eventi sconvolgenti. Anime portate all'idealismo, anime che portano in sé il germe dell'autodistruzione.

 

 

Granvigna: a sinistra Zygmunt inginocchiato che regge una sua scultura (testa di bambino), dopo i due giovani il terzo personaggio potrebbe essere Angelo Valdagni, cugino di Elisa, figlio della sorella di Aureliano Albano (padre di Elisa) Eugenia Albano moglie di Luigi Valdagni medico chirurgo della marina militare, accanto Milini in piedi con in mano quello che sembra essere un lavoro all’unicinetto o a maglia. Archivio Tallone Milano

 


 

Fatale a Zygmunt è la confidenza fatta a un altro poeta amico di famiglia, Oreste Ferrari, del suo proposito di sposare Milini. Oreste, che non conosceva la sensibilità scoperta di Zygmunt, lo distolse dal proposito convincendolo che la sua condizione di apolide senza un'occupazione fissa era inadatta a legare a sé una fanciulla come Milini. Quella notte l'infelice polacco si comporta come il solito e all'alba lascia alle spalle tutto quello che ha: una famiglia, amici sinceri e l'amore. Lascia una rosa sul tavolone di pietra nel giardino e fugge da Alpignano.

La famiglia non comprende, si preoccupa, cerca di rintracciarlo, Milini è in lacrime. Niente, nessun segno di Zygmunt. Eleonora non demorde, pensa che qualche cosa le sfugga, che una ragione si debba pur trovare e scopre l'intervento innocente ma improvvido di Ferrari, che travolge con la sua ira, ormai troppo tardi per salvare quell'anima persa, con una scenata che rimane impressa a fuoco nella piccola spaventata testimone Ponina. Chiuso nel silenzio della sua profonda malinconia, Zygmunt muore suicida a Bovisio Mombello il 6.12.1916, e riposa sepolto amorosamente dai suoi amici polacchi nel cimitero di Limbiate.

Zygmunt Perkowicz, questo cosacco infelice con l'animo d'artista, capace di un gesto alto nobile e terribile di sacrificio, è rimasto impresso a fuoco nel nostro cuore.

 

 

Zygmunt e Cesarino al lavoro alla Granvigna. Archivio Tallone Milano, prov. Marco della Chiesa d’Isasca

 


 

Il russo di Dino Campana e il russo Zygmunt

 

Della frequentazione di Dino Campana, Eleonora Tallone e la sorella Virginia, già ho scritto nel mio libro pubblicato il 2010 e in altre sedi, oltre che nel sito web Archiviotallone (Gigliola Tallone, Virginia Tango Piatti, una vita per la Pace, ed. Transfinito 2010)

Vi si trovano gli eventi cronologicamente ordinati seguendo i documenti, i più decisivi dei quali provengono dalle lettere della mia famiglia a Sibilla conservati presso la Fondazione Gramsci di Roma. Qui invece mi voglio riferire a un episodio che collega il poeta Dino Campana con il personaggio Zygmunt Perkowicz, per me degno di nota e avvolto da una poetica quanto misteriosa aura.

Il 25 dicembre 1917 Campana scrive una lettera a Elisa Albano dove lungamente parla della sua antipatia per D’Annunzio e in cui si offre di costudire la Granvigna. Evidentemente il soggiorno al principio di quell’anno nella tenuta di Elisa, consigliato dai Tallone, gli aveva lasciato un buon ricordo. È una lettera colta, sensibile, scritta a una persona di cui si considera la cultura, e molto rivelatrice dell’indole di Campana, della sua diversità dagli intellettuali che lo circondavano, così orgoglioso e così vero, così spontaneo, tanto da precludersi l’accettazione della sua proposta:

 

“...Signorina, io che vivo in un cantante e fischiante paesino toscano le invidio ora il silenzio alla Gran Vigna.

 Accetterei di andarle a costudire la casa se mi facessero una provvista di legna e cancellassero tutte le traccie (sic) sui muri …”

Da: Dino Campana Lettere di un povero diavolo, a cura di Gabriel Cacho Millet, Polistampa Firenze 2011.

 

Quando Campana si reca alla Granvigna, la bella tenuta di Elisa Albano ai piedi del Musinè presso Almese nel periodo tra gennaio e fine aprile 1917, è ancora aperta la ferita per la morte di Zygmunt Perkowicz, mancato il 6 dicembre del 1916, suicida nel manicomio di Mombello. Amatissimo dalla famiglia Tallone che lo aveva accolto come un figlio, e alla Granvigna, dove era stato per lunghi periodi ospite condividendo, l’estate del 1915, con Cesarino Tallone anche il compito di sistemare la tenuta in assenza di braccia per la guerra.

 

 

 

Il dipinto di Zygmunt Perkowicz su un muro alla Granvigna, che Dino Campana chiedeva venisse cancellato. 

Archivio Tallone Milano, prov. Marco della Chiesa d’Isasca

 


 

 

Elisa Albano (Roma, 1880-1969), Archivio Tallone Milano, prov. Marco della Chiesa d’Isasca


 

Campana quindi avrà sentito sia da Elisa e la madre Elvina che dai figli di Eleonora Milini, Teresa e Cesarino, parlare del russo Zygmunt, il cosacco disertore fuggito dalla Russia accolto dai Tallone, gli avranno raccontato che era un violinista provetto e pittore autodidatta ma di notevole talento, avrà potuto vedere gli schizzi delle teste degli ospiti amici che disegnava instancabilmente su fogli sparsi e taccuini, e gli avranno detto dell’abitudine di stare chinato ovunque, su un tavolo o seduto in mezzo a un prato a prendere appunti filosofici e ancora, avrà visto “quelle tracce sui muri”, l’affresco di Zygmunt rimasto su un muro della Granvigna fino agli anni ’60, prima della cessione della tenuta, come mi ha confermato il nipote di Elisa Albano.

L’affresco che ritraeva tre contadini, un volto di profilo nel centro, a mio parere il suo stesso profilo - e lui si riteneva a buona ragione anche contadino per l’esperienza fin da giovane nei campi gestiti dal padre in Russia - e due figure intere ai lati in maniche di camicia. Avrà visto le sue foto e i suoi occhi chiari, grigi, così come li avranno descritti i frequentatori della Granvigna.

Le coincidenze con la descrizione de “Il russo” nello scritto di Campana sembrano un perfetto esempio di sincronicità junghiana, di connessioni acasuali… Quale reazione possiamo immaginare avremmo avuto noi tutti? In questo contesto la richiesta di cancellare le tracce sui muri di Campana è segno di lucidità, di reazione scaramantica, non di vaneggiamento.

Ecco estrapolato da Il russo le “coincidenze”

Era il russo, violinista e pittore. Curvo sull’orlo della stufa scriveva febbrilmente.

io cercando in fondo degli occhi grigio opachi

La penna scorreva strideva spasmodica. Perché era uscito per salvare altri uomini? Un suo ritratto di delinquente, un insensato, severo nei suoi abiti eleganti, la testa portata alta con dignità animale: un altro, un sorriso, l’immagine di un sorriso ritratta a memoria, la testa della fanciulla d’Este. Poi teste di contadini russi teste barbute tutte, teste, teste, ancora teste. . .

Creato da Campana, il suo russo, in tempi precedenti, ma contesti simili: il manicomio; stesso destino: la morte; stessi attributi: violinista e pittore; stesso colore degli occhi, stesso atteggiamento nello scrivere e disegnare. E questo doppio del russo della sua immaginazione, entrambi finiti in manicomio, il reale e l’immaginato, sembrano presagire il tragico ricovero del grande poeta a pochi giorni dalla lettera a Elisa Albano. Tristissimo ed ingiusto destino quello di Dino Campana, chiuso in manicomio, infelice sofferente di abbandono e isolamento, che l’affettuoso soccorso della mia famiglia non ha potuto salvare.

 


 

 


 

Chiudo la storia di Zygmunt e del suo incontro a distanza con Dino Campana con una piccola scoperta d'archivio.  Recentemente sul sito del Mart di Rovereto è stata inserita la foto della lettera originale di Campana a Carrà. 

Esaminando il nome cancellato è evidente che questo sia Percovitc, scritto da Campana come se lo ricordava, per averne sentito raccontare la storia durante la sua permanenza alla Gran Vigna.

Il cerchio si è finalmente chiuso.