Sebastiano Vassalli

 

Campana, la chimera del poeta maledetto

 

di Sebastiano Vassalli

 

dal Corriere della Sera del 26.11.03

 

 

La ristampa, a cura di Renato Martinoni, dei Canti Orfici di Campana nei «tascabili» Einaudi, rappresenta un passo avanti per quanto riguarda la sistemazione dei contributi critici, nell’«Introduzione», nelle «Note ai testi» e nelle puntuali «Appendici». È invece un’occasione mancata, se si voleva restituire Campana alla sua storia di uomo e di scrittore. Quella storia, da quasi un secolo dà fastidio a tutti: ai familiari, ai concittadini, ai medici, alla società letteraria; e si è cercato di seppellirla sotto un cumulo di leggende, che fino al 1985 si appoggiavano all’autorità dello psichiatra Carlo Pariani, autore di una biografia dal titolo perentorio: Vita non romanzata di Dino Campana scrittore . Carlo Pariani non era, come molti credono, il medico curante di Campana. Era un tale che andava a trovarlo in manicomio per una sua ricerca su genio e follia. Dino gli confidava di essere elettrico («Mi chiamo Dino, come Dino mi chiamo Edison... sono elettrico») e, tra un delirio e l’altro, gli raccontava ogni genere di balle. Gli diceva di essere stato cinque anni in Argentina; di essere andato a Odessa; di aver patito la prigione a Parma, a Bruxelles, a Basilea, eccetera.

Il 1985 avrebbe dovuto essere un anno di svolta per gli studi campaniani. In seguito alla pubblicazione (nel 1984) del mio romanzo-verità La notte della cometa , dal municipio di Marradi incominciarono a venir fuori carte e carte (prima non c’era nulla) che avrebbero dovuto smentirmi e che invece confermavano quasi tutto della mia ricostruzione «romanzata». Campana, ovunque andasse, si lasciava dietro una scia di fogli di via, verbali di polizia e cose del genere, con date e timbri. Quelle date e quei timbri mandavano definitivamente all’aria la biografia del Pariani e avrebbero dovuto sgombrare il campo da molte leggende. Invece sono servite a costruire altre leggende, come quella riferita da Martinoni a proposito del servizio militare del poeta: «Dal gennaio ai primi di agosto del 1904, e qui torniamo alle notizie accertate, Campana è a Ravenna, dove presta servizio militare in qualità di soldato».

Notizie accertate un corno. Io non so su cosa Martinoni basi la sua affermazione, ma so che le cose stanno diversamente e che riguardano un periodo importante, di un paio d’anni, della vita di Campana. Le principali questioni non ancora risolte nella biografia del poeta sono appunto queste.

IL SERVIZIO MILITARE - Il Registro della leva e le altre carte dell’Esercito, che non si trovano a Marradi ma all’Archivio di Stato di Firenze, a proposito del servizio militare sono chiarissime: Campana è «volontario» ed è «allievo ufficiale». Sembra una sciocchezza, ma le scuole per ufficiali (non «sottoufficiali»: proprio «ufficiali») in Italia e in quell’epoca erano tre: quella di Cavalleria a Pinerolo, quella di Fanteria a Modena e quella della Marina a Livorno. I corsi di Modena duravano due anni e prevedevano quattro esami: caporale, sergente, sottotenente e tenente. Campana (è scritto nei documenti) passa l’esame di caporale e non passa quello di sergente. Espulso dall’Accademia, finisce il periodo di ferma da qualche altra parte. Dove?

LA SIFILIDE - Questo è il punto che suscita più malumori. Premesso che la prova provata della sifilide di Campana non potrà mai esserci, così come non potrà mai esserci per Nietzsche o per altri personaggi illustri morti di quel male, alcune osservazioni si impongono. La prima è che i comportamenti di Campana erano a rischio. Chi navigava nel mare delle «troie dagli occhi ferrigni» e delle prostitute del porto di Genova, prima o poi pescava quei pesci, cioè quelle malattie. La seconda osservazione è che tutto il decorso della malattia di Campana, dalla paresi facciale del 1915, alla distruzione del sistema nervoso con conseguente follia, alla morte in manicomio nel 1932 è quello, da manuale, di una sifilide nervosa: perché ostinarsi a negarlo? Cosa c’è da difendere: la famiglia? La categoria degli psichiatri? L’albo professionale dei poeti? Anche il lungo decorso della malattia non costituisce un’obiezione valida. Campana era giovane e forte (Soffici ne descrive le «gambe ercoline» e il «viso di salute»); e la sifilide può durare anche venticinque anni.

L’AMORE PER SIBILLA ALERAMO - Nell’Italia senza più uomini della Prima guerra mondiale, la poetessa Aleramo incontra un maschio giovane e forte, e lo fa suo. È l’estate del 1916. Ma dopo poche settimane di passione sfrenata si scopre che, se quel maschio non è al fronte, c’è una ragione. Incominciano le scenate e le botte. Nel gennaio 1917, Sibilla accompagna Dino dallo psichiatra Eugenio Tanzi, un luminare per quell’epoca; e la loro relazione finisce lì. Lei scappa, si nasconde, trascorre mesi e mesi «in stato di santità» («un record»), gli scrive «cane arrabbiato che mi hai morso...». A quanto pare, deve curarsi. Lui alterna periodi di lucidità ad altri di follia. Un giorno (nel settembre 1917) riceve una lettera su carta intestata di un albergo in Valsesia; parte per raggiungere la sua bella, ma lei non è più lì e lui viene arrestato come disertore...

L’ELETTRICITÀ - In manicomio, per molti anni, Campana viene fritto con l’elettricità. «Attrassi l’attenzione della polizia marconiana e mi ruppe la testa. Mi investì con una forte scarica elettrica. Credevo che mi avessero rotto una vena nel cervello!». L’uso e l’abuso dell’elettricità con i matti è iniziato nella Prima guerra mondiale, in tutta Europa, per tenere gli uomini nelle trincee e non ha ancora finalità terapeutiche accertate. Negli anni Venti è un uso sperimentale e punitivo, che sostituisce catene e botte. Gli apparecchi con cui si danno le scosse sono descritti e riprodotti nella vecchia Enciclopedia Treccani: rocchetti a corrente alternata, pennelli faradici e simili. Qualcuno di quegli strumenti è ancora visibile nei musei, là dove si sono volute conservare le attrezzature dei vecchi istituti manicomiali; ma già alla fine degli anni Trenta non venivano più usati.

Vorrei concludere questo articolo con una considerazione personale. Non credo che scriverò più su Dino Campana. Nel corso degli anni, ho fatto tutto ciò che poteva essere fatto per restituire quell’uomo alla sua verità. Non ci sono riuscito, e quest’ultima ristampa dei Canti Orfici ne è la prova. Consegno la memoria di Dino ai film melensi, alle biografie deliranti o troppo circospette, ai «chissà!» e alla strizzatine d’occhi, ai premi letterari a lui intitolati e alla compagnia di villeggianti che ogni estate si riunisce a Marradi per assegnarli. Hanno vinto loro. Addio, Dino.