Gigliola Tallone

 

 

UN ANNO COL POETA

 

I Tallone e Dino Campana

 

Postfazione di Gigliola Tallone

 

da:

 

Dino Campana

 

Canti Orfici

 

Tallone Editore, Alpignano


Seconda edizione, 2021

 

 

Sibilla Aleramo definisce nei suoi Diari i Tallone "una delle più singolari famiglie ch'io abbia conosciuta". Intima di Eleonora nata Tango, moglie del celebre pittore Cesare Tallone, Sibilla si rivolge a lei nei tormentati momenti che segnano la fine della relazione con Dino Campana. 

La Aleramo frequenta casa Tallone di Via Borgonuovo 8 a Milano, la "Maison Rustique", ex convento dei frati Cappuccini immerso in un giardino secolare. Eleonora e i suoi sette figli, in particolare Teresa, amano Sibilla per la sua gentilezza d'animo e generosità, sorvolando benevolmente sulle sue rapide, spesso frustranti, incursioni amorose. 

Il mese di dicembre 1916 Eleonora è allarmata dai toni disperati delle missive di Sibilla. Decisa a lasciare il poeta ma incapace di abbandonarlo nella sua esaltazione, per Sibilla la scelta di chiedere aiuto a Eleonora e alla sorella Virginia è quasi obbligata. Eleonora possiede una tenuta ad Alpignano, all’imbocco della Valle di Susa; invece la sorella abita a Firenze. 

Mentre la Guerra - la "grande tenaglia", come la chiama Eleonora - costringe al fronte i figli Ermanno e Guido, sopravviene la notizia della tragica morte dell’espatriato russo Zygmunt Perkowicz, innamorato della figlia Emilia e, per un lungo periodo, ospite nella casa di Alpignano. Eleonora, duramente provata, cerca un’altra sistemazione per Campana. 

Si rivolge quindi all'amica Elisa Albano, che in passato aveva ospitato Zygmunt. Insieme alla madre Elvina Gallenga, Elisa accoglie il poeta nella sua splendida tenuta Granvigna ad Almese, vicina ad Alpignano.  

Campana conosce già bene queste zone, poiché soggiorna abitualmente a Villa Irma, proprietà di Irma Gallo e Renzo Bottinelli a Rubiana, poco più a monte della Granvigna. Il 25 gennaio 1917, nella lettera che Sibilla scrive al suo mecenate Agnolo Orvieto, si legge: 

"Vi prego, mandatemi per lui [Campana] un biglietto da cento, che gli permetterà di partir subito per le Alpi dove gli ho trovato un rifugio e dove rimarrà alcuni mesi che speriamo gli gioveranno" 

(Gabinetto Vieusseux, Firenze). 

 Nella intervista realizzata da Vera Wigod nel 1958, Elisa Albano afferma che Campana, "accompagnato da amici comuni", era giunto alla Granvigna "poco dopo la rottura sentimentale con la Aleramo, e che egli ne risentiva molto e palesemente" (Corriere d' Informazione, XIV, 28-29 luglio 1958, p. 3).  

Sibilla è tentata di fargli visita. Il principio di marzo scrive a Teresa da Firenze: 

"Io sono impegnata qui per le traduzioni ancora fin verso il 25, poi avrei una ventina di giorni in cui potrò muovermi [...]. Potresti aspettarmi tu a Milano? Poi forse t'accompagnerei ad Alpignano e di là farei una corsa a Rubiana, dove il mio amico malato, dopo tanto silenzio, mi scrive di andare a vederlo, per Pasqua. Rispondimi, Teresa, e risolverò. C’è un' altra prospettiva. Rimandare il viaggio in Piemonte a più tardi, maggio o giugno..."

(Archivio Editore Tallone, Alpignano). 

Ma l' incontro non avverrà e quando, la fine di aprile, Campana si reca a Firenze, lei si nasconde nonostante lui la cerchi disperatamente.

Virginia, cui Sibilla si era rivolta il principio di aprile per affidarle il delicato incarico di prendersi cura del poeta, lo accoglie nella sua casa di via Fornace 9 e il 6 maggio le scrive:  

“[...] Voglio dirle che sia tranquilla per lui (so bene che deve esservi nel suo cuore un senso di accorata ansia materna per questo povero sperduto bambino di genio). Mi accorgo che egli va persuadendosi alla idea del distacco..."

(Fond. Gramsci, Roma). 

In una seconda lettera del 19 maggio, aggiunge che Campana, benché abbia dei momenti di profonda malinconia, "si adatta a vivere e va gradatamente migliorando"; la informa che alloggia vicino, presso romagnoli, gente semplice del suo paese, e che si reca spesso da lei divertendosi a dare lezioni di latino alla figlia Rosabianca. 

E conclude : 

"Capisco anch'io che questo povero giovane non deve essere fatto per far vivere in pace la donna che ama. Che il bene sia con lei, Sibilla; e grazie per la missione fraterna che mi affida"

(Fondazione Gramsci). 

In quei giorni Campana scrive una dedica nel libro delle firme di Virginia: 

A Virginia. Ma lei, signora ha dell'ingegno, peccato che non se ne ricordi mai. Dino Campana. Firenze 1917"

(Archivio Editore Tallone). 

Il testo potrebbe sembrare irriverente; in realtà Campana doveva avere in simpatia Virginia, specialmente per l’utopia pacifista e per la comune antipatia nei confronti dei Lacerbiani e della lora nefasta foga guerresca, che Virginia condannava nei suoi articoli. Sibilla scrive a Teresa angosciata per la mancanza di notizie; afferma che le sono "tutti, tutti cari", nonostante la condanna che le è venuta da tutti "così incredibile" (Fond. Gramsci). 

L' amicizia con i Tallone prosegue, la giovane Teresa l'adora e lei adora Teresa e la corrispondenza con lei continuerà fino alla prematura morte dell’amica, avvenuta nel 1933. Sibilla le dedicherà pagine preziose e commoventi nei suoi libri (Amo dunque sono, Il Frustino e Diari) e in più occasioni aiuterà i figli di Eleonora negli inizi delle loro carriere. In particolare, è grazie a una sua lettera di presentazione che Alberto si recherà a Parigi presso il maître-imprimeur Maurice Darantière, dando avvio alla sua impresa editoriale.

Il principio di giugno Dino riparte per Rubiana, si reca a trovare Elisa Albano alla Granvigna e probabilmente rivede ancora i Tallone, che avevano per meta fissa la casa di Elisa. Il 31 luglio, nella cartolina all’amica Virginia, Elisa scrive: 

“[...] Abbiamo visto il signor Campana più volte. Povero uomo! Così privo di forze e così schiantato”

(Archivio Tallone, Milano. Si veda inoltre: Gigliola Tallone, Virginia Tango Piatti ‘Agar’. Una vita per la pace. Transfinito, 2010). 

La disperazione di Dino è in crescendo; il 14 agosto da Marradi spedisce una cartolina a Eleonora per chiederle notizie di Sibilla: 

“Mancia competente, ricca elemosina, a chi, vistomi il più piccolo bimbo del mondo vorrà darmi notizie della mia mammina che mi ha insegnato l’amor, la divina Sibilla, morta o viva vergine o… Pietà di me signora. Non farò alcun male a Rina [Sibilla]”. 

In un’altra missiva, scrive lapidario: 

“Il mio motto? Per la vita o per la morte! Grazie delle sue care parole e Salve. Dino Campana”

(Archivio Editore Tallone). 

Sempre il mese di agosto, ancora da Marradi, scrive a Virginia chiedendo di aiutarlo contro le persecuzioni che gli hanno rovinato la salute: 

“[...] ancora non so perché ognuno creda suo diritto di insultarmi con una ostinazione degna invero di miglior causa. Perché devo essere una povera pelle su cui tutti hanno il diritto di battere? …”

(Archivio Tallone, Milano). 

Una lettera ironica e tragica, ‘alla Campana’, e allo stesso tempo inquietante perché precede, forse di meno di un mese, l’arresto a Novara che avverrà l’11 settembre.

Eleonora crede ancora che Sibilla e Dino possano riconciliarsi. Nella lettera inviata a Travedona il 15 settembre, dove Sibilla si reca ospite di Teresa, ricorda l’offerta fatta di accogliere "quel piangente" al carcere di Novara, e aggiunge: 

"i cozzi delle idee in confusione sono buoni per le scintille - mi facevano credere come mai prima, te e quel poeta..."

(F. Gramsci).

 La lettera di Eleonora del 3 ottobre è invece perentoria: 

"Quali parole a te che non ti senti in colpa? Pure no, no, no, non è superazione"

(F. Gramsci). 

Probabilmente è la reazione per il comportamento di Sibilla che dalla fine di gennaio non aveva incontrato Campana, fino al distacco freddo ed angoscioso dell’ultimo incontro in carcere, avvenuto il 13 settembre. Nella lettera a Emilio Cecchi, inviata quello stesso giorno dalla stazione di Novara, Sibilla scrive infatti: 

"[...] l’ho riveduto così, dopo nove mesi, attraverso una doppia grata a maglia. Non ero mai stata in una prigione. E’ stato un colloquio di mezz'ora, i carcerieri avevano quasi l'aria di patire sentendo lui singhiozzare e vedendo me irrigidita..."

(Sibilla Aleramo, Dino Campana. Quel viaggio chiamato amore, a cura di Bruna Conti, Editori Riuniti, 1987, Roma). 

La vigilia di Natale del 1917 Campana invia una lunga lettera a Elisa Albano. Evidentemente il soggiorno al principio dell’anno alla Granvigna e la posteriore frequentazione gli avevano lasciato un buon ricordo. 

E’ una lettera rivelatrice dell’indole di Campana, così orgoglioso e vero, così spontaneo, tanto da precludersi accettazione della sua proposta, data la richiesta di rifiutare eventuali ospiti sgraditi e di cancellare le tracce dell’ affresco del povero Zygmunt Perkowicz (che rimarrà sui muri della Granvigna fino agli anni Sessanta): 

"[...] Accetterei di andarle a custodire la casa se mi facessero una provvista di legna e cancellassero tutte le traccie [sic] sui muri. Inoltre vorrei assumere la direzione dei lavori e non ricevere chi non mi piace. Tanti auguri per il Natale anche alla Signora Sua Mamma e mi creda con viva stima Suo devotissimo Dino Campana"

(Dino Campana. Lettere di un povero diavolo, a cura di Gabriel Cacho Millet, Polistampa, 2011, Firenze).

 Forse Campana vedeva là un ultimo approdo. Forse, se si fosse realizzato il suo proposito, anche una possibilità di salvezza dal tragico definitivo ingresso in manicomio l'inizio di gennaio del 1918. Nella lettera, memorabili e commoventi queste sue parole: 

“Creda che è così dolce sentirsi una goccia d'acqua, una sola goccia d'acqua ma che ha riflesso un momento i raggi del sole ed è tornata senza nome! E non ebbe marca, né marchi".