GIOVANNI PAPINI

 

TESTIMONIANZE

 

SAGGI NON CRITICI


3a Serie dei "24 Cervelli"

MILANO

STUDIO EDITORIALE LOMBARDO

 

1918

 


 

 

 

  

GIOVANNI BOINE

 

Non facciamogli, nobile malato guarito finalmente dalla morte, il solito ufficio mortuario, la dedicazione prammatica di un saluto critico e biografico. E' morto l'altro giorno, a Porto Maurizio, vicino al mare. Non in guerra, non è morto per la guerra: non è dunque permesso morire che in guerra ? E se questo amico non fu soldato, non per colpa sua, ci si vergognerà a salutarlo, ora che la terra ha ripreso quella poca terra del suo corpo ?

Ci sono altre guerre, buona gente, fuor di quella che si guerreggia lassù guerra senza tonfi e senza fasce. Si muore anche in quelle. E son guerre che non hanno fine perchè non ebbero principio: cominciarono, cioè, quando l'uomo cominciò a pensare. E se i morti si devono computare per il valore e non per il numero quanto di più sono i nostri morti, i morti senza ferite !

 

Vedete come la nostra letteratura ultima, tanto sparuta, insomma, di nomi e d'opere rammenta già, con questa, cinque morti giovani senza contare gli altri che morirono tra due trincee. Cominciò, molti anni fa, Sergio Corazzini, spirito blandulo di poeta malinconioso; capo cronologico, col suo Piccolo Libro Inutile, dei cosidetti " poeti crepuscolari " ; lo seguì Giuseppe Vannicola ombra disgraziata di dandy boemesco e decadente; e Gian Pietro Lucini non giovanissimo come età ma degno di stare, per certe singolarità d'animo e di scrittura, vicino ai nuovi; e Guido Gozzano sparito, forse, troppo tardi per la sua fama. Ora è morto anche Giovanni Boine. Aggiungete gli altri tre ammazzati dagli austriaci — Serra, Slataper e Borsi — e siamo a otto : penosa decimazione in così scarsa brigata come la nostra. Eran giovani tutti ; li conoscevo. Da un pezzo in qua, a dispetto della mia natura, sono un uomo che commemora.

Boine era tanto solitario ! E chi lo conosceva ? Giovani, più che altro, e non tanti neppur di quelli perchè non era, come dicono i pur mo' nati grilli canterini, inscritto nei ruoli della famosa "avanguardia". Aveva, sì, un po' del vecchio, con quella sua mistica serietà che malamente tentava di rompere con gioviali scattosità di camerata. Dopo aver detto male di un poeta piccolo l'invitava a bere lassù a casa sua: faceva il dionisiaco dopo aver fatto l'orfico e il sibilio. Ma non s'abboccava. Era della razza triste dei solitari, con pruriti d'apostolo, con brividi di santità, con estenuazioni di misticismo. Un moralista, insomma. Il che non vuol dire sempre uomo morale e neppure predicante. Il libro suo migliore si chiama II Peccato. E' la storia dell' amore per una monaca — amore, alla fine, fortunato s' è una fortuna ottenere dalla donna quel che si desidera (si potrebbe dubitarne). Ma e' è una notte di fuga, di sacrilegio in purezza, tra gli alberi e i muri, ch'è bella o mi parve bella: chi havoglia, ora, di rileggere ?

Non era artista di nascita. Alla poesia c'era venuto a poco a poco. Forse l'amore scoperto tardi e quella sua malattia vecchia, eterna, che l'aspettava da tanti anni eppoi lo lasciava andare, per un po' di tempo, per « vedere come riagguantava la vita, eppoi lo fermava un'altra volta, gli faceva sentire il sapore della morte, gli ricordava l'onnipresenza del niente e gli faceva gustar meglio la bellezza di questo mondo eh' è tutto e nulla, momento per momento — forse tutte queste ragioni, dicevo, l'avevano ammollito fino al punto di farne quasi un poeta, non un poeta pompeggiante e tutto di figura ma un poeta, come gli piacevano, dedito a sé, non ignaro delle tragedie astratte, delle introspettive dolorosità, delle domande tremende che fanno pensare a risposte anche più tremende.

Quando lo vidi la prima volta — dieci anni fa, a Milano — era tutto nella storia e nella filosofia. Veniva dall'Accademia; studiava Molinos e i giansenisti: lavorava intorno a un libro sulla grande mistica del milleseicento di Spagna. Era nella combriccola dei modernisti milanesi che dovevano creare, di lì a poco, il Rinnovamento : rivista che durò poco ma dove ritrovi il meglio di quel che poteva essere il modernismo italiano. Stava insieme al finissimo spirito di Alessandro Casati, eroe sconosciuto della pigrizia laboriosa; insieme a Tommaso Gallarati Scotti, a Antonio di Soragna, a Stefano Jacini : tutti giovani nobili che si andavano acquistando, cogli studi e le fedi, una nobiltà migliore di quella vecchia ereditata. Nel Rinnovamento Boine non lavorò molto ma quei pochi saggi — specie uno su Calvino — addimostravano, nel giovinetto magro e taciturno che arrossiva più spesso di febbre che di passione, uno spirito che non s'adattava a ripetere ma vangava e rivoltava i terreni degli altri finché non ritrovava un terriccio proprio suo.

Aveva, allora, un fratello che in casa sua, accanto allo studio placido dell'ispanista aveva messo su un laboratorio quasi di forzatore. Quel fratello era tutto l'opposto di lui : basso e robusto e si tirava su per boxeur. Ma dopo, giunta anche in Italia la voga degli aeroplani, fu dei primi aviatori e un giorno, già diventato bravo, cadde dal cielo e morì.

Anche Giovanni aspirava alle altezze ma per altre vie meno materiali. Una sua bellissima prosa stampata nel 1911, l'Esperienza Religiosa, è il racconto teorico dei suoi affannosi tastonamenti di moribondo sul muro di ferro dell'assoluto, la confessione serena delle sue aspirazioni verso una certezza e un riposo, un viaggio verso il Dio più desiderato che creduto.

Le notti lunghe di febbre sorda son propizie alle meditazioni : spirito, malgrado tutto, lucido non cascò nel pietismo, non si vantò di conver- sioni ; non si abbandonò in conclusioni agghiacciate. Di tutto contento e di tutto scontento: anima mistica senza estasi, anima poetica senza estri, anima dolorosa senza frignamenti.

Amava gli uomini ma un po' alla maniera di Dostojevski, che pure è il santo vero dei nostri giorni — di quel Dostojevski che scriveva cosi: " Non ho mai potuto capire come si possa amare il prossimo! Secondo me è precisamente il prossimo che non si può amare : gli esseri lontani, il lontano, sia. Ma il prossimo ! Non si può amare che un uomo nascosto, invisibile: appena mostra il viso, l'amore sparisce! „

Non so vederlo che solitario, come tutti i delicati, i timidi, gli orgogliosi, i diversi. Fu del gruppo della Voce ; scrisse spesso, un tempo, in quella rivista che tanto fece per i giovani italiani e che i giovani, com'è di giusto, si compiacquero d'insultare appena fu morta — ma sempre lon- tano e da lontano. Più tardi, più acquistato alla letteratura, si rinchiuse nelle pagine leggere, veline, della Riviera Ligure, una rivistina d'Oneglia, del paese dell'olio, sacro a Minerva, una rivista quasi segreta eppur celebre, familiare e non volgare ; una rivista che pareva fatta apposta per lui. Sotto il titolo di Plausi e Botte discorreva a modo suo dei libri nuovi; non critico in regola, né ci pretendeva, ma con una libertà di scapricciamento che poteva, secondo i giorni e i casi, arrabbiare o deliziare. Eran piccole note, in caratterino piccino piccino, corpo sei, ma si leggevano prima del resto. I libri, lo confessava, gli erano semplicemente pretesti per sfogare il buono e malo umore, motivi d'impressioni, più di rado di riflessioni. Ma siccome era sensibile e conosceva abbastanza le sue letterature ed era femminile e nervoso e malato a volte dava sentenze giuste, sorprendenti. Spesso, anche, corrotto dalla sua mania per l'arte che pare profonda, sbagliava; e parlava di poesia in tutte maiuscole e di Leopardi a proposito di poeti che, a dir molto, cominciavano appena a sillabare.

A volta facevan sorridere, anche, certe sue arie di sforzata disinvoltura, certi attucci di finta birichineria; quel voler prender sotto braccio l'autore, come un babbo serio, e volerlo canzonare, tra un'immagine marina e un invito bacchico. Ma chi vi ha detto che fosse, quella, critica ? Non ce n'è abbastanza, in Italia, di uomini che fanno proprio la critica senza sgarrare dai regolamenti del gioco giudicativo ? E lascino stare, allora, i non critici che vanno a spasso tra i libri come potrebbero andare tra le violacciocche e le lattughe.
Nella stessa Riviera Ligure — dove il gentil padrone, Mario Novaro, gli era più e meglio che amico — scriveva anche prose mezze liriche e mezze psicologiche e a volte narrative che meriterebbero d'esser raccolte, appena la carta costerà meno. (1)

Ricordo una dell'ultime: Circolo. E' del gennaio del 17 e c'è, mi pare, uno spiraglio più che aperto sulla notte che stava per farlo suo:

 

" Quanto al giorno, troppa questa luce! smarritor ci svolazzo come la civetta. Per qua, per là, fan la pazza mascherata, gli uomini, le cose; ci urto come a spigoli ! E che son mai, qui in mezzo io ? Son uno che si tiene dal piangere. Tutto d' am- macchi e angoscia, cerco così i cantucci e le vie deserte.

* Il mio giorno lo passo a sospirare la notte.

—Ma solo,la notte! e chi la può vegliare? quando si sbenda ogni piaga. Perchè non si veda c'è il buio, questo mio viso di morto ; e il sonno c'è per non più sentire. Ma, sciolto, si torce ogni viscere; ogni vergogna si stana, quand'io piùTnon comando. Allora il mondo fa orrore ; tina carcassa che brulica. Allora il mondo profondo è una piaga profonda, e fa orrore e pietà. Così la luce nasconde: è una benda : ma il sonno è un oppio appena, per questa cancrena !

" La mia notte, in ansia la passo a sospirare l'aurora

La mattina nuova lo risuscita: " O mattino felice, alveare ! „ Ma la strada che imbocca l' accompagna, sia pur tra letizie, verso i morti ;

" Allora la strada che imbocco, lento, è la mia queta, tra i muri degli orti, un ciuffo di canne, bisbigliando, ci spia, i cespi di rose, bianchi, qua e là, si sfogliano già ; — e va al camposanto. Quando, pian piano, ci arrivo, non entro, mi sdraio, fa buono, al sole aspettando, zitti, di starsene lì. — Netto è .il silenzio cosi che un trillo lo punge ; e Parìa è pulita. I dorsi dei colli, gli ulivi, tranquilli fanno la siepe ; — il mondo che fa ? fa ressa al di là. Se, vago lo sguardo, con gli occhi di oggi ci veggo il giorno di ieri „.

 

 (1) Stanno per uscire in volume, assieme a « Plausi e Botte », col titolo Frantumi (Firenze, La Voce, con ritratto e bibliografia).

 

L'ultima frase non è un per finire alla paradosso; è il succo stoico di tutte le meditazioni — non dei malati soltanto. Eguaglianza universale dei giorni : orfanità del tempo!

Novità, sforzi, ricerche verbali qui, come si vede, quasi mancano, ma un'anima in pena c'è davvero e insomma ti senti più preso che dinanzi ai bei panneggiati che l' industriosità dei nuovi parnassiani sa ricamare coU'oro e coli'argento in arabeschi senza linea né legge.

In altre pagine — in quelle ad esempio, che son di giunta al Peccato.  Boine è più artista dappertutto, però, c'è il tormento d'un'anima che sì strazia e si vorrebbe distendere in una pace naturale, in una contemplazione alleviante — senza riuscire. C'è ancbe lo sforzo verso uno stile; verso una maniera di scrivere un po' dura, mas- siccia, torta, stravolta che fa pensare a Slataper. Di rado c'è colore e felicità, ma la prosa non è mai comune e ignobile e gli slogamenti della sin- tassi compensano, a volte, le angustie del vocabolario.

Neil'avvicinarsi della guerra Boine, figliolo di soldato, cominciò e finì un commento del regolamento dell'esercito che fu pubblicato nel 1915 col titolo di Discorsi Militari. E questo è il suo libro più conosciuto e fu letto molto e si ristampò subito — ma non è quello che dia meglio l'idea del suo ingegno. Codesto commento, fatto con pacata chiarezza, con sostenuto civismo — senza rettoriche — è un libro semplicemente scritto e italianamente utile ; ma è come un esercizio pratico, compiuto per dovere, in margine al suo vero essere. Non potendo — lui consumato dal male nell'ossa da tanti anni — esser soldato volle insegnare ai soldati come si deve esser buoni soldati; quasi per illudersi d'esser dei loro.

Ma Boine non è lì: la sua natura di solitario scandagliatore, di mìstico sensuale, dì poeta contraddetto la ritrovi, tutta, nelle liriche degli ultimi anni, in certi articoli suoi di vagabondaggio teorizzante, nelle sue lettere. Per ii catalogatori non fu tra gli uomini riusciti: filosofo senza inventare o sviluppare sistemi ; credette (o volle credere) senza giungere alla santità; scrisse senza creare poesia tutta nuova. Ma noi che ci carichiamo vo entieri di ghiaie pese pur che ci brilli in mezzo qualche gocciola d'oro non l'abbandoneremo. Fu, come tanti di noi, un'anima in pena che, anche non riuscendo a esprimersi in forme definitive, aveva in sé le fami e le seti cha separano dagli altri e portano verso la grandezza. Fra tanti che stanno giù, contenti di star giù, uno che si arram- pica verso l'altezza, se pur non ci arriva, merita almeno un bacio. Questo bacio non lo negheremo a questo morto consumato e torturato da tanti mali.

III.

So poco della sua vita. Nacque a Finalmarina nel 1887 ed è morto a Porto Maurizio il 16 maggio 1917. Fu infelice nella famiglia, visse molto colla madre; dovette combattere, fino agli ultimi giorni, colla miseria. Ebbe pochi amici: tentò, un tempo, a Porto Maurizio, di creare un centro di cultura; si tenne accanto dei giovani, riordinò e creò una biblioteca. Ma stette molto solo; coi libri, vicino al mare. Non ebbe una vita facile né troppo contenta; non potè neppur lavorare quanto avrebbe voluto. Ma quando saranno riunite tutte le pagine deposte qua e là verrà fuori un volume dove ci saranno cinquanta o cento pa- gine da rileggere e da conservare. Non paia poco, in tanta sterilità dell' ingegno italiano d'oggi. Come figura aveva qualcosa del Cristo (quando portava la barba), del monaco, della donna. Discreto e silenzioso, ma pronto alla stizza e all'esaltazione. El Greco avrebbe potuto ritrattarlo.

Io lo rivedo con me in un mezzogiorno di primavera, sulla collina di San Miniato. Sul bianco e nero della facciata romanica, sul Cristo col dito alzato nell'oro, il sole posava più delicatamente che sulle piante. Si passeggiò adagio, tra i morti nascosti dal marmo; si parlava di Michelangelo e dei santi antichi. S'entrò anche nel convento dei francescani; guardò, da lontano, l'eremo dell'Incontro e pareva che ritrovasse, dappertutto, luoghi fatti per lui e ritrovati dopo gran tempo. Quel giorno, non so perchè, (i nostri temperamenti eran tanto diversi !) si stava bene insieme. Dei morti non si rammentano che le ore buone.
I cinesi chiamano la morte "il Ritorno" : forse perchè colui che sparisce sembra si riaccosti di più al nostro cuore?