GUIDO TALLONE OFFRE VINO AI VICINI DI DORSODURO

 

 

Guido Tallone in Calle Querini a Venezia 

 

di

Gigliola Tallone

 

Archivio Tallone

 

Introduzione all’articolo “Ritratto di un pittore” di Adolfo Franci

 


Il 4 febbraio del 1943 una bomba, lasciata cadere da un aereo americano, forse solo per scaricare il peso ferale, distrugge un’ala della nostra casa di Alpignano in via Arnò, provocando il crollo sulla cantina dove furono sepolte Milini Tallone Ferrari con la figlia Allegra, e otto vicini di casa.

A Milano l’agosto dello stesso anno i bombardamenti, in particolare britannici, distruggono la casa studio di via Rugabella 17 di Guido Tallone, e di De Pisis, che viveva nello stesso edificio. Guido, disperato, nubile, senza legami come i fratelli, si trasferisce a Venezia, a Dorsoduro, in calle Querini 252 nella casa di Olga Rudge, compagna di Ezra Pound, conosciuto negli anni ’20 a Parigi, dove lo aveva ritratto.

 

GUIDO TALLONE, RITRATTO DI EZRA POUND, PARIGI ANNI’20. FOTO ARCHIVIO TALLONE

 

Del ritratto di Ezra, andato distrutto nello studio a Milano, con tutte le altre opere, rimane soltanto una fotografia in bianco-nero. Guido, a Venezia, che frequentava dagli anni ’20, ispiratrice dei suoi dipinti per la mutevole atmosfera tra mare e cielo, trova consolazione e riacquista la sua energia incontenibile.

Per il suo calore umano, generosità e instancabile fantasia, fu acclamato dal vicinato “Sindaco di Dorsoduro”. Resta nella casa di via Querini dal 1943 al 1958-59, quando gli americani liberano il poeta Pound dal manicomio che, senza diritti e affidato alla moglie, finalmente potè tornare a Venezia.

La figlia Mary, intervistata da Antonio Pantano ricordava con affetto Guido Tallone. Ho trascorso qualche giorno con le mie sorelle, dormendo in quella poetica casa, con Venezia in acqua alta, nelle lenzuola di cachemire che lo zio si era fatto procurare da Ermenegildo Zegna per ripararsi dall’umido.

Lui si era sistemato in albergo e veniva la mattina a prenderci pieno di progetti e di brioches. La descrizione nell’Articolo di Adolfo Franci è dettagliata e mi risveglia tanti ricordi, forse un pochino esagerata sull’artistico disordine, perché a me quella casa pareva solo magica, come la vita che zio Guido magicamente trasfigurava.

Con l’amico Adolfo Franci, Orio Vergani e molti altri, frequentava a Milano Il Bagutta, a Burano la trattoria Da Romano, la Locanda Cipriani di Torcello: tre luoghi culinari e artistici, di cui Guido Tallone era, come si suol dire, l’anima.

 


 

 

GUIDO TALLONE RITRAE UN CANALE VENEZIANO DA UN PONTE
L’Illustrazione Italiana 4 gennaio 1948 Orio Vergani Vita dei pittori: Guido Tallone
 
 

 

IL MESSAGGERO GIOVEDÌ 17 MAGGIO 1951

 

RITRATTO DI UN PITTORE

di Adolfo Franci

 


(Adolfo Franci, Firenze, 27 nov. 1895-Roma 31 gen. 1954. Noto sceneggiatore e critico cinematografico)

 

Dorsoduro è un sestiere di Venezia, che incomincia alla Salute e finisce dopo Rialto. Di Dorsoduro fa parte Ca’ Querini, una calle lunga pochi metri, chiusa da un muro al quale si affaccia un alberello stènto, uno di quei tristi alberelli che macchiano appena di verde il paesaggio veneziano.

Da quella parte, oltre San Gregorio, fra calli anguste e casette basse, bottegucce piccole e buie, ponticelli di legno o di pietra che sembrano tolti in prestito a una città delle bambole, da quella parte Venezia diventa anche più intima e raccolta, con toni e colori meno splendenti, quasi opachi, fra grigi e nerastri, che le dànno un’aria di malata stanchezza, la quale, prima che agli occhi, va diritta al cuore.

Quando è a Venezia, in genere quattro o cinque mesi dell’anno, al numero 253 di Dorsoduro abita il pittore Guido Tallone, uno degli uomini più originali che abbia conosciuto (e ne ho conosciuti parecchi fuor del comune) tutto un impasto di ingenuità bambinesca e di furbizia contadina, di schiettezza quasi rude e di elegante artificio.

La casa è composta di una cucina al pianterreno e di una cameretta e il bagno al primo piano. Sopra, una soffitta ridotta metà a studio e metà a camera da letto.

Si sale allo studio per una scaletta di legno, stretta che appena ci passa un uomo ed erta come quelle dei bastimenti, incassata fra il muro esterno e un tramezzo.

Lungo il muro e il tramezzo, corrono due funicelle per aiutare chi sale. Ho vissuto quasi un mese in quella casa ma ogni qual volta ci penso mi pare di averla vista soltanto in sogno. Là intorno, a certe ore, un silenzio quasi disumano. Uno di quei silenzi appunto, che rendono così deserti e paurosi i sogni.

Dalla lucerna dello studio, i giorni di cattivo tempo, pioveva sull’impiantito. E bisognava correre ai ripari con pentole e bagnarole. Il tonfo sordo delle gocce sul metallo era il solo rumore che, tratto tratto, rompesse quel silenzio. E lo aspettavamo, qualche volta, come una liberazione.

La sera, nella casa accanto, aprivano la radio ma discretamente e, in genere, su un’opera o un concerto. I suoni e i canti sembrava venissero di molto lontano, guidati dalle stelle che apparivano nel riquadro delle finestre, tra le foglie nere di un albero ricurvo.

Tuttocciò, ed altro ancora, accresceva il color d’avventura e d’improvviso che dominava in quella casa. Ma lo studio di Tallone come si fa a descriverlo? Immaginate il ripostiglio di un rigattiere o il retrobottega di un piccolo antiquario, messo a soqquadro da un matto. In poco spazio erano ammucchiati, in un disordine che faceva pensare a uno sgombero o alla furia di un saccheggio, gli oggetti più disparati e inutili.

Gabbie per uccelli vuote e uccelli impagliati intorno alla cappa del camino, modellini di velieri e di gondole sospesi a fili invisibili. Su una mensola un centinaio di «stampe» per la caccia in padule.

Sopra una tavolona matite, tubetti di colori, scartafacci, programmi del tiro a volo, buggeratelle da un soldo e cose preziose; cartucce per fucile, coltelli a serramanico, bottiglie, bottigliette, bicchieri e piatti di vetro, la più parte rotti e rabberciati con francobolli e pecette.

E pipe di radica, di coccio, di schiuma, piccole da starci appena una sigaretta o grandi come boccali di birra. Qua e là, su divani e divanucci, seggioloni dogali e seggioline da neonati, alcune valige spalancate dalle quali traboccava alla rinfusa biancheria finissima e dozzinale, camicie e cravatte di seta e cravattone di quelle che mettono i contadini nei giorni di fiera, fazzolettoni a scacchi da curati e fazzolettini di lino da «dandies».

Alle pareti arazzi pregevoli e pezzuole colorate con immagini di santi o vedute di città, quadri antichi e stampe popolari raffiguranti scene di caccia e interni d’osterie.

In quel pittoresco disordine, che a me dava il capogiro, soltanto Tallone e la sua cameriera veneziana erano capaci di muoversi con estrema facilità e destrezza. Non rimovevano una sedia, non spostavano un oggetto, non toccavano un cassetto, trovando subito quello che cercavano ed occorreva.

 

GUIDO TALLONE NELLO STUDIO DI VIA QUERINI MENTRE RITRAE ISA E LA FIGLIA

L’Illustrazione Italiana, 4 gennaio 1948, Orio Vergani Vita dei pittori: Guido Tallone

 

Cotesto era uno degli spettacoli meravigliosi cui potevo assistere giornalmente nella casa di Ca’ Querini: la capacità divinatoria, rabdomantica delle mani di Guido e della Isa. E mi ci divertivo come un ragazzo ai giochi di prestigio. Un’altra cosa meravigliosa erano, almeno per me, le subitanee apparizioni e sparizioni di Tallone.

Mi spiego con un esempio. Credevi fosse lontano, a dipingere nelle calli e piazzette di Venezia. Volgevi la testa, era lì a due passi da te, che accarezzava il gatto o faceva cenno al cane di starsene quieto. Tornavi per un attimo al tuo lavoro. Ti rivoltavi. Non c’era più. Scomparso silenziosamente com’era apparso.

Udivi la sua voce già lontana, chiamare o salutare qualcuno lungo il canale. Appariva in maniche di camicia, la barba lunga, i pantaloni corti, le gambe e i piedi nudi, le mani e faccia sporchi di colori e vernici, unte di oli e grassi da officina. (Piace a Tallone, oltre che dipingere, cacciarsi in lavori faticosi e ingrati, aggieggiare intorno alle macchine, tastare viti e bulloni, gli piace aver quelle mani da artigiano che tengono con estrema delicatezza il pennello ma sanno anche afferrare con forza un maglio).

Appariva, dicevo, in maniche di camicia. Spariva. Riappariva poco dopo vestito di tutto punto, con un abito scuro a doppio petto, la cravatta di raso, nel taschino della giacca un fazzoletto candido, stirato e profumato.

E la barba fatta. E la faccia e le mani pulite. Certe sere si metteva improvvisamente a letto, dicendo di sentirsi male, di aver la febbre. Andavi a trovarlo, caso mai avesse bisogno di qualcosa. Il letto, disfatto, era vuoto. E a notte alta potevi incontrarlo in un caffè di Venezia, circondato da belle donne, sorridenti e liete…

La Isa mi raccontava questa. Una mattina, era febbraio o marzo e faceva ancora freddo, se lo vide apparire in cucina con la camicia estiva e i pantaloni bianchi. «Preparami il bagno, Isa; arrivo fino alla Darsena e ritorno. Quindici, venti minuti al massimo. Règolati…».

Tornò dopo sette mesi. Credo sia un primato. Superato soltanto da Medardo Rosso che una sera a Parigi, trovandosi a cena in un ristorante, disse alla moglie: — Esco a comprare un sigaro. — E stette via, dicono, più di trent’anni.

 

Adolfo Franci