Marco Bulgarelli: La divisa nascosta di Dino Campana

 

Dino Campana allievo ufficiale di Fanteria a Ravenna

Articolo pubblicato, con qualche variante, ne "Il lettore di Provincia", fascicolo 94, dicembre 1995

 

 medaglia ricordo scuola allievi ufficiali di artiglieria

 

Nel considerare la figura del poeta Dino Campana, spesso non si è riusciti a fare a meno d'immaginarlo come una specie di Orfeo la cui esistenza è stata graffiata dalle cicatrici di periodiche discese nei regni senza luce, sordi e ronzanti, dell'inesprimibile ignoto. Proprio per questo i suoi estenuanti vagabondaggi, la sua solitudine miserabile, la serie quasi persecutoria degli arresti subiti in varie città d'Italia e all'estero, e ancora il degrado scimmiesco sperimentato nelle corsie dei manicomi hanno potuto acquistare il valore di un vero e proprio martirio e di una testimonianza, quasi fossero stati anch'essi i segni dell'autenticità di una parola scavata con le mani sanguinanti alla radice delle cose.

Per tale ragione può diventare molto difficile raffigurarsi questo stesso «cantore orfico», come lo definiva Soffici, mentre docile ai comandi rabbiosi di un fischietto sta strisciando nel fango di un percorso di guerra con una carabina dell'esercito tra le braccia. Eppure la possibilità che Campana nella prima metà del 1904 si fosse realmente cimentato in esercitazioni del genere, e in veste addirittura di cadetto dell'Accademia Militare di Modena, qualche anno fa venne annunciata da Sebastiano Vassalli ne La notte della cometa, una biografia del poeta concepita in forma di romanzo1.

Tale notizia deve avere meravigliato non poco gli appassionati lettori di Campana, e forse più di altre discusse novità riguardanti la sua vita di cui il medesimo volume era assai ricco. Lo può dimostrare paradossalmente, se vogliamo, proprio la circostanza di essere stata completamente ignorata dalla critica successiva, come si può osservare scorrendo la di poco posteriore biografia campaniana di Gianni Turchetta2 e la cronologia che accompagnava la riedizione dei Canti Orfici curata da Fiorenza Ceragioli3. Forse perché l'idea di un'avventura intrapresa questa volta con indosso la rigida e severa divisa di cadetto, piuttosto incredibile per la verità, strideva troppo con l'immagine di Campana poeta un po' voyant un po' voyou, assorto nel suo sogno di parole ed estraneo per malattia e vocazione, fin dall'età di quindici anni, all'ordine borghese del mondo (anche se poi in questo stesso ordine lo si reintroduce attraverso la porta posteriore, grazie al salvacondotto costituito dalla moralità riconosciuta nel suo atto di sacrificare ogni cosa al «sacro demone» della poesia). La Ceragioli ad esempio, per quanto riguarda l'anno 1904, ha preferito infatti riportare soltanto il ricordo peraltro assai particolareggiato del faentino Giovanni Collina, sulla cui soglia di casa Campana si sarebbe fermato a dormire la notte del 6 gennaio di ritorno dalla Russia - il mitico viaggio ancora da verificare durante il quale, dopo aver rimediato un «cappottaccio di tipo militare russo color giallo-nocciola» per ripararsi dalla neve, si era unito a una compagnia di «Bossiaki» di Odessa per vendere stelle filanti4.
Stando invece ai dati, non meno singolari ma certo più documentati, che Vassalli dice di aver ricavato da un «Registro di Leva del Distretto Militare di Firenze, anno 1885», già dal 4 gennaio 1904 il futuro poeta de La Chimera, allora diciottenne, si trovava all'Accademia Militare di Modena in qualità di volontario allievo ufficiale. Si tratta di una parentesi militaresca che indubbiamente veniva a minacciare già sul nascere l'integrità della leggenda pronta a farne il «maudit della Romagna», e Campana in seguito si guardò bene dal parlarne con qualcuno dei suoi amici letterati. Così ne La notte della cometa cinque capitoletti vengono impiegati per illustrare nei dettagli questo suo sorprendente apprendistato in uniforme, che tuttavia nel racconto di Vassalli prende l'aspetto di un evento piuttosto fuori dell'ordinario. Partito per l'Accademia di Modena dopo una vigilia di festeggiamenti in famiglia, leggiamo, a cui intervenne anche quello «zio matto» che in realtà era già morto da almeno due anni, il giovane di Marradi avrebbe concluso il suo addestramento appena qualche mese più tardi, nell'agosto del 1904, per non essere riuscito a superare l'esame previsto per conseguire il grado di sergente. O piuttosto, secondo quanto ci spiega Vassalli, a causa di una vergognosa espulsione dal corso per aver partecipato proprio alla vigilia della prova d'esame ad una specie di notturno teppista a Parma, vale a dire per un fatto tuttora oscuro che, se accadde veramente, a detta dello stesso Campana gli costò un mese di prigione ma «verso il 1902, 1903»5.
Dopo un simile resoconto, risulta certo più comprensibile la cautela con cui a suo tempo venne accolta La notte della cometa. La perplessità suscitata da simili spostamenti cronologici e dalle imprecisioni più o meno arbitrarie presenti anche in altre parti del volume, deve avere indotto a dubitare pure di notizie, come questa di Campana cadetto a Modena, ritenute poco credibili nonostante fossero tratte da documenti fino a quel momento inediti (che peraltro Vassalli cita senza fornire riferimenti precisi che ne indichino la provenienza effettiva). A questo punto viene da chiedersi come si possa giustificare la presenza di siffatte combinazioni di vero e di meno vero in una biografia che pure ha rappresentato una tappa di non poco rilievo negli studi sulla controversa vita di Campana, e la spiegazione sicuramente va cercata nella scelta compiuta da Vassalli di narrare la storia del poeta come se stesse scrivendo un romanzo. Un modo che lo autorizzava a creare degli effetti (spesso non privi di fascino) anche per mezzo di procedimenti molto simili a quella che è la modulazione in musica, ossia l'alterazione di alcune note - in questo caso di taluni dati in suo possesso - di uno o due semitoni verso l'acuto o verso il grave rispetto alla tonalità di base. Quella del «romanzato» infatti è una tecnica che concede all'autore almeno tre vantaggi, il primo dei quali consiste nella possibilità di usufruire di un canovaccio già dato, economizzando così il tempo e la fatica necessari per elaborare il soggetto di un romanzo vero e proprio. Sopra questo soggetto non immaginario, però, nulla vieta di ricamare delle zone colorate a proprio piacimento, magari mettendo un azzurro dove invece andava il rosso o, perché no, un verde; tanto, ed è il terzo vantaggio, se qualche pignolo si metterà ad enumerare le magagne e le incongruenze vistose di una simile costruzione, malferma e soltanto per metà fondata sul vero, si potrà sempre allargare le braccia ricordandogli che in fondo si tratta di un romanzo, anche se la sostanza delle cose, badi bene costui, in definitiva non cambia. E questo è ciò che Vassalli ha fatto. Tali opportunità gli hanno consentito di realizzare persino una specie di suggestivo by pass quando, una volta scoperto come Campana non era riuscito ad ottenere il grado di sergente, ha ricollegato questo fatto ad un altro episodio non molto chiaro, accaduto al poeta qualche tempo prima e in circostanze completamente diverse. Nell'elaborare questa parte de La notte della cometa Vassalli considerò infatti come una baruffa (si sa quanto era attaccabrighe il poeta dei Canti Orfici) potesse risolvere contemporaneamente due enigmi, e procedette in questo modo: «Campana raccontò al Pariani di aver fatto un mese di galera a Parma... nel 1903... ma dai registri di quel carcere non risulta nulla6. Ammettendo che dicesse il vero... quale può essere stata la ragione del suo arresto?... Spostandolo all'anno successivo... tuttavia... questo episodio può benissimo essere messo in connessione con l'espulsione dal corso all'Accademia Militare di cui ho letto sul Registro di Leva che ho trovato. Infatti non essendo molto lontana da Modena... a Parma Campana vi andò, mettiamo, durante un permesso... ma sì, un permesso accordato agli allievi ufficiali alla vigilia dell'esame per il grado di sergente... e commise qualche sciocchezza... una rissa magari... una rissa, certo, che so, al bordello, in osteria, oppure in tutte due... si vedrà. Un alterco in ogni caso non molto grave, ma tale da meritargli almeno una notte in guardina... una soltanto però... e non un mese come sostenne in seguito. Così si spiega come nella prigione di Parma non rimanga traccia del suo periodo di detenzione... ed anche perché il giorno dopo lo avrebbero espulso dal corso allievi ufficiali pur concedendogli, come sta scritto sul Registro di Leva, una dichiarazione di buona condotta». Non si contano le telefonate da ogni parte d'Italia giunte all'Accademia di Modena da quando uscì La notte della cometa. La critica però, come abbiamo visto, si mostrava indifferente - se non proprio ostile. Anche se l'aver appreso che Campana era stato cadetto poteva servire ad evidenziare ancor più l'ambiguità dei suoi rapporti con le istituzioni in genere. Essi infatti da una parte furono caratterizzati dal perseguimento di una orgogliosa e solitaria distinzione individuale, sempre più assecondata dalla consapevolezza della propria diversità come poeta (diversitàesemplificata se si vuole, al di là dell'indubbio valore letterario dell'opera di Campana, dal tipo vulgato del  poète maudit  mezzo illuminato mezzo pazzo e fuorilegge a cui egli stesso si compiacque a volte di somigliare). Dall'altra parte, invece, troviamo in lui un bisogno profondo di sentirsi accettato e di rientrare nei ranghi con un'inversione di rotta culminante in propositi talora impossibili (come quando nel 1911 cercò di ottenere «l'ammissione agli esami di concorso per la carriera di alunno delegato di P.S.»7) o per mezzo di iniziative fallimentari quali furono gli sforzi per entrare nella giovane società letteraria delle riviste fiorentine, le iscrizioni universitarie inutilmente rinnovate, la ricerca di un lavoro decoroso come impiegato, oppure ancora l'estremo tentativo, di cui parleremo più avanti, di prender parte alla prima guerra mondiale come avevano fatto tutti i suoi conoscenti (e non certo come un fantaccino qualsiasi, «avendo sentito parlare di nomine a ufficiale per titoli di studio»8).
Io stesso, dopo essere stato sollecitato da Gabriel Cacho Millet, mi sono recato di persona a sfogliare la pila grigia dei registri con i nominativi dei cadetti dal 1900 al 1910, messi cortesemente a mia disposizione dall'ufficiale responsabile dell'Archivio dell'Accademia Militare di Modena. E lo stupore un po' divertito suscitato all'interno di quell'istituzione dalla mia - e altrui - ostinazione tanto affannata nel ricercare qualche traccia di questo Dino Campana («che a quanto pare è stato uno scrittore, vero? e pure matto, vero? allora questo è proprio il posto giusto!»), senza volere era in buona parte giustificato, poiché Campana non si era mai sognato di entrare nell'Accademia di Modena: sui registri dei cadetti iscritti ai corsi tenuti dal 1900 al 1910, come ho potuto verificare personalmente, il suo nome non compare affatto.
Nel frattempo lo stesso Cacho Millet aveva trovato a Marradi un avviso proveniente dal Distretto Militare di Firenze e inviato a Campana il 19 dicembre del 1903, dal quale si ricava che, dopo essere stato incorporato nel 40° Reggimento Fanteria, il poeta fu, questo sì, allievo ufficiale, ma a Ravenna. Una differenza  non di poco conto, poiché ora veniamo a sapere che egli non ebbe mai alcuna intenzione di affrontare le lunghe tappe di una carriera nel Regio Esercito né di entrare in servizio permanente effettivo, come sarebbe accaduto se egli si fosse iscritto, come ha sostenuto Vassalli, all'Accademia Militare di Modena.
Questa novità, piombata proprio quando diventava sempre più difficile credere ad una storia in cui Campana, per quanto ancora molto giovane, compariva come aspirante alla dignità di ufficiale superiore dell'esercito (Colonnello Dino Campana) o di generale, e accompagnata da un nuovo incitamento da parte di G. C. Millet, mi indusse a tentare altre ricerche. Così anche per merito della gentilissima signora Peruzzi, che desidero qui ringraziare, all'Archivio di Stato di Firenze sono riuscito a trovare due nuovi documenti inediti riguardanti entrambi le vicende militari del poeta. Si tratta del foglio matricolare di Campana e del registro per l'estrazione della leva della classe 1885, con l'aiuto dei quali ora cercherò di chiarire per quanto possibile le sue disavventure nel mondo delle armi.
Sul foglio matricolare, alla destra di una colonna riservata ai contrassegni personali e recante alcune curiosità fisionomiche che i cultori di Campana conoscono bene («capelli colore castagni/forma lisci; occhi castagni; dentatura sana; segni particolari: neo guancia destra»), troviamo una prima annotazione che coincide con gli elementi in possesso di Gabriel Cacho Millet: «Soldato volontario nel 40° Reggimento Fanteria (Allievo Ufficiale) ascritto 1° Categoria Classe 1883, li 4 gennaio 1904». Questi dati a dire il vero corrispondono anche a quelli riportati da Vassalli ne La notte della cometa9, ma adesso è certo che se il poeta decise di arruolarsi volontario allievo ufficiale, ciò fu semplicemente (con gran sollievo forse di molti suoi fans) per compiere come sottotenente il normale periodo della ferma obbligatoria. Egli insomma aveva anticipato il servizio militare per farlo da ufficiale di complemento, e poiché a quell'epoca chi aspirava al grado di sottotenente era addestrato direttamente presso il corpo di appartenenza, Campana fu accolto nel plotone allievi ufficiali di stanza a Ravenna del 40° Reggimento Fanteria in cui era stato incorporato10. Senza dubbio nessuno un po' pratico di cose riguardanti le forze armate avrebbe potuto confondere un reggimento con un'accademia militare. Resta perciò da stabilire se l'errore di Vassalli vada imputato ad una sua svista oppure non sia piuttosto una conseguenza esemplare del metodo romanzato da lui adottato quando decise di scrivere la biografia del poeta11.
A Ravenna, l'antica città bizantina vicina al mare dove, forse per la prima volta, subì il fascino della visione di un Oriente fiorito sulle coste paludose della sua Romagna (visione di cui i Canti Orfici conservano barbagli nelle mitiche figurazioni de La Notte e in certi scorci di Faenza o di una Bologna diventata per un momento come un vasto porto mediterraneo), a Ravenna Campana vestì dunque l'uniforme blu della fanteria. Tuttavia la caserma in cui imparò le asprezze della disciplina militare e a marciare in cadenza, al passo con gli altri allievi ufficiali, in realtà figurava come un semplice distaccamento: la sede del 40° Reggimento Fanteria infatti non si trovava a Ravenna ma a Bologna. Il 40° Reggimento Fanteria "Bologna" (così in effetti si chiamava) nel quale Campana nei primi mesi del 1904 affrontò il corso allievi ufficiali, poteva vantare una storia gloriosa dal momento che era stato costituito nel capoluogo emiliano da un gruppo di patrioti veneti e romagnoli durante la seconda guerra d'indipendenza. Nonostante ciò e malgrado il nome che portava della città dove era stato creato, questo reggimento fu una unità che venne spostata varie volte in ogni parte d'Italia, tanto che non sarebbe esagerato definirla itinerante. Negli ultimi decenni dell'Ottocento infatti il 40° Reggimento Fanteria "Bologna" aveva conosciuto una serie quasi inverosimile di trasferimenti sempre rinnovati da una parte all'altra della penisola, e nella città delle due torri vi sarebbe tornato di nuovo soltanto nei primi cinque anni del nostro secolo, appunto nel periodo in cui Campana, e non per caso come vedremo, ne fece parte. Anche in seguito, dopo il 1905, questa unità si trovò ad essere spostata ripetutamente da un posto all'altro: a Foggia, da qui a Napoli quindi a Modena (ma in questo caso non v'è nulla che abbia a che vedere con l'Accademia Militare - al di là del fatto che si tratta di un periodo di molto posteriore a quello che qui ci interessa). Frattanto il medagliere del 40° Reggimento risultava sempre più appesantito da ogni sorta di onorificenze per aver partecipato durante questi anni alle più svariate operazioni belliche. La ruota dei trasferimenti si sarebbe interrotta solo nel 1950, quando all'unità venne finalmente assegnata  una sede definitiva proprio a Bologna. Chi però oggi volesse rintracciarla in questa città, magari per controllarne gli archivi nella speranza di veder comparire il nome del poeta di Marradi, dovrà prepararsi a ricevere una delusione. Nel 1975 infatti le grandi unità reggimentali del nostro paese furono soppresse, e del corpo dove Campana era stato allievo ufficiale non rimase che una specie di simulacro in una caserma nei pressi di Porta S. Felice, con il nome più modesto di 40° Battaglione Fanteria. E ora nemmeno in tale forma è più possibile ritrovarlo, perché questo battaglione è stato sciolto nel dicembre dell'89 e la sua bandiera consegnata al Ministero della Difesa assieme a quelle poche cose non andate disperse durante tutti questi lunghi anni.
Forse non è stato un caso che Campana fosse andato a finire proprio nel 40° Reggimento Fanteria. Nell'autunno del 1903 egli si era iscritto, com'è noto, alla Facoltà di scienze dell'Università di Bologna per frequentare il corso di chimica pura. E per quanto una scelta del genere sia potuta sembrare in seguito abbastanza sorprendente, ora si può pensare che la serietà iniziale dei suoi propositi si trovi ad essere provata proprio dall'altra decisione non meno singolare, presa durante quegli stessi giorni, di anticipare di un paio di anni la ferma militare per compierla come ufficiale di complemento. Si trattava infatti di una risoluzione a cui giunse certamente non ignorando di avere la possibilità di svolgere il servizio in una caserma di Bologna. Secondo l'art. 648 della Legge sul Reclutamento in vigore in quegli anni, il volontario poteva presentare la domanda di arruolamento direttamente «al corpo al quale aspirava a prestare servizio»12. Se Campana dunque consegnò la sua presso un reggimento come il 40° Fanteria che si trovava nella stessa città non lontano dall'università in cui si era appena iscritto, v'è da credere che avesse intenzione di portare avanti in ogni caso gli studi in chimica, approfittando della relativa maggiore libertà e indipendenza di cui in genere godono i sottotenenti rispetto alla truppa, una volta terminato il corso allievi ufficiali presso il distaccamento di Ravenna e rientrato con quel grado nella sede del reggimento a Bologna.
Un simile progetto contrasta non poco con le convinzioni di chi più tardi avrebbe scritto che il poeta in quei mesi era già salpato per qualcuno dei suoi primi leggendari vagabondaggi. Ma ciò non deve far dimenticare come in quell'epoca ancora umbertina non fosse tanto strano vedere un giovanotto come lui, definito «benestante» e «possidente» in alcuni documenti ancora inediti conservati presso l'Archivio Provinciale di Firenze, muovere i primi passi nel mondo seguendo precisamente la strada di una breve e temporanea carriera militare. E se per merito di una procedura di arruolamento già estremamente semplificata le richieste dei volontari in genere venivano esaudite senza alcuna difficoltà, Campana sicuramente si trovava ad essere favorito anche in virtù di certe agevolazioni ammesse per consuetudine ogniqualvolta si dovevano cooptare nel corpo degli ufficiali subalterni ragazzi di analoga condizione sociale, e magari provvisti al pari di lui di un titolo di studio superiore. Un modo anche questo per consolidare il vincolo per così dire naturale che legava i civili di estrazione borghese ai quadri delle Forze Armate13. Perciò se la domanda di arruolamento di Campana passò subito al vaglio del consiglio di amministrazione del 40° Reggimento, come disponeva l'art. 113 L.R., tutto fa pensare che la disamina delle idoneità si riducesse ad un disbrigo di pratiche puramente formale14. Durante queste operazioni comunque fu necessario declassare il volontario di Marradi per consentirgli di anticipare il servizio militare includendolo nel contingente dei nati nel 1883, che nell'autunno di quell'anno erano appena partiti per compiere il servizio militare.  Lo si assegnò quindi alla prima delle tre categorie in cui la leva di allora era suddivisa, quella composta da tutti i soldati trattenuti in ferma temporanea, alla quale come volontario era già destinato secondo quanto stabilito dall'art. 732 L.R.15. Così un paio di mesi dopo la presentazione della richiesta, esattamente il 19 dicembre 1903, il sindaco di Marradi potè trasmettere a Dino un avviso proveniente dal Distretto Militare di Firenze (Marradi come si sa dipende dal capoluogo toscano), nel quale si leggeva «che la domanda da lui inoltrata per l'ammissione nel plotone allievi Ufficiali del 40° Reggimento fanteria, di stanza a Ravenna, venne accolta favorevolmente e che dovrà trovarsi alla sede del reggimento stesso [a Bologna quindi] il giorno 4 Gennaio alle ore 9»16.
Nel passare di nuovo sotto il portale d'ingresso della caserma dove aveva presentato la sua domanda di volontario, Campana quella mattina d'inverno del 1904 appena iniziato potè rileggere il motto del 40° Reggimento che, come un buon auspicio divenutogli ormai familiare, recitava: «Senza sosta verso la gloria». Al di là dei motivi che lo avevano indotto ad anticipare di due anni il servizio militare, davanti a lui si apriva una stagione di novità e di cambiamenti tali da colmare di entusiasmo qualunque ragazzo della sua età. Fu dunque mandato al plotone allievi ufficiali distaccato a Ravenna, ma se il 4 aprile arrivavano già i galloni rossi di caporale, quattro mesi più tardi tutto era finito. Campana veniva spogliato della divisa e rimandato a casa con un'annotazione sul fogliomatricolare tanto più disonorevole quanto più era stato semplice poter accedere nelle gerarchie inferiori del Regio Esercito: «Cessò dalla qualità di allievo ufficiale per non aver superato gli esami al grado di sergente, li 4 agosto 1904».
Perché era fallito questo tirocinio militare del poeta (quasi prefigurando tanti altri fallimenti sperimentati in seguito nel tentativo inutile di non farsi travolgere da un'esistenza che col tempo sarebbe andata sempre più alla deriva)? Sotto l'impassibilità burocratica di quelle parole si nascondevano senza dubbio dei motivi più gravi. Forse qualche settimana fatta di interminabili addestramenti quotidiani all'uso delle armi e di lezioni sempre uguali sull'impiego tattico e strategico della fanteria bastò ad estinguere il suo interesse iniziale per quella vita in divisa, tanto da costringerlo a rinunciarvi volontariamente e con la stessa determinazione con la quale in un primo momento aveva deciso di arruolarsi. Oppure per farsi notare dai compagni di corso, o per distinguersi da essi (o per provocarli, chissà), cominciò ad ostentare, com'era sua abitudine da qualche tempo, un atteggiamento da giovane spirito indipendente e magari un po' ribelle, finendo poi col mostrare troppo apertamente un disprezzo imperdonabile per la disciplina e l'ubbidienza (come vuole il cliché a cui è abituato il lettore delle sue biografie). Può invece aver replicato alla ruvidezza immancabile di qualche superiore proprio con un accesso di quella «impulsività brutale, morbosa» che già da un po' di tempo preoccupava il padre tanto da non tardare a convincerlo che Dino avesse «la psiche esaltata, avvelenata, pervertita»17. Nessuno può dire cosa successe veramente, e non ci permette di determinare una ragione meno approssimativa un'altra nota sul foglio matricolare, che precisa come Campana fosse stato «prosciolto dal servizio per applicazione dell'art. 353 dell'Istruzione complementare al regolamento sul reclutamento». Questo articolo infatti fa parte di una raccolta, l'Istruzione complementare al regolamento sul  reclutamento, accessibile addirittura soltanto a pochi ufficiali dell'esercito e tenuta ben distinta dall'altra Istruzione complementare allegata al volume della Legge sul Reclutamento fin qui usato, poiché si tratta di un testo dal contenuto tuttora riservato in quanto può rivelare informazioni troppo dettagliate sul curricolo personale degli interessati (anche se da decenni passati a miglior vita come nel nostro caso). Così ha spiegato il Comandante del Distretto Militare di Modena Col. Tinaglia, mentre consultando un opuscolo ingiallito mi commentava cortesemente, seppure con estrema circospezione, la casistica racchiusa in quel misterioso art. 353 in disuso ormai da tanti anni. In esso sarebbe elencata tutta una serie di condizioni che potevano rendere un soldato non idoneo al servizio, e non molto diverse, in fondo, da quei motivi che si è già provato ad immaginare. Ma ricordo soprattutto un'allusione anche a certe malattie, come ad esempio la cosiddetta demenza precoce... La psichiatria però non c'entra nulla questa volta, così mi ha assicurato il Col. Tinaglia rileggendo ancora una volta con occhio esperto il foglio matricolare di Campana. E per quanto l'ampio ventaglio di casi citati nell'art. 353 non consenta di trarre un'indicazione precisa sulla mancanza effettivamente commessa dal poeta, si è poi detto convinto che la bocciatura all'esame per conseguire quel grado intermedio di sergente in attesa di quello da sottotenente sia stata determinata da una condotta poco appropriata. Non certo comunque da una impreparazione in qualcuna delle materie studiate o magari da una incapacità da parte di Campana a compiere quelle prestazioni richieste ad un allievo ufficiale (anche perché rare volte si sarebbero verificati casi del genere). Ciò non significa che lo studente appena uscito di collegio che tutto sommato egli era prima di arruolarsi si fosse mutato, proprio in quei mesi trascorsi al distaccamento di Ravenna, nel «sovversivo, anarcoide, violento e tenero al tempo stesso» di cui più tardi si sarebbe ricordato Binazzi18. Anzi, potrebbe benissimo essersi «montata la testa» proprio a causa della sua divisa e del suo chepì di allievo ufficiale, mi suggeriva ancora il comandante del Distretto di Modena, al punto di arrivare ad assumere un comportamento talmente insolente e irriguardoso, verso i compagni oppure nei confronti dei suoi diretti superiori, da meritare di essere rispedito a casa alla prima occasione.
Tuttavia... tuttavia, ripensando alla cautela con la quale il Col. Tinaglia aveva affrontato la questione, quel dire e non dire su di una «condotta poco appropriata» e che nascondeva a quanto pare qualcosa di molto spinoso e sgradevole, sono arrivato a credere che l'espulsione di Campana dal corso allievi ufficiali sia stata motivata da un fatto in cui in qualche modo c'entra una disposizione ritenuta tanto poco marziale come l'omosessualità. Non voglio, dicendo questo, esercitarmi a suscitare il clamore di un facile scandalismo da rotocalco, anche perché in fondo non si tratterebbe nemmeno di una novità. Così, nell'impossibilità di accedere al testo dell'art. 353 dell'Istruzione complementare al regolamento sul reclutamento, il solo che possa confermare o meno un simile sospetto (ho poi ritentato inutilmente, per altra via, di arrivare a conoscerlo), ricorderò soltanto che Ruggero Jacobbi già alcuni anni fa aveva segnalato la presenza di «qualche non infrequente accenno omosessuale» nell'opera di Campana e soprattutto nel cosiddetto Quaderno19 . Nella sua monografia campaniana si citava in particolare Oscar Wilde a San Miniato, dove «il protagonista, a un certo punto, non è più Oscar Wilde ma il poeta stesso» (anche se le conseguenze di una simile identificazione risultavano attenuate da questa precisazione: «è il poeta stesso in quanto fratello di ogni Wilde, cioè di ogni esteta e di ogni infelice»20). Ma «l'amore malinconico e suicida dell'uomo», come viene definito da Campana con espressione quasi colpevole, lo troviamo nel medesimo Quaderno in un componimento ancor più significativo. In Ermafrodito l'ambigua creatura cara a certa letteratura decadente abituata a mescolare sensualità e manie esoteriche viene inizialmente confusa da Campana con Narciso, intento a baciare la propria immagine in uno specchio che lo riflette come affogato in uno sfondo oscuro simile al «paese della chimera eterno e profondo / dove perdesi l'anima fantasticando». In un secondo momento però Ermafrodito, superando i limiti e il kitsch di un'iconografia molto «fin de siècle», diventa una presenza angosciosa che riaffiora alla superficie di un fondo maledetto per vegliare sul poeta tormentato dalla propria coscienza. Assistiamo così allo sviluppo di quel senso di colpevolezza e di morte che già trasparivano nel verso citato di Oscar Wilde a San Miniato:


Dal fiume maledetto dove non canta la vita
Ti levi talvolta pur nelle notti lunari ed appari
Alla finestra mia colla madreperlacea luna
E stai come uno spettro vigilando il mio cuore
Che si consuma alla luce funerea lunare

[...]
Ma sempre sopra al mio letto vigila la bocca stanca e convulsa
II vago pallore del volto e delle tue bionde chiome.

L'esperienza omosessuale non doveva essere ignota a Campana, al di là delle supposizioni su quelle che potrebbero essere state le vere ragioni del suo allontanamento dal plotone allievi ufficiali di Ravenna. E questo dato ricavabile da alcune sofferte allusioni sparse nella sua opera risulta tanto più verosimile, quanto più i documenti ritrovati in questi ultimi anni confermano come alla base della propria elaborazione poetica vi fosse sempre il ricordo, per quanto «orficamente» trasfigurato, di vicende non immaginarie. Qui vorrei aprire una parentesi.

* * *

Campana sia direttamente, ad esempio quando parlava di sé con Pariani, sia indirettamente, per gli accenni contenuti nei Canti Orfici, è una fonte degna di fede per chi vada raccogliendo notizie sulla sua vita. E questa affermazione trova una conferma anche nel fatto che una figura come quella di Regolo Orlandelli, come ho potuto constatare di persona, è esistita veramente. La ricerca che in base alle indicazioni fornite dal poeta a Pariani mi accingevo a compiere a Mantova è stata facilitata dal prof. Salvatore Gelsi, che qui ringrazio, il quale già da qualche tempo si stava occupando di alcuni personaggi pittoreschi della propria città.
Regolo, di due anni più giovane del poeta (era nato nel 1887 e all'epoca del-l'episodio narrato nei Canti Orfici aveva all'incirca ventisei anni), stando a quanto annotato sul suo foglio matricolare ritrovato a Mantova dal prof. Gelsi, fu riformato una prima volta nel 1907 per «grave debolezza di costituzione» (Campana ne L'incontro di Regolo aveva scritto: «Impestato a più riprese, sifilitico alla fine, bevitore [...]»), e una seconda volta nel 1918 «per astigmatismo miopico e strabismo convergente» (Campana: «Quella faccia, l'occhio strabico! [...] era restato per un quarto d'ora paralizzato dalla parte destra, l'occhio strabico fisso sul fenomeno»). Più importanti ancora risultano comunque alcuni dati che aggiungono qualche nuovo elemento probante riguardo al viaggio ancora avvolto nel mistero che Campana avrebbe compiuto in Argentina. Un avvenimento che Ungaretti si intestardì a negare risolutamente, convinto com'era che non fosse mai avvenuto, e che Gabriel Cacho Millet con una convincente argomentazione, per quanto priva ancora di prove determinanti, colloca fra il 9 settembre 1907 e il 18 marzo 1909. Dalle carte dell'Archivio Storico del Comune di Mantova apprendiamo infatti che Regolo nel 1906 era andato ad abitare a Milano per lavoro, e che in seguito emigrò varie volte in Argentina: una prima sul finire di quello stesso 1906, per starvi fino al 1909; quindi fra il 1913 (o 1914, non è ben chiaro) e il 1918 (intanto in Italia nel '16 l'esercito lo dichiara «renitente» per ben due volte), e definitivamente nel 1919 (per quest'ultimo espatrio possediamo due indirizzi di Buenos Aires). Si legge dunque ne L'incontro di Regolo: «Era tornato d'America [evidentemente si riferisce al primo viaggio del 1906-09]. [...] Ricordavamo l'incontro di quattro anni fa laggiù in America: e il primo, per la strada di Pavia». Più tardi, in manicomio, Campana con Pariani sarebbe stato ancor più preciso: «Regolo è uno che andò in Argentina. Si chiamava Regolo Orlandelli, era di Mantova. Lo incontrai in Argentina a Bahìa Bianca. Prima l'avevo conosciuto presso Milano. In America aveva un'agenzia di collocamento: a Milano faceva il commercio ambulante. A Genova lo incontrai per caso dopo essere stato in Argentina. Credo sia morto; deve essere morto certamente»21. Ma su questo punto si sbagliava, perché Regolo morì non prima del 1933, più tardi dunque del poeta, anno in cui bruscamente s'interrompono le notizie che si hanno su di lui.
L'esito di altre ricerche che pure ho compiuto è molto semplice da riferire. Parecchio materiale infatti è scomparso, o per meglio dire è stato rubato, in quanto vi è chi ha pensato bene di portarsi a casa dei «reperti» campaniani, sicuramente preziosi per la critica, per farne oggetto di collezioni personali e soprattutto clandestine. Eccone un breve elenco. All'Ospedale psichiatrico «Lolli» di Imola alla fine degli anni '60 è sparita la cartella clinica di Campana, che a detta di alcuni infermieri conteneva pure certe lettere di Carducci e dell'Aleramo (non si capisce però come queste ultime fossero potute finire proprio lì, a meno che la scrittrice, prima di accompagnare Campana alla visita presso il prof. Tanzi nel gennaio del 1917, non avesse scritto al manicomio di Imola per documentarsi e conoscere con precisione la diagnosi formulata nel 1906). Al «Lolli» dunque rimane soltanto, annotato sul registro d'ingresso, il nome della malattia di cui soffriva il poeta a ventun'anni, «demenza precoce». La stessa cosa avvenne negli anni Settanta all'archivio del "S. Salvi" di Firenze: delle migliaia di cartelle cliniche messe sottosopra dall'alluvione e poi riordinate con cura meticolosa dal sig. Mugnai col quale ho parlato, manca solo quella di Campana con tutti i dati del ricovero del 1909 e dell'internamento del 1918; rimane anche qui il suo nome sul registro d'ingresso a cui si aggiunge la causa della sua morte, «setticemia», segnata sul registro degli estinti del 1932. Dal 1982-83 all'Archivio di Stato di Firenze non si riesce più a trovare, fra gli Atti del Tribunale di Firenze, quelli riguardanti Dino Campana. Infine, alla Biblioteca comunale dell'Archiginnasio di Bologna ultimamente è stata strappata dalla raccolta de «II Giornale del Mattino» la pagina del 27 dicembre 1912 con il trafiletto sulle «escandescenze» dello studente di Marradi, in cui si leggeva fra le altre cose che Campana al momento dell'arresto venne colto da un attacco epilettico (particolare che non figura nel medesimo articolo ripubblicato da A. Mastropasqua in «L'Informatore Librario» XII, N.S. 3, 15 mar.-15 apr. 1982, p. 53).

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Terminata dunque la sua avventura presso il 40° Reggimento Fanteria, Campana si ritrovò, tanto per dirla con un'espressione assai schematica in uso al giorno d'oggi, «non idoneo per insufficiente attitudine militare». Tuttavia, pur avendo sancito un difetto di doti marziali pressoché irrimediabile, possiamo credere che l'inaccessibile art. 353 dell'Istruzione complementare al regolamento sul reclutamento non fosse poi così severo da costringere il caporale appena espulso dal 40° Fanteria a rinunciare definitivamente all'adempimento dei propri doveri verso l'esercito del Re. Campana infatti per le autorità militari continuava a rimanere «interessato al completamento degli obblighi di leva», e alla gravità del fatto che in ogni caso aveva commesso si rimediò concedendogli un riconoscimento di buona condotta poi trascritto sul foglio matricolare. In questo modo alla chiamata del contingente al quale apparteneva, quello del 1885, sarebbe dovuto tornare sotto le armi anche se soltanto per un periodo di ferma ordinaria ridotto dei sette mesi già trascorsi come allievo ufficiale.
Dopo essere stato iscritto col numero 132 sul registro per l'estrazione della leva della classe 1885, il 23 maggio 1905 Campana venne dunque convocato a Bologna per sostenere la consueta visita medica prevista per l'arruolamento22. L'esito era quasi scontato. Gli ufficiali medici dell'ospedale militare dopo un anno e mezzo dall'arruolamento volontario lo trovarono ancora in possesso dei requisiti indispensabili, in particolare della cosiddetta «sana e robusta costituzione». Così sul medesimo registro per l'estrazione della leva si potè trascrivere anche per lui la formula fatidica «abile e arruolato in l° Cat.», a cui fece da corollario l'altra riportata sul foglio matricolare, e non meno tipica, «lasciato in congedo illimitato»23. Queste ultime parole naturalmente andrebbero completate con l'aggiunta di un sottinteso «provvisorio», perché sei mesi più tardi erano già pronti gli avvisi di «Chiamata alle armi per la Classe 1885».
Fu il signor Campana a ricevere il «Precetto di Partenza» indirizzato al figlio. Era il 14 novembre, e Dino come gli altri coetanei del comune di Marradi dovette prepararsi per andare questa volta alla Caserma del Carmine di Firenze, in attesa di conoscere la destinazione definitiva: così aveva disposto qualche giorno prima il comandante del Distretto Militare («per evitare possibili inconvenienti») in un «Promemoria pei Signori Sindaci del Circondario di Firenze»24. Malgrado l'assenza di cui ormai era certo di un qualsiasi interesse per la chimica («Io studiavo la chimica per errore e non ci capivo nulla», avrebbe poi confessato a Pariani), Campana in quel periodo era ancora uno studente universitario intenzionato in qualche modo a proseguire, ed aveva pensato bene di richiedere questa volta un rinvio del servizio per motivi di studio. Non diversamente da quanto avviene oggi ciò era consentito fino a ventisei anni, ma una procedura tanto macchinosa quanto scomoda prevedeva che la domanda andasse presentata una volta che si fosse giunti in caserma come dei coscritti qualsiasi, dopo aver ricevuto la cartolina precetto. Si direbbe però che nel frattempo Campana avesse trovato dal canto suo una scorciatoia più spiccia per rinviare il servizio militare, poiché in questa occasione figura essere stato renitente alla leva se non addirittura disertore. L'«art. 847 Regolamento sul Reclutamento», indicato sul foglio matricolare accanto alla data 24 novembre 1905, parla chiaro: «I militari delle classi chiamate», leggiamo ancora nel testo fin qui usato, «i quali senza giustificati motivi non siansi presentati il giorno stabilito, sono puniti disciplinarmente, e quando il loro ritardo ecceda i cinque giorni sono considerati disertori». Il nostro stupore nel leggere queste parole certo non è poco, soprattutto se si considera che un poeta déréglé come Rimbaud, inevitabile referente del nostro «maledetto romagnolo», come qualcuno lo ha definito, a suo tempo fu ripetutamente volontario e disertore. Possibile che Campana fosse tanto affascinato dalla sua figura da spingersi fino ad imitarlo in modo così particolareggiato25? Il dubbio però viene subito attenuato dalle altre annotazioni sul foglio matricolare, le quali senza curarsi di questo cenno così singolare all'art. 847 documentano una vicenda certo meno peregrina e soprattutto priva di quel clamore tanto ricercato da parecchi panegiristi del nostro poeta.
Dal momento in cui gli arrivò il «Precetto di Partenza», Campana aveva dieci giorni di tempo prima di recarsi alla Caserma del Carmine. Quell'anno, stando ai registri, alcune reclute si presentarono già il 22 novembre, forse per stare sul sicuro, altre invece il 23. Dino fu tra coloro che arrivarono in caserma il 24, proprio l'ultimo giorno26. All'Ufficio Maggiorità, una volta giunto, lo collocarono di fatto con la classe 1884 già sotto le armi, in ragione dei «sette mesi di servizio precedentemente trascorsi come sopra». Così si legge sul foglio matricolare. Nel contempo gli venne accreditata un'«anzianità di mesi quattro» come caporale, l'unico grado che era riuscito ad ottenere nel 1904 al corso allievi ufficiali di Ravenna, ma poi sullo stesso foglio matricolare si riportò fra parentesi quell'art. 847 che, come abbiamo visto, farebbe di Campana un disertore tardivamente rimbaldiano. Nessuno, senza averne letto il testo, potrebbe credere quest'articolo del Regolamento sul Reclutamento qualcosa di molto diverso da una disposizione relativa al mantenimento dell'ultimo grado conseguito in caso di richiamo in servizio, e proprio per questo a noi non rimane che considerarlo un banale errore di trascrizione. Senza dubbio molto curioso però, se la mano imprecisa dello scrivano quel giorno tracciò la cifra corrispondente ad un articolo che sembra richiamare l'aspetto più "maudit" del famigerato autore dei Canti Orfici. Se le cose non fossero andate così, allora nemmeno un Sostituto Procuratore del Re come lo zio Francesco Campana avrebbe potuto schivargli il deferimento per diserzione a un tribunale militare. Quello stesso 24 novembre Dino ottenne invece di poter differire il servizio per motivi di studio come consentiva l'art. 120 L.R. E uscito dalla Caserma del Carmine col suo nuovo congedo illimitato (provvisorio anche questo) in tasca, si avviò per la strada che porta a Marradi.
Passarono dunque altri undici mesi, e al Distretto Militare di Firenze ci si ricordò dello studente di chimica lasciato provvisoriamente a casa. Nel frattempo però era avvenuto un fatto sconvolgente, e anche conoscendo la storia non possiamo che leggere col fiato sospeso la nota laconica riportata per l'occasione sul foglio matricolare: «Chiamato alle armi per prestare servizio colla Classe 1886 e non giunto perché ricoverato nel manicomio, li 23 ottobre 1906». Quel giovane ventunenne, ormai vicino a scoprirsi profondamente poeta, era ritenuto come si diceva allora un mentecatto.
Alle autorità militari dunque non restava che riformarlo tramite la cosiddetta «rassegna di rimando», un procedimento adottato ogniqualvolta ci si trovava in presenza di inabili al servizio dichiarati tali dai medici civili. Pertanto venne nominata una commissione il cui compito era quello di redigere un minuzioso verbale. Di essa facevano parte un ufficiale e due ufficiali medici. Riassunte poi nella «dichiarazione Mod. 46», le osservazioni principali della suddetta commissione sarebbero state completate da una firma di approvazione da parte dell'interessato, firma non si sa quanto consapevole ma in ogni caso ritenuta indispensabile dalla legge. Campana però non sottoscrisse però nessuna dichiarazione Mod. 46, «perché al manicomio». Così si annotò sul foglio matricolare, come se il mentecatto non avesse potuto firmare il certificato medico che definiva la sua malattia, proprio perché affetto da quella stessa malattia. Dobbiamo credere però che i tre ufficiali della commissione avessero stimato superfluo un viaggio fino a Imola per vedere il caporale alienato. Con ogni probabilità si accontentarono di una meno scomoda notificazione da parte del sindaco di Marradi (la quale non faceva che ripetere a sua volta la diagnosi degli psichiatri che avevano in cura Dino: demenza precoce). In questo modo, quando l'11 novembre venne congedato d'ufficio «perché al manicomio», nessuno al Distretto Militare di Firenze sapeva che Campana era già stato dimesso da alcuni giorni. E certamente si continuava ancora ad ignorarlo il 10 febbraio 1907, quando l'Ufficiale di Matricola, passati tre mesi, credette opportuno corredare il foglio matricolare del poeta con un timbro finale di verifica senza aggiungere alcuna variazione.

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Nel 1914 l'ex caporale era riuscito a pubblicare un travagliato volumetto il quale rappresentava «la [sua] difesa e la giustificazione della [sua] vita», ma che si direbbe avere attirato i primi lettori soprattutto per il giallo della copertina, un po' «granturco» per alcuni, molto «francese» per altri, per altri ancora sul tipo «carta da droghiere». E divenne Dino Campana. Nel frattempo era scoppiata la prima guerra mondiale, e l'inabilità al servizio per infermità permanente riconosciutagli qualche anno prima non gl'impedì di provare ad arruolarsi di nuovo come volontario. Tanto che in seguito i biografi, oltre a dedurne la posizione interventista, si sarebbero trovati a constatare che alla fine venne riformato non una, ma ben tre volte. (Non è raro, quando ci si occupi di Campana, trovarsi di fronte a moltiplicazione del genere, si tratti di arresti, ricoveri in manicomio, lavori svolti in ogni parte del mondo, iscrizioni universitarie, fogli di via, viaggi, «fughe», ecc.). In questo caso il poeta mostrò un impegno civile e patriottico inusitato, e se si aggiunge che le testimonianze al riguardo sono piuttosto vaghe e contraddittorie, non sarebbe poi del tutto irragionevole chi volesse considerare l'esito di un simile fervore interventista (il quale rimane in ogni caso tutto da verificare) una mitomania da attribuire alla malattia psichica in una fase ormai avanzata.
Per dissipare ogni dubbio ho pensato di svolgere alcune ricerche presso l'Ospedale Militare, il Distretto e la Scuola di Sanità Militare-ex Ospedale Militare del Maglio di Firenze, un lavoro che però si è rivelato infruttuoso. I registri del periodo sembrano proprio essere andati perduti per sempre. Così, per quanto riguarda il tentativo compiuto da Campana di partecipare in prima persona alla mobilitazione generale subito dopo le «radiose giornate», dobbiamo accontentarci soltanto degli accenni imprecisi contenuti in quattro lettere indirizzate a Cecchi, Novaro e Soffici, e dei contrastanti ricordi di quest'ultimo e di Bacchelli.
«Avendo sentito parlare - riprendiamo le parole già citate di Bacchelli - di nomine a ufficiale per titoli di studio», Campana per un po' di tempo sembra essersi illuso di vedere accolto senza difficoltà il proprio contributo alla guerra contro l'Austria. Così in una lettera a Cecchi dell'11 giugno 1915 accanto alla propria firma aggiungeva «ex-riformato»27. Passata qualche settimana tuttavia fu costretto a ricredersi, nonostante l'emergenza nazionale i controlli non si erano attenuati (almeno nei suoi confronti), e dopo aver affrontato un esame medico presso l'Ospedale Militare del Maglio così scrisse a Soffici: «Come saprà ero venuto in Italia per la guerra, ma ora che la mia partecipazione non è stata ritenuta necessaria my thoughts bend again toward France»28. L'anno seguente, in una lettera più particolareggiata del solito, Campana avrebbe raccontato a Cecchi di aver fatto in quell'occasione otto giorni d'ospedale militare, ritrovandosi infine riformato per la terza volta29. Ma se in un'altra al direttore di «Riviera Ligure» Mario Novaro la riforma venne poi giustamente indicata come la seconda, i giorni di ricovero però diventarono dieci30. Ad imbrogliare ancor più le cose, una quindicina d'anni dopo Soffici assicurava che il poeta era riuscito a farsi reclutare col grado di sergente, anche se «non si capiva bene in quale caserma», aggiungendo: ma poi «quasi nello stesso tempo apprendemmo che, ormai sempre meno padrone di sé, ne aveva in pochi giorni fatte di quelle da essere riformato in quattr'e quattr'otto per alterazione cerebrale progressiva»31. Intervenne così anche Bacchelli, per spiegare invece come Campana non si fosse nemmeno presentato all'ospedale militare per la visita medica. Lo avrebbe dissuaso dal farlo Aldo Valori, un giornalista de «Il Resto del Carlino» presso il quale egli stesso lo aveva accompagnato nella primavera del 1915. Aldo Valori era esperto di cose militari ed «esaminò il caso. L'esito fu penoso. Risultò infatti che Campana era stato riformato per vizio di mente, il che rendeva improbabile che fosse ripreso sotto le armi, e probabilmente impossibile che gli fosse conferito un grado, a meno di sottoporsi ad accertamenti medici, che nella fattispecie significavano entrare in osservazione in manicomio [...]». Era dunque «ben comprensibile che [Campana] non si sentisse d'affrontare quel genere di osservazione e di esperimento»32. Bacchelli sembrerebbe figurare come il solo ad essere a conoscenza di certe antiche vicende militari del poeta, e in particolare di quanto gli accadde nel 1906. Successivamente però il venerando scrittore bolognese, durante una conversazione con Gabriel Cacho Millet, corresse i suoi ricordi posticipando di un paio d'anni questo episodio raccontato nel 1954 in un elzeviro de «La Stampa». La riforma per «vizio di mente» diventerebbe allora quella del 1915, e la rinuncia a sostenere un'umiliante visita medica dall'esito per giunta scontato andrebbe ascritta al tentativo d'arruolamento compiuto da Campana nel 1917.
I dati finora conosciuti non consentono però di documentare concretamente nemmeno questa terza riforma collezionata dal poeta. Studiando il suo caso, lo psichiatra Carlo Pariani aveva appreso fra le altre cose, e forse per bocca dello stesso illustre paziente, che «nel dicembre del 1917 lo riformarono nell'Ospedale Militare fiorentino del Maglio»33. Nel riferire questo fatto mostrava però d'ignorare una lettera a Binazzi del 3 ottobre di quell'anno, da questi prontamente pubblicata nella rivista «La Brigata» di cui era direttore, che Campana concludeva confessando: «Dunque Bino, sono triste a morte, e presto muoio, il che non m'impedisce d'an-dare soldato il 19»34. Ora si sa che il giorno prima un annuncio analogo era stato inviato anche a Carlo Carrà: «Dunque il 19 sono chiamato alla visita e sarò abile, non sentendomi di discutere la mia jella. Del resto non avrei neppure fiato»35. Inevitabilmente più informato di Pariani, Vassalli ne La notte della cometa ha potuto dunque precisare che Campana entrò nell'Ospedale Militare del Maglio il 19 ottobre 1917. Ma parlando di una «visita di controllo», indirettamente suggeriva l'idea che le autorità militari lo avessero convocato con lo scopo di sincerarsi ancora una volta della sua patologia, come se due provvedimenti di riforma non fossero ancora sufficienti36. Perciò sulla sua scorta Gianni Turchetta ha sottolineato come l'ex caporale (e magari ex sergente) stavolta non avesse «la minima intenzione di andare in guerra», secondo quanto proverebbero anche le parole della sua lettera a Carrà37.
Indubbiamente vi era in quei giorni un gran bisogno di uomini, e senza guardare tanto per il sottile moltissimi inabili al servizio come Campana vennero trasformati d'urgenza in ex riformati, per essere subito spediti al fronte. Ma si trattava in ogni caso di volontari, così mi ha assicurato un ufficiale medico competente da me interpellato al riguardo. Sembra quindi azzardato affermare che il poeta avesse potuto ricevere l'ordine di presentarsi all'ospedale militare, senza una precisa richiesta di arruolamento da parte sua: specialmente a due anni soltanto dall'ultima dichiarazione di riforma. Né gli mancavano delle ragioni per tentare ancora di partecipare ad una guerra che non lo riguardava più, da quando ne era stato escluso. Da alcuni mesi infatti il fantasma di un amore esasperante e morboso lo ossessionava senza interruzione, tanto che in una lettera a Soffici del 16 dicembre 1917, quando pochi giorni ormai lo separavano dal tracollo psichico definitivo, arrivò a dichiarare: «Ho deciso di finirla. Sibilla mobilita contro di me il fango delle vie ma preferisco morire piuttosto che tornare con lei. Il commissario mi ha fatto chiaramente comprendere che se non torno con Sibilla mi manda al fronte. [...] È meglio dunque che abbrevi le mie sofferenze»38. Tornare con l'Aleramo, l'unica donna che era riuscito ad amare, oppure andare in guerra. La gelosia farneticante che perseguitava Campana sembrava metterlo davanti ad una alternativa disperata. E quando non si sentiva risospingere all'improvviso verso di lei da un anelito violento e pentito, pur di non rivederla era disposto persino a morire. Non commetterebbe perciò una grossa forzatura chi arrivasse a sostenere che fu proprio il poeta, nell'ottobre 1917, a sollecitare perché lo mandassero in prima linea, pur sapendo, magari per averlo sentito da quell'Aldo Valori, quanto fosse irrealizzabile un simile proposito visti i suoi precedenti. E chissà, forse quello spettro davvero non lo avrebbe inseguito fin laggiù. Così nelle parole della lettera inviata a Carrà, in cui non è ben chiaro in quale senso Campana alluda alla propria "jella", si potrebbe anche cogliere un valore ottativo, espressione di un'aspirazione differente da quella indicata da Turchetta: sarò abile, o perlomeno lo spero, dato che non voglio ripensare alla mia iella (non riferita dunque al timore di essere arruolato per forza, ma piuttosto al ricordo della riforma del 1915). E così in quell'altra a Binazzi: nonostante sia tanto triste da sentirmi morire, ho intenzione lo stesso di partire per la guerra.
All'ospedale militare Campana «viene trattenuto per più di un mese - leggiamo ne La notte della cometa -, fino alla fine di novembre: durante questo periodo perde più volte la cognizione del luogo in cui si trova e vuole andarsene, partire»39. Nel calcolare la durata di quella che in un primo tempo aveva definito soltanto una semplice «visita di controllo», Vassalli ha cercato di conciliare per quanto possibile la data scritta dal poeta nelle due lettere a Binazzi e Carrà con l'altra più approssimativa a cui accennò Pariani. Non considerava però quanto fosse inverosimile un ricovero tanto lungo a soli cinque giorni da Caporetto (24 ottobre) e con gli ospedali colmi di feriti. Dimenticando per giunta come dopo il 19 ottobre Campana avesse continuato a spedire lettere recanti il timbro postale di Lastra a Signa e di Marradi: la prima di queste, indirizzata a Papini, è del 21 ottobre. Il poeta dunque non rimase tanto tempo all'ospedale militare. E adesso scopriamo, a dispetto di quanto si era potuto credere, che non vi entrò neppure il 19 ottobre ma soltanto il mese successivo. L'Ufficiale Delegato in 1° del Distretto Militare di Firenze infatti annotò l'esito dell'accertamento medico sul vecchio registro per l'estrazione della leva che ho trovato presso l'Archivio di Stato del capoluogo toscano: «19 Novembre 1917 Riformato per demenza precoce Art. 17 E.I.»40. Segnato a matita rossa accanto al nome del poeta, questo singolare promemoria costituisce la prima prova documentata sulla riforma del 1917, un fatto veramente accaduto quindi, che rende più credibile per riflesso anche ciò che Campana, pur facendo un po' di confusione, aveva scritto a proposito dell'altra riforma di due anni prima.
Se in pieno clima di emergenza nazionale il poeta non si ritrovò subito con un fucile in mano a difendere in qualche modo la linea del Piave o quella del Monte Grappa, dopo essersi presentato qualificandosi presumibilmente come aspirante volontario per il fronte, la sua infermità mentale di per sé già abbastanza appariscente dovette certo risultare ben grave. Ma non è da escludere che il lavoro degli ufficiali medici fosse stato abbreviato dall'esame di un certo fascicolo riservato della Questura di Firenze, un vero e proprio dossier non precisamente letterario e risalente all'epoca in cui Campana cominciò ad essere tenuto d'occhio «per motivi di P.S.»: l'incartamento, piuttosto dettagliato, portava elencate anno per anno tutte le sue malefatte senza tralasciare, com'è ovvio, i tre soggiorni in manicomio41. Così se tanti soldati, per evitare di essere fatti a pezzi, preferirono piuttosto il sacrificio di andare ad affollare le corsie dei manicomi (il numero degli internati lievitò parecchio durante il conflitto, al di là dei comprensibili traumi dovuti alle carneficine dei combattimenti), lo schizofrenico pronto per essere mandato in trincea veniva rispedito a casa. Resta ora da vedere perché la nota della terza riforma di Campana fosse stata riportata su di un registro risalente a dodici anni prima, e non sul foglio matricolare come di norma.
Nessun ufficio sarebbe stato in grado di controllare le infinite variazioni dei ruoli che ad ogni istante si verificavano sui campi di battaglia, fra gli incessanti sconvolgimenti di cui era causa la marea cieca dei combattimenti. Inoltre, come tutti gli uomini disponibili, la maggior parte degli scritturali delle furerie, dei vari comandi e dei distretti già da due anni era impiegata nelle zone operative. Per tale motivo si stabilì di rimandare tutto lo smisurato lavoro di aggiornamento dei fogli matricolari al termine della guerra, purché l'eventuale interessato ne facesse richiesta e si presentasse con almeno due testimoni. Occupatosi della questione di quel volontario dal parlare un po' troppo sconnesso e dagli «sguardi sbalestrati» (come aveva già osservato Papini), all'ufficiale responsabile del reclutamento bastò dunque scrivere un appunto sul registro per l'estrazione della leva42, senza nemmeno accorgersi di aver confuso e sostituito l'articolo dell'Elenco delle Infermità (a questo rimanda la sigla «E.I.») per il quale quel poveretto era stato escluso, con il '17, ossia con l'anno corrente. Il numero dell'«art. E.I.» in realtà doveva essere il 18, a meno che il poeta non fosse stato riformato a causa delle vene varicose. Ma a Campana tutto questo forse non interessava più. Il totale sfasamento fra le proprie idee e il mondo oggettivo, verificabile persino con un controllo sommario, si era ormai compiuto. Il sistema dei propri deliri lo avvolgeva completamente, e non partecipò, l'anno dopo, all'esultanza collettiva per la vittoria. Si trovava infatti in qualche parte di un enorme edificio nascosto nel verde delle colline, a qualche chilometro da Firenze. Il manicomio di Castel Pulci, come si sa, doveva racchiudere quanto ancora rimaneva della sua esistenza.

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Il 31 dicembre 1945 al Distretto Militare del capoluogo toscano una mano riaprì il foglio matricolare di Campana allo scopo di suggellarlo con una grossa stampiglia conclusiva, benché fosse ancora incompleto. Da quanto si può capire, si tratta della segnalazione di un provvedimento al quale erano interessati tutti gli appartenenti alle classi elencate in una «circolare 12025 R. del M.S. del 23.11.45», di cui si fa menzione in una riga a caratteri meno marcati. Anche Campana dunque, come si legge, veniva «mandato in congedo assoluto per il proscioglimento del servizio». Terminarono così, a tredici anni dalla sua scomparsa, gli obblighi del poeta verso quello che ancora per poco sarebbe stato il Regio Esercito. 


Note

1 Sebastiano Vassalli, La notte della cometa, il romanzo di Dino Campana, Torino, Einaudi, 1984, pp. 42-51.

2 G. Turchetta, Dino Campana. Biografia di un poeta, Milano, Imagommage-Marcos y Marcos, 1985.     

3 Cfr. D. Campana, Canti Orfici, introduzione e commento di Fiorenza Ceragioli, nuova edizione, Milano, Rizzoli, 1989, pp. 51-55.
 
4 Ivi, pp. 51-52. Si veda in proposito Dino Campana a Faenza (1897-1907) di Antonio CORBARA, testimonianza raccolta da Gabriel CACHO MILLET in Dino Campana. Souvenir d'un pendu, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1985, p. 256; inoltre C. PARIANI, Vita non romanzata di Dino Campana, Milano, Guanda, 1978, p. 45. 

5 Cfr. C. PARIANI, op. cit., p. 46.

6 Cfr. G. GEROLA, Dino Campana, Firenze, Sansoni, 1955, pp. 13-14.

7 Cfr. G. Cacho Millet, Dino Campana fuorilegge, Palermo, Ed. Novecento, 1985, pp. 97-100.
  
8 R. Bacchelli, Dino Campana triste a morte, «La Stampa» (Torino), 17.04.1954. «Egli voleva appunto esser nominato ufficiale, perché, diceva, da soldato semplice non se la sentiva. E poteva sembrare strano, con le vite che aveva fatte [...]». Ma Campana «era anche stanco, molto comprensibilmente. Me lo ricordo, alquanto imbarazzato e quasi vergognoso di quel desiderio di regolarità, di comodità, di rispettabilità, e d'indossare una uniforme, lui, l'uomo meno uniformabile che io abbia conosciuto».

9 Cfr. S. Vassalli, op. cit., p. 17.

10 Da qualche anno a questa parte l'addestramento degli A.U.C, (allievi ufficiali di complemento) si svolge in scuole particolari, distinte dalle varie unità militari: ad esempio la Scuola del Genio alla Cecchignola a Roma, ecc.
 
11 Si direbbe comunque che ne La notte della cometa Campana da semplice allievo ufficiale di complemento sia potuto diventare cadetto soltanto perché Parma, la città dove fu arrestato uno o due anni prima, è vicina a Modena e alla sua Accademia Militare. Questo malinteso in ogni caso è stato riproposto in una cronologia compilata dallo stesso Vassalli per un'ennesima riedizione dei Canti Orfici (cfr. D. Campana, Opere, Milano, TEA, 1989, pp. XXI e XXII), e, naturalmente, nella ristampa de La notte della cometa, Torino, Einaudi, 1990.

12 Per conoscere il testo degli articoli di legge citati sul foglio matricolare di Campana e di altri che potevano risultare utili per chiarire certi aspetti poco noti della leva di quell'epoca, ho utilizzato una Legge sul Reclutamento (o Regolamento sul Reclutamento) conservata presso la Biblioteca dell'Accademia Militare di Modena e ancora in vigore al tempo di Campana nonostante risalga al 1878. D'ora in avanti essa, per comodità, verrà indicata soltanto con la sigla L.R. subito dopo il numero dell'articolo (ad es., in questo caso, art. 648 L.R.). Va osservato che l'avviso giunto a Campana il 18 dicembre 1903 fa riferimento a una "domanda da lui inoltrata per l'ammissione nel plotone allievi Ufficiali del 40° reggimento fanteria".

13 In quel periodo un grosso problema era rappresentato semmai dalla difficoltà di trovare uomini disposti a ricoprire il ruolo di sottufficiale, altrettanto impegnativo ma meno brillante e socialmente qualificato. In quegli anni il nostro era l'esercito europeo con il maggior numero di ufficiali in possesso di laurea.

14 Si spiegherebbe così il fatto che non si venne a sapere nulla della faccenda di Parma, quando Campana venne arrestato, altrimenti la sua domanda non sarebbe stata di certo accettata.

15 La seconda categoria era formata da coloro i quali prestavano il servizio militare nell'esercito permanente e che per altri nove anni avrebbero avuto l'obbligo, in caso di richiamo, di entrare a far parte della milizia mobile; la terza, invece, comprendeva tutti quelli con un fratello arruolato in prima categoria già sotto le armi, e che per questo motivo avevano diritto ad una ferma temporanea più bre ve di quella ordinaria. L'art. 11 LR in particolare chiarisce con quale criterio si suddividessero i giovani durante le operazioni di leva: «L'estrazione a sorte determina l'ordine numerico da seguirsi nella destinazione alla la o alla 2a categoria».

16 Si tratta del documento ritrovato da Gabriel Cacho Millet, al quale abbiamo già accennato.

17 Si veda la lettera di Giovanni Campana al prof. Raffaele Brugia (direttore del manicomio di Imola) del 3 settembre 1906, riportata in C. PARIANI, op. cit., pp. 20-21.

18 Cfr. B. BINAZZI, Gli ultimi bohémiens d'Italia. Dino Campana, «Il Resto del Carlino» (Bologna), 12.04.1922.

19 R. Jacobbi, Invito alla lettura di Dino Campana, Milano, Mursia, 1976, p. 79.

20 Ivi, p. 72. Più avanti Jacobbi nota come la situazione di Oscar Wilde a San Miniato la si ritrovi identica in Frammento in Taccuini, abbozzi e carte varie, ma riferita questa volta allo stesso Campana.

21 C. Pariani, op. cit., p. 61.

22 Su questo documento si legge appunto che Campana fu «visitato per delegazione dal Consiglio di leva di Bologna». Egli apparteneva come sappiamo al Distretto Militare di Firenze, ma la sua convocazione nel capoluogo emiliano probabilmente dipese dal fatto di essere stato un allievo ufficiale presso il 40° Reggimento Fanteria di Bologna.

23 II registro per l'estrazione della leva riporta tra parentesi anche questa precisazione: «non accampa diritti alla 3a» categoria.

24 Cfr. G. Cacho MlLLET, Dino Campana fuorilegge, cit., pp. 30-32.

25 Nel 1914 il giornalista de «II Resto del Carlino» Paolo Toschi fu testimone oculare di quanto Campana potesse confondersi, dopo aver bevuto abbondanti quantità di vino, fino al punto di identificare esattamente se stesso col poeta di Charleville. Cfr. P. TOSCHI, Il Rimbaud della Romagna, ne «Il Resto del Carlino», 27.10.1926.

26 Da un esame dei fogli matricolari dei nati nel 1885 si ricava appunto che nessuno si presentò dopo il 24: se Campana ricevette il «Precetto di Partenza» il 14 novembre, allora vuol dire che da quel momento aveva appunto dieci giorni di tempo utile per recarsi in caserma. Proprio in questa circostanza potrebbe essersi verificato l'episodio raccontato in Prosa fetida del «poveta cappellone» che, dopo aver disprezzato il sesso esibitogli dalle ciane, si addormenta ubriaco dimenticandosi di essere in un postribolo del quartiere di San Frediano, «Paradiso di soldati, a due passi appunto dalla Caserma del Carmine nell'omonima piazza. «Cappellone» un tempo stava infatti per recluta, ed è un termine tuttora usato per esempio all'Accademia Militare di Modena per indicare i nuovi arrivati. Tuttavia, trascurandoil fatto che la canzonetta ha un riferimento cronologico preciso, il 16 gennaio (ma il «gran dì della Befana» potrebbe benissimo essere stato imposto dalla rima con «Malanana»), o ancora che il protagonista, con quella "barba già di un mese", assomiglia più al Campana ritratto da Costetti nove anni dopo, nel 1914, le ciane a ben guardare sembrano chiamarlo «cappellone» più per ingiurarlo a causa del suo comportamento simile a quello di una rrecluta inesperta e maldestra che non perchè in quel momento lo fosse veramente.

27 In Souvenir d'un pendu, cit., p. 82. Pariani è uno di quelli che nel rievocare questo periodo della vita del poeta non ha dubbi: «Nel 1915 partecipa alla campagna interventista» (op. cit., p. 26). Ma il poeta dalla fine di marzo era in Svizzera, e vi restò sino agli ultimi giorni di maggio. Il suo preteso interventismo sembrerebbe poi ridursi a queste sole parole nella medesima lettera a Cecchi:
«Venuto dalla Svizzera per arruolarmi le mando il mio saluto».

28 Lettera del luglio 1915. in Souvenir d'un pendu, cit. p. 87.

29 Cfr. lettera del marzo 1916, ivi, p. 141.

30 Cfr. lettera del 12 aprile 1916, ivi, p. 160.

31 Cfr. A. Soffici, Campana a Firenze, in «Gazzetta del Popolo» (Torino), 30.10.1930, ora riportato in C. Pariani, op. cit., p. 109. Com'era sua abitudine, Soffici nel raccontare questo episodio lavorò molto di ricamo, perché nessuno dei letterati fiorentini frequentati da Campana seppe della sua malattia mentale fino a quando non venne internato nel 1918. Del resto a quell'epoca Soffici stesso non ne era a conoscenza, come dimostra una sua postilla del 1930 ai vaneggiamenti di una lettera che il poeta gli aveva spedito il 5 gennaio 1918: «Campana era quasi pazzo - o pazzo addirittura - in quel tempo» (riportata in Souvenir d'un pendu, cit., p. 236).

32 Cfr. R. BACCHELLI, Dino Campana triste a morte, cit.

33 C. Pariani, op.cit., p. 27.

34 Riportata in Souvenir d'un pendu, cit., pp. 222-223.
 
35 Lettera del 2 ottobre 1917, in Souvenir d'un pendu, cit., p. 22.

36 Cfr. S. Vassalli, La notte della cometa, cit., pp. 217-218.

37 Cfr. G. Turchetta, op. cit., p. 125.

38 Riportata in Souvenir d'un pendu, cit., pp. 232-233.

39 S. Vassalli, op. cit., p. 218.

40 V. all. 3. (in corso di pubblicazione su questo sito)

41 Parte del suo contenuto è stata pubblicata da Walter Della Monica in Mitomanie di Dina Campana,in «Il Resto del Carlino», 03.09.1974. Il prof. Chiappini dell'Università di Firenze, che parecchi anni  fa ebbe modo di vedere questo fascicolo, mi ha confermato che Campana era sorvegliato. Negli archivi della Questura però, come ho potuto constatare di persona, non rimane più niente.

42 L'utilizzo di un tale registro per segnarvi annotazioni di questo genere era una procedura consueta. Anche i provvedimenti di riforma adottati nei confronti di Regolo Orlandelli, per esempio, vennero segnalati in questo modo. Ma bisogna osservare un particolare molto importante: per quanto riguarda l'amico di Campana la nota era preceduta dal timbro «Revocata la decisione di riforma e», che invece non compare per il poeta. Quel timbro veniva usato quando si voleva accertare, ma soltanto in casi ritenuti non gravi, dello stato di salute di chi era stato riformato in precedenza. In tal modo si stabiliva se questi, nonostante tutto, fosse idoneo per il fornte oppure si dovesse rimandarlo in famiglia. Nel primo caso la revoca era semplicemente confermata, nel secondo si faceva seguire la seguente formula: «e rev.nata [revisionata] riforma e nuovamente riformato». Ebbene tutto questo, timbro e formula, non lo troviamo per Campana. E ciò costituisce un'ulteriore conferma del fatto che potrebbe essere stato lui a presentarsi come volontario, e che, data la gravità della malattia riscontratagli nel 1906 e nel 1915, nessuno avesse mai pensato di richiamarlo di nuovo sotto le armi.