Una lettera inedita

Dino Campana e (Villa) Irma

 

di Andrea Cogerino

 

Da: L’Avventura dei Canti Orfici,

 

Firenze, Edizioni Gonnelli, 2014

 

 

Ringrazio Andrea Cogerino di avermi autorizzato a pubblicare questa bellissima lettera di Dino. (paolo pianigiani)

 

 

Nel 1917 i miei bisnonni ospitarono a Rubiana "il poeta matto", Dino Campana. Negli anni Ottanta e Novanta mia nonna Alice, figlia di Irma Gallo e Renzo Bottinelli, mi parlava spesso del "poeta pazzo" che sua madre (e suo padre) ospitò tanti anni prima. Stando ai racconti di famiglia che per decenni — quasi cento anni a questo punto — si son tramandati, il poeta Dino Campana era una persona buona e sensibile, ma molto solitaria e sofferente, e un po' matta: andava nel fiume Messa d'inverno (un'ora a piedi dal Mollar, dov'era ospitato presso Villa Irma), spaccava il ghiaccio e faceva il bagno. Mia nonna Alice mi raccontava spesso anche di lettere che il poeta scrisse a sua madre, Irma, e mai ritrovate. A metà degli anni Novanta i miei nonni se ne andarono, e delle lettere non si seppe più nulla.

 Tre anni fa, mio padre, facendo dei lavori nel solaio della vecchia casa dei genitori, trovò uno scatolone impolverato di legno, dentro: la corrispondenza dei suoi nonni dalla fine dell'Ottocento agli anni Settanta (periodo in cui mancarono Renzo prima e Irma poi — nota bene: mi han raccontato che Irma morì tenendo me, piccolissimo, tra le braccia, e questo è solo uno dei motivi che mi legano a lei e, in modo particolare, alla storia della sua amicizia con Dino). La sera del ritrovamento del "bauletto" trascorsi ore sfogliando una per una le vecchie carte — ormai ingiallite e alcune in cattive condizioni — dei miei bisnonni (telegrammi, cartoline, lettere, inviti per matrimoni e quant'altro).

Un viaggio nel tempo che mi ha fatto scoprire cose anche assai curio-se e sconosciute della mia famiglia da parte di nonna. Una serata indimenticabile. Alla fine trovai la lettera che cercavo. Datava 17 settembre 1917. Spedita da Bologna e indirizzata a Irma presso Villa Irma, Rubiana. Data del timbro postale: Bologna - Ferrovia 17 IX 1917

 

Gentile Signora, le scrivo sperando che non abbia perduta la memoria di me come non l'ho perduta di loro. Ho molto viaggiato, le scrivo da un caffè di Bologna, ne triste ne lieto: quanto a dire che non ci sono cose nuove, né vecchie, nella mia vita. Auguro desidero pace a me stesso, auguro e desidero il silenzio dell'anima in cui si può pensare e riposare. Tante cose inutilmente sofferte che si perpetuano come una maledizione ora sento che basta, che non sono tanto colpevole da meritarle. Mi scriva qualche cosa al mio paese. Anche lei si trova armonizzata al Mollar?' Ecco io come sa ci ho troppo sofferto per desiderare di ritornarci, ma tante cose gentili da parte sua ora le risento con commozione. Benché inutile, desidererei che l'amicizia continuasse, se lei crede che meriti il suo ricordo. Cosa fanno Nora ed Ida? E a Rubiana come va? E a Torino? Come vi penso spesso! Gentile signora pensi queste povere parole e mi creda suo dev.mo

Dino Campana Marradi (Firenze)

 

 

 

Ho letto e riletto la lettera. Ho indagato da anni le vicende di famiglia, chiedendo informazioni, racconti, dettagli e domandando a tutte le persone che conobbero Irma e Renzo. Faccio solo alcune considerazioni. I miei bisnonni erano delle persone assai benestanti. Lei, Irma Gallo, apparteneva a una ricca famiglia di "latifondisti" di Rubiana alta (persone, da quello che ho capito, assai pie ma forse anche un po' bigotte: dalla corrispondenza "del bauletto di legno" si evince che a inizio Novecento qualcuno, forse un fratello di Irma, per una rissa o cose del genere finì in galera: per l'onta subita e per espiare la colpa, la famiglia Gallo donò alla Chiesa gran parte delle proprietà terriere!). Da alcune lettere ho poi scoperto che Irma fece gli studi a Busca, nel cuneese (dunque un luogo assai lontano, se teniamo conto delle strade di un tempo, quando Rubiana, e soprattutto la zona del Col del Lys dove viveva, a 1000 metri d'altitudine,


1 Borgata di Rubiana vicino a Villa Irma (oggi, "tecnicamente", Villa Irma è a metà tra l'Albergo "La pineta» e la casa accanto — ora di proprietà di mia zia Ivana, nipote di Irma e Renzo — e la borgata —dove vivo anch'io — è Borgata Madonna Vico). Irma Gallo (di Rubiana) e Renzo Bottinelli (di Como) ebbero tre figli (Irma, per anni proprietaria della Pineta, ora dei suoi figli; mia nonna Alice (sposata con Mario Giovanni Cogerino, mio nonno, da cui ebbero mio padre Renzo e mia zia Ivana); e "zio Pino" (prematuramente morto ventenne nel lago di Avigliana negli anni Cinquanta, una vera tragedia familiare di cui non si parla ancora oggi). Mollar è un termine di origine celtica che significa "altura, colle"; il Mollar in questione è il Mollar Brunatto.


erano località montane quasi irraggiungibili): possiamo immaginare pertanto che la famiglia Gallo volesse impartire alla figlia un'istruzione migliore e "prestigiosa" rispet-to a quella che avrebbe potuto ricevere nelle scuole, in generale, della Val di Susa). Renzo Bottinelli era invece figlio di un ricco imprenditore tessile di Como. Alla morte del padre prese la sua parte di eredità — una somma davvero cospicua — tagliò i ponti col fratello e la famiglia e si trasferì — chissà perché — a Rubiana (che, non lo dimentichiamo, era ed è uno sconosciuto comune della provincia di Torino sperduto tra le montagne): comprò molti terreni e fece costruire "Villa Irma". Siamo a cavallo tra Ottocento e Novecento. Era laureato in Ingegneria (abbiam trovato proprio l'altro giorno la sua tesi di laurea, scritta a mano) e successivamente in Chimica. Stando alla lettera ritrovata e ai racconti di famiglia, Dino familiarizzò maggiormente con mia bisnonna Irma (dobbiamo anche tener presente che nonno Renzo in quel periodo, il 1917, spesso era lontano da Rubiana — leggasi: Prima guerra mondiale).

Sicuramente questa intimità tra la bisnonna e Dino, questo restare per lunghi periodi da soli, devono aver creato qualche apprensione al nonno Renzo — mio padre racconta che il nonno era molto geloso e possessivo ancora in tarda età, si può dunque presumere che da giovane, e in quel momento, lontano da casa, in guerra, e con un "poeta" a tener compagnia alla moglie, non dormisse sonni tranquilli! Ma son convinto che nessun equivoco e nessuna ambiguità realmente ci fosse tra Dino e Irma. Dalla lettera si evince piuttosto il dolore e la sofferenza di Dino, che evidentemente trovò in Irma una persona compassionevole e pronta all'ascolto.

Teniamo anche presente che a quei tempi un uomo che confidasse le proprie sofferenze d'amore a una donna non era cosa comune, anzi: posso immaginare che fosse una cosa piuttosto rara (soprattutto il parlare con "debolezza" dei propri sentimenti da parte di un uomo). Ed è dunque da ritenersi raro e speciale il rapporto confidenziale, di dolce tenerezza, che doveva essersi instaurato tra i due: lei, di alcuni anni più vecchia di lui (come peraltro era Sibilla, che proprio in quei mesi "frequentava"), lo ascoltava e compativa con affettuosa tenerezza, come una sorella maggiore. E lui, in piena sofferenza — e, immagino, in lunghi mo-menti di delirio d'amore per Sibilla Aleramo — si lasciava andare a confidenze, pianti, allucinazioni. O almeno, questa è la sensazione che ho io leggendo e rileggendo la lettera indirizzata a Irma (e non a Renzo!) e le sue parole di sofferenza, che lasciano immaginare e supporre tutto un mondo di confidenze e complicità pregresse.

Ho letto con attenzione il carteggio tra Sibilla Aleramo e Dino Campana, l'amore travolgente che si svolse proprio in quei tempi — se non ricordo male, tra l'agosto del 1916 e l'estate del 1917, dunque lo stesso periodo in cui Dino andò a rifugiarsi in montagna (800 metri) dai miei bisnonni (un luogo ancora oggi assai bello e dalla vista incantevole, in cima a un colle boscoso; salubre e dal microclima particolare — son tornato a vivere lì accanto sopra la casa dei miei genitori, e ho vissuto a Villa Irma due anni bellissimi, tra il 2002 e il 2003: posso garantire che la scelta di Dino fu assai buona; e si gode di un panorama unico, che spazia per centinaia di chilometri, nelle giornate di vento, fino alle Alpi Marittime).

Dalle lettere strazianti d'amore si evince la passione prima e il delirio che va insinuandosi progressivamente nel fragile sistema psichico di lui. E mia bisnonna Irma sicuramente ha assistito al momento cruciale, di svolta, nella vita di Dino Campana. Dunque Dino trascorse a Villa Irma forse gli ultimi momenti di serenità e di semplicità della sua vita, la spensierata libertà di lunghe passeggiate alpine che in qualche modo dovevano ricordargli Marradi e le sue "fughe in montagna". Sentimenti gioiosi e cristallini che però, sicuramente, erano soverchiati da lunghi deliri e sofferenze per l'amore allucinante e allucinato con Sibilla.

Chiudo a questo proposito con un ricordo personale. Dieci anni fa vissi un amore per alcuni versi simile con una persona molto più grande di me, e per certi versi simile a Sibilla (o almeno, questa è l'impressione che ho io anche ora — e avevamo noi durante, quando ad esempio guardammo insieme il film "Un viaggio chiamato amore" e rimanemmo sconvolti per ore e senza parole). Dicevo. Incontrai una sera a luglio a Roma una donna; a inizio agosto finalmente riuscii a reperire il suo numero di cellulare, la chiamai dal giardino davanti a Villa Irma (dove vivevo allora), e vidi una sontuosa stella cadente, e stavo leggendo in quel periodo La notte della cometa di Sebastiano Vassalli.

Trovai il coraggio di dirle, stupendomi: «È appena scesa una stella cadente. Vienimi a trovare». Venne a trovarmi e fu amore — per molti versi folle — fin da subito. Quando finalmente riuscimmo a scambiarci due parole di senso compiuto, a tarda notte, durante la cena, io le parlai di Dino Campana, del fatto che proprio in quella casa in cui eravamo aveva vissuto nel 1917. Questa persona si alzò di scatto da tavola — io rimasi un po' perplesso — andò nella camera da letto dove aveva lasciato il trolley, vi rovistò dentro e tornò in cucina: «Tieni» disse soltanto. «Non sapevo ancora perché, l'ho fatto ieri notte prima di partire». Mi ritrovai con un CD masterizzato in mano. Dentro, alcune poesie di Dino Campana recitate da Carmelo Bene.

Ci tengo a chiudere queste mie memorie "Dino e Villa Irma" con la poesia che caratterizzò e ispirò il mio "viaggio chiamato amore" — poesia che peraltro costituisce il cuore misterioso anche del mio romanzo appena pubblicato "5 giorni + 1" (a di-mostrare quanto la figura di Dino Campana sia centrale nella mia vita e viva ancora in me — e nella mia famiglia).

 

In un momento

Sono sfiorite le rose

I petali caduti

Perché io non potevo dimenticare le rose

Le cercavamo insieme

Abbiamo trovato delle rose

Erano le sue rose erano le mie rose

Questo viaggio chiamavamo amore

Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose

Che brillavano un momento al sole del mattino

Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi

Le rose che non erano le nostre rose

Le mie rose le sue rose.

Dino Campana a Sibilla Aleramo, 1917

 

Mi piace pensare che le rose antiche che ancora oggi fioriscono nel giardino di Villa Irma (rose che — racconta mio padre — "son quelle di una volta, le coltivavano nonno Renzo e nonna Irma"; "al tempo 'del poeta, probabilmente erano proprio queste") siano "le sue rose" ispiratrici della poesia.

 

Andrea Cogerino, Rubiana, Ottobre 2014