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Fiorenza Ceragioli

 

 

«OSCAR WILDE A S. MINIATO»

DI DINO CAMPANA

 

 Fiorenza Ceragioli

 da Belfagor, vol. 42, no. 1, 1987, pp. 15–27. 

 

Ringrazio Fiorenza Ceragioli per avermi permesso di pubblicare questo suo articolo e Andreina Mancini per l'aiuto a trascriverlo. (p.p.)

 

Già dalla prima pubblicazione di Oscar Wilde a S. Miniato, che Falqui diede alle stampe nel 1942 insieme ad altri inediti campaniani, il titolo della lirica ha sempre segnalato la presenza, in un luogo ben definito, di un personaggio, Oscar Wilde appunto, che non è invece rintracciabile nel testo vulgato dal Falqui.

Per comodità del lettore riproduco la poesia come appare in quella edizione, con i lievi ritocchi che sono stati apportati nelle successive:

  • 1 O città fantastica piena di suoni sordi...
  • 2 Mentre sulle scalee lontano io salivo davanti
  • 3 A te infuocata in linee lambenti di fuoco
  • 4 Nella sera gravida, tra i cipressi.
  • 5 Salivo con un'amica giovane grave
  • 6 Che sacrificava dai primi anni
  • 7 All'amore malinconico e suicida dell'uomo:
  • 8 Ridevano giù per le scale
  • 9 Ragazzi accaniti briachi di beffa
  • 10 Sopra un circolo attorno ad un soldo invisibile.
  • 11 Il fiume mostruoso luceva torpido come un serpente a squame;
  • 12 Salivamo, essa oppressa e anelante,
  • 13 Io cogli occhi rivolti alla funebre febbre incendiaria
  • 14 Che bruciava te, o nero alberato naviglio
  • 13 Nell'ultime febbri dei tempi o città:

* Per i testi di Campana si rimanda alle seguenti edizioni: Inediti a cura di E. Falqui, Firenze, Vallecchi, 1942; Canti Orfici e altri scritti, a cura di E. Falqui, Firenze. Vallecchi, 1952; Opere e contributi a cura di E. Falqui, Firenze, Vallecchi, 1973; Canti Orfici con il commento di F. Ceragioli, Firenze, Vallecchi, 1985; Taccuinetto faentino a cura di D. De Robertis, Firenze, Vallecchi, 1960; Fascicolo marradese a cura di F. Ravagli, Firenze, Giunti-Marzocco, 1972; Il più lungo giorno a cura di D. De Robertis, Roma-Firenze, Vallecchi, 1973. Si fa inoltre particolare riferimento a: L. Caretti, in « Tempo di scuola », III, 1942, pp. 751-754 (ora in Sul Novecento, Pisa, Nistri-Lischi, 1976, pp. 163-166); E. Taddeo, in « Filologia e critica», IV, 1979, pp. 93-114.


  • 16 Odore amaro d'alloro ventava sordo dall'alto
  • 17 Attorno al bianco chiostro sepolcrale:
  • 18 Ma bella come te battello bruciato tra l'alto
  • 19 Soffio glorioso del ricordo, gridai o città,
  • 20 O sogno sublime di tendere in fiamme
  • 21 I corpi alla chimera non saziata
  • 22 Amarissimo brivido funebre davanti all'incendio sordo lunare.

 

Né le correzioni e opportune osservazioni del Caretti (1942) non appena il testo fu reso noto, che riaffermarono l'esigenza di una più rigorosa filologia, né la pubblicazione delle varianti compiuta dal Falqui (1952), e neppure lo studio del Taddeo (1979), danno la spiegazione del titolo (ma lo studio del Taddeo ha, tra l'altro, il merito di aver riformulato nei giusti termini la diacronia di questo testo e di quelli affini). Fortunatamente, però, la prima edizione degli Inediti reca la riproduzione dell'autografo, consentendo di riconsiderarne l'elaborazione. Si può così individuare, sotto le correzioni di periodi più tardi, un primo testo, steso in bella copia a conclusione di un processo creativo dì cui non ci restano documenti. Questa stesura originaria, che è servita come punto di partenza per una complessa elaborazione, corrisponde alla fase più antica dell'itinerario poetico di Campana, ossia è anteriore di qualche anno ai Canti Orfici (1914), e pienamente si accorda con quanto annuncia il titolo Oscar Wilde a S. Miniato. Infatti, dall'autografo emerge, come un reperto archeologico, il personaggio di Wilde, al quale, appunto perché artista e protagonista di drammatiche passioni, si rivela una Firenze notturna come ripugnante ed esaltante spettacolo di dannazione. (Non per caso questa città con il trascorrere degli anni assumerà un valore simbolico nella visione lirica di Campana.)

La lettura dell'autografo (riprodotto nella p. 27 e di cui do la trascrizione nelle pp. 25-26), oltre a consentire una migliore comprensione del testo nella sua complessità, trasmette anche nuovi dati sia sulla cultura dell'autore, sia su un procedimento non infrequente di elaborazione del testo campaniano.

Richiamo l'attenzione del lettore sull'elaborazione dei vv. 5-7 e 12, che rivelano la prima stesura decisa da Campana (è chiara la modificazione dell'originario amico in amica ottenuta aggiungendo un tratto quasi verticale alla o, così che ne risulta una a di forma diversa da quella delle altre a finali):

5   Salivo  con   un  amico giovanissimo

                          un' amica giovanissima

                                          giovane grave

6   Che     sacrificava    la   sua   gioventù

                                           prima

                                           gioventù dei primi anni

                                           da lunghi

                                           dai primi

7  All'amore malinconico e suicida dell'uomo:

12   E noi     salivamo   egli    fiacco   e    lussurioso

       Salimmo

       Salivamo,  essa lenta  e lussuriante

                           oppressa e anelante,

 

Nella prima stesura, dunque, cioè nella bella copia che rappresenta la fase da cui, per successivi strati, si giunge alla lezione vulgata, il protagonista della poesia in prima persona (v. 2 io salivo ecc.) è Oscar Wilde, accompagnato da un giovane (v. 5 Salivo con un amico giovane ecc.).

Questa stesura chiarisce anche perché Campana abbia istituito un rapporto (che, stranamente, non ha preoccupato gli interpreti) tra Wilde e S. Miniato: il titolo è stato scelto con preciso riferimento alla poesia San Miniato scritta da Wilde nel 1876, in occasione del suo primo viaggio in Italia. Scrive al padre da Firenze il 15 giugno 1875: «In the evening I dined at a restaurant on top of San Miniato, air delightfully clear and cool after the thunderstorm ». Campana colloca lo scrittore inglese nel luogo fiorentino da questi visitato in un momento giovanile di fervore estetizzante per il cattolicesimo, ma trasfigura quel primo Wilde nel complesso personaggio della più tarda esperienza artistica ed umana. Cioè, al San Miniato del primo Wilde, Campana fa seguire il San Miniato di un secondo Wilde, quello del soggiorno fiorentino del 1894, in compagnia di Lord Alfred Douglas.

« He was in Florence again in May and June 1894, staying this time with Lord Alfred Douglas at his apartment in Palazzo Ferroni on Piazza Santa Trinita: Lord Douglas had arrived a month earlier» (C. L. Dentler, Famous Foreigners in Florence, Firenze, 1964, p. 270).

Per caratterizzare la personalità artistica del giovane Campana e il particolare taglio della sua cultura, diversa rispetto a quella di molti suoi coetanei, basta rileggere quanto Marino Moretti ricorda delle letture sue e di Palazzeschi (Giurlani) nel 1905, e che vale certo anche per qualche anno dopo:

Io avevo cercato e letto Pascoli, oh, non ancora sui libri, ché la Biblioteca, allora agli Uffizi, non dava in lettura opere tanto moderne, e io avevo girato l'ostacolo chiedendo le annate delle riviste, la « Cronaca bizantina », la più recente « Vita Nova » che ospitava il Pascoli, preannunziando il più resistente « Marzocco »; e quanto a Giurlani, come abbonato libero del Gabinetto Vieusseux, chiedeva già fra gli stranieri Maeterlink (il distributore diceva Meterlinche), le Serres Chaudes, magari i drammi in un atto, L’Introuse, L’Intérieur, tutte cose di cui si può ben dire che ce ne cibassimo insieme, qualche volta perfino alle Cascine. In seguito si seppe qualcosa di Oscar Wilde, e insieme scoprimmo Salomè, quella stessa del Lippi nel duomo di Prato, benché si trattasse di un'edizione molto popolare, di Napoli (1905), del vecchio Bideri, nella versione italiana di certo G. G. Rocco « consentita dall'Autore », che avevo conservato, e me la trovo adesso sotto il naso. Tutto ciò può dare un'idea delle nostre letture 1905.

Tra questi ventenni (erano tutti del 1885) spicca la singolarità di Campana che era in grado di leggere l'inglese direttamente, mentre un Moretti o un Palazzeschi si avvicinavano ad Oscar Wilde attraverso quanto potevano trovare in traduzione, e leggevano Salomè. Inoltre egli è interessato non solo a Wilde ma anche a ricreare Wilde come personaggio, prospettandolo nel luogo che per questi era stato motivo lirico. L'operazione culturale e poetica di Campana sottrae lo scrittore inglese all'atmosfera convenzionale di una sorta di pellegrinaggio a S. Miniato per riproporlo in un ambiente (una Firenze infernale e teppistica, con elementi funebri e decadenti) a cui la cultura di Campana è in quel momento assai sensibile, ma che soprattutto contiene elementi che fanno parte del mondo di Wilde.

Campana già in quegli anni giovanili ha una matura capacità di introspezione psicologica, che si ritroverà anche nella sua opera, e che gli consente di vivere in profondità il dramma di Wilde, come ancora non si poteva conoscere. Infatti, solo con l'edizione integrale del De Profundis nel 1949 e con la conoscenza di tutte le lettere, appare la tragicità del rapporto di Wilde con Douglas (Bosie):  «Yes, I saw Bosie, and of course I love him as I always did, wìth a sense of tragedy and ruin » (lettera a Robert Ross dal Café Suisse di Dieppe, 4 settembre 1897). Converrà rileggere la poesia giovanile di Wilde per cogliere l'atmosfera della sua prima visita a Firenze:

 

San Miniato

 

See, I have climbed the mountain side

Up to this holy house of God,

Where once that Angel-Painter trod

            Who saw the heavens opened wide.

And throned upon the crescent moon

The Virginal white Queen of Grace, -

Mary! could I but see thy face

            Death could not come at all too soon.

 

O crowned by God with thorns and pain!

Mother of Christ! O mystic wife!

My heart is weary of this life

            And over-sad to sing again.

O crowned by God with love and flame!

O crowned by Christ the Holy One!

O listen ere the searching sun

             Show to the world my sin and shame.

 

Contrariamente a quanto è stato detto, alcuni punti di questa poesia (che, come si vede dagli ultimi due versi, è un notturno al pari della composizione campaniana) già fanno trasparire un desiderio di morte e il senso del peccato. Campana, rappresentando con profonda intuizione la tragicità del personaggio, mostra, come in altri casi, singolare libertà di giudizio e acutezza di valutazione. Se leggiamo quanto Emilio Cecchi scriverà nel 1928, ci rendiamo conto che Campana, con la sua funebre visione, anticipava un'interpretazione dei critici: « Ogni cosa che tocca il ricordo di Wilde è investita di un che di sinistro e mortuario; ch'è poi anche l'effetto che ci fanno i suoi scritti, se ci decidiamo a riaprirli ».

Il ritrovare la stesura originaria, sotto gli strati successivi, tutti sommersi dall'ultima lezione codificata dal Falqui, rivela in questa come in altre poesie che Campana ha raccolto nello stesso Quaderno (e che esaminerò in altra sede) la tendenza dell'autore a cimentarsi nei più vari soggetti tratti dal mondo della letteratura e dell'arte, quasi con personali ’variazioni sul tema’ secondo una tendenza di tanta letteratura dell'epoca (affinità di soggetti, oppure titoli e dediche che rinviano ad altre composizioni, come per esempio in questo caso, in cui è esplicito e immediato il riferimento al San Miniato di Oscar Wilde). Più tardi, Campana assumerà su di sé il personaggio tragico di Wilde, rifiutandone però le inclinazioni particolari, tanto che correlativamente trasformerà il giovane amico in una figura femminile (v. 5) e sostituirà il primitivo sintagma egli fiacco e lussurioso con essa oppressa e anelante (v. 12).

Dapprima Campana crea la figura drammatica di Wilde. In un secondo momento, come testimonia l'autografo, si identifica in lui, non tanto per la lussuria quanto per l'ansia di distruzione che lo tormenta e che forse è segno di una genialità che non trova ambiente per esprimersi e consapevolezza della propria malattia come limite tragico. Ansia di distruzione che caratterizza varie composizioni campaniane rimaste fuori dei Canti Orfici, nei quali invece, con tutt'altri toni, il desiderio di morte si farà segreta aspirazione. Proprio questo passaggio da una prima a una seconda intenzione lirica giustifica le incongruenze del testo che sono rimaste anche nella stesura vulgata dal Falqui come lezione definitiva (qui riprodotta all'inizio). Ma che definitiva non è, perché la composizione è sempre rimasta ad uno stadio provvisorio. Ciò si vede bene, fra l'altro, dall'elaborazione dei vv. 5-7: il v. 7 All'amore malinconico e suicida dell'uomo ha un preciso significato quando si riferisce a un amico giovane, ma non ha più senso (anzi è un controsenso) quando l'amico diviene un'amica (e di qui anche le perplessità del Taddeo), tanto che nella seconda stesura il verso si direbbe lasciato provvisoriamente come schema metrico e prosodico in attesa di una diversa formulazione, secondo la regola che « ogni sostituzione nel verso è possibile solo se si osserva il principio dell'isometrìsmo » (Ju. M. Lotman, Struttura del testo poetico, Milano, 1972, p. 141). E, del resto, della provvisorietà della lezione vulgata si ha la prova più chiara nel titolo, che Campana ha mantenuto a un testo che ormai a quel titolo non corrispondeva più.

La trasfigurazione della città è già nel primo verso, ove i rumori, dall'alto, sono avvertiti come gemiti soffocati: v. 1 piena di suoni sordi (che più tardi, in altre redazioni [vd. p. 22], sarà gorgo di fremiti sordi). A questi corrisponde, nell'ultimo verso, il sordo incendio lunare, cioè che si consuma quasi in un cupo crepitio. Ancora al v. 16 sordo, mentre richiama il suono soffocato della città e anticipa quello lontano del suo incendio sotto la luna, si inserisce come fonda e triste qualità sonora del vento fra gli allori. Per l'interpretazione di sordo incendio lunare come incendio della città in fiamme sotto la luna cfr. la stesura successiva di questa lirica (O città fantastica o gorgo di fremiti sordi, p. 22), v. 14, ove la città è detta turrito navilio nel mare del fuoco. Ma si deve mantenere anche l'altra possibile soluzione, cioè la luna percepita come pianeta infuocato. L'ambiguità, infatti, è connaturata alla poetica di Campana (non so se qui vi possa essere una reminiscenza di Rimbaud, Les illuminations, Villes, la lune bru^le, o piuttosto un'eco dello stesso Wilde, che nel poemetto Ravenna, I.10, ha moon of fire, e ibid. III.44 ricorda Firenze come cruel queen of ... Tuscany).

Anche dopo che nell'elaborazione della poesia campaniana il personaggio tragico di Oscar Wilde è scomparso, Firenze resta nella luce drammatica di quella prima visione. La città, i cui fanali sono visti come teorie di lingue di fuoco (linee lambenti di fuoco), fa da sfondo alla salita dei due personaggi, quasi figure di dannati che si muovono in un girone dantesco; ed è sintomatico che qui Campana usi due rari dantismi: ventare (Inf. XVII, 117) e lussuriare [Conv. 4.9.7). L'unica voce che si distingue è il riso dei ragazzi accaniti briachi di beffa, e il fiume (mostruoso, torpido) si snoda come un serpente a squame. La Firenze del presente diventa, dunque città infernale, in una visione che si perpetuerà nel Campana degli anni successivi, per il quale Firenze sarà sempre immagine complessa, e sempre con una componente dantesca. Ma, come è noto, la cultura medievale e dantesca era elemento importante anche nell'opera di Wilde, protagonista di questa visione.

Se nella rappresentazione di Campana la Firenze notturna, il luogo, le passioni si fanno scena infernale, al medesimo tempo passato e presente si sovrappongono: dai fuochi che percorrono l'attuale città (v. 3) sorgono quelli medievali che, per gli odii delle fazioni, divamparono ed arsero quegli edifici: vv. 13-15 Io cogli occhi rivolti alla funebre febbre incendiaria / Che bruciava te. o nero alberato naviglio / Nell'ultime febbri dei tempi o città). Torri e campanili del presente e del passato si fondono per trasformare la notturna Firenze, fantastica fino dal v. 1, nel nero alberato naviglio del v. 14; visione che le acque del fiume preparano al v. 11 nel contrasto cromatico (luceva del fiume  = /  nero del naviglio-città) e soprattutto nella successione di città sul fiume e città-naviglio (nei Canti Orfici, ad esempio, avremo la trasformazione del tram in battello e cfr. Bologna che diviene porto verso l'Oriente). Al v. 18 la città, nero alberato naviglio del v. 14, è battello che si è consumato nella gloria delle sue memorie, avvertite da Campana come vento, alto soffio: vv. 18-19 Ma bella come te battello bruciato tra l'alto / Soffio glorioso del ricordo, gridai o città (con una allocuzione di chiara ascendenza foscoliana: « Te beata gridai » ecc.). Questa interpretazione è possibile soltanto dopo avere rilevato il nesso che nell'intero svolgimento della lirica unisce i vv.16-17 a quelli successivi mediante la ripetizione di alto in sede finale, che istituisce un parallelismo: come il vento impregnato dell'odore di alloro alita nel luogo di morte (bianco chiostro sepolcrale) così la città è luogo di morte, perché è ormai battello bruciato, ma vive, bella, tra l'alto soffio del ricordo, che è ricordo di gloria come l'alloro è simbolo di gloria.

Vanno inoltre messi in rapporto i due vocativi della lirica: l'iniziale O città fantastica e, nel finale, quello del v. 20 O sogno sublime. La città, con le torri che si levavano arse dai fuochi dell'odio antico e che ora sembrano levarsi con le fiamme delle lampade, suggerisce il sogno sublime dì poter tendere i corpi infuocati (v. 20 tendere infinito ottativo) a quella chimera che non si stanca mai di attirare Wilde-Campana e l'amico-amica, chimera che fonde in sé passioni e morte, ansia di distruggere e di distruggersi. Nella prima stesura (vv. 22-23) davanti all'incendio sordo lunare un impossibile amarissimo brivido funebre agita i corpi di Wilde e dell'amico, in cui vive, sublime, un sogno di distruzione e di autodistruzione (v. I.20 suicida > omicida, 21 uccidere e bruciare). Nella seconda stesura il sogno sublime è anche amarissimo brivido funebre.

Rispetto alla stesura originaria, la lezione vulgata dal Falqui, in cui Campana si e già sostituito ad Oscar Wilde, rappresenta una seconda fase, che a sua volta viene sviluppata in un altro ‘ inedito’ che comincia  O città fantastica o gorgo di fremiti sordi e a cui il Falqui ha indebitamente attribuito il titolo Genova (questo titolo è smentito dal testo e per di più crea confusione con Genova dei Canti Orfici). Riproduco qui la lezione esatta, quale risulta accettando le correzioni del Ravagli, che merita fiducia per aver scrupolosamente collazionato con l'autografo il testo edito dal Falqui:

 

  • 1 O città fantastica o gorgo di fremiti sordi!
  • 2 Mentre sulle scalèe lontano io salivo davanti
  • 3 A la tua notte torbida lambita di luci fuggenti
  • 4 E lento tra le spente teorie
  • 5 Degli uguali cipressi, le grandi spente faci salivo
  • 6 Salivo guidando l'affranta
  • 7 Giovane al Chiostro bianco nel fremito amaro dei lauri
  • 8 Ridevano giù per le scale
  • 9 Su un circolo incerto inquiete forme beffarde
  • 10 II fiume mostruoso
  • 11 Torpido riluceva come un serpente a squame
  • 12 Quand'ella in pallore anelante
  • 13 Fisa rivolta le labbra convulse le amare
  • 14 Labbra protese a te nero turrito navilio nel mare del fuoco
  • 15 A te nell'ultime febbri dei tempi consunta o città,
  • 16 E sia questo amore omicida
  • 17 Gridai ecc. ecc. ecc.

Avevamo già notato due significativi dantismi nella fase più antica di Oscar Wilde a S. Miniato. Qui il ripristino della lezione autentica navilio al v. 14 restituisce un altro arcaismo e autorizza a considerare volutamente arcaizzante anche il successivo sintagma mare del fuoco (cfr. v. 3 linee lunghe del fuoco) secondo il modulo dantesco «le palle dell'oro» (Par. XVI, 110, e su tale costrutto vd. B. Migliorini, Saggi linguistici, Firenze, 1957, p. 156 sgg.).

L' ‘inedito’ O città fantastica ecc. rappresenta una fase successiva di Oscar Wilde a S. Miniato. Anche qui i personaggi sono il poeta in prima persona e la sua giovane amica, ma comincia a manifestarsi una diversa ambientazione e si ha un sensibile intervento sulla metrica. Un'ulteriore fase è rappresentata dagli appunti del Taccuinetto faentino:

 

(Un gorgo di fremiti sordi)

In un fantastico gorgo vivente di fremiti sordi

 

Una città in un gorgo vib[r)ante di fremiti sordi dentro la notte, (inquietata,)   {[....]}

(dentro l'ali del fuoco)   dei lunghe spire fuggenti    Un fiume che nel fondo torpido riluceva come un serpente a squame

dentro  dell'ali di fuoco dei lunghi rumori fuggenti

     Ali di fuoco, rumori le notte tra le spire

L'irequietezza   il tormento di non creare i fantasmi greci è tutta la bellezza    del tormento di Heine di razza mediterranea

Ali di fuoco

fremiti tordi

e lunghe scie

di luci fuggenti

nel fondo (il fiume) mostruoso

Ali di fuoco fremiti sordi e lunghe scie di luci fuggenti - in fondo mostruoso torpido il fiume (riluce) traluce serpente a squame. Su un circolo inquieto faccie beffarde di ladri ed (io tra i doppi cipressi simili a grandi faci spente) (scendo) per la scala di S. Miniato, tra i doppi cipressi uguali a grandi faci spente

Ali di fuoco fremiti sordi e lunghe scie di luci fuggenti. In fondo - mostruoso torpido il fiume  [....] luce come un serpente a squame. (Circolo inquieto)

 

 

                              faccie

      b

      e

    notte

cipressi

 
 

      f

      f

      a

                             S.Miniato ;

- io -

faci

 

r

   

spente

ladri e  

cipressi

 

 


Su un circolo inquieto faccie beffarde di ladri ed io per la scala di S. Miniato tra i doppii cipressi uguali a grandi faci spente

Brulica   in basso Firenze un gorgo di

Notturno

 

Firenze nel gorgo brulica di fremiti sordi e dentro dell'ali di fuoco dei lunghi rumori fuggenti spaziano: il fiume nel fondo torpido riluce come un serpente di squame

Ci troviamo di fronte a un profondo cambiamento del clima culturale e poetico: infatti siamo in prossimità dei Canti Orfici. Questa prossimità è indicata soprattutto da due elementi. Uno è il titolo Notturno, che appare solo nei Canti, nei quali Campana sotto il nome di Notturni pubblicherà alcune liriche, escludendo quelle che ne Il più lungo giorno (1913) ‘notturni’ non erano. L'altro elemento è dato dall’insistita presenza del nuovo

 

sintagma ali di fuoco, ricorrente sette volte. Si nota, infatti, uno sviluppo per l'immagine dei fanali che va da linee palpitanti di fuoco della prima stesura a linee lambenti di fuoco, successivamente sostituito da lambita di luci fuggenti, finché non si giunge a queste ali di fuoco. In Genova, la lirica che Campana ha posto a conclusione dei Canti Orfici, nella famosa quarta strofa, ai vv. 59 e 63 troviamo ali rosse dei fanali, e questa lirica rappresenta la fase più recente di una serie di elaborazioni nelle quali, allo stesso modo or ora notato per Oscar Wilde a S. Miniato fino a Taccuinetto faentino, si passa dal palpito dei fanali alle ali dei fanali.

Il fatto che Notturni manchi nel manoscritto de Il più lungo giorno, ma che si trovi nel Taccuinetto faentino e nei Canti Orfici, e il fatto che, parallelamente, i fanali siano visti come ali tanto nel Taccuinetto quanto nei Canti Orfici ma non ne Il più lungo giorno, prova che il Taccuinetto faentino, indipendentemente da qualsiasi precisazione cronologica, ha agito nel passaggio da  Il più lungo giorno (1913) alla stesura finale dei Canti Orfici (1914).

Nel Taccuinetto è la visione della città che domina, e Campana ha ora stabilito una corrispondenza tra i fuochi e le luci della città (ali di fuoco - spire fuggenti) e le doppie file di cipressi (grandi faci spente), creando un parallelismo tra faci accese (i fuochi di Firenze) e faci spente (i cipressi di S. Miniato). Egli, tra queste faci spente, scende verso la città. Ormai la salita di Oscar Wilde a S. Miniato è scomparsa e vi si è sostituito un movimento opposto, che pare una discesa agli inferi vicina al Faust-Campana dei Canti Orfici. Rimane il circolo dei giovani teppisti, divenuti ladri; anzi, per tre volte appare come circolo inquieto, cioè si ha il tentativo di stabilire una doppia corrispondenza (circolarità ed inquietudine) tra la città come gorgo e il circolo dei ladri, tra l'inquietata notte e città (vivente, vibrante) e L'inquieto circolo dei ladri.

Campana, certo anche per una evoluzione del gusto, si concentra su un Notturno in cui dominano il gorgo della città, il circolo dei ladri e la sua solitudine. Questa Firenze confluirà in un Notturno divenuto teppista che probabilmente Campana aveva scritto per i Notturni dei Canti Orfici. Infatti quella lirica è formata dal ‘collage’ di uno scorcio fiorentino, che risente ancora dell'ormai lontano Oscar Wilde a S. Miniato, con alcuni versi (Amo le vecchie troie ecc.) che si trovavano nel manoscritto de Il più lungo giorno. Tale fusione rende evidente che il primo scorcio fiorentino, benché liberato dalla presenza dì Oscar Wilde, continua ad esigere, nello spazio lirico di Campana, di essere occupato, comunque, da una situazione ' maledetta '.

                                                           

Fiorenza Ceragioli


 

Oscar Wilde a S. Miniato

 

                                • 1 O città fantastica piena di suoni sordi
                                • 2 Mentre sulle scalee lontano io salivo davanti
                                • 3 A te bruciata  da   linee   palpitanti   di   fuoco   dei fanali
                                •         corsa
                                •                           in line

        presa        in linee     di fuoco

                infuocata in linee lunghe del fuoco

                                   lambenti di fuoco

                                • 4 Nella sera gravida, tra i cipressi.
                                • 5 Salivo  con   un   amico giovanissimo
                                • un'   amica   giovanissima
                                • giovane grave
                                • 6 Che sacrificava    la   sua gioventù
                                •         prima
                                •         gioventù dai primi anni
                                •                        da lunghi
                                •                        dai primi
                                • 7 All'amore malinconico e suicida dell'uomo:
                                • 8 Ridevano giù per le scale
                                • 9 Ragazzi accaniti briachi di beffa
                                • 10 Sopra un circolo attorno ad un soldo quasi invisibile
                                •                                                                          invisibile.
                                • 11 Il fiume mostruoso luccicava torpido come un serpente a squame;
                                •                                    luceva
                                • 12 E noi salivamo   egli   fiacco  e lussurioso
                                •      Salimmo
                                •      Salivamo,   essa  lenta  e   lussuriante
                                •                                    oppressa e anelante,
                                • 13 Io cogli occhi rivolti alla funebre febbre incendiaria
                                • 14 Che brucia     te,   naviglio   molti   alberato  di   torri nere
                                •             bruciava te,  nero-alberato naviglio,
                                •                                  o nero naviglio alberato di torri,
                                • 15 Nell'ultime febbri fantastiche di tempi apocalittici e maledetti:
                                •                                                                                      maledetti o città:
                                •                                                    dei tempi remoti o città:
                                • 16 Odore amaro d'alloro ventava sordo dall'alto
                                • 17 Attorno al bianco chiostro sepolcrale:
                                • 18 Ma bello come te, battello bruciato tra l'alto
                                •            bella
                                • 19 Soffio     glorioso    del   ricordo,   o città,
                                •                    glorïoso                           io dissi o città,
                                •                                                           gridai
                                • 20         M'apparve   l'amore   mio   stanco e suicida!
                                •             pensai un
                                •             Io voglio un                          triste e omicida!
                                • 21        O sogno sublime di uccidere e bruciare
                                •             La vita ed il sogno si 
                                •                                             distruggere
                                •                                              estinguere 
                                •                                              estinguerli in fiamme 
                                •                                              La specie umana 
                                •                                              La pena 
                                • 22       Nei nostri corpi agitati dallo spasimo dell'impossibile
                                •            Coi                    presi in                      dall'
                                •            nei
                                • 23       Amarissimo brivido funebre davanti all'incendio sordo lunare
                                •            In                                                                         sordo
                                • II.20      O sogno sublime di tendere in fiamme
                                • 21      I corpi alla chimera non saziata
                                • 22      Amarissimo brivido funebre davanti all'incendio sordo lunare

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