ANCORA A PROPOSITO DELLA STAMPA TOSCANA

 di Athos Gastone Banti

 

Belfagor

 

Vol. 7, No. 2 (31 MARZO 1952), pp. 230-232 (3 pages)

 

Published By: Casa Editrice Leo S. Olschki s.r.l.

 

NOTERELLE E SCHERMAGLIE

 

Dolendosi di alcuni accenni che l'autore della rassegna sulla stampa quotidiana toscana aveva fatto in « Belfagor » di settembre 1951 relativamente al «Tirreno», quotidiano indipendente di Livorno, il direttore di quel giornale, Athos Gastone Banti, le aveva indirizzato una lettera polemica che per la sua lunghezza non ha potuto trovar posto né nel numero 6 dell'anno scorso né nel numero 1 del 1952. Perciò il signor Banti ha protestato, con un articolo sul suo quotidiano.

Spiacenti dell'accaduto, facciamo presente che l'articolo a firma « Belfagor » non è del direttore della rivista, e che la rivista lascia la più ampia libertà ai suoi collaboratori. Pubblichiamo il testo della lettera a noi indirizzata da Athos Gastone Banti :

 

Signor Direttore,

poiché desidero evitarLe ogni perplessità sul diritto che mi compete e che invoco, di vedere pubblicata una mia rettifica nella stessa posizione e coi medesimi caratteri dell'articolo che si è occupato di me, mi asterrò oggi dal dirLe che cosa io pensi dell'articolo medesimo, e anche del suo autore, chiunque egli sia. (Le son cose, codeste, che l'Autore suddetto potrà venirle a sapere direttamente anche subito, ove glie ne punga vaghezza, favorendomi il suo riverito nome).

L'articolo che mi preme rettificare è, almeno nella parte che riguarda me e il mio « Tirreno », uno strano miscuglio di verità e di bugie. Ma riconosco che queste ultime sono ancora preferibili, come lealtà di presentazione, alle prime.

1- E verissimo per esempio, che il « Tirreno » tira soltanto 40-42.000 copie. Ma le tira il lunedì, col supplemento sportivo, quando purtroppo anche i giornali più refrattari alla contaminazione dei concitati resoconti domenicali debbono concedere 2, 3, 4 pagine alla glorificazione di qualche pedata.

I lettori del «Tirreno», gente che non voglio dire più seria, ma certo più pensosa dei problemi gravissimi dell'ora che non dei detti memorabili di Amadei e -di Sentimenti II, trovano che in quel giorno si esagera e ci snobbano un poco. (Hanno ragione! Mi snobbo anch'io).

Ma loro ci snobbano soltanto il lunedi : gli altri giorni, quando non rischiano incontri noiosi, ritornano a noi.  La fatalità ha voluto che il Suo collaboratore dimenticasse che nella settimana, oltre all'infausto lunedì, ci sono altri sei giorni simpaticissimi.

2. - E inesatto che la direzione Provenzal abbia coinciso con una sterzata a destra del «Tirreno». La mattina del 2° giorno del mio arrivo a Livorno, per la fondazione del « Tirreno », vale a dire il primo giorno dell'uscita del giornale che come Lei sa benissimo fu « improvvisato » da me, sulla facciata anteriore della Chiesa di Santa Maria del Soccorso c'era un « Morte a Bantl » bello e rosso, alto così. Evidentemente i.... sinistrorsi (direbbe il Suo collaboratore) miei concittadini non si facevano illusioni neanche su me, che « mi proclamo » liberale, democratico e monarchico fin da quando ero a balia.

Dino Provenzal, vecchio antifascista, liberale e democratico, oltre che galantuomo d'ingegno e di coltura, è uomo che stimo molto. Era naturale che pensassi subito a lui per sostituirmi, quando, verso la fine dei 1945, quel male al cuore che mi porterà alla tomba (non dico prematuramente, ma anche troppo presto per il mio gusto) incominciò a farmi capire ch'era l'ora di metter giudizio.

Scrissi a Provenzal :

« Si tratta di venir a dirigere, al posto mio, nella nostra Livorno, questo giornale di informazioni, che è indipendente da tutto e da tutti, senza amici, senza interessi di gruppi politici o affaristici da difendere. Un giornale sereno, che vuol seguitare a sostenere soltanto l'ordine, la pace, la concordia nazionale, la democrazia, e soprattutto la Patria. Senza asservirsi a nessuno. Ci stai? ».

Provenzal rispose che ci stava ; e venne, e diresse il « Tirreno » con molta consapevolezza e molta dignità. Poi a un certo momento si scocciò (chi non si scoccerebbe a questo posto?) e preferì tornare ai suoi studi tranquilli, a Voghera.

Il fatto che egli ancora onori il « Tirreno » dei suoi articoli, e ancora ricambi teneramente la mia

vecchia amicizia fedele deve dirLe, signor Direttore, che tutto può aver cooperato ad indurre Provenzal ad andarsene, ma non certo un dissenso con me, politico o di qualsiasi genere.

3. - E falso che Caudana, succeduto a Provenzal, sia stato licenziato da me in seguito a un ultimatum che mi avrebbero presentato i redattori. Caudana si è.... licenziato da sé, e a me è dispiaciuto moltissimo. E non c'è stato nessun ultimatum, fra me e i colleghi: dove siamo?

Ero andato a scegliere il successore di Provenzal proprio all'« Avanti ! » (guardi mo' che razza di slittamento a destra volevo far operare al «Tirreno»!). Caudana, redattore capo del giornale nenniano, acconsenti a venire a dirigere il giornale con un contratto che ripeteva, precisa, la formula dettata con Provenzal: indipendenza da tutto e da tutti, libertà di manovra, e Patria, concordia, lavoro, democrazia, libertà.

Mi disse Caudana che aveva fatto vedere quel contratto all'on. Nenni, il quale l'aveva trovato «da galantuomini ». Sento dal Suo « Belfagor » che il Nenni fece ancheuna lettera di presentazione al Caudana, per i socialisti livornesi.

Se sia esatto non so : ma che i socialisti livornesi chiesero invece l'espulsione di Caudana dal partito, pochi mesi dopo ch'era arrivato a Livorno, questo lo so di sicuro. Si vede che neanche lui appariva « sinistrorso » abbastanza.

Noti: nel momento in cui (ripeto, con mio rincrescimento) Caudana se ne andò, mi scrisse una lettera affettuosa per darmi atto di aver sempre potuto dirigere il giornale in assoluta libertà di spirito, senza nessuna influenza ecc. O allora? Come si spiega che a Livorno i direttori di un giornale indipendente, anche se arrivano, giulivi e democratici, carichi di lettere nenniane, dopo sei mesi escono da destra, segnati dalla maledizione che accompagna i reazionari?

Dev'essere l'aria.

Il fenomeno mi preoccupa, non per me che ormai ho ripreso la direzione del mio giornale da quattro anni, e nessuno certo si aspetta che slitti in qualche altra direzione : ma per il caso che debba un giorno cercarmi di nuovo un successore, ho paura che anche se l'on. Pajetta venisse (ma non c'è pericolo che lo chiami) a prendere la direzione del « Tirreno », in quattro balletti me lo farebbero apparire deviazionista.

Le dico : dev'essere l'aria.

Ora dovrei rispondere a tutte le malignità arsenicali che sono state dette sul conto del « Tirreno ». Ma io non voglio abusare della Sua pazienza

Se ho capito bene il Suo collaboratore, il « Tirreno » adempie una sua missione « diseducatrice » al servizio dei dominatori, per distrarre il pubblico dai problemi contingenti e lasciarlo, intontito e disorientato, alla mercé del Governo.

In sostanza il Governo mi avrebbe detto, nel 1945 : « La vede tutta quella gente che c'è sulla costa tirrenica, da Genova a Civitavecchia, Pistoia, Lucca, Siena comprese? Lei racconti quello che vuole, a quella gente: di saponificatrici o di dischi volanti; ma me la rimbecillisca.

Nei quadri delle attribuzioni assegnate dal Governo a ogni giornale, il suo figura come ' diseducatore di prima classe '. Si regoli ! ». E io mi regolo.

Intanto i due grandi partiti combattono il « Tirreno » : il Segretario della D. C. di Massa (ho davanti a me la circolare) raccomanda ai lettori di leggere un altro giornale: i giornali comunisti e quelli socialisti di osservanza sovietica sparano contro di noi tutti i giorni a palle infuocate: i repubblicani (capirà!) non mi amano; i saragattiani neppure; i missini attaccano.

Con tutto questo il «Tirreno» è il più diffuso e il più apprezzato. Le dice nulla questo fenomeno? La gente ci tiene, si vede, ad essere « diseducata » da noi.

 

Coi migliori saluti

Athos Gastone Banti

direttore de « Il Tirreno »