Athos Gastone Banti: la storia di un giornalista spadaccino

 

di Paolo Pianigiani


                             

Athos Gastone Banti - foto anni '50 
 
 Athos Gastone Banti, a destra nella foto


Athos Gastone Banti nacque a Livorno il 24 febbraio del 1881 e dopo qualche anno di liceo interruppe gli studi per andare a lavorare alle Poste, allora Regie. Si fece cacciare quasi subito, per una non meglio precisata “ragazzata” e subito si dette al giornalismo, scalando tutti i gradini della professione, facendo il correttore di bozze per il Caffaro di Genova e  diventando redattore unico della Provincia di Arezzo. Già qui manifestò un aspetto tipico del suo carattere battagliero, la sua collaborazione a questa pubblicazione si concluse con un duello.


Era diffuso, all’epoca, risolvere le questioni che potevano insorgere fra gentiluomini, con l’ intervento dei padrini e i duelli all’alba, alla sciabola o, a scelta degli sfidati, alla pistola. Quindi tornò a Livorno dove assunse ben presto l’incarico di redattore capo del Telegrafo e in quella veste nel 1916 ebbe lo scontro con il Poeta di Marradi, che si era fatto arrestare dalla locale polizia municipale e se l’era presa con il giornale labronico, reo di aver dato del suo arresto una versione a suo dire diffamatoria.. Ricopriva anche l’incarico di corrispondente di guerra (erano gli anni della prima Guerra Mondiale) per Il Giornale d’Italia e in quella veste si meritò una medaglia d’argento al valore militare, conferitagli da Armando Diaz in persona, nel Settembre del 1918.
Nel 1919 lo troviamo a Firenze, promosso direttore del Nuovo Giornale di Firenze.

 

 
 
Cronaca della devastazione de Il Nuovo Giornale

Con l’avvento del Fascismo, Athos Gastone Banti ebbe subito modo di venire ai ferri corti con gli esponenti fiorentini (anche qui con sfide a duello), con la conseguenza di vederselo bruciare, il giornale, insieme con le rotative, il 31 Dicembre del 1924. I pompieri, subito intervenuti, furono impediti al loro lavoro dalle rivoltelle spianate, degli incendiari. Athos Gastone, senza perdersi d’animo, si trasferì a Roma, diremmo nella tana dal lupo, fu accolto da Alberto Bergamini, proprietario del Giornale d’Italia, e impiegato in mansioni amministrative.
Come giornalista non poteva esporsi più di tanto e dovette accettare la direzione di alcune pubblicazioni non a rischio, come Il Giornale della Domenica e La Cucina Italiana. Ma i suoi guai li ebbe ugualmente: parlando dei gusti culinari del Duce, in un articolo nella seconda di queste pubblicazioni, scrisse che la sua bevanda preferita era il caffè. Si era nel periodo delle autonomie assolute, nel quale in Italia era proibito importare caffè e la notizia, pur diffusa nell’innocente rivista, suscitò le ire dell’interessato.
 
Ma arrivò finalmente la liberazione, Banti  venne a conoscenza che c’era la possibilità di aprire un nuovo giornale a Livorno. Si precipitò a Firenze per chiedere i necessari nulla osta alle autorità americane e lì incontrò Luigi Russo, anche lui interessato ad aprire un giornale a Livorno. Ne nacque una discussione, lo spazio c’era, ma per una sola testata. La spuntò il Banti e Luigi Russo, da gran signore, gli lasciò in dono il nome a cui aveva pensato. L’area di diffusione sarebbe stata quella da La Spezia a Grosseto, si affacciava tutta sul mare. Il mare Tirreno appunto. Il primo numero del Tirreno, stampato nei vecchi, ma ancora funzionanti, stabilimenti tipografici dove si stampava il vecchio Telegrafo, uscì il 28 Gennaio 1945, in settemila copie diffuse con le biciclette e i camion di passaggio.
Di carta ce n’era poca e i primi numeri erano di una pagina sola. Presto il giornale si arricchì di collaboratori e di pagine e la sua presenza si ampliò fino a diventare fra i più diffusi giornali della Regione. Athos Gastone Banti, ultra sessantenne, mantenne le redini del suo Tirreno fino al 9 Ottobre del 1957, con qualche sosta per motivi di salute. Ma anche allora, ai direttori vicari, non mancava di inviare, immancabile e ingombrante, il suo elzeviro, che aveva un titolo particolare: Cinque minuti di fermata. Ed erano articoli pieni di buon senso, scritti con arguzia e senza peli sulla lingua.
 
Mi piace chiudere riportando l’inizio del primo numero del Tirreno, che esprime benissimo il carattere e lo spirito del suo fondatore:
 
Questo che si pubblica oggi per la prima volta a Livorno non è il giornale di un partito, e neanche l’espressione di qualche interesse privato, o di categorie: è soltanto un atto di fede, e di amore.