Dino Campana

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Dino Campana

Emilio Cecchi: Dino Campana

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EMILIO CECCHI

DINO CAMPANA

 

da: L'Approdo, Gennaio - Marzo 1952

 

 

 

 

 La redazione ringrazia l'amico Silvano Tognacci per averci fornito questo importante documento.

 

  

Se uno torna col pensiero agli anni della formazione, in Italia, d'un nuovo senso della poesia, è colpito al vederli, così brevi anni, ingombri di tanti morti; e tutti morti giovani, o assai giovani : Corazzini, Michelstaedter, Gozzano, Locchi, Onofri, Bastianelli, Boine, Serra, Slataper. Dino Campana non fu tra i più gio­vani, relativamente alla morte materiale; ma gli anni da lui passati, fra il 1918 e il decesso nel 1932, in uno spedale psichiatrico, furono anni di morte. Quanto sorprendente e quasi mitologica era stata l'apparizione, fra le scomparse più tra­giche fu quella di Dino Campana.

Ho conosciuto alcuni poeti, nostrani e forestieri. Non pretenderò che fossero poeti immensi; ma erano di certo fra i massimi che l'epoca poteva mettere a mia disposizione. Accanto a loro, provavo ammirazione, riverenza. Accanto a Campana, che non aveva affatto l'aria d'un poeta, e tanto meno d'un letterato, ma d'un barrocciaio : accanto a Campana, si sentiva la poesia come se fosse una scossa elettrica, un alto esplosivo.

Non so di che specie egli fosse; se superiore o inferiore alla comune nostra; certo è ch'era di altra specie. Un fauno insaccato in quei miseri panni di fustagno, o un altro essere così, tra divino e ferino, non avrebbe fatto diversa impressione. Genio poetico egli ebbe forse più d'ogni altro della nostra generazione, se avesse potuto maturarlo e svilupparlo a fondo. Italiano dello stipite di Giotto, di Ma­saccio e d'Andrea del Castagno.

L'atto del poetare proveniva in lui da un incanto di realtà schiettissimo. C'era un contrassegno direi fatale e carnale, suggello autentico della sua genia­lità. Quelle ch'egli chiamò « le supreme commozioni della sua vita », gli condu­cevano il ritmo in andature corali, popolari. E segnatamente nel paesaggio, egli si esaltò in una bellezza italiana, specificamente toscana, di autorità antica e veneranda. La sua sensibilità spasmodica, di errante e perseguitato, non gli pre­cludeva l'aspirazione, ed in parte il cammino, verso una forma classica della vita e dell'arte; verso l'idea d'una felicità, come egli diceva: «mediterranea»; idea che sembrava respirata nelle città tirrene del nostro Trecento.

 

Nessuno ha più saputo, come Campana, nel rapido e largo stacco dei suoi versi e delle liriche in prosa, riuscire modernissimo e, al tempo stesso, naturale, popolaresco. Egli passò come una cometa; ed anche oltre le strette ragioni for­mali, in una sfera più vasta e calorosa, la sua influenza sui giovani fu incalcolabile, e s'è tutt'altro che spenta. Egli dette un esempio d'eroica fedeltà alla poesia: un esempio di poesia testimoniata davvero col sangue. Da lui e dal coetaneo Unga­retti, s'inaugura un tono intimo e grave nella nostra ultima lirica.

E pare un avvertimento simbolico, una specie di profezia, quel verso di Whitman che il Campana aveva fatto mettere, senza nessuna indicazione, in fondo all'ultima pagina del suo unico volume, il volume dei Canti orfici: sulla povera carta bigia dello stampatore campagnolo. Dice cotesto verso di Whitman : « Essi furono tutti coperti dal sangue del fanciullo ».

Fu curioso che il libro dei Canti orfici, così carico di futuro, uscisse al me­desimo tempo d'un altro libro, squisitamente riassuntivo : Doni della terra di Carlo Linati. Non si sarebbe potuto immaginare confronto e contrasto di due temperamenti e di due arti poetiche più differenti. Nulla, in Campana, d'una psicologia d'uomo d'« atelier »; ma, s'è detto prima, di errabondo e perseguitato. Egli non estraeva pazientemente i più gelosi valori dei vocabolari; ma scriveva d'un rapido e largo getto; quando non lasciava giù idee e frasi come uno che scarica un insopportabile fardello.

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Bianca Lusena, ritratta da Donnabianca

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"Intimità" di Bianca Fabroni Minucci.
Ritratto a olio di Bianca Lusena

 

Paolo Pianigiani: Sulle piste di Regolo

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Paolo Pianigiani: Sulle piste di Regolo...

 

Ringrazio la dott.ssa Annamaria Mortari, Funzionario dell'Archivio Storico del comune di Mantova,

e le gentili Operatrici dell'Ufficio, per la preziosa collaborazione

 

 Così Dino parla di Regolo al Pariani:

"Regolo è uno che andò in Argentina. Si chiamava Regolo Orlandelli, era di Mantova. Lo incontrai in Argentina, a Bahia Blanca. Prima lo avevo conosciuto presso Milano. Viaggiava il mondo. In America aveva un'agenzia di collocamento: a Milano faceva il commercio ambulante. A Genova lo incontrai per caso, dopo essere stato in Argentina. Credo sia morto; deve essere morto certamente".

Regolo è, insieme al "Russo", che è ancora più misterioso di lui, l'unico personaggio maschile degli Orfici ad avere una qualche connotazione identificativa. Se si eccettua quel l'antico compagno di scuola, scoperto da Stefano Drei fra le foto antiche del Liceo Torricelli: il professore "purulento", Oddone Assirelli, che appare e scompare come un fantasma ne "La giornata di un nevrastenico".

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Dino Campana a Giuseppe Prezzolini

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seconda pagina della lettera di Dino Campana a Giuseppe Prezzolini

 

Marradi, 6 Gennaio 1914

Dino sta cercando l'editore del suo libro. Scrive a Prezzolini per trovare conforto e aiuto.

Completa la lettera con una trascrizione de La Chimera.

Dall'America, dove si era trasferito, Giuseppe Prezzolini inviò alla rivista romana "IL Caffè"  la trascrizione di quella vecchia lettera alla quale non aveva risposto.

Fu pubblicata nel Febbraio del 1955.

Il documento è conservato a Lugano, presso l'Archivio Prezzolini.

La redazione ringrazia la Direttrice Diana Ruesch per averci permesso la pubblicazione di questo importante documento.

 

 

 

 

 

 

 

 

  
  

 

Dino a Bologna: il cagnolino del prof. Gorrieri

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Le escandescenze di uno studente

Da "Il Giornale del Mattino", Bologna, 27 Dicembre 1912

articolo pubblicato sul Giornale del mattinoNel pomeriggio di ieri verso le 16, il comandante delle guardie municipali Dalmonte-Casoni, transitava per via Zamboni insieme con alcune persone della sua famiglia, quando, giunto nei pressi della casa segnata col n. 52, fu attratto dal rumore prodotto da una vetrata sbattuta e vide un giovanotto senza cappello, il quale, liberatosi dalle strette di alcune persone che si trovavano sulla soglia del caffè, situato in detta casa, si dava a fuggire verso il teatro comunale.

Immaginando trattarsi di un qualche ladro, il Dalmonte-Casoni si diede a rincorrerlo e riuscì a raggiungerlo, nei pressi di via del Guasto, mentre egli raccattato un ciottolo dalla via, minacciava con questo chiunque si avvicinasse. Riuscito, dopo non pochi stenti a disarmare l'energumeno, il Casoni si accingeva a condurlo in ufficio quando egli estratta di tascuilibrio mentale onde lo fece trasportare all'Ospedale Maggiore.

Egli è lo studente Campana Dino di Giovanni alunno presso la nostra Università.

Le cause che avevano dato luogo all'incidente surriferito sono le seguenti: verso le 16 il Campana, accompagnato da due colleghi, certi Quirico Dall'Oca dimorante in via Mazzini al n. 42 e Bucci Paolo, a di tasca una chiave ripreso a minacciare le persone che nel frattempo erano sopraggiunte dicendo che voleva compiere una strage.

Fortunatamente di lì a pochi minuti arrivavano le guardie municipali Pagani Enrico, Spanagri Carlo e Lucchetti Aldo, le quali si trovavano all'angolo di via Castagnoli ed erano nel frattempo state avvertite del fatto, le quali aiutarono il loro comandante a ridurre all'impotenza il giovane che pareva invasato da una vera frenesia ed a condurlo con vettura alla caserma di palazzo.

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Dino in giapponese

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Alcune poesie tradotte in lingua giapponese

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