L’ultimo dei Campana

di Gabriel Cacho Millet

 

Pubblicato su "L'Informatore Librario", Roma, anno VIII, N.5, Maggio 1978

 

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Lello Campana a vent’anni studente universitario, nella casa paterna a Marradi

 

Non ha dimenticato il poeta Lello Campana le parole — le uniche — che suo cugino Dino avrebbe esclamato riconoscendolo nel manicomio di Castel Pulci, nel 1929, né la pacca che a mo' di saluto gli avrebbe dato sulle spalle dicendogli: “Anche tu sei un Campana!”

Nulla o quasi nulla sapeva a 14 anni “l'ultimo dei Campana” del suo famoso cugino, ad eccezione di qualche altra avventura che il padre, Torquato — “il parente” che consigliò Dino “di fare qualcosa di pratico” studiando Chimica all'Università di Bologna — gli avrebbe raccontato. Dalle labbra di Torquato Campana, a quanto pare “tutore” allora del “minorato” Dino, Lello seppe che suo padre nel febbraio del 1908 accompagnò fino al porto di Genova il più “difficile” della famiglia per l'avventuroso viaggio in Argentina.

 Giovanni Campana, padre di Dino, diffidava delle mani bucate del figlio; per questa ragione aveva chiesto al fratello Torquato di fare lui stesso il biglietto e di non allontanarsi dal porto finché il piroscafo non fosse salpato. Lello non ricorda come ad un certo punto Dino — con il pretesto di avere qualcosa da fare — scomparì, dicendo allo zio Torquato che si sarebbero incontrati “davanti al bastimento”. Le ore passavano e con esse aumentava il timore del povero maestro, fermo lì, aspettando il nipote. Quando il piroscafo si approntava a salpare e Torquato si disponeva a far ritorno a casa rassegnandosi a confessare l'insuccesso della sua missione al fratello, apparve Dino, tutto sudato, con alcuni libri sotto il braccio e una pistola belga, calibro 48, nella cintura. Già imbarcato, insieme a una parte di quella mezza Italia che emigrava affinché l'altra metà vivesse, salutò lo zio agitando il braccio con il libro di Whitman in mano.

Un anno più tardi, stanco di stendere binari per le Compagnie ferroviarie britanniche che sverginavano la pampa con le sue strade ferrate, trasformando l'Argentina nel “granaio d'Europa”, scrive a suo padre chiedendogli di pagargli il biglietto di ritorno. “E' voluto andare”, disse il padre, “allora che rimanga”. Dino tornerà a bordo di una nave da carico inglese lavorando come fuochista.

A Marradi, poi, quando qualcuno gli domandava come gli fosse andata in America, Dino si incolleriva mostrando le palme callose delle mani da «peón de vía» (sterratore nelle ferrovie). E tuttavia fu lì, nella pampa, che all'ombra di una tenda britannica, mal pagato, senza contratto, vide “l'Uomo libero [che] tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall'ombra di nessun Dio”.

Questa avventura di Dino in Argentina, impugnata da alcuni studiosi del poeta come Ungaretti, Lello Campana la conosce come nessuno, nonostante l'avesse appresa “per sentito dire”. Altre storie conosce l'autore di Verde Lamone (1974) anche se la discrezione e il pudore verso il cugino gli annebbiano il ricordo.

 

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Lello Campana riceve il Premio Piacenza 1975 dalle mani dell’On. Preti

 

“Nacqui per caso”, suol dire, “sei mesi dopo i Canti Orfici, un giorno di gennaio del 1915”. Non ebbe la fortuna che ebbe invece la sorella maggiore Mimma, che fu per Dino, anche una amica. A volte il poeta, per gioco, la sollevava di peso e per lei tradusse Il bacio di Verlaine. Dino Campana lasciò al cugino solo «la fede nell'azzurro» e il compito di imparare «l'alfabeto» dell’amato-odiato Marradi, solitario paese di conchiglie millenarie, con il suo malinconico castello appeso ad una montagna.

Lello Campana amava definirsi “poeta di serie C”, ma io preferisco chiamarlo per dirla con Rafael Alberti “poeta en la calle”. E così forse lo videro tutti quegli uomini, donne e bambini che d ́un tratto egli fermava per strada, al bar o in riva al Lamone, affidando loro su carta per avvolgere o addiritura su tovaglioli quei versi che il dolore, la bellezza o la purezza di costoro gli avevano ispirato “lì per lì”. Lello trascorre ore intere, come suo cugino, pensando alla “vanità del tutto”.

Quando si anima — e al bar legge versi campaniani a qualcuno che lo ascolta — la sua voce risuona allora come un sperduto lamento, come un’eco “dell’Altro”.

Malgrado i suoi cinque anni passati come prigioniero di guerra in un campo di concentramento, i 25 noiosissimi vissuti come impiegato di banca, e questi ultimi solitari anni col suo paese ridotto alla metà della sua popolazione — da 10.000 abitanti nel 1968 a 4900 oggi — Lello Campana si dichiara ancora e per sempre un romantico della vita.

 

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Malinconie Ingabbiate, di (Lello) Raffaele Campana, Ed. Ponte Nuovo Bologna 

 

Premiato in svariate occasioni per i suoi versi, vive appartato, difendendo il ricordo del cugino. E non sarò io a violare i segreti che custodisce gelosamente in sé.

Mi limiterò a “lasciare in libertà” solo un canto dell'«ultimo dei Campana», rinchiuso nelle sue Malinconie Ingabbiate, Editrice Ponte Nuovo, Bologna 1972:

 

A DINO

II breve,
lungo regno del vagare... Il mio pensare quieto
a te,
Marradi,
triste alfabeto
da imparare
per vivere di nuovo. ................................

Dovrei ricominciare
e camminare
per massi e massi e massi ove Lui solo,
dentro grande nulla
ha captalo l'immenso
ove si culla
e nel «mattino ardente»
è librato nel sole.

 

 

Vorrei un giorno raccogliere i versi di Lello Campana. So che non sarà un compito facile. Un amico marradese riuscì anni fa a contare più di settecento poesie inedite che egli aveva donato brevi manu alla gente di Marradi come “un picchio che scava il castagno/ scandendo/ un tempo che ignora”.

 

Lello (Raffaele) Campana è nato a Marradi nel 1915 e scomparso a Bologna nel 1981.