Sebastiano Vassalli: Sibilla Aleramo e Dino Campana,

Passione sfrenata con botte da orbi

 

 Dal Corriere della Sera, 14 agosto 2000

 

CORRIERE ESTATE. Il gioco delle coppie. Gli amori

Sibilla Aleramo e Dino Campana Passione sfrenata con botte da orbi

 

 

È tornato recentemente in libreria, con un titolo fantasioso e l' aggiunta di una dozzina di nuove lettere, il carteggio Campana-Aleramo, pubblicato nel 1958 da Vallecchi e curato da Nicolò Gallo, che in realtà si limitò a sistemare e ad annotare le lettere che gli aveva dato la Aleramo. Personalmente, penso che sarebbe stato meglio ristampare il testo originale, senza nulla cambiare e nulla aggiungere. Quel carteggio, infatti, non è un vero carteggio, ma è il romanzo d' amore che Sibilla, ottantenne, compose mettendo insieme una parte delle sue lettere a Campana e quasi tutte le lettere di Campana a lei.

Sibilla potè creare quel romanzo perché qualcuno (forse la madre bigotta di Dino, Fanny) le aveva restituito le lettere d' allora, dopo che Dino era stato internato in manicomio. Sistemando l' epistolario con Campana, distruggendo alcune lettere, togliendone altre, Sibilla diede anche forma accettabile a una storia che probabilmente le pesava ancora. L' edizione Vallecchi delle Lettere è un suo romanzo: la sua opera migliore, forse l' unica che le sopravvivrà (se non verrà troppo rimaneggiata).

Dino Campana e Sibilla Aleramo si incontrano per la prima volta giovedì 3 agosto 1916 al Barco sopra Scarperia nelle montagne del Mugello, e per l' ultima volta giovedì 13 settembre 1917 a Novara. La loro storia d' amore (che però, come si vedrà, non è soltanto una storia d' amore, e non è del tutto corrispondente al romanzo epistolare di Sibilla) ha bisogno di alcune premesse: sui suoi protagonisti, sulla guerra che le fa da sfondo e poi anche sulla malattia di cui Dino soffre già da parecchi mesi, e che lo porterà alla tomba. Dino e Sibilla sono due personaggi diversi e quasi opposti. Tanto lei è mondana, socievole e «sociale» (ma con intelligenza, senza le pose da femme fatale alla Amalia Guglielminetti), tanto lui è, per sua stessa ammissione, «orso» e «strambo».

Senza la Grande Guerra del 1915-1918, si sarebbero forse incrociati e sfiorati nell' ambiente letterario fiorentino, e tutto sarebbe finito lì. Il loro incontro è inevitabile e «fatale» perché avviene nelle retrovie della guerra; in un' Italia silenziosa e attonita per le notizie che arrivano dal fronte, che espone quasi su ogni porta il nastro di un «lutto tricolore». In quell' Italia senza più giovani e quasi senza uomini, raggelata, dove i muri della città esortano a non parlare con gli sconosciuti e a denunciare le persone sospette, Sibilla trova un giovane maschio di trent' anni, con i capelli fulvi e gli occhi chiari, che è anche un grande poeta: e se ne innamora all' istante. Che altro avrebbe potuto fare? Nel momento in cui si incontrano, Sibilla e Dino hanno una sola cosa in comune: sono, tutt' è due, affamati d' amore. Lei, di amori ne ha già avuti tanti, ma nessuno mai l' ha soddisfatta né mai arriverà a soddisfarla pienamente.

L' amore disperato e folle con Dino Campana: i pugni e gli sputi di lui, i graffi e i morsi che lei gli ricambierà saranno tra le cose più autentiche della sua esistenza. Lui, Dino, prima di incontrare Sibilla non ha mai amato nessuna donna. Possiamo esserne sicuri, anche senza conoscere tutti i giorni e tutti i minuti della sua vita, perché ci troviamo di fronte al caso, abbastanza raro, di un poeta in cui scrittura e vita coincidono. Nelle poesie e nelle lettere di Dino Campana la scrittura registra, quasi automaticamente, tutti i principali eventi della vita: è ciò che la «scatola nera» è per gli aerei. Se una cosa non c' è nella scrittura, non c' è nemmeno nella vita. Prima dell' incontro con Sibilla, nella vita di Campana ci sono le infatuazioni adolescenziali per qualche ragazza di Marradi, per qualche compagna di liceo; c' è la creola Manuelita, intravista a Bahia... E poi, ci sono le prostitute.

C'è l' epopea del sesso a pagamento e della prostituzione dell' epoca, nelle sue forme più arcaiche (v. Il viaggio e il ritorno: «A l' ombra dei lampioni verdi le bianche colossali prostitute sognavano sogni vaghi nella luce bizzarra al vento. Il mare nel vento mesceva il suo sale che il vento mesceva e levava nell' odor lussurioso dei vichi, e la bianca notte mediterranea scherzava colle enormi forme delle femmine tra i tentativi bizzarri della fiamma di svellersi dal cavo dei lampioni. Esse guardavano la fiamma e cantavano canzoni di cuori in catene. Tutti i preludi erano taciuti ormai...» ) e volgari (v. Notturno teppista: «Amo le vecchie troie/ Gonfie lievitate di sperma...»).

Ci sono un paio di incontri senza importanza: con una «svizzera Segantiniana», con una «russa incredibile venuta dall' Africa». Non c' è, assolutamente, nessun amore degno del nome. (E, quando poi ci sarà, lascerà la sua traccia). L' amore di Sibilla e di Dino è, fino dal giorno del primo incontro, una passionaccia, un amore quasi esclusivamente carnale. (Sibilla: «I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo». Ancora Sibilla: «Ti farò gridare di gioia quando ci riprenderemo»).

I guai nascono quando i due incominciano a conoscersi. Dino ha un bisogno disperato di Sibilla, e però non c' è quasi niente di lei che possa piacergli davvero: né la scrittura, né le amicizie, né il carattere. In quanto a Sibilla, scoprirà presto che c' è una ragione, e mica piccola!, per cui lo Stato italiano ha lasciato a lei quel maschio giovane e forte, invece di mandarlo al fronte insieme ai suoi coetanei. Dino Campana è malato. Nell' autunno del 1915 è stato ricoverato quaranta giorni all' Ospedale di Marradi, con una diagnosi ufficiale di «nefrite». In realtà, ha avuto e ha una leggera paralisi al lato destro, che gli ha bloccato metà del viso e lo costringe a zoppicare; e soffre di un terribile mal di testa, di cui parla nelle sue lettere a Cecchi e ad altri corrispondenti e che chiama «congestione cerebrale» (meningite?).

Questi sintomi non hanno niente a che vedere con la nefrite, e per un uomo di trent' anni senza malattie cardiache (se ne avesse avute, in quattordici anni di manicomio si sarebbero rivelate), robusto come un torello e dedito assiduamente alle puttane, la spiegazione più logica è la sifilide. La sifilide distrugge il sistema nervoso, e gli ammalati di sifilide, finché ci sono stati i manicomi, finivano spesso lì. Ma per avere avanzato questa elementarissima ipotesi, perfino ovvia, ho rischiato querele dai discendenti di Campana e ho subito, e subisco tuttora, l' anatema delle vergini vestali di Sibilla Aleramo e dei vergini vestali di Dino Campana: in pratica, per dirla con Dino, di tutta la «Letteratura nazionale / Industria del cadavere / Si Salvi Chi Può». Dino e Sibilla si amano follemente e si battono follemente, in vari luoghi, fino al gennaio del 1917.

Grande amore, e botte da orbi: che Sibilla riceve (i Cecchi, marito e moglie, la incontrano con un occhio nero, e le consigliano di lasciare Campana), e però anche ricambia con molta determinazione. Anstrid Anhfelt, la giornalista svedese che ospita per qualche giorno i due invasati nella sua villa di Settignano nel dicembre del 1916, scrive a Leonetta Cecchi Pieraccini un biglietto in cui la prega di fare qualcosa per fare «tornare in sé» Sibilla. A leggere quel biglietto («Tutta la notte si sono battuti e graffiati»: dove è facile immaginare che a battere sarà stato soprattutto Campana, e a graffiare sarà stata soprattutto Sibilla; «Si ammazzano senz'altro, se qualcuno non interviene») non sembra che Sibilla sia del tutto soccombente. Se lo fosse stata, la Anhfelt avrebbe scritto: «la ammazza», e non «si ammazzano»... Fughe, inseguimenti, riconciliazioni, altre botte: finché, il 22 gennaio 1917, per interessamento dell' Aleramo, Campana viene visitato da un illustre psichiatra, il professor Ernesto Tanzi.

Cosa abbia detto Tanzi a Sibilla, non si sa (ma la «paralisi vasomotoria» e le terribili emicranie di Dino erano sintomi inequivocabili, che lui certamente riconobbe). Si sa invece con assoluta certezza, che da quel momento Sibilla e Dino si dividono, e che non si rivedranno più fino al 13 settembre. Lui va in Val di Susa, e non le scrive quasi più. Lei probabilmente deve curarsi con il famoso «preparato 606» (il Salvarsan), e le lettere di questo periodo, selezionatissime, registrano però qualche scatto rabbioso («Cane arrabbiato che m' hai morso, muoio, ma ti taglieranno la testa»), qualche perfidia femminile («Ci sono tante valli nelle Alpi. Tu non puoi immaginare in quale mi trovo»), qualche espressione irritata per la «santità» a cui è costretta («Il proposito sarebbe di restarci almeno tre mesi, che uniti agli altri cinque già trascorsi in stato di santità farebbero un record - oh non per offrire a te!»).

Il rifugio segreto di Sibilla è un villaggio quasi irraggiungibile con i mezzi d' allora, ai piedi del Monte Rosa. Lì Sibilla smette di scrivere, probabilmente anche per non far scoprire dove si trova, ed è invece lui che la tempesta di lettere farneticanti e di cartoline, spedite all' indirizzo di Milano. («Hotel Manin, Milano, far proseguire»). Ad agosto, nonostante le restrizioni della guerra (siamo nel 1917) e nonostante sia privo di documenti per viaggiare, Dino va a Firenze e si insedia in casa di lei, di cui forse ha conservato una chiave («Sono nella tua stanza. Dimmi se devo viverci o morirci». Ed eccoci arrivati a settembre. Sibilla deve ritornare a Milano e a Firenze, ma teme di ritrovarsi tra i piedi quello spasimante che ormai le è diventato odioso, e decide di fargli uno scherzo. Il giorno 9 settembre, alla vigilia del rientro in città, scrive due lettere. Una a Cecchi, in cui dice: «Ho risposto poche righe a Campana, ancora di distacco e di coraggio.

Se vi raccontasse altro, invenzioni»; e un' altra (che naturalmente è scomparsa) a Campana, con le righe di distacco e... l' indirizzo dell' albergo! Il resto è fin troppo noto. Dino riceve le righe di distacco a Marradi il 10 settembre; il giorno dopo è a Novara, dove viene arrestato alla stazione ferroviaria mentre si informa sugli orari delle corriere per la Valsesia e il Monte Rosa. L' Aleramo, avvertita con un telegramma, si rende conto di averla fatta un po' grossa. Mobilita le sue conoscenze milanesi, e poi corre a riconoscere Dino che è in prigione: non «per il suo solito motivo (somiglianza con un tedesco)», come scriverà, mentendo, in un' altra lettera a Cecchi; ma perché, sprovvisto di documenti, non può viaggiare. Il giorno 13 settembre, da Novara, Dino viene rispedito a Marradi con un «foglio di via», che dovrà far timbrare in Comune al momento dell' arrivo. Da allora non darà più fastidio.

Conclusione. La grande e tormentata storia d' amore tra due protagonisti della letteratura italiana del Novecento è, in realtà, una storia di: a) amore; b) botte; c) sifilide; d) carognate; e) melassa postuma della «vulgata» dell' unica sopravvissuta, cioè dell' Aleramo; f) libri e ristampe alla melassa. Comunque vadano le cose, gli amori tra scrittori producono libri: ed è questa consapevolezza, forse, ciò che più spaventa Dino nei momenti di lucidità. («Le mie lettere», scrisse all' Aleramo alla fine del 1916, «sono fatte per essere bruciate»).

I PROTAGONISTI I destini incrociati di un poeta vagabondo e di una scrittrice mondana Dino Campana è nato a Marradi, in provincia di Firenze, nel 1885; ed è morto a Castel Pulci, sempre in provincia di Firenze, nel 1932. Vive una giovinezza travagliata, che lo porta a interrompere gli studi di chimica pura all' Università di Bologna. Dopo un ricovero al manicomio di Imola (1906), inizia una serie di vagabondaggi, in Svizzera e in Francia (1907). Nel 1908 è in Argentina, dove lavora come bracciante; poi va a Odessa, Anversa, Bruxelles, Parigi. Nel 1909 è di nuovo ricoverato, in una clinica di Firenze. Riprende, due anni dopo, senza alcuna fortuna, gli studi universitari.

Nell' autunno 1913 porta a Firenze, per consegnarlo a Soffici e a Papini, il quadernetto dei suoi Canti Orfici; ma, nella primavera successiva, è costretto a riscriverli, perché Soffici ha perduto il manoscritto; e li fa stampare privatamente da un tipografo di Marradi (1914). Segue una nuova fase di viaggi (a Torino e, di qui, a Ginevra), cui si alternano un altro soggiorno in clinica e una tumultuosa relazione con Sibilla Aleramo (1916-17), che precede il ricovero definitivo di Campana nel manicomio di Castel Pulci (1918).

Molti suoi scritti usciranno postumi: Inediti (1942), Taccuino (1949), Canti Orfici e altri scritti (1952), Lettere (1958), Taccuinetto faentino (1960) e Il più lungo giorno (1973). Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, è nata ad Alessandria nel 1876 ed è morta a Roma nel 1960. Esordisce nel 1906 con un romanzo programmaticamente femminista, Una donna, dove già s' intrecciano le componenti principali della sua personalità: la forte sensibilità sociale e la prorompente carica autobiografica e individualistica.

Da questo conflitto nasceranno i romanzi successivi come Il passaggio (1919), Amo dunque sono (1927) e Il frustino (1932) e le prose di Gioie d' occasione (1930), Orsa minore (1938) e Dal mio diario 1940-44 (1945). Da ricordare anche le raccolte di versi confluite in Selva d' amore (1947, che le valse il premio Viareggio) e le altre liriche di Aiutami a dire (1951) e Luci della mia sera (1956). Alla vita di Dino Campana e al suo incontro con Sibilla, Sebastiano Vassalli ha dedicato il romanzo-biografia La notte della cometa, edito da Einaudi.