Ritaglio articolo di Gargiulo su Campana - incipit

 

Alfredo Gargiulo: Dino Campana

 

 

 

Pur attraverso il solito schema dell’ « infelice di genio », la figura di Campana uomo è abbastanza nota. E comunque son da vedere, per la biografia, l’articolo del Soffici: Dino Campana a Firenze, e la prefazione del Binazzi all’Opera completa. Senonchè, circa le doti del Campana quali risultarono piuttosto dalla vita, a noi non sembra utile alcun rilievo: tranne forse questo. Racconta il Binazzi (ed altre testimonianze concordano): « a certi momenti, quando le facoltà luminose del suo intelletto, accendendosi tutte, lo ponevano in istato di grazia, riusciva a dir delle cose addirittura meravigliose, anche per profondità. Sentenziava di popoli e di stirpi con acume di storico lungimirante, caratterizzava l’arte o la poesia dei vari popoli con tocchi da maestro ». Infatti, a ben guardare, ogni altro dato biografico non c’interessa; se non è poi neanche vero che le deficienze dello scrittore già accusino specificamente lo squilibrio cui alla fine soggiacque l’uomo. Passando allo scrittore come non avvertire, preliminarmente, che la poesia del Campana resta invece, ancora oggi, in una sorta di limbo? La critica aiutò pochissimo; e si dica lo stesso delle scelte antologiche.

 

In sostanza fu in gioco anche qui la tendenza a perfezionare il « tipo ». Da una parte con l’esagerazione della grandezza; valga ad esempio il generoso abbaglio del Binazzi: « Piano piano venne nella persuasione - giusta del resto – di essere un poeta grandissimo e che nessun elogio gli fosse adeguato ». Dall’altra con l’esagerazione dello squilibrio: il Boine polemizzava contro i finti pazzi, a favore di questo « pazzo sul serio »; e certe « limpide pagine di osservate serenità » gli parvero dunque ottenute soltanto a prezzo di incubi, vertigini, « morbosità luminescenti », « disperazioni d’irrealtà », « allucinata febbre »... Che fu tutto un concitato e immaginoso discorso. Singolarmente però va ricordata la semplicissima « sanità », attribuita al mondo poetico del Campana.

E senza dubbio si tratta, ancora una volta, di un confuso omaggio all’« infelice di genio » : ecco cioè una reazione alla duplice idea di « malattia » e decadentismo. Il Soffici ha l’« impressione di una aperta luce solare », o « di un frutto maturo, profumato, squisito ». Nominato il Carducci, il De Robertis parla di un « gusto di cose vive e rozze ». Il Binazzi scrive: « ai lirizzatori dei colorini...  aveva insegnato la lirica degli azzurri alpini e delle vastità oceaniche e la bellezza del corpo sodo e seminudo d’un mozzo genovese o d’una lavandara dell’Appennino »; anzi a momenti il Campana diventa quasi « uomo della terra »: « nella sua opera si sente per la prima volta la vibrazione lirica dell’anima del nostro popolo migrante in cerca di pane o di fortuna ». E chi voglia un altro curioso documento di tale posizione, ascolti il Pellizzi: « il segno cui mira, e che a grandi tratti raggiunge, è quella stessa toscanità paesana e tradizionale cui ha sempre aspirato il Soffici ». Ma neanche per sogno!

Stava intanto nell’aria un certo impressionismo; quindi non meraviglia trovarne tracce nel Campana. Questi « appunti », sì, uno li direbbe del Soffici: « Tre ragazze e un ciuco per la strada mulattiera che scendono. I complimenti vivaci degli stradini che riparano la via. Il ciuco che si voltola in terra. Le risa, Le imprecazioni montanine. Le rocce e il fiume ». Ma pur dove come qui appresso, si fantastica, il Campana autentico non si scorge ancora : «fumo acre delle pastasciutte: tinnire di piatti e di bicchieri: risa dei maschi dalle dita piene di anelli che si lasciano accarezzare dalle femmine, ora che anno mangiato. Passano le serve nell’aria acre di fumo gettando un richiamo musicale: pastee. In un quadro a bianco e nero una ragazza bruna con una chitarra mostra i denti e il bianco degli occhi appesa in alto. - Serenata sui Lungarni. M’investe un soffio stanco dalle colline fiorentine...». E parimenti son dovuti ad un superficialissimo influsso i rari modi futuristici: «Faccia, zig zag anatomico che oscura - La passione di una vecchia luna – Che guarda sospesa al soffitto – In una taverna café chantant – D’America: la rossa velocità – di luci...». Anche più estranea qualche laidezza lacerbiana: «Amo le vecchie troie...».

Tutt’altra considerazione meritano invece, nel Campana, quelli che sembrano segni di un’inclinazione all’estetismo. Quand’egli evoca miti, o figure dell’arte in funzione mitica, accade infatti di pensare, in ispecie, all’estetismo superumano del d’Annunzio: « Sui suoi divini ginocchi, sulla sua forma pallida come un sogno uscito dagli innumerevoli sogni dell’ombra, tra le innumerevoli luci fallaci, l’antica amica, l’eterna Chimera teneva fra le mani rosse il mio cuore » ;  «Non so se tra rocce il tuo pallido — Viso m'apparve, o sorriso — Di lontananze ignote — Fosti, la china eburnea — Fronte fulgente o giovine — Suora de la Gioconda » ; « Mentre più dolce, già presso a spegnersi ancora regnava nella lontananza il ricordo di Lei, la matrona suadente, la regina ancora ne la sua linea classica, tra le sue grandi sorelle del ricordo: poi che Michelangiolo aveva ripiegato sulle sue ginocchia stanche di cammino colei che piega, che piega e non posa, regina barbara sotto il peso di tutto il sogno umano... ». Ma non ci lasceremo ingannare : la tendenza a siffatte sintesi ha nello scrittore le più profonde radici. Basti la concretezza conseguita una volta : « Firenze giglio di potenza virgul­to primaverile. Le mattine di primavera sull'Arno. La grazia degli adolescenti (che non è grazia al mondo che vinca tua grazia d'Aprile), vivo vergine continuo alito, fresco che vivifica i marmi e fa nascere Venere Botticelliana... » ; cui segue, sul genio di Firenze, ancora una «illuminazione» : «pure nostra è la divinità del sentirsi oltre la musica, nel sogno abitato di immagini plastiche ! ».

Sintesi fino al « mito », « illuminazioni » ; e nulla dunque di più alieno dalla sensibilità del Campana, quanto ini trascorrere sulle cose più o meno impressionistico. Ciò è così, chiaro, del resto, appena, sì badi alla qualità di quella sostanza lirica. E' nel Campana una cupidità di vita cui non corrisponde, ad appagarla, se non una « mitica » nostalgia ; un arclor sen­suale che ha i suoi termini, oltre ogni realtà immediata, soltanto in trasfiguratrici «visioni». «Ricordi di zingare, ricordi d'amori lontani, ricordi di suoni e di luci: stanchezze d'amore, stanchezze im­provvise sul letto di una taverna lontana, altra culla avventurosa di incertezza e di rimpianto ». « Laggiù avevano tratto le lunghe vesti mollemente verso lo splendore vago della porta le passeggiatrici, le antiche: la campagna intorpidiva allora nella rete dei canali: fanciulle dalle acconciature agili, dai profili di medaglia, sparivano a, tratti sui carrettini dietro gli svolti verdi. Un tocco di campana argentino e dolce di lontananza: la Sera ».

Ecco il ricorrente « mito » dell' « antica e opulente matrona, dal profilo di montone, coi neri capelli agilmente attorti sulla testa sculturale barbaramente decorata dall'occhio liquido come da una gemma nera dagli sfaccettamenti bizzarri » ; e accanto a lei, inseparabile, l'ancella: « Un calore dorato nell'ombra della stanza presente, una chioma profusa, un corpo rantolante procubo nella notte mistica dell'antico animale umano. Dormiva l’ancella dimenticata nei suoi sogni oscuri». E s'intende pertanto come nasca, quasi nostalgia suprema del poeta, quella « notte tirrena » :  « Crepuscolo mediterraneo perpetuato di voci che nella sera si esaltano, e le lampade che si accendono, chi t'inscenò nel cielo più vasta più ardente del sole notturna estate mediterranea? Chi può dirsi felice che non vide le tue piazze felici, .i vichi dove ancora, in alto battaglia glorioso il lungo giorno in fantasmi d'oro...?». Poi, «la gioia più quieta della notte era calata.  Le porte moresche si caricavano e si attorcevano di mostruosi portenti neri nel mentre sullo sfondo il cupo azzurro si insenava di stelle. Solitaria troneggiava ora la notte accesa in tutto il suo brulicame di stelle e di fiamme. Ella aveva la pura linea imperiale del profilo e del collo vestita di splendore opalino.... Ed il mio cuore era affannato di sogno, per lei, per l'evanescente come l'amore evanescente, la donatrice d'amore dei porti, la cariatide dei cieli di ventura ». « Nuda mistica in alto cava — infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena ».

Non a significare derivazione, sibbene affinità, vien spontaneo un nome: Baudelaire. Sennonchè di questa, vena non basta aver indicato le manifestazioni più adatte a individuarla; e allorché se ne veda la ricchezza, cade anche quel preciso richiamo. Dove le trasfigurazioni del Campana più toccano  l'« ineffabile », è invece il caso di riferirsi alle aspirazioni di tutta la poesia recente. Alcuni esempi: questo totale « visionario » isolamento nel « dono » d'amore : « era il bello, il bello e dolce dono di un dio: e le timide mammelle erano gonfie di luce, e le stelle erano assenti, e non un Dio era nella sera d'amore di viola : ma tu leggera tu sulle mie ginocchia sedevi, cariatide notturna di un incantevole cielo. Il tuo corpo un aereo dono sulle mie ginocchia, e le stelle assenti, e non un Dio nella sera d'amore di viola. » ; qui, termine fìsso nel ricordo la fanciullezza, è il senso dello scorrente tempo:| «L'acqua del mulino corre piana ed invisibile nella gora. Rivedo un fanciullo, lo stesso fanciullo, laggiù steso sull'erba. Sembra dormire. Ripenso alla mia fanciullezza....

Il tempo è scorso, si è addensato, è scorso: così come l'acqua scorre, immobile per quel fanciullo: lasciando dietro a sè il silenzio, la gora profonda e eguale: conservando il silenzio come ogni giorno l'ombra» ; questo ripiegamento sull'appassionato nomadismo, in cospetto della natura sempre bella e conforlatrice : « Ecco le rocce, strati su strati, monumenti di tenacia solitaria che consolano il cuore degli uomini. E dolce mi è sembrato il mio destino fuggitivo al fascino dei lontani miraggi di ventura che ancora arridono dai monti azzurri : e a udire il sussurrare dell'acqua sotto le nude rocce, fresca ancora delle profondità della terra. Così conosco una musica dolce nel mio ricordo senza ricordarmene neppure una nota : so che si chiama la partenza o il ritorno ». Con che ci siamo anche venuti accostando ai motivi d'ardore più contenuto ; e si ricerchino sopratutto nei « paesaggi ». Un seguito di « paesaggi » è La Verna, sotto i vari aspetti del cielo ; e vi possiamo perfin cogliere figurazioni d'una corporeità a tal punto rarefatta : « Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortora e volare distesa verso le valli immensamente aperte. Il paesaggio cristiano segnato di croci inclinate dal vento ne fu vivificato misteriosamente. Volava senza fine sull'ali distese, leggera come una barca sul mare. Addio colomba, addio ! Le altissime colonne di roccia della Verna si levavano a picco grigie nel crepuscolo, tutt'intorno rinchiuse dalla foresta cupa ».

La poesia del Campana è frammentaria nella misura, diremmo, in cui a tratti si rivela intensa, quasi folgorante: mosse arbitrarie, incertezze, oscurità, non lasciano alla coerenza dell'ispirazione se non brevi respiri. E tuttavia, ripetiamo, nulla ci autorizza, sulla pagina, a deduzioni biografiche circa l'origine di questo difetto: sulla pagina lo faremo risalire, come in casi analoghi, soltanto alla profondità o « ineffabilità » stessa dell'ispirazione.  Inoltre il lettore avrà notato che le nostre citazioni son tratte pressoché tutte dalle prose. Qui infatti, in questo discorso ritmico riccamente disteso, il Campana trova la sua forma propria. Le forme metriche chiuse lo impacciano senz'altro; alle libere non riesce ad imporre alcun freno dall'interno, sicché gli ricadono infine nella prosa: le une e le altre par che lo spingano verso il generico. Nè è senza ragione che egli abbia talvolta adoperato versi facili, con un'intenzione se non di scherzo, almeno poco impegnativa.