Franco Matacotta: Dino Campana e alcuni suoi inediti

 

Con questo importante articolo, voluto da Curzio Malaparte, Franco Matacotta fece conoscere le carte inedite custodite da Sibilla Aleramo: alcune lettere e il famoso Taccuino che lo scrittore di Fermo pubblicherà nel 1949. Sarà conosciuto con il nome di Taccuino Matacotta.

Da  “Prospettive”, V, 15 febbraio – 15 marzo 1941 

 

"Tel qu’en Lui-même enfin l’eternité le change" (Mallarmé) 

 

 

atti del convegno su franco matacotta tenutosi a bergamo nel 1987  il disegno  di giuseppe capogrossi

 

Franco Matacotta, disegno di Giuseppe Capogrossi

 

 

Il 30 giugno 1916, Cloche, come Campana soleva talvolta scherzo­samente chiamarsi, scriveva da Rifredo di Mugello a una sua ammiratrice che gli aveva espresso il desiderio di incontrarlo: "Je ne saurais jamais vous três agréable à Marradi. C’est un pays où j’ai trop souffert et quelque peu de mon sang est resté collé aux rocker de là haut. Mais ca ne vois que pour moi et vous pouvez voir ça mieux dans les couchants étranges de mes poésies". "Couchants étranges de mes poésies".

Questa strana definizione data dal Campana del proprio canto mi colma di trepido consenso, stasera, che mi trovo in una piccola stanza sul lago di Nemi dinan­zi a un tramonto tempestoso, e il cielo rosseggia di fuoco, nell’aria trema non so che senso di sfacelo, ed io guardo un fascio di carte del poeta dei Canti Orfici, che la sorte ha voluto far giungere sino alle mie mani. Sono lettere e versi d’amore ch’egli scrisse dall’esta­te 1915 all’autunno 1917, l’anno prima d’esser ricoverato nel manicomio di Castelpulci; sono lettere varie di suoi corrispondenti, dei pochi che credettero nel suo genio infelice e gli vollero bene, dei molti che ostinatamente e malvagiamente lo considerarono soltanto un povero pazzo e come tale lo trattarono: infine un tac­cuino, dalle paginette ingiallite rilegate di tela cerata nera, impres­se della sua scrittura delicata e vibrante che nell’accavallarsi dei segni a penna e a matita arieggia l’incanto di un’antica lingua geroglifica.

Ed io sfoglio queste carte ancora segrete, e risento circolare in esse quell’aria allucinata di straziante declino che già avevo respirata nel libro dei Canti, ma in un modo ora, direi, più intimo e dolente, per questa consonanza dell’ora e dell’ac­corata figura di poeta quasi tangibile e presente attraverso que­ste sue reliquie, Dino Campana. Chi scioglierà il mistero del suo essere, il significato profondo della sua apparizione nel cielo della lirica italiana? A distanza di un quarto di secolo dal suo inabissamento nei regni della pazzia, appena oggi si comincia a sentirlo come un fatto isolatissimo della nostra storia poetica e come uno dei più ardui problemi, insolvibile forse, che ci stia di fronte. Questo prezioso taccuino, che Campana tenne con sè fino al 1916 e poi donò con altre carte alla donna che fu il suo ultimo e supre­mo amore, mi apre qualche spiraglio della sua strana vita e mi fa penetrare nella genesi della sua creazione artistica, illudendo­mi perfino ad istanti che l’arcano della sua tragica esistenza e del suo canto miracoloso possa essermi svelato. Dolce e ingenuo abbaglio. Torna ancora qui quell’aura vertiginosa del suo spirito, quel sentimento mitico ch’egli ebbe dell’uomo e del mondo, si ritrovano qui ancora quelle sue fughe altere e rovinose, lunghe strade accecanti di polvere e di colori, figure di donne che si levano nella luce "come si leva un’ombra", simboli, frammen­tati baleni, bizzarramente mescolati con fugacissime notazioni realistiche, perfino il conto delle spese giornaliere, dieci soldi per i sigari, undici per il pane, cinque per il dormire: qualche nome di sconosciuto, qualche nome di poeta o d’amico, citazio­ni di versi inglesi e francesi, spunti polemici, minute di lettere, richieste di danaro...

Commozione profonda per me, stasera, nella piccola stanza a picco sul lago degli antichi numi silvestri di Roma, avendo il mio spirito incatenato nel cerchio di bagliore e di musica crea­to dal poeta, mentre un sentimento nuovo di lui mi si va for­mando lentamente nel cuore, come d’uno che sia rimasto nella solitudine del suo fantasma inespresso, del quale i pochi canti a noi pervenuti non sono altro che una specie di spunto e d’an­nuncio. Un fantasma inespresso, ho detto. Vivere quel fanta­sma, fu il grande vano anelito di Dino. E se di pazzia, a suo ri­guardo, dobbiamo parlare, essa va considerata come una forma della solitudine tragica nella quale rimase immerso, prigioniero del suo sogno e del suo miraggio."Davanti alle cose troppo grandi sento l’inutilità della vita" (da una lettera inedita). Vita: parola, si direbbe, per lui senza suono, che quasi mai si ritrova nelle pagine dei suoi canti se non come imagine. vuota, anzi più essenza che imagine, in qualche momento addirittura un "miasma". Umanità, paesaggio, luci, ombre, tutto nella sua opera appare trasformato in melodia cupa, musica, sogno, "sogno abitato da immagini plastiche".

Quel pote­re alchimistico appreso nelle aule universitarie di Bologna il Cam­pana lo usò per la sostanza della sua creazione poetica, un po’ a modo dello Shelley, ma come uno Shelley demoniaco, che nello sforzo esasperato e anticristiano di ricondurre l’esistenza umana alle sole leggi telluriche e solari, al puro stato di "materia sognan­te", sottraendola alla schiavitù della "assurda mostruosa ragione" e redimendola, anziché attraverso un sogno di bellezza intellettua­le, attraverso "il mito dell’antico animale umano", provochi non so che sfacelo e cataclisma spaventosi.Inutilità della vita. Eppure se ci fu poeta italiano più d’ogni altro immerso nella vita e alla vita aderente, questi fu proprio il Campa­na. Creatura di bontà eccezionale, come lo ricorda la madre in un biglietto inedito, creatura gentile d’ansia e di stanchezza, com’egli disse di sè, nel suo incontro costante colla miseria col dolore colle illusioni egli fu e rimase un inquieto e assetato fanciul­lo "bello di tormento" che in ogni attimo brucia tutto intero se stesso. Pagine e pagine di lettere ch’io rileggo, foglietti laceri e stinti, taluni come segnati dall’impronta delle lagrime, scritti su tavole di osterie e di caffè durante il suo vagabondaggio tra le colline del Mugello e le montagne del Piemonte o nelle soste di Firenze, nell’anno del suo ultimo disperato amore, gridi di passio­ne e di rivalsa, suppliche, singhiozzi, imprecazioni, e ancora gridi di rinuncia suprema, mentre la pazzia già lo stava attanagliando, confessioni che una strana ventura ha voluto io fossi il primo a risollevare dall’ombra del passato, e che un giorno, forse, la donna a cui furono dirette si risolverà a far pubbliche per devozione allo spirito di poesia che pure in lei arde. Così lontane, e tuttavia così dolci e ardenti, compongono, completano, quasi materialmente, l’imagine di lui quale gli amici che gli furono vicini non seppero mai per intero darci, e i suoi versi ci tramandarono trasfigurata in un alone che direi d’attesa sovrumana.

Che tutto il libro dei Canti Orfici preludiò quel suo "supremo amore" incontrato troppo tardi, quando tutte le precedenti esperienze, di lui, Dino, che nell’adolescenza aveva sognato la "pena eterna dell’amore", l’avevano deluso e trascinato alla deriva: sfilano in esso le zin­gare, le ancelle ingenue e avide, le "sacerdotesse dei piaceri steri­li", le "antiche opulenti matrone dal profilo di montone", si avvicendano le "sere languide amiche del criminale galeotto delle anime oscure", le strade maleodoranti dove le femmine cantano nella caldura, le stanchezze improvvise sul letto d’una taverna lontana... Ma l’amore vero, in quel suo unico libro, non esiste che come anelito, come perpetua ansia. Troppo tardi Dino lo incontrò, quando non più egli era in grado di farne cosa di vita e di duratura armonia, quando ormai tutta s’era consumata la forza della sua anima nel disperato pellegrinaggio; e le poche poesie d’amore che gli nacquero in quella vigilia di naufragio come per un incontro con un’ultima lucidità, e che mi si con­sente di pubblicare ora, son forse fra le sue più belle e più pu­re, fra quelle che più ci danno la misura di ciò che Campana avrebbe potuto lasciarci se il destino non lo avesse stroncato così pietosamente.Il taccuino, di cui riproduco qui alcune, paginette d’appunti, è anteriore all’estate 1916 e posteriore, quasi certamente, alla pubblicazione dei Canti. E da esso e dalle altre carte balza Campa­na, fauno vagabondo per casolari e contrade, senza mai un attimo di requie, ombroso per un nonnulla, che lancia amare sferzate con­tro quelli che gli furono ostili o contro quelli che lui s’imaginava tali e soprattutto contro quello che egli chiama il "giolittismo del convivismo sbirro di Firenze" alludendo a taluni amici let­terati: Campana talora nobile come un cavaliere antico, tal’altra acceso d’una grassa volgarità postribolare: Campana che sfida a duello, manda telegrammi a un generale per avere dei padrini: e poi ancora barbaro e selvaggio, che si rintana nelle foreste, corre ignudo lungo i torrenti e si bagna sotto le cascate: sempre lo stesso fanciullo "errante dietro le larve del mistero", il fanciul­lo che ha bisogno d’esser cullato, sorvegliato, il fanciullo "chinato sull’abisso ", del quale tutti temono gli aggrottati silenzi e i violenti deliri, il fanciullo che reca di strada in strada, di passione in pas­sione, il nodo di una angoscia incomunicabile e colla quale è impossibile comunicare."L’infanzia e l’adolescenza di quel figliolo è stata meravigliosa. Pacifico bello grasso ricciuto intelligente, di due anni diceva l’Ave in francese... ". Pacifico, dice la madre di lui bambino. Sappiamo purtroppo come quella pace si risolse coll’andar degli anni!

Egli la possedette talora nelle solitudini delle sue monta­gne "le vere compagne dei solitari", dove egli compì "stupefa­centi scoperte", le montagne dell’Appennino "dalla linea severa e musicale che segnò dopo Dante e Michelangelo lo spirito dei nostri migliori"; la possedette "contento di poco", poiché la fe­licità è fatta "delle cose più leggere quando, s’intende, la felicità è in noi". Ma proprio in quelle montagne egli esaurì tutte le pos­sibilità di resistenza. In una lettera geme: "sono agli estremi, immenso è il carico che deve esser portato in salvo, ma io sono agli estremi. Non sono pazzo". E ancora: "anderò col mio famo­so fardello dove anderò. Finita la guerra non esisterò più am­messo pure che io esista. Non voglio essere più poeta. Neppure le acque e neppure il silenzio sanno più dirmi nulla, e infinita è la mia desolazione".Sopraggiunge per Dino l’ora suprema di quella pazzia nella quale non voglio frugare, alla quale mi vergogno profondamente di chiedere il riposto senso, quella pazzia che mi ripugna di con­siderare clinicamente come è stato fatto dai più, pazzia ch’io sento simile a quella di Hoelderlin, di Van Gogh, di Tasso, paz­zia di poeta, lento inabissamento nel regno dei propri fantasmi inferiori, alto monologo incomprensibile e insondabile per i nostri poveri sensi logici, per la nostra ragione così miseramen­te vestita di limiti e di pareti.

Egli è solo: tacitamente abbrac­ciato al suo destino dal quale sorgono ora i più spaventosi deliri. L’amore, dopo vane speranze e appassionanti tentativi di salva­zione, è fuggito da lui, terrorizzato. Egli è solo, per sempre.Amici veri non dovette aver mai se non forse il buon Bino Binazzi, delicato poeta, che si trovò tuttavia impotente ad essergli valido sostegno e difesa. Troppo violentemente Dino disprezzò e sfuggì il mondo umano, rifugiandosi nelle sue Chimere. Alcuni spiriti attenti lo avevano bensì di lontano, all’apparire dei suoi canti, ravvisato, e avevan tentato di muovergli incontro. Emilio Cecchi fra i primissimi aveva rilevato la singolare potenza della sua tempra e più tardi era ritornato a parlare di lui nella Tribuna con adesione ancor più commossa. La Riviera Ligure dopo un articolo tra il sardonico e l’intuitivo di Giovanni Boine, aveva pubblicato Toscanità, Arabesco Olimpia, e quella canzone A. M. N. che non so perché non fu intitolata all’Italia, e il direttore Mario Novaro lo incitava insistentemente a spedirgli altro. La Voce pubblicava Frammento. Nelle lettere ricevute dopo la pubblicazione del libro, tra i ringraziamenti laconici di illustri scrittori a comincia­re da un Verga e le risposte perfino sprezzanti di taluni altri, pia­ce leggere parole amorevoli del Meriano, del Ravegnani, del Tavola­to, e, limpida testimonianza della impressione genuina suscitata dalla meteora Campana nel ciclo della letteratura italiana di quegli anni, una cartolina come questa di Antonio Baldini: "Carissimo Campana, Sibilla ha avuto una squisitissima idea a persuaderla di mandarmi i Canti Orfici. Già me ne dette una copia la prima volta, nel gennaio 1915, alle Giubbe Rosse, se ne ricorda? Poi la mandai a Boine, che non me la restituì.

Già d’allora mi piacque moltissimo: ma ero ancora ben lontano dal saperci scoprire tutte le qualità di grazia che oggi so trovarci. Per esempio Pampa prima d’oggi non l’avevo mai letta, ed è una cosa straordinaria. Due mesi fa, fui a trovar Cecchi ad Alessandria: era invaso di "Campanismo", che per noi due significava un monte di cose belle, più la libertà, una festa di cose italiane, più la libertà, una certa ammirazione e soggezione della donna, più la libertà. Lei può gloriarsi di aver dato, a chi l’ha inteso nel profondo spirito, ore di grandissima gioia, senza eccessi e disillusioni. Lei ha conquistato i più forti della nostra genera­zione. Cardarelli ha scritto alcune pagine che non sono senza sua influenza. Credo che sarà molto difficile incontrarci per ora — come desidero; perché Roma non credo che entri nell’or­bita dei vostri viaggi: e io non escirò da Roma per qualche tempo. Ricordatemi all’amicizia di Sibilla e voi crediatemi con vera sincerità d’affetto, vostro Antonio Baldini. Roma 11 settembre 1916".Ma già nella primavera del 1917, mentre tentava in un’alternativa spaventosa di riaggrapparsi al suo grande amore e insieme di svincolarsene in una rinuncia estrema, Dino "non esisteva più".

Il suo sogno era "vanito nei gorghi della sorte". Egli più non lavora, la sua poesia tace per sempre. E’ da questo momento davvero che s’inizia quell’irreparabile rovina mentale di cui danno testimonianza tutti coloro che lo avvicinarono in quegli anni stra­zianti, prima ancora dei resoconti dei medici del manicomio di Castelpulci. Rovina mentale, di cui molti, e fra questi il Boine, avevan già creduto di vedere l’indice certissimo nei modi di compo­sizione della sua lirica: in quel procedimento che ha tutta l’aria, per quella sua sregolatezza verbale, d’un andirivieni insensato. Sfogliando il suo taccuino e studiando in esso le numerose stesu­re di alcuni suoi canti, in ispecie di quello all’Italia, mi sembra d’essermi avvicinato al segreto di quel suo comporre. La creazione di Dino è di sostanza prevalentemente musicale: dirò di più, melodica: spesso addirittura cantabile; quasi che le subitanee folgorazioni e le improvvise imagini si stemperino, durante la stesura, come in una "polvere luminosa", qualcosa di "opimo che leggere spole tessano in fantasie multicolori", in un crescen­te delirio sonoro. Come presentimento d’un canto più libero, robusto di concrete personalità, ma tuttavia inespresso: futuro. E’ una creazione lenta, ostinata, piena di singulti, spesso quasi epilettica, un battere e ribattere il ferro incandescente sopra l’incudine. Brani come questo: 

Come dalla vicenda infaticabile

De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale

Dentro il vico marino in alto sale...

Dentro il vico che rossa in alto sale

Marino l’ali rosse dei fanali

Rabescavano l’ombra illanguidita...

Che nel vico marino in alto sale

Che bianca e lieve e tremula salì... 

non sono indizi di smarrimento e di disordine cerebrale, ma semplicemente prove, assaggi musicali, solfeggi. Valga la testi­monianza di chi gli fu accanto più d’una volta durante l’estro creativo. Egli si ripeteva ad alta voce un versetto fino ad esaurirne la musicalità e notava via via questi passaggi per poco differenti l’uno dall’altro, nella ricerca esasperata dell’armonia definitiva ed essenziale. Tal che in questa specie di crogiuolo, di gora travolgen­te, gli poteva perfino accadere, del tutto inconsapevolmente, di innestare nel tessuto del suo canto gli accenti più disparati, richia­mi e finanche versi precisi di altri poeti: esempio singolarissimo, e che non mi risulta sia stato finora rilevato, quello che mi balza alla memoria rivedendo la pagina su Firenze dei Canti Orfici, che comincia esattamente cosi: "Fiorenza giglio di potenza virgulto primaverile... che non è grazia al mondo che vinca tua grazia d’Aprile" che Dino tolse di peso dai versi 113 - 114 - 115 - 116 -117 del Ditirambo I dell’Alcione del D’Annunzio. Le ripetizio­ni, le confusioni, le oscurità senza rimedio non rappresentano dunque altro che esperimenti rimasti grezzi, o allo stato nascen­te. Nè il fatto ch’egli li pubblicasse e pubblicandoli in quella stesura li approvasse implicitamente, dà a tale risultato nessun valore di teoria, di ars poetica: significa soltanto che il procedimento lo conduceva a un grado di stanchezza al quale egli soggia­ceva senza aver più la forza di un lavoro di scelta e d’ordinamento. Il nome del Poe. che qualcuno ha fatto a proposito di si­mili concordanze e sconcordanze di natura tutta tecnica, non è forse che un azzardo. Se un nome si volesse fare, sarebbe se mai quello di un poeta francese quasi contemporaneo di Dino, Jean Rictus, il poeta dei Soliloques des pauvres, libro ch’io ebbi fra le mani or è un anno e che mi suggerì la possibilità di un paral­lelo tra il suo autore e quello dei Canti Orfici. Ma il parallelo riguarderebbe unicamente la qualità e la sostanza del mondo poetico, mondo sciagurato, di miseria e di solitudine senza scam­po. E potrebbe costituire materia di studio ricca di qualche risor­sa originale,Il nome del Rictus mi risalta agli occhi sfogliando il taccuino di Campana, dove figura in un foglietto nel mezzo d’una singolare lista d’altri poeti: Mistral Elskamp, De Vigny, Eschilo, Shakespeare, Prudhomme, Ronsard, Jean Lorrain, Daudet, Rostand, Wilde, Jammes.

Singolare miscuglio: forse prodigo d’altri indizi rivelatori? Mancano ad ogni modo i nomi dei due che invece parrebbe dovessero figurare fra i primi: voglio dire, Francois Villon e Arthur Rimbaud. Quanto al Villon, ho qui l’esemplare che Dino portava con sé nell’estate del 1916, per le contrade del Mugello, esemplare tutto gualcito e postillatissimo: e mi pare esso dia la prova sicura della predilezione che Dino nutrì per il cantore della Ballade des Pendus. Di Rimbaud egli certamente conobbe lo spirito satanico e rivoluzionario. E se qualche va­ghissimo richiamo fosse mai suggerito dall’atmosfera rarefatta di alcune prose del Campana, rimane assurdo tuttavia ogni con­fronto che si sia voluto stabilire fra il poeta del Bateau ivre e il poeta della Chimera; e tanto più errato l’appellativo di "Rimbaud italiano" dato al Campana, ove si colga l’aspetto vero delle due poetiche e delle due esistenze.Di fronte alla volontà alla intelligenza supremamente lucida del fanciullo prodigioso e maledetto, di fronte al teorico de "Voyant", al suo slancio "en avant", al suo selvaggio e quasi disumano moralismo, sta Dino Campana unicamente con la sua intimità sventurata, col suo grumo di vita dolente, col suo destino orfico al quale rimase fedele con disperata passione e dal quale lo ha strappato soltanto la pazzia che lo guatava sin dalla prima gio­vinezza. E se è vero che codesta pazzia equivale all’Africa nella quale Rimbaud s’è rifugiato alla ricerca di una nuova personalità esulando dalla poesia, è altrettanto vero che a quell’Africa Rim­baud volontariamente si avviò mentre dalle spire della follia che lo incatenava. Campana cercò fino all’ultimo di svincolarsi.Mi fu domandato un giorno, e precisamente quello in cui discussi nell’aula della Minerva Romana la mia tesi di laurea su Dino Campana, se insomma tal poeta rimanesse o no nella nostra storia letteraria come un "grande". Superato il primo istante di stupore e di interdizione, risposi colla voce calma e una punta lievissima di sfida: Sì.

Ma non volli giustificarmi. Oggi, quel­l’affermazione mi torna con un piglio più sicuro. Alla letteratura italiana è sempre mancato un elemento di mistero, che invece ha sempre fatto ricca la lirica inglese, e la tedesca, e la francese.Il destino della nostra poesia è stato costantemente un destino di chiarezza. Campana rappresenta la rottura di questa lunga linea che non si era spezzata neppure con la rapinosa follia del Tasso. Egli ha fatto toccare alla lirica nostrana una zona secreta, mitica, d’umiltà tragica, d’ombra e di passione, ove tutto è istinto anziché sentimento e intelligenza, e dove invece che grazia di cultura e superamento trema un’arcana trasfigurazione in pura cadenza di sogno. E lo spirito poetico italiano ne è come rinno­vato. Dino, imperando D’Annunzio, compie, per opera del suo genio orfico e folle, la stessa operazione magica che compì, con ben altra materia e potenza, un Hoelderlin, mentre sul ciclo tedesco giganteggiava l’astro olimpico di Goethe, e che parimenti compì Baudelaire di fronte a Victor Hugo. Ed è qui la singolarità e la grandezza del caso Campana, il senso quasi profetico che si sprigiona dal suo canto: in questa nascita del mistero. Campana, quegli che disse di sé "poeta del presente e del futuro", se non ha potuto per la sua dolorosa fatalità lasciarci un’opera veramente compiuta e perfetta, ci ha tuttavia donato indicazioni e presenti­menti di una sostanza fantastica, profonda di turbamento e d’incanto, e grave di sviluppi mirabili per il tempo a venire.