Gabriel Cacho Millet: L'introduzione al Carteggio (1903-1931)

 

 

Prologo

Da: Dino Campana, Lettere di un povero diavolo, Carteggio (1903-1931)

A cura di Gabriel Cacho Millet

Edizioni Polistampa, Firenze, 2011

 

Ricostruire un carteggio è come edificare un tempio: pietra su pietra. È un'opera che richiede tempo e pazienza. Si diventa detective e si insegue la preda, come i cac­ciatori, cercando tracce, annusando, fiutando. Ian Gibson, il biografo di Federico Garçia Lorca, scrive che non puoi mandare nessuno al posto tuo, perché ciò che potresti scoprire non sarebbe visto dall'altro come lo vedi tu. E quando trovi il pezzo che cercavi, la lettera che mancava, quella che ti permette di completare, almeno in parte, il tuo puzzle, è quasi un'estasi. E se così non fosse, non si continuerebbe a cer­care: invece ogni giorno ci riserva un'avventura, piccola o grande che sia. Perso­nalmente, ho finito per mettere Dino Campana nei miei sogni. E ciò da quando, nel lontano 1978, pubblicai con Vanni Scheiwiller Le mie lettere sono fatte per essere bruciate, primo carteggio del poeta di Marradi con gli uomini del suo tempo. Cer­cai allora, e cerco ancora oggi, di fare in modo che ogni lettera possa essere letta nei suoi minimi particolari, chiarificando, fin dove mi è possibile, ogni dubbio, perché è mia intenzione, al di là della "confusione di spirito" dello scrittore, che il lettore possa leggerlo come se si trattasse di un classico. Sono i lettori che decidono quando un poeta è, o no, un classico.

 

 

Pietra su pietra, lettera dopo lettera ho continuato in questi ultimi trent'anni a cercare le tracce epistolari dell'autore dei Canti Orfici, sette anni per completare il carteggio Souvenir d'un pendu e la raccolta di documenti Dino Campana fuori­legge, ambedue pubblicati nel 1985. Seguì dodici anni dopo la plaquette Dolce Illu­sorio Sud, contenente una serie di lettere non ancora raccolte in volume, e le ine­dite versioni di Dualismo, Il Russo, Crepuscolo mediterraneo e Pampa, e la ristampa dei Notturni già editi da Giuliano Innamorati. Mi accorsi subito che alcuni autografi, specie quelli che avevano scortato gli Orfici, sbiadivano, diven­tavano illeggibili. Poiché era già stato quasi un miracolo averli trovati, ho iniziato nel 2000 la loro pubblicazione (con trascrizione e riproduzione fotografica) nel volume Sperso per il mondo, edito da Olschki nella collana "Cultura e Memoria", nel tentativo di riunire tutti gli scritti campaniani sparsi, salvandoli così dall'azione del tempo, dalla dispersione e anche dal mercato che si era nel frattempo costruito intorno a loro.

Il ritrovamento delle lettere di Campana ha qualcosa di inquietante. Penso a Sibilla Aleramo che tenne con sé non soltanto le lettere d'amore con "Cloche", ma anche quelle abbandonate dal poeta vagabondo nelle stanze dove si incontravano e che nel 1949, in mano di Franco Matacotta, diventarono la prima pubblicazione parziale della corrispondenza di Campana. Penso ad Aldo Orlandi, cui rimase un fascio di lettere che "l'indolente che tutti sanno" lasciò nella stanza del giornali­sta faentino al tempo in cui il Marradese faceva lo strillone de «La Gazzetta del Popolo» per le vie di Torino. L'amico conservò quelle lettere fino alla sua morte nel 1935, compresa quella tanto nota in cui Soffici qualifica Campana "grande poeta" e lo informa di aver smarrito il manoscritto di Il più lungo giorno.

Penso agli autografi campaniani conservati da Luigi Bandini, forse il solo vero amico del poeta di Marradi, autografi che nel 1976 il maestro Primo Conti ebbe in dono dal ragionier Giuseppe Bandini, nipote di Luigi, detto "Gigino". Il pittore fio­rentino ringraziò il Bandini - se non ricordo male, con un disegno - per la dona­zione di quei documenti che sarebbero andati ad arricchire l'archivio della Fon­dazione che poi avrebbe portato il suo nome.

Ricordo di avere sfogliato insieme al vecchio pittore, ultimo figlio del Futuri­smo, non senza emozione, gli autografi con i Notturni di Campana, il "Contratto per la stampa del libro Canti Orfici" firmato a Marradi il 7 giugno 1914 e le let­tere del padre del Poeta riguardanti la ristampa vallecchiana dei Canti Orfici del 1928. Con in mano quelle carte, lo sguardo perduto oltre la vetrata del suo studio fiesolano, Conti si rivedeva girare per Firenze con Campana, come sessanta anni prima, imbarazzato perché lo osservavano tutti.

"Sembrava", mi disse al tempo in cui scrivevamo le sue memorie, "uno di quei girovaghi nordici, fisicamente splendido, scalzo, col bastone sulla spalla e appeso al bastone un sacchetto di tela dove teneva i libri, le camicie e un paio di scarpe che spesso s'infilava per la strada... Con quel suo passo lento e cadenzato ad un certo punto svaniva. Ti voltavi e non c'era più; lo avevi a fianco e poi, a un bel momento, eri solo. Era andato via, non si sa come, in silenzio. Campana non diceva mai 'Buongiorno' né 'Arrivederci'. La frequentazione di Campana era affidata al vento, proprio come il profumo dei fiori che a un certo momento lo senti e poi, non c'è più".

Mi disse ancora che "Campana era un dono che ti arrivava all'improvviso" e non ci sembrò vero di averlo ora davanti, in quelle misteriose "Carte Bandini", soprattutto in quel biglietto d'accompagnamento ai Notturni inviati all'amico da Berna, dal quale estrapolai il titolo del libro che stavo per pubblicare: "Caro Gigino, mi trovo disperato e sperso per il mondo".

"Sperso per il mondo", come sperse e sparse per l'Italia sono le sue carte, alcune ormai introvabili o smarrite, oppure consumate dal tempo, senza che ancora si sia ancora potuto fare quel discorso completo sull'opera di Dino Campana auspicato trent'anni fa da Neuro Bonifazi. Quel discorso, ha osservato Bonifazi, "si potrà fare solo quando saranno riordinate e pubblicate rigorosamente e ordinatamente tutte le carte campaniane, la cui sorte è stata ed è infelice come quella dell'autore".

Per sapere di più, oltre all'ininterrotta ricerca delle sue carte, ho interrogato quelli che ancora lo ricordavano, prima che le loro voci si spegnessero come can­dele in quella forma d'oscurità che è il crescente oblio. Ho lavorato tanto, al punto di poter dire di aver dedicato una buona parte del mio passaggio per questo mondo a far conoscere la vita e l'opera di un altro: "un tale che a tratti scriveva] delle cose buone".

Ordinando il carteggio campaniano, composto finora da 221 documenti (nel precedente pubblicato nel 1985 erano 172), ho voluto aggiungervi tre appendici dai contenuti assai diversi. Nell'Appendice I  ho raccolto 75 testimonianze epistolari sulla vita e l'opera di Dino Campana. All'infaticabile biografo campaniano Stefano Drei ho affidato invece l'Appendice II, perché ci documenti la scoperta di una foto­grafia inedita di Campana che lo ritrae durante un'escursione per i monti della Falterona nel 1912 e, nello stesso tempo, perché ci dimostri ancora una volta che il giovane che compare insieme ad altri studenti nel cortile del Liceo Torricelli di Faenza in una delle fotografie più diffuse del Marradese, non è Campana, come finora si è creduto, ma un ragazzo di Marradi, tale Filippo Tramonti. Una scoperta, quest'ultima, incredibile e per me particolarmente dolorosa: che mi costrinse a levare dal muro del mio studio romano quell'immagine che io, come tutti, credevo di Campana e tenevo appesa con la stessa giovanile devozione con cui avevo attaccato alla parete della mia stanza, ai piedi delle Ande dove sono nato, la foto del Che Guevara con il basco.

Nell'Appendice III ristampo poi le notizie su Campana e la musica delle parole. Si sapeva, lo scrisse Mario Bejor nel 1941, che Campana amava cantare e che nel canto "espandeva tutto sé stesso". Così, nel 1910, sollecitato da Anacleto Francini, Campana cantò sul palcoscenico del locale Teatro degli Animosi in una comme­dia musicale dell'amico. Ripetè quelle apparizioni nel 1911, questa volta per impersonare il padre in un'altra commedia musicale in cui bonariamente si dileg­giava il maestro di scuola, cioè il genitore del poeta, sull'aria di Carcioffolà. Fran­cini, in arte "Bel Ami", noto librettista di opere e autore della famosa canzone Creola, s'appropriò in quell'occasione della musica di Eduardo Di Capua composta per Carcioffolà, il cui testo era di Salvatore Di Giacomo.

In quest'ultima appendice si può leggere un passo del Diario lirico, ancora ine­dito, di Giannotto Bastianelli, in cui il musicista e poeta ricorda che Campana era un melodico "dicitore" dei suoi versi, cioè dei versi di Bastianelli, e ciò malgrado avesse detto a Cardarelli: "Non ho stima, in fondo, che per me stesso". Una di que­ste performance ebbe luogo in casa Cecchi e altre pare all'Asilo notturno di Firenze, dove Campana e Bastianelli, come due "barboni" di professione, trovavano rifugio nelle fredde e lunghe sere d'inverno.

Veniamo alle novità che apporta la raccolta, Lettere di un povero diavolo, o, come Campana si autodefinì, scrivendo a Giuseppe Prezzolini: "di un tale che a tratti scrive delle cose buone". In questo prologo ho rielaborato dati e concetti espressi in altre sedi, aggiornando il tutto in linea con la scoperta di documenti rari, o  addirittura inediti, ovvero di vicende sconosciute della vita del Poeta.

La più sorprendente riguarda, a parere mio, il misterioso e per alcuni sempre dubbio viaggio di Campana in America del Sud.

Verso la fine del 1907 Campana emigra in Argentina perché là "è più facile tro­vare da vivere". Dal Registro Passaporti del comune di Marradi risulta che il 7 set­tembre 1907 fu rilasciato a Campana Dino, di professione "scrivano", un passa­porto per Buenos Aires. E poiché fino al febbraio-marzo 1909 non esistono tracce di soggiorni del poeta in Italia o in Europa, è lecito supporre che quell'anno e mezzo lo abbia trascorso in Argentina.

A ventidue anni egli salì sul bastimento di cui non si è mai saputo il nome, con Leaves of Grass in tasca e alla cintura una pistola belga calibro 38. Particolari, que­sti, che io ebbi da suo cugino Lello Campana. Se è vero che volle avere per compagni di quel viaggio nel buio il libro di Whitman e una pistola, i due oggetti la dicono lunga sugli obiettivi dell'emigrante e sull'idea che lui si era fatto del Nuovo Mondo.

Una mattina d'ottobre del 1907 Campana vide "del continente nuovo la capi­tale marina", cioè Buenos Aires; mentre la nave avanzava lentamente su "un mare giallo" (le acque verdi dell'Atlantico che a tratti ingialliscono scontrandosi con quelle melmose del Rio de la Piata). Vide pure i compatrioti, gli immigrati italiani, "mascherati" da gauchos, "alla moda bonaerense", gettare arance ai nuovi arrivati, mentre un ragazzo, "prole di libertà", faceva un cenno di saluto, un gesto che lui soltanto sembrava vedere.

Nel saggio Itinerario errabondo: poesia e migranza (nel blog win.agliincrocideiventi.it, anno 3, n. 4, gennaio 2005), Laura Molinari propone uno stimolante paragone tra la poesia Buenos Aires, nella quale Campana descrive il suo arrivo al porto della Capitale argentina, con la poesia di Edmondo De Amicis, Gli emigranti, perché "legate dal tema comune del viaggio di migrazione, la migrazione 'esterna' di gruppi di italiani che abbandonavano la patria diretti verso l'America, in entrambi i  casi l'America del Sud, destinazione Buenos Aires". Tutti e due, pur in tempi diversi e animati da atteggiamenti differenti nel "far poesia" sul fenomeno migra­torio, ci hanno lasciato documentata nei loro versi la loro personale migrazione.

Come "l'emigrante" Campana arrivi nella capitale argentina è stato descritto da lui stesso nella poesia Buenos Aires; ma ciò che non ha confessato né in versi né in prosa è come finì nella pampa. Ed è questa la novità che suo fratello ci svela in una lettera inedita raccolta nelle Testimonianze.

Manlio Campana scrive che Dino fu un emigrante che arrivò in Argentina con tutte le carte in regola e con carte commendatizie per lavorare, quale laureando in Chimica, in una farmacia di Buenos Aires. Ma dopo 48 ore dallo sbarco piantò in asso il titolare e, senza dare nessuna spiegazione, si unì a una carovana di lavora­tori in partenza per la pampa (una lettera del rammaricato farmacista al padre del poeta lo conferma). Fin qui il ricordo di Manlio.


Laggiù Campana, peón de via, "sterratore nelle ferrovie", con compiti (ci si passi la metafora) "orfici", affidatigli misteriosamente da quel "fantasma soleggiato di felicità" intravisto sul Mediterraneo, ribatte "per le vie del cielo il cammino avventuroso degli uomini verso la felicità attraverso i secoli", legge in piedi, su un vagone scoperto, la storia dei "cavalieri" della pampa, gli indiani vivi e morti, scritta nel cielo. Un poeta "d'area" mediterranea come lui, anche in un paese senza storia, non può far a meno dell'antico e neanche del barocco: nel cielo della pampa scopre "arabeschi" e ascolta "i gemiti del melodramma". 

Sulle rive del Mediterraneo, anche se non nell'area da lui visualizzata come illu­sorio Sud, è nato il Dio delle tre religioni monoteistiche; in quest'altro, invece, non c'è "nessun Dio" che deturpi il cielo infinito con la sua ombra, neppure quel "dio sconosciuto" che i greci adoravano per non dimenticare nessuno. L'uomo è solo, libero e "riconciliato colla natura ineffabilmente dolce e terribile".

Laggiù, "per la forza misteriosa di un mito barbaro", si ricreano davanti ai suoi occhi "figurazioni di un'antichissima libera vita, di enormi miti solari, di stragi di orgie". Nella pampa ritrova per "un istante il contatto colle forze del cosmo". Là, una "creola adorabile" lo ama.

In Argentina non chiama in suo aiuto nessuno scrittore del posto, anche se inso­litamente anticipa il Lorca che, dopo aver percorso a tratti la pampa, confessò: "La cosa più malinconica del mondo è la pampa. La più trafitta di silenzio".

Leopoldo Lugones, lettore attento di Dante (e anche di d'Annunzio), aveva già pubblicato, nel 1905, La guerra gaucho, ma Campana nel ricreare le gesta degli Indios, vivi e morti "che si lanciavano alla riconquista del loro dominio di libertà" (Pampa), non parla mai del gaucho, naturale nemico dell'Indio. Non c'è neppure traccia di letture del Martin Fierro ( 1872) di José Hernàndez, che era un mito, più che un libro, sulle avventure del gaucho. Durante il periodo argentino di Campana soggiornò a Buenos Aires ancora una volta il verlainiano Ruben Dario, padre del modernismo ispanoamericano, dopo aver pubblicato due volumi di poesia che avrebbero interessato Campana: Cantos de vida y esperanza (1905) e El canto errante (1907). Campana sembra non averlo sentito mai nominare. Il solo autore del Nuovo Mondo che egli cita esplicitamente, e dice di "adorare", è il nordame­ricano Walt Whitman. Ma l'America cantata da Whitman non è quella che egli si trova a percorrere e a cercar di capire. Le Foglie d'erba non sono un vademecum per la pampa. Gli serviranno più tardi, per confondersi con il boy "di cui era stato sparso il sangue innocente", per chiudere tragicamente gli Orfici.

Le pagine più alte della sua poesia sono "letture" orfiche sul mistero della pampa, trasfigurazioni del paesaggio per opera di un umile obrero del riel, di un peón de via, non di un turista venuto dal Vecchio Mondo a fotografare il Nuovo. Per lui nella pampa, "vasta patria", la vita ritrova per "un istante il contatto colle forze del cosmo". "La pampa: che cielo alto", dirà Sibilla Aleramo in una delle prime lettere d'amore scritte al Poeta.

Campana è a pieno diritto un poeta della diaspora, anche se nessuno può toglier­gli il titolo di essere uno dei più inquietanti poeti visionari del Novecento italiano.

Nel descrivere e raccontare ciò che vede nei centri urbani, l'autore dei Canti Orfici dipinge gli scenari della gente della malavita, dei malfattori e dei ladri (lunfa) senza mai fare uso del loro gergo (lunfardo) che col passare del tempo con-temina il linguaggio comune dell'uomo di Buenos Aires e di cui non poche espres­sioni resteranno nel tango.

Sorprendentemente, Campana, in Fantasia su un quadro d'Ardengo Soffici, si rifà al ritmo del tango, imparato suonando il pianoforte nei ritrovi e nei bordelli dei bassifondi di Buenos Aires, quando non aveva denaro. E ciò perché il pianoforte, a cui si univano a volte il flauto e il violino, era lo strumento privilegiato del tango, non la chitarra, strumento invece impiegato nelle campagne per il più epico tango-canción.

Il tango acquista la cittadinanza urbana, cioè lascia i bassifondi della periferia di Buenos Aires, quando nel 1914 giunge la notizia che a Parigi la Banda Muni­cipale della capitale francese lo ha inserito nel suo repertorio. Il tango che Cam­pana suona al pianoforte è già "il pensiero triste che si balla" (A. Discepolo), non più quello delle campagne (campero), che certamente ha udito quando dice in La  Notte: "Credetti di udire fremere le chitarre là nella capanna d'assi e di zingo sui terreni vaghi della città...".

Le chitarre, "sui terreni vaghi della città", raccontano "la mitologia orale del coraggio" dell'"oriUero", direbbero Borges e Bioy Casares. In quell'area si muo­vono i "rigetti di quel mare", il mare "argentato" della pampa. Campana, nella Let­tera aperta a Manuelita Etchegarray, scrive che "uomini feroci, uomini ignoti chiusi nel loro cupo volere, storie sanguinose subito dimenticate che rivivevano improvvisamente nella notte, tessevano attorno a me la storia della città giovine e feroce". I "rigetti" di Campana sono giustamente quelli che umilmente "comme­morano le chitarre" con un tango-canción o una milonga e che il pianoforte di un caffè o di un bordello non possono più evocare, perché le loro gesta non sono più epiche e hanno luogo nel chiuso dei conventillos, nelle stanze ammobiliate della periferia: sono argomento da 'cronaca nera', non più temi per Borges o Bioy Casares, ma per Roberto Arlt. Entrati in città, si sono mescolati a quelli scesi dalle navi e insieme tessono ora la storia della città, "conquistatrice implacabile, ardente di un'acre febbre di denaro e di gioie immediate".

Sulla fuga di Campana da Buenos Aires alla pampa, la lettera del fratello a Federico Ravagli, raccolta con il numero 53 delle Testimonianze epistolari, ci ha svelato il mistero.

Di tutt'altra natura è la rivelazione alla quale si giunge analizzando il contenuto e soprattutto la data di una lettera di Soffici a Campana, ancor oggi inedita, segna­lata e commentata nel carteggio col numero Vili. È la stessa che, secondo quanto racconta Soffici in Ricordi di vita letteraria e artistica, Campana portava sempre con sé. "Recava trionfante in tasca e andava mostrando a quanti incontrava la let­tera che gli avevo scritto, la quale a forza d'esser così spiegata, brancicata e ripie­gata, aveva in breve finito col somigliare a uno di quei vecchi fogli di via che i gira-mondi hanno sempre alla mano, unti e bisunti, lisi nelle piegature e che non stanno più insieme se non a forza di pecette e ritagli di francobolli".

Per capire la sua importanza dobbiamo riandare al tempo in cui Campana, tro­vandosi a Berna intorno alla fine di 1913, seguita a riempire di versi e "novelle" un quaderno che intitola Il più lungo giorno. Nei mesi precedenti si era rifugiato a Genova, dove aveva cercato di proseguire gli studi iniziati a Bologna e, al con­tempo, di lavorare facendo il tipografo da Carlini, in piazza Stella, o da Schenone, in via Pré. Ma da Genova era stato cacciato con foglio di via, dopo essere stato arre­stato e mandato in carcere a Marassi. L'archivio di questa prigione è andato distrutto durante la seconda guerra mondiale, ed è perciò stato impossibile cono­scere la causa della carcerazione.

A Berna lo fermò la polizia per avere abbracciato per strada un'avvenente signora che stava passeggiando col marito. Fu imprigionato e rimase in carcere diversi giorni, finché suo zio, Francesco Campana, Procuratore del Re a Pisa e Firenze, riuscì ad ottenere che fosse rimesso in libertà, ma con l'obbligo di ritor­nare nel suo paese d'origine. Di questo zio Francesco, detto "Checchino", si sa che era sposato con una nobildonna di nome Isabella Clerici, che ebbe tre figlie, Teresa, Anna Maria e Giovanna, e che anche quest'ultima finì, come lo zio Mario e il cugino Dino, in una casa di cura.

Dopo l'incidente, sentendosi ancora più perseguitato di prima, Campana estra­pola una parte del quaderno (i Notturni) modificandola, l'invia al suo amico Bandini per timore che la polizia gli sequestri il manoscritto. Giunto in Italia consegna il quaderno de Il più lungo giorno a Giovanni Papini. Per la data di consegna, siamo confortati dalla lettera che Campana scrive a Emilio Cecchi nel marzo 1916: "Venuto l'inverno andai a Firenze all'Acerba [sic] a trovare Papini che conoscevo di nome [il 6 o 7 dicembre 1913]. Lui si fece dare il mio manoscritto (non avevo che quello) e me lo restimi il giorno dopo in un caffè [il Caffè Chinese, alla stazione vecchia] e mi disse che non era tutto quello che si aspettava (?) ma era molto molto bene e m'invitò alle giubbe rosse per la sera. Io ero un povero disgraziato esausto avvilito vestito da contadino con i capelli lunghi e un po' parlavo troppo bene un po' tacevo. Costetti ci ha il mio ritratto d'allora a Firenze. Per tre o quattro giorni andò avanti poi Papini mi disse che gli rendessi il manoscritto ed altre cose che avevo, che l'avrebbe stampato sull'Acerba. Ma non lo stampò. Io partii [per Mar-radi] non avendo più soldi". Siamo alla prima delle tre consegne. Campana rife­risce, infatti, che la consegna definitiva del manoscritto e delle altre carte ebbe luogo "il giorno in cui loro [Soffici, Papini, Marinetti, Boccioni, Carrà, Tavolato, Scarpelli...] facevano le puttane sul palcoscenico alla serata futurista, incassando cinque o seimila lire".
 
La serata ebbe luogo al Teatro Verdi di Firenze il 12 dicembre 1913. Trascorsi una decina di giorni, mentre attende una buona parola dai suoi eventuali editori, Campana scrive da Marradi una cartolina a Papini, Soffici e Carrà "indimentica­bili compagni", inviando la sua piena solidarietà. Ma i "compagni" ancora futuri­sti tacciono. Offeso ma non più di tanto, scrive a Papini e Soffici: "Li prego ad usarmi la cortesia di lasciare i manoscritti miei che ho consegnato a loro presso l'amministrazione di Lacerba. Un uomo da me incaricato passerà a ritirarli". È il 4 febbraio 1914: a Papini restano gli altri manoscritti, mentre il quaderno de // più lungo giorno passa nelle mani di Soffici che lo smarrisce durante un trasloco. Cam­pana si rifugia quindi ad Orticaia, sui monti di Marradi, portando con sé i mano­scritti rimasti delle sue poesie e delle sue "novelle" e in qualche mese riscrive il libro che intitolerà Canti Orfici.
 
All'amico marradese Bandini chiede poi di aiutarlo finanziariamente nella pubblicazione, affermando: "Se sei meno fetido filisteo di quello che sembri, mi devi tu stesso aiutare per farlo pubblicare". Propone anche a Bandini di fare una sottoscrizione in paese, "a quota fissa di due lire e cinquanta, con diritto a una copia del libro una volta stampato". "Io dovevo aiutare nella colletta", racconta Bandini, "e - questo era l'importante - essere il cassiere, 'perché - disse Dino - a me nes­suno dei tuoi compaesani affiderebbe di certo due lire: nemmeno cinque soldi. Tu sei come loro (vigoroso sputo in terra) e ti stimano'. Così fu fatto. Ma duecento lire, a due e cinquanta per ciascuno, volevano dire trovare ottanta sottoscrittori. Troppi. Si arrivò, infatti, a poco più della metà: 44. Sospirando, il povero stampatore s'accontentò di quello che s'era potuto cavare fuori coi mezzi più originali di pro­paganda adpersonam: centodieci lire!"

Il 7 giugno 1914 Campana firma il contratto per la stampa e il tipografo Bruno Ravagli s'impegna a stampare "entro il mese di luglio". A settembre il libro è in vendita a Firenze, presso la Libreria della «Voce» e la Libreria Gonnelli. Nella vetrina di quest'ultima, ricorda Soffici, "il mio sguardo fu attratto da un libro giallo dall'aspetto francese ma che non era francese, e sulla copertina del quale spiccava un titolo che subito mi piacque: Canti Orfici [...]. La gioia e lo stupore di quella scoperta si confusero nell'animo mio". Soffici legge subito il libro "da cima a fondo", osservando che a primavera del 1914 Campana aveva richiesto il mano­scritto con una lettera e che lui gli aveva risposto di non poterglielo restituire, per­ché era andato perso in un trasloco dei suoi libri e delle sue carte "da una stanza ad un'altra [...] confuso nel gran sottosopra".

Fin qui il ricordo di Soffici corrisponde ai fatti, tranne per un particolare: la data in cui, scusandosi, dice di aver risposto a Campana non fu la primavera del 1914, bensì l'inizio dell'autunno dello stesso anno e più esattamente il 22 settembre. È di fondamentale importanza segnalare che Soffici riconosce la sua grave negligenza in questa lettera, a tutt'oggi inedita, quando i Canti Orfici erano stati riscritti, stam­pati e si trovavano in bella vista nelle librerie fiorentine.

Soffici non si capacitò mai della ragione del silenzio di Campana dopo la prima richiesta del manoscritto, il 4 febbraio 1914, e non capì mai come "aveva così ine­splicabilmente messo riparo" alla sua negligenza, pubblicando il libro senza che lui avesse ancora restituito il manoscritto. Non si rese conto che i Canti rappresenta­vano la scelta di Campana poeta orfico e non la mera conseguenza dello smarri­mento dell'autografo. Il manoscritto rimasto a casa sua non era ancora "il libro" o in ogni caso non era il libro finito. Certamente, conteneva poesie e "novelle" da pub­blicare opportunamente "a pezzi" su riviste e giornali. Era impensabile che Papini potesse stamparlo integralmente su «Lacerba» e impensabile pure che un mano­scritto "in movimento" con cinque epigrafi, citazioni sul frontespizio e contro­frontespizio e il titolo (insieme al nome dell'autore) sul rovescio della copertina, fosse destinato alla pubblicazione. "Obrero trabajando" avrei scritto nella mia iberica lingua sul frontespizio del quaderno, per indicare al lettore una raccolta di testi in cui il colore, ad esempio, attende ancora "di essere stremato sino alla fol­gorazione del bianco, oppure addensato e ricalcato sino al più nero bitume notturno" (Ruggero Jacobbi). È frutto di una lettura superficiale la conclusione cui giunge Sof­fici quando assicura che la materia dei Canti Orfici "era la stessa di quella dello scar­tafaccio smarrito, appena ritoccata qua e là, e con soltanto un paio di componimenti aggiunti, fra cui i versi dedicati al mio quadro futurista dell'inverno passato".

Campana, nel 1914, non ritorna a chiedere il manoscritto, dopo il 4 febbraio, perché possiede altre carte sulle quali lavora non più da "vate" guidato dal dan­nunziano "numero che governa i bei pensieri", ma da "cantore" e da cantore di valenza orfica. I Canti Orfici non sono la ricostruzione, ma il ripensamento più intenso e originale del poeta di Marradi. Così la materia del libro non è "più o meno la stessa de Il più lungo giorno, ritoccata qua e là", come pensa Soffici, ma un libro che possiede una propria unità, che si apre come Die Tragödie des letzten Ger­manen in Italien (La tragedia dell'ultimo barbaro in Italia) e chiude con due versi di Whitman, lasciando "tutti stracciati e coperti col sangue del fanciullo", vale a dire col sangue del poeta assassinato. Non va quindi confuso con quel "conte­nitore" di poesie e "novelle" da rileggere, onde evitare le "idiotaggini" di ciò che si riscrive, nell'istante in cui, "sperso per il mondo", il poeta è raggiunto miste­riosamente dall'ispirazione. 

E ancora da appurare quale ruolo abbiano avuto nell'indirizzo orfico del poeta di Marradi, mentre riscriveva il suo unico libro, le conversazioni avute con gli amici di Bologna su Edouard Schuré, sui miti solari e sull'orfìsmo, così come è da capire se e fino a che punto, nel 1914, avesse presente anche la poesia giovanile di Bino Binazzi, che, guarda caso, si intitola Canto Orfico e reca un'epigrafe tratta da Les grands initiés: "... et la lumière est aussi la parole de vie. / Schuré".

Il lettore si domanderà perché Campana richiese nuovamente a Papini e a Sof­fici il vecchio manoscritto due anni più tardi, minacciando addirittura di usare il coltello. Da sempre critici e biografi hanno confuso il Campana orfico, che nel ' 14 riscrive i Canti, ferito dai silenzi e dalla scarsa stima che i suoi scritti inediti ave­vano suscitato in Papini e in Soffici, con il Campana del ' 16 che va perdendo il con­trollo di sé stesso, affidandosi all'istinto e valutando, come direbbe Ottone Rosai, che presso la "Ditta Soffici-Papini and Compagni", "c'è spionaggio e complicità di carne venduta". Soffici così diventa "il sequestratore" da sfidare a duello, se non restituirà il manoscritto e le altre carte, e Papini, l'uomo da accoltellare:

 

A Giovanni Papini,

Se dentro una settimana non avrò ricevuto il manoscritto e le altre carte che vi consegnai tre anni sono verrò a Firenze con un buon coltello e mi farò giustizia dovunque vi troverò.

Dino Campana

Marradi, 23 Gennaio 1916

 

Siamo nel 1916 e Dino, consigliato da Cecchi e da Binazzi, già alla fine del 1915, medita di ripubblicare i Canti Orfici, i suoi "dolorosi frammenti", in una nuova scelta, coll'aggiunta delle ultime cose. Per questo Campana torna a chiedere notizie del quaderno: egli è certo che "certe idiotaggini non c'erano nel manoscritto di Soffici". E sarà allora, e soltanto allora, che scriverà con tanta veemenza a coloro che considera i sequestratori intenzionali del manoscritto.

Ma cosa erano "le altre carte", quelle consegnate in quel fatidico 12 dicembre 1913? Alcune Papini le trattenne con sé fino al 1916 e le restituì dopo aver ricevuto il biglietto con la minaccia di accoltellamento; altre, due per l'esattezza, Papini non le restituì mai, e vennero ritrovate solamente settant'anni più tardi dagli eredi. Del primo gruppo di manoscritti si ignorano titoli e contenuti: si sa soltanto che furono restituiti. Tra questi potrebbe figurare una sorta di manifesto campaniano, "un boz­zetto meraviglioso di un'arte veramente nuova" inviato per posta a Papini nel 1913 e mai ritrovato. Del secondo gruppo si sa praticamente tutto: i manoscritti sono due e sono stati chiamati da Ezio Raimondi "autografi lacerbiani", perché destinati da Campana a quella rivista. Essi contengono la prima versione della "novella" Il Russo (storia vera), la prosa, ancora senza titolo, Crepuscolo medi­terraneo, seguita poi dalla Lettera aperta a Manuelita Etchegarray e da una lezione di Pampa precedente a quella edita nei Canti Orfici: i due autografi, acquistati dalla Soprintendenza ai Beni Librari e Documentari della Regione Emi­lia-Romagna nel 1985, sono conservati attualmente presso la Biblioteca Malate­stiana di Cesena e sono stati editi da me nella citata plaquette del 1997, e poi in Sperso per il mondo, nel 2000.

Meno importante della lettera di Soffici del 22 settembre 1914, ma non perciò meno sorprendente, è la missiva che verso la fine del 1917, a pochi giorni dal suo ingresso definitivo in manicomio, Campana scrive alla signorina Elisa Albano. La lettera altro non è se non la copia "pulita" di un'altra missiva inviata con la stessa data a Carlo Carrà, piena di cancellature e pentimenti. Confrontando i due auto­grafi, si capisce subito che Campana ha destinato la stessa lettera a due persone diverse: la minuta a Carrà, previa sostituzione nell'incipit di "Signorina" con "Caro Carrà" e cancellando in fondo ogni riferimento alla destinataria, e la lettera "pulita" a Elisa Albano.

Dalle due lettere abbiamo potuto approfondire i rapporti intercorsi tra Dino, la Albano e sua madre, evocati da Campana davanti a Fernando Agnoletti e Soffici e riferiti da quest'ultimo in un articolo mai raccolto in volume.

Si legge: "Ci narrò sghignazzando", scrive Soffici, "di un suo viaggio in Pie­monte con l'approdo in casa di due vecchie signore [la signorina Albano, che vec­chia non era, poiché aveva 37 anni, e la madre, Elvina Gallenga, di 59 anni] delle quali era rimasto ospite piuttosto a lungo. Si trattava di due brave e ingenue vec­chiette padrone di una vigna, cui l'amico s'era presentato in qualità di scrittore senza mezzi ma anche esperto di cose agricole, e che l'avevano accolto nell'una e nell'altra veste, da persone sensibili a un tempo alle lettere e al maggior utile che con quell'aiuto tecnico poteva dare la loro terra. Si erano però dovute accorgere ben presto che il loro errore era stato grande. Campana ci rappresentava le scene fra grottesche, comiche e drammatiche che ne erano seguite, con le due buone donne agitate da sentimenti vari, di simpatia letteraria, di diffidenza, di carità cristiana, di paura, e lui che tutti li teneva vivi a fine di prolungare al massimo il suo sog­giorno in quella bella comoda casa di campagna ben fornita di vino e di tutto, e che figurava per lui come un'oasi di felice riposo nella sua sfortunata esistenza. E quel suo racconto intramezzato da vive immagini pittrici, da tratti di spirito, da risa sati­resche, da magistrali descrizioni di persone e di cose, di 'situazioni' psicologiche, riuscì tanto bello e fantastico che Agnoletti e io rimpiangemmo per sempre di non essere stenografi per registrarlo sull'atto, tale e quale usciva dall'ispirato poeta. Ne sarebbe venuta una novella magnifica".

Un altro particolare curioso si osserva nella lettera a Carrà, dove Campana ha cassato il paragrafo finale. In esso si legge faticosamente che Campana era dispo­sto a custodire la tenuta della Granvigna a patto che le proprietarie gli "facessero una provvista di Legna e cancellassero i disegni del povero Parente". Per Elisa Albano, una delle proprietarie, i disegni sui muri della villa erano frutto della fan­tasia del poeta. Ma contrariamente a quanto da lei dichiarato, il maestro Marco della Chiesa d'Isasca, nipote dell'intervistata, ha ricordato di aver visto almeno "una testa di contadino" disegnata su uno dei muri della tenuta, confermando a Gigliola Tallone, responsabile dell'Archivio Tallone, quanto Campana scrive nel paragrafo cancellato sui "disegni del povero Parente". L'autore dei "disegni" è il pittore d'origine polacca Zygmunt Perkowicz, nato a Bialocerkien (Kiev) nel 1890 e morto suicida a Bovisio Mombello, nel 1916. Follemente innamorato di Emilia Tallone, detta "Milini", Perkowicz si tolse la vita credendo di non essere corrisposto. Prima di andar via per poi suicidarsi, lasciò una rosa sul tavolo della grande casa dei Tallone ad Alpignano. Campana vide nel pittore vagabondo, ospite della Albano oltre che dei Tallone, un membro della famiglia, "un parente" per il modo in cui le due famiglie piansero la sua tragica scomparsa.

Se lo stesso Campana ha cassato interi paragrafi delle proprie lettere per rispar­miare tempo e fatica, altri come l'allora giovane studioso Franco Matacotta le hanno spezzettate per dimostrare che l'opera del poeta di Marradi non finiva con i Canti Orfici. Così il Matacotta ha ritagliato un passo dalla bellissima lettera livor­nese del 4 gennaio 1917 di Campana a Sibilla Aleramo, intitolandolo Davanti alle cose troppo grandi, come se si trattasse di un testo poetico, e dalla minuta di un'al­tra lettera di Campana, ha estratto il brano che ha chiamato Il diario della nuova Italia. La minuta rintracciata non molti anni fa da Fiorenza Ceragioli nel Taccuino Matacotta da lei curato è diretta al "Caro [Arturo] Reghini", mistico, mago, mate­matico e illustre membro della Massoneria.

A Reghini, o meglio agli ideali aristocratici di Reghini si possono forse rap­portare le idee "sulla saldezza della tempra aristocratica che è necessaria per sal­vare il carattere della letteratura" sostenute da Campana nel giudicare il libro di Antonio Bruno, Fuochi di Bengala («L'Italia Futurista», Firenze, 18 novembre 1917).

Fu Primo Conti, al tempo in cui diresse gli ultimi quattro numeri di «L'Italia futurista», che, alla maniera di Matacotta, ritagliò da un'altra lettera di Campana, diretta ad Antonio Bruno, il sopracitato giudizio del poeta marradese sul nuovo libro del poeta siciliano. Ed è in questa lettera che Campana, a un mese dal fati­dico quarto e ultimo ingresso in manicomio, esprime il desiderio di diventare cri­tico letterario sulla «Gazzetta del Popolo» o sul «Giornale del Mattino». Alcuni mesi prima aveva pensato addirittura di recarsi a Roma per fare il giornalista nella Capitale insieme al triestino Dario De Tuoni, ma allora viveva dei giorni ter­ribili, disperato, ubriaco per le strade di Firenze, alla ricerca di Sibilla Aleramo, irrecuperabile amore. In quei giorni frequentava la casa della scrittrice Virginia Piatti Tango e secondo quanto racconta l'ospite in una lettera a Sibilla Aleramo rac­colta nelle Testimonianze con il numero 30, si calmava impartendo lezioni di latino a una bambina, Rosabianca, figlia della Piatti Tango, nota come "Agar".

Con lo stesso proposito di calmarlo, l'editore Vallecchi chiese a Campana di lavorare a un nuovo libro, si legge in una lettera di Alberto Magnelli raccolta anch'essa nelle Testimonianze con il numero 29. L'autografo di una nuova lezione di A Mario Novaro / Domodossola 1915, intitolata Domodossola, Maggio 1915, sera, su fogli intestati: "Stabilimenti Tipografici Editoriali di Attilio Vallecchi" databile all'inverno del '17, rappresenta la prima e sola risposta del disperato Campana, ancora follemente innamorato di Sibilla Aleramo, all'editore. L'auto­grafo era stato inviato forse dallo stesso Vallecchi a Soffici, per un giudizio sul componimento e poi, con l'internamento definitivo del poeta in manicomio, rimase tra le carte di Soffici, dove ancora si trova.

Nelle Testimonianze epistolari  ho voluto riunire anche tutte le lettere trovate fino ad oggi riguardanti la ristampa vallecchiana dei Canti Orfici, dalla fine del 1917 fino ai primi tentativi che nel '23 Giovanni Campana, padre del poeta, mette in atto per ristampare il libro del figlio presso lo stesso editore, grazie alla media­zione di Luigi Bandini e Michele Campana. Nel 1928 esce finalmente il libro: Canti Orfici ed altre Liriche /Opera completa/Prefazione di Bino Binazzi a cura forse di Soffici e dello stesso Vallecchi. Ma il buon vecchio padre brontolone era morto prima che il libro vedesse la luce.

Altre lettere dovrei commentare in questa sede, come quella a Sibilla Ale­ramo del 4 gennaio 1917 che insieme ad altre missive alla donna amata pubblicai nel 1978, e che non ho potuto far a meno di includere qui, con il numero CLXXIV, perché costituiscono in parte i pilastri della mia prima fatica campaniana, ben sapendo che i detti documenti fanno parte naturale del carteggio d'amore (ormai alla decima edizione) magistralmente curato da Bruna Conti.

Non potevo non includere, tra le Lettere di un povero diavolo, i biglietti di Cam­pana in manicomio diretti a Pariani (CCXII, CCXIII, CCXIV, e CCXV), come feci nella raccolta del 1985, Souvenir d'un pendu. Leggendo quei messaggi del malato allo psichiatra, studioso d'arte e pazzia, si osserva a tratti la lucidità di Campana e la scarsa voglia di raccontarsi. In ogni caso dice la verità, quando confessa al Pariani di aver fatto, in Argentina, "il poliziotto, ossia il pompiere": "una frase", osserva Stefano Giovanardi, "in apparenza delirante, che contribuì a far conside­rare l'intero viaggio in Argentina frutto, appunto, di un delirio visionario". Ma non è un delirio, perché all'inizio del secolo a Buenos Aires si impiegavano i pompieri anche per mantenere l'ordine pubblico. I dittatori di turno sapevano molto bene che con l'acqua si possono fermare efficacemente le manifestazioni di piazza, e pure le rivolte.

Campana non prendeva in giro il suo medico intervistatore, come qualcuno ha sospettato, quando raccontò di avere un cugino missionario in India. Infatti la curia dei francescani cappuccini di Firenze mi ha confermato che il sacerdote Fra Gae­tano di Marradi (1892-1956), figlio di Gaetano Cappelli e di Riccarda Campana, fu missionario per dodici anni in Agra, Sardhana e Muttra (India). Il padre del poeta, fratello di Riccarda, la madre del religioso, ricorda lui e la sua famiglia all'ora di elencare i propri beni: "Ho due casucce: una da me abitata e l'altra da parenti miei poveri (gli orfani Cappelli)...". Uno dei quei quattro orfani era Fra Gaetano di Marradi, missionario in India.

Non mente, ma "spagnolizza" con finalità antibiografiche nella lettera a Sibilla Aleramo del 4 gennaio 1917 il cognome dell'amico con cui soggiornò in Sicilia all'inizio del 1915. Memore di quei giorni, del "ricordo che non ricorda nulla" e anche del cognome "Garcia", diffusissimo in tutti i paesi di lingua spagnola, all'ora di andare a trovare "l'alcoolizzato amico dell'amico di nostro amico", l'accompagnatore, il poeta forlivese Augusto Garsia, diventa nella lettera a Sibilla, Garcia, alla spagnola, ma senza l'accento sulla "i", come amava firmarsi Garcia Lorca.

Molti altri segreti sveleranno i lettori di Dino Campana, leggendo queste Let­tere di un povero diavolo, ma nessuno pensi di aver raschiato il fondo. Il poeta di Marradi, autore di un piccolo libro infinito, vi darà ancora molto filo da torcere. Non ho dubbi.

Gabriel Cacho Millet 

 

Roma-Santiago di Compostela, febbraio 2011

 


 

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