duello
 
Sono ormai note le vicende del duello, mancato, fra Dino Campana e l'autore di questa prefazione al celeberrimo "Codice Gelli", testo di riferimento per i duelli cavallereschi in uso in Italia, fino a quando non li proibirono (ma anche dopo). Athos Gastone Banti era un giornalista e un abile spacaccino, nonchè esperto di questi argomenti; Dino li conosceva, magari per sentito dire, e incorse in diversi errori procedurali. Scorrendo questa prefazione, tratta dall'edizione del Codice Gelli del 1926, si capisce subito come il duello non poteva avere il suo corso. Dino non era all'altezza di incrociare le spade. Non era una persona seria...

(Paolo Pianigiani)

 

PREFAZIONE AL CODICE GELLI

 

C'è nella mia Livorno una chiesina piccina

piccina, che sorge a pochi metri di distanza dalla

cattedrale grande grande. Nel contrasto, la

chiesina, che è intitolata a Santa Giulia sembra

ancor più modesta: e i livornesi, quando vogliono

giudicar d'una cosa contraria alla logica, e

stravagante, come sarebbe d'un debole che

offrisse con aria pretensionosa il suo soccorso ad

un forte, o d'un sonatore d'ocarina che

presumesse d'insegnare armonia e contrappunto

a  Mascagni dicono: « È Santa Giulia che fa l'elemosina

al Duomo ».

Perché mai il mio dilettissimo e venerato maestro

Jacopo Gelli abbia scelto proprio me che non gli

ho mai fatto del male, gli ho spedito ogni anno

una cartolina illustrata per il suo onomastico e,

insomma, mi son sempre portato con lui come

amico rispettoso e devoto, per farmi fare la

parte, un po' ridicola, della Santa Giulia...

cavalleresca, accanto a quel gigante di erudizione

specifica, e di competenza e di autorità, che è lui,

ecco una cosa che né io, né altri riusciremo a

conoscere mai.

E perché, poi, questo Codice Gelli, che è da 40

anni l'unico codice cavalleresco italiano, debba

proprio avere, per la sua quindicesima edizione,

un preambolo, mentre non l'hanno avuto le

55.000 copie delle precedenti 14 edizioni - e se ne

son trovate benissimo - (loro... e i lettori) -

neanche questo indovineremo mai, neanche se ci

metteremo a spaziare in quei vaghi e fioriti campi

del fantasioso e del chimerico che stanno alla

nuda realtà come ci stanno i «circoli bene

informati»  e gli « ambienti autorevoli» dove i miei

cronisti, e i cronisti di tutto il mondo civile che si

rispettino, dicono sempre d'essere andati a

cercare con gran fatica le loro più strabilianti

supposizioni: mentre è notorio e pacifico che,

quando i reporter scrivono così, vuol dire che

tornano dall'aver presidiato diligentemente il bar

ch'è vicino al giornale.

Ad ogni modo queste sono ormai malinconie

inutili.

Era scritto nel libro misterioso del Destino che

ad una certa epoca la letteratura cavalleresca si

sarebbe arricchita d'una prefazione.

Rassegniamoci ai voleri dell'imperscrutabile,

confortandoci col pensiero che, se Dio vuole, in

materia di cavalleria, e di duelli, nessuno

pretenderà che ci sia rimasta ancora qualche

lacuna da colmare.

Tutto è stato ormai detto da un pezzo, sull'argomento.

Come per quell'altro duello umano, nel

quale occorre ugualmente d'essere in due - ma

senza testimoni - (e c'è sempre il pericolo, a non

aver giudizio, di diventare tre, e anche più) - non

c'è barba d'uomo che possa sperare di dir qual

cosa di peregrino e di inedito intorno al duello.

Dal Puteo, che il marchese Maffei e il Giustiniani e

il Romei ritengono il primo, il quale col suo

«Solenis et utilissimus libellus de re militari, ubi est tota

materia duelli seu singularis certaminis» abbia trattato

dello scontro cavalleresco, «illustrandone le regole»,

al senatore Crispolti, che ancora in questi giorni

nobilmente si ostinava a pubblicar articoli su pei

giornali contro l'uso barbaro, c'è tutta una letteratura

spaventevole per mole e per molteplicità

di epoche, di tesi e di idiomi.

Basta scorrere quella eccellente Bibliografia del

duello, del barone Giorgio Enrico Levi valorosissimo

scrittore di cose cavalleresche, e del Gelli - e

ch'è rimasta documento insuperato di cultura, di

acutezza e di precisione - per accorgersi che ci

sono al mondo (e non dico che circolano, perché

non le tocca nessuno) centinaia e migliaia di opere

sul duello: opere d'ogni calibro e d'ogni parere.

L'Ellero giudicava che «in veruna materia come

in questa si può temere di fare un libro inutile:

imperocché sul medesimo o veramente contra il

medesimo fu molto scritto e sempre indarno ».

Naturalmente questo non gli impedì di-pubblicare,

anche lui, la sua brava dissertazione sul duello, e

di vedersela premiata dalla Accademia di Modena,

nel 1864!

Tutto dunque è stato già detto, intorno al duello.

Da che esso è stato inventato (e anche su questo

non va d'accordo nessuno, perchè Gregorio da

Tours dice che furono gli Alemanni e i Visigoti;

Agathias attribuisce l'onore della... scoperta ai

Franchi, Wippo ai Sassoni e agli Slavi, e il Paradisi

ai Sujon, popoli venuti dalla Scandinavia) - il

Codice Cavalleresco italiano XVI

duello ha certamente fatto versare molto

inchiostro (anche... copiativo, come sarebbe quello

di queste citazioni).

Basti ricordare le leggi, prima, che lo disciplinarono

come giudizio di Dio (Frotone III, re di Danimarca;

Enrico e Alarico II, dei Visigoti, e Gundebaldo

[legge Gombetta], re dei Borgognoni)

all'epoca in cui fu necessario incanalare nelle vie,

almeno lastricate di legalità, del singulare

certamen il bisogno, ch'è innato nell'uomo sino dai

tempi di Caino, di affogare le passioni nel sangue.

E poi tutti i decreti e gli editti che, volta a volta, lo

permisero e lo vietarono, nelle sue forme

successive di Wehading, di lotta fra campioni di

comunità religiose o civili, di scontri collettivi e di

duello «per punto d'onore», ch'è quello per cui

migliaia e migliaia di gentiluomini persero la vita.

Ci fu un'epoca sotto i Valois in Francia, per

esempio - in cui tutti i gentiluomini si battevano.

Era una specie di mania, contagiosa, diffusissima.

Ma, in realtà, i gentiluomini costituivano allora

una minoranza, in confronto alle grandi masse

plebee, cui l'uso delle armi cavalleresche era

interdetto.

Oggi, invece, assistiamo a un fenomeno curioso

siamo tutti gentiluomini. I bimbi d'Italia nascono

gentiluomini, così, come voi ed io siamo nati con

un ditino in bocca, e un gran bisogno di

protestare, piangendo, contro lo scherzo di cattivo

genere che c'era stato fatto, mettendoci al mondo

senza il nostro consenso.

La cavalleria è ormai alla portata di tutte le

borse.

Dopo il suffragio universale, la gentilhommerie

universale. Anche in quelle classi sociali dove se la

donna, diceva il Marquardt, non porta mai il

cappello, l'uomo in compenso non se lo leva di

testa che al momento d'andare a letto, non c'è

partita a scopone, finita con qualche disparità di

vedute intorno alla scelta del momento in cui si

doveva calare il setto bello, che non si risolva con

un verbale di onorevole chiusura della vertenza.

La gente procede, ormai, nella vita, come se fosso

nata in quel beato paese di Alghero dove i cittadini

si trovarono tutti caballeros di schianto 1'8 ottobre

1541, senza neanche bisogno d'istruttoria da

parte dell'autorità politica.

Provatevi a fare un'osservazione qualunque al

tranviere che non vi consegna il biglietto se prima

non si è accuratamente sputato sulle dita - o al

commesso che squassa la bella capigliatura fatale,

guardando con occhio impudentemente

infiammato la vostra compagna, di dietro al banco

del negozio. - E quelli vi risponderanno subito: «

Badi come parla! Sono un gentiluomo! » e vi

manderanno a, domicilio altri due commessi o altri

due tranvieri, vestiti naturalmente di nero.

Questa generalizzazione dello stile, e dei metodi,

che una volta erano propri ad una élite, dipende

naturalmente da varie cause: un po' dai mutati

tempi, che hanno dato al popolo usi e mentalità e

atteggiamenti, ch'erano prima peculiari alle

categorie più elevate delle cittadinanze: un po' dal

mutato spirito pubblico, bellicoso anzi che no; e

molto dal fatto che, in generale, su cento vertenze,

una sola si risolve sul terreno, ed anche quella....!

mentre, ad ogni modo, le 99 vertenze terminate

pacificamente, e l'unica in cui ci sia stato anche il

più tenue spargimento di sangue, rappresentano

altrettanti quarti d'ora di celebrità paesana per

tutti: avversari, padrini, amici di famiglia, ecc.

Siamo dunque in presenza d'un fenomeno di

democratizzazione della cavalleria.

Ora, non sarò io, che mi ostino a rimaner democratico,

in un'epoca in cui a chiamar democratico

uno c'è da farsi dare una querela per

diffamazione, con ampia facoltà di prove, non sarò

io che richiederò pei cavalieri del 1926 il ripristino

della collata e degli speroni d'oro: ma, insomma, a

leggere certi verbali, che fanno, diciamo così, bella

mostra di sé sui giornali quotidiani e a veder

quella razza di vertenze che vengono mandate in

esame alla Corte d'onore e in cui si affermano

principi da far rizzare i capelli, c'è da domandarsi

se davvero questa povera cavalleria non sia stata

volgarizzata un po' troppo.

Perché per guidare un modesto schizzettone

d'automobile occorre ed è bene - la licenza dell'Ufficio

Tecnico delle Ferrovie; per levare il più umile

dei denti cariati ci vuol tanto di laurea; non c'è

che la tutela dell'onore, che sia materia di

dilettantismo, aperta a tutte le più disinvolte

esercitazioni di coloro che fanno della cavalleria a

orecchio, come suonerebbero il mandolino. M’è

capitato qualche volta di domandarmi, di fronte

alle figure barbine fatte fare da certi padrini

somari ai disgraziati che s'erano affidati ad essi e

ch'eran poi costretti a trascinarsi dietro, per tutta

la vita, dei verbali ingiustamente stroncatoi, veri

marchi d'infamia, se,oltre al diritto di sfidare i

propri rappresentanti, diritto di cui pochi si

valgono, purtroppo, non ci sarebbe, anche la

possibilità di intentare loro delle cause per danni.

Chi li obbliga a far da padrini, se non sanno ?

Ecco perché, se non è proprio possibile che chi si

impanca in vertenze cavalleresche debba aver

avuto prima la sua brava patente, come gli

chauffeurs, sarebbe almeno da augurarsi che tutti,

rappresentanti e rappresentati, imparassero a

mente il Codice Gelli (esclusa la prefazione, s'intende).

Questo libro del Gelli, che molte altre nazioni europee

ci hanno tolto in prestito, con le traduzioni

autorizzate del Ristow (Austria), del Lanzilli (Spagna),

ecc. - mentre altrove è stato saccheggiato e

plagiato senza troppi scrupoli - è veramente una

guida assai completa e buona: che, pur a traverso

inevitabili mende, rappresenta quanto di più perfetto,

di più coscienzioso e di più serio si sia fatto

in proposito, da quando lo Châteauvillard col suo

Côde du duel, tradotto anche in italiano, dette il

più importante esempio, ai moderni, del come si

dovessero codificare tradizioni e costumanze

cavalleresche.

Il Gelli ha avuto la genialità che occorreva per

non cristallizzarsi nella adorazione fanatica di

formule immutabili: e per comprendere che chi

intendesse oggi di regolarsi, in una vertenza, come

quando il Bufalini consigliava «qual partito debba

prendersi da un vero cavaliere in caso di querelle

cavalleresche»: e il Marozzo gladiatore dissertava

intorno agli «abbattimenti di tutte l'armi che

possano adoperar gli huomini, da corpo a corpo, a

piedi et a cavallo », correrebbe il rischio di trovare,

invece che due padrini, due infermieri del

manicomio provinciale.

Conservare e salvare dall'insidia delle

interpretazioni personali, iconoclastiche, la

tradizione cavalleresca, ma intonare le discipline

che regolano le contese fra gentiluomini alla legge

inesorabile della evoluzione dei tempi e dei

costumi e delle forme e delle sensibilità e delle

stesse concezioni di vita: questo ha fatto il Gelli, in

quaranta anni di lavoro.

Raccolta dallo Châteauvillard, e poi dal Bellini,

dal De Rosis, e dall' Angelini, la prima materia,

assai informe, di un compendio di regole

cavalleresche, Jacopo Gelli ha avuto la tenacia di

seguire, con oculata diligenza, quanto venivano

man mano consacrando nei vari lodi i molti Giurì,

nominati in tutta Italia negli ultimi decenni, e

quella Corte permanente d'onore, che, fondata

nell' 88, a Firenze, ha dopo la guerra ritrovato,

sotto la presidenza del Gelli medesimo, vitalità ed

autorevolezza grandi. Ed ha intonato la sua opera

alla giurisprudenza che man mano si affermava in

Italia.

È inutile dire che mentre lo Châteauvillard, per

quel suo esempio di codice, che ebbe due sole

edizioni (e nella seconda - anch'essa, come la

prima, del 1836 - non c'era di veramente cambiato

neanche gli errori di stampa) ebbe onori e

guadagni, il Gelli non ha mai avuto niente, da

nessuno: né per questo suo libro che da solo

basterebbe ad additarlo alla considerazione dei

Governi, e né per tutto l'apostolato di bene che

egli ha compiuto in tanti anni di studio e di

lavoro, e ancor seguita a compiere.

Singolare uomo, Jacopo Gelli!

In un venticinquennio di professione

giornalistica, piuttosto movimentata, ho dovuto

bussare, al suo uscio, per chiedergli soccorso di

lumi cavallereschi, diecine e diecine di volte. L'ho

trovato sempre lo stesso (il Gelli, naturalmente;

ma anche l'uscio è il medesimo, in quella casa

ospitale degli Scali d'Azeglio, a Livorno) : sempre

cortese, e gran signore - di modi! - e sempre

pronto a soccorrervi, con un parere, con

l'indicazione d'una data, con tutto quello che può

abbisognare ad un uomo imbarazzato nella

trattazione d'una vertenza complicata, o reso perplesso

da un caso di coscienza.

Il Gelli non è un uomo: è un archivio vivente: è

un casellario umano. Egli sa dirvi, così,

all'improvviso, che cosa abbia scritto il Birago, sir

di Metone e di Siciano, e che cosa il Muzio e

l'Alciato e 1' Olevano, «academico intento», e

quante edizioni abbiano avuto il Dialogo

dell'Honore del Possevino, e il Modo del far pace

del Valmarana; e che cosa abbia detto il

Montmorency (Butteville) nel momento in cui lo

giustiziavano per ordine di Luigi XIII, al cui editto

contro il duello aveva contravvenuto.

Ma ciò che è caratteristico, nel Gelli, è la sua

grande bontà, quasi evangelica: quella sua

sorridente indulgenza, che deriva diritta diritta dal

cuore; è sopratutto quel bisogno, da cui egli è

permanentemente pervaso, di placare i rancori fra

gli uomini; di richiamarli, paterno, al senso del

rispetto reciproco e della fratellanza umana.

Bisogna vederlo alla Corte d'onore, davanti a uno

di quei casi che sembrano non presentare altra via

d'uscita che lo scontro. Quando ha potuto trovare

la formula onesta che dà ragione alla ragione e

torto al torto, ma che pacifica gli animi e finisce

onorevolmente ogni cosa, senza strascichi di

rancori e di rammarichi, il Presidente si frega le

mani tutto soddisfatto, e i suoi occhi chiari, pieni

di malizia bonaria, sfavillano di contentezza.

Un'altra questione «accomodata bene » !

Mi diceva un giorno, con l'aria di voler ammonire

una certa fazione un po' estremista del turno

giudicante, che lui di questioni «accomodate bene»

ne aveva al suo attivo più di 7000 e che, nella

vita, bisognerebbe procedere sempre con un

ramoscello d'olivo in mano.

Ma quando, così senza parere, gli ricordai che,

grattando bene nelle cronache di 40 o 45 anni fa,

si poteva trovare una serie piuttosto rispettabile di

duelli, in cui doveva aver figurato, come primo

attor giovane, un certo Jacopo Gelli, famoso a'

suoi tempi per picchiare botte dell'ottanta con la

spada e con la sciabola, il Presidente ha finito per

riconoscere che, qualche volta, può anche esser

necessario posare l'olivo e prendere qualche

cos'altro.

Ora il Gelli lavora ad una storia dei duelli

celebri: ma poi vorrei si mettesse a compilare

quella dei duelli umoristici.

Non sempre si trova chi, davanti a un duellante

che pare un grillo, tanto è veloce a scappare,

abbia lo spirito che ebbe il povero Averardo Borsi,

giornalista arguto e simpaticissimo, quando,

disperando ormai di raggiungere col ferro

l'avversario, che lo aveva costretto ad una vera

maratona intorno al campo del combattimento, si

fermò, portò con la sinistra la sciabola alla spalla,

fece finta di mirare, e poi gridò all'improvviso:

Pètin!... E il duello dovette cessare fra le risa

spasmodiche dei padrini e dei dottori, che non

avevano mai visto tirare al volo, così !

Se il Gelli insorgesse, con l'autorità immensa che

gli deriva dal nome universalmente noto, contro

certi duelli finiti senza spargimento di sangue -

per... cardiopalma dei combattenti! - o con ferite

guaribili in sei ore, salvo complicazioni -

aggiungerebbe una benemerenza di più alle sue

moltissime, riconducendo un po' di dignità in una

costumanza che non ha diritto di perpetuarsi se

non a condizione che chi la pratica la intenda

senza istrionismi volgari. E chi è intelligente

capisce che io non domando che i duelli finiscano,

necessariamente, in tante carneficine; ma chiedo

che la serietà delle condizioni li limiti alle persone

serie, che si batteranno per cause veramente

serie; ché altrimenti si casca nella buffoneria e nel

reclamismo.

Il Gelli, che nella vita nulla ha mai desiderato,

mi confidava giorni or sono la sua sola speranza:

quella di poter licenziare, fra 3 anni, un'altra

edizione del Codice - la più bella! - e di arrivare a

celebrare così le nozze d'oro di questo figliuol suo

prediletto, che pubblicato nel 1887, la prima volta,

aveva però avuto, nel 1879, un fratellino

embrionale, la cui importanza consiste soltanto

nell'essere esistito.

Possa questo voto del vecchio Maestro diletto

essere esaudito e sorpassato !

E possa, Egli, esser conservato per lunghissimi

anni ancora, di poi, alla venerazione e alla

riconoscenza di quanti hanno tuttavia il culto

della bontà e il rispetto per l'onesta povertà degli

uomini che vivono puri.

 

ATHOS GASTONE BANTI.